Il mondo dei doppiatori - Zona Cinema

"La gabbianella e il gatto"

Manifesto americano del film italiano


PERSONAGGI

DOPPIATORI ITALIANI

IL POETA LUIS SEPULVEDA
ZORBA CARLO VERDONE
GRANDE TOPO ANTONIO ALBANESE
BOBULINA MELBA RUFFO
GABBIANELLA DA NEONATA SOFIA BARATTA
GABBIANELLA DA BAMBINA VERONICA PUCCIO
GABBIANELLA DA ADOLESCENTE DOMITILLA D'AMICO
NINA MARGHERITA BIRRI
DIDEROT LUCA BIAGINI
SEGRETARIO VALERIO RUGGERI
COLONNELLO PAOLO LOMBARDI
PALLINO GABRIELE PATRIARCA
ROSA DEI VENTI PAOLA TEDESCO
CIAMBELLANO MASSIMO LODOLO
FORTUNATA MARTINA CARPANI
PALLINO PIERPAOLO SILVESTRI
KENGAH ALIDA MILANA
IGOR FABRIZIO VIDALE
TOPO 1 ROBERTO STOCCHI
TOPO 2 ROBERTO CIUFOLI
PORTIERA RENATA BISERNI

ANALISI DELLA STRUTTURA DEL FILM
(a cura di Patrizia Canova, articolo tratto dal sito Lombardia Spettacolo)

La Gabbianella e il gatto è il secondo lungometraggio in animazione di Enzo D’Alò, già autore di La Freccia Azzurra. In entrambi i casi il regista trae ispirazione e linfa per i suoi film dal mondo della letteratura per l’infanzia, scegliendo nel vasto panorama due autori indiscutibilmente capaci di far volare sulle ali della fantasia i piccoli lettori: Luis Sepùlveda , scrittore del romanzo "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare" e Gianni Rodari, scrittore de "La Freccia azzurra". D’Alò, nel mettere in scena le due storie, si attiene piuttosto fedelmente alla struttura dei libri e in ciò, forse, sta uno dei suoi grandi meriti: saper rispettare il racconto, senza stravolgerlo, ma piuttosto impegnandosi a tradurre la grande forza espressiva ed emotiva della narrazione verbale in immagini altrettanto toccanti e coinvolgenti. E tutti e due i film di D’Alò si impongono all’attenzione del pubblico infantile e non solo, non certo per gli effetti speciali di cui sono infarciti solitamente i grandi giganti dell’animazione internazionale, ma proprio per la sensibilità e la delicatezza del raccontare che li rende unici nel loro genere. "L’idea del film – racconta Enzo D’Alò- mi è venuta due anni fa, dopo aver letto il libro di Sepùlveda. Non avevo ancora chiuso il libro che già riuscivo a visualizzare i disegni e le atmosfere e, in particolare, a intravedere al di là della metafora favolistica, una storia drammaticamente attuale sulla tolleranza e sul rispetto dei ‘diversi’(…). Da subito mi è sembrata una storia perfetta per il cinema. Così ne ho parlato con Rita Cecchi Gori e lei ne è stata entusiasta. Come lo è stato Sepùlveda, con cui abbiamo lavorato quasi a una riscrittura del racconto, sviluppando alcuni temi, focalizzando più profondamente alcuni personaggi, aggiungendo il gatto Pallino, che è la mascotte del gruppo, e anche Nina, la figlia del poeta….Mentre lavoravo alla sceneggiatura con Umberto Marino, immaginavo già le voci dei personaggi, perché mi ricordavano altri personaggi reali, del mondo dello spettacolo, che assomigliavano molto a quegli eroi di cartone. Così il gatto Zorba doveva essere Carlo Verdone, il Grande Topo Antonio Albanese, la gatta Bubulina dagli occhi belli Melba Ruffo e il poeta, ovviamente, lo stesso Luis Sepùlveda, che si è divertito moltissimo a fare il doppiatore, come si sono divertiti gli altri, tutti alla prima esperienza del genere. La colonna sonora poi è, secondo me, uno dei punti forti del film. David Rhodes ha composto 23 brani musicali di rara intensità. Poi nella versione italiana, accanto ai suggestivi brani strumentali, abbiamo affidato le canzoni a Ivana Spagna, Leda Battisti, Samuele Bersani, Gaetano Curreri e Antonio Albanese. I disegni infine sono stati eseguiti dal team della Lanterna Magica: ne hanno realizzati oltre 220.000, con 1.200 scenografie."
Così lontano dai cliché disneyani e così "diverso" dalla maggior parte dei film in animazione lanciati sul mercato, La gabbianella e il gatto risulta originale proprio perché si muove sul territorio della ricerca di autonomia espressiva sia del segno grafico che dei personaggi che popolano le scene e detta in un certo senso nuove coordinate estetiche, sganciate dai modelli statunitensi. il film di D’Alò presenta infatti delle scelte visuali assolutamente interessanti: "…Intenso e accattivante soprattutto nei campi lunghi, nelle vedute aeree o negli scorci urbani ( dove i verdi brillanti e i blu notte della prima parte si equilibrano con le tinte più trasparenti e leggere dell’epilogo), il film adotta una cifra grafica essenziale e stilizzata, in cui il realismo mimetico disneyano è messo tra parentesi a favore di una grafica che alterna il realismo del dettaglio a un registro allusivo ed evocativo nella rappresentazione dell’ambiente e del contesto in cui si svolge l’azione. Come già in La freccia Azzurra, D’Alò è efficacissimo nelle scene corali e coraggiosamente antirealistico e sperimentale nelle due sequenze oniriche che "bucano" la scorrevolezza narrativa della trama. Il primo dei due sogni, in particolare, giocato com'è sul tema dell'uovo che galleggia nel vuoto e si scompone su fondi bianco-neri, rompe con i codici figurativi del resto della storia, inserendo una "scheggia" di visualità splendidamente astratta in un contesto di apparente realismo quotidiano".
Efficace e incisivo anche il sistema di messa in scena dei personaggi. "Non volevamo ritrarre personaggi stile ‘Aristogatti’, né ricalcare l’antropomorfismo proposto nell’universo disneyano" ha affermato D’Alò presentando la pellicola, e in effetti i suoi protagonisti felini sono assolutamente diversi dai baffuti mici Disney’s, ma anche da Felix o Gatto Silvestro. Non sono bipedi, non indossano abiti o ornamenti "da umani", non si siedono a tavola per mangiare, non lavorano, né si dedicano a passatempi tipicamente umani, non assumono atteggiamenti inverosimili, non scimmiottano il comportamento umano. Sono invece fisicamente zoomorfi, camminano a quattro zampe e si comportano in tutto e per tutto come veri animali. Sono però molto simili agli umani nei sentimenti e nelle emozioni. All'antropomorfizzazione fisica che ha da sempre contraddistinto il trattamento disneyano della figura animale, D’Alò ha contrapposto cioè un'antropomorfizzazione dei sentimenti: tanto più gli animali sono diversi da noi nell’aspetto fisico, tanto più ci assomigliano nel ‘sentire’. Vissuti, emozioni e sensazioni acquistano così una valenza universale e forniscono il terreno ideale per innescare nello spettatore processi di identificazione, proiezione, immedesimazione. Aspetto questo tra l’altro assolutamente interessante per chi volesse sviluppare a scuola percorsi di lavoro sull’identità e la diversità che, prendendo le mosse dagli stimoli forniti dal film, consentano di affrontare la riflessione in modo mediato e simbolico.
Anche la scelta delle fisionomie dei personaggi e delle loro relazioni all’interno di un gruppo sono elementi forti e utili per riflettere sulla ricchezza della diversità e sulla negatività dell’omologazione. Con la rappresentazione contrapposta della banda dei topi e di quella dei gatti, il film infatti stimola facilmente una riflessione sulla differenza che intercorre fra la tribù anonima, indistinta e omologata dei primi, in cui tutti sono mimeticamente uguali, privi di pensieri, punti di vista e capacità di scelta individuali, organizzati gerarchicamente e comandati insindacabilmente dal Grande Topo, capo supremo, e la banda dei secondi che, pur appartenendo tutti alla stessa specie, presentano, oltre a evidenti differenze nell’aspetto fisico, soprattutto personalità e caratteri fortemente diversi. Nel gruppo dei gatti non ci sono un leader e tanti gregari, ma piuttosto varie ‘anime’ che riescono a risolvere problemi e a uscire da situazioni complicate perché possono contare sulla forza data dall’unione e dalla collaborazione, ma anche perché ciascuno ha conoscenze, idee, modi di fare diversi e può perciò fornire al gruppo un proprio singolare, unico e prezioso contributo. Ovviamente, come in ogni fiaba che si rispetti, i caratteri dei personaggi sono comunque fortemente tipicizzati al fine proprio di favorire l’identificazione immediata dei ruoli che in un certo senso ricalcano quelli di un tipico nucleo familiare allargato: Zorba grande, grosso, capace di tirar fuori gli artigli quand’è necessario, ma al tempo stesso di essere dolce, tenero e ‘accogliente’ proprio come una vera mamma, Diderot sicuro, altero, stimato da tutto il gruppo, pozzo di saggezza e conoscenza, proprio come ogni nonno che si rispetti, Pallino ( figura assente nel libro e inventata in fase di sceneggiatura da Umberto Marino) dispettoso e geloso delle attenzioni che i gatti adulti rivolgono alla nuova arrivata come ogni fratello maggiore alla nascita della sorellina di turno… Ed è proprio questa tipicizzazione che favorisce l’immedesimazione con i vari personaggi. In particolare con le figure di Pallino e Fortunata che nascono probabilmente proprio per stimolare nel pubblico infantile facili processi di identificazione e modelli di comportamento. Ed è interessante, a questo proposito, la soluzione narrativa che ci mostra come sarà proprio Pallino ( così, come spesso accade nella realtà fra pari) a far scattare nella gabbianella il percorso di conquista della coscienza di sé e della presa d’atto –traumatica, dolorosa, ma necessaria- della propria diversità. Altro aspetto questo che potrebbe offrire numerosi agganci per promuovere attività e percorsi sull’identità e sull’accettazione del sé.
Interessante infine notare come prologo ed epilogo del film tematicamente coincidano: la storia si apre con una morte, un distacco che, seppur doloroso, ha la forza di generare una nuova vita e si chiude con un’altra separazione, un altro distacco che però prelude a un’esistenza nuova che va a incominciare. Nel mezzo, fra le due separazioni, è collacato il processo di crescita assistita e la progressiva acquisizione di fiducia in sé e di autonomia. Un ottimo spunto questo per parlare con bambini e ragazzi del complesso e delicato percorso di crescita, ‘nuova nascita’, uscita dal ‘guscio-famiglia’, separazione dai genitori, costantemente sospeso e in precario equilibrio fra bisogno di amore e affetto e necessità di autonomia e indipendenza…
Un film dunque La gabbianella e il gatto ricco di spunti e di chiavi di lettura che può consentire di affrontare, anche con i più piccoli, temi di grande importanza. Un film che invita a riscoprire valori come l’amicizia, la solidarietà, il rispetto per la natura, la tolleranza, la ricchezza della diversità senza enfasi e fastidiosi moralismi, ma con la poesia e la forza di chi sa alimentare i sogni di chi guarda, anziché soffocarli a suon di roboanti effetti speciali.
"Vola solo chi osa farlo" miagola Zorba nel finale. E La gabbianella e il gatto è sicuramente un invito a… osare!



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