Roswell.it - Fanfiction
SPECIALE

FIGLIO DI SUO PADRE

Capitoli 13-18


Riassunto: Questa storia, in 22 capitoli, è la seconda di cinque fanfiction collegate tra loro. Sono passati tre mesi dalla fine di "Il figlio di nessuno". Nate sta cercando di adattarsi alla sua nuova vita, cercando di mantenere il segreto su quello che ha scoperto.
In questa seconda parte c’è forse meno movimento, è una sorta di raccordo tra la prima fanfiction e la terza, ma impareremo a conoscere meglio i nostri personaggi, specialmente Nate ed Alyssa e il loro legame, e ne scopriremo di nuovi...

Valutazione contenuto: non adatto ai bambini.

Disclaimer: Ogni riferimento a Roswell appartiene alla WB e alla UPN. Tutti gli attori protagonisti del racconto e citati appartengono a loro stessi.


Capitoli 1-6
Capitoli 7-12

Capitolo 13

"Allora, sono passate quattro ore. Mi ami ancora?"
Nate sorrise contro il cuscino alla domanda sussurrata dolcemente, sommessamente nel suo orecchio. La sua stanza era completamente buia, fatta eccezione per il raggio di luna che entrava attraverso le tende. Si era addormentato, dopo aver cercato di placare l'eccitazione di scoprirsi di nuovo innamorato, ma il suono stridulo del suo cellulare lo aveva svegliato solo pochi attimi prima che la domanda arrivasse.
"Certo che si." rispose con sincerità. "Cosa sarebbe potuto cambiare in quattro ore?"
"Sai," disse la voce morbida di Alyssa, con un po' di incertezza "Ho reagito un po' troppo emotivamente, quando me lo hai detto …"
"Questo non vuol dire che io sia meno innamorato." chiarì Nate. "Io ti amo ancora, emozioni e tutto il resto." Il suo sorriso svanì lentamente. Certo durante la loro conversazione lui non aveva reagito emotivamente, ma lei lo aveva fatto. Il cuore di Nate precipitò nel timore che lei stesse cercando di dirgli qualcosa. "Uh, devo chiedertelo – hai detto qualcosa di cui ti sei pentita?" Lui si fece piccolo, in attesa della sua risposta.
"Cosa? No!" ridacchiò lei. "Non era questo, quello che intendevo dire. E' solo che …"
"Solo cosa?"
"E' troppo bello per essere vero?"
Nate sorrise di nuovo – conosceva quella sensazione. "No. Non lo è. Ce lo meritiamo." E lo credeva veramente - tutto quello che stava succedendo gli sembrava giusto. "Um, lo sai che qui è tardi … "
"Oh. Vuoi che ti lasci dormire? Ti ho svegliato?" la voce di Alyssa era piena di delusione e di scuse.
"No." rispose lui scherzosamente. "Non è questo il problema. Stavo solo pensando … se vuoi … um, finire quello che abbiamo cominciato, potremmo … se lo vuoi … voglio dire, i miei genitori sono a letto e dubito che qualcuno telefoni a quest'ora …"
Ci fu una pausa. "No, Nate. Non voglio farlo."
Lo sguardo di Nate si sollevò lentamente, mentre la sua erezione si fermò a metà strada. "Non vuoi?"
"No. Non più."
Nate rimase sorpreso. "Va bene. … Um, ho fatto qualcosa di sbagliato?"
"No, non si tratta di questo." sospirò Alyssa, cercando di trovare le parole giuste. "Ora è differente. Tutte quelle cose che volevo sentire e che volevo immaginare – ora voglio provarle, invece. Non voglio sentirti quando arrivi, fino a quando non sarai vicino a me."
Quelle parole non fermarono l'eccitazione di Nate. Chiuse gli occhi e si immaginò nudo, disteso accanto a lei, mentre la baciava in tutti i posti che aveva sognato.
"Nate? Sei dispiaciuto?"
Gli occhi di Nate si spalancarono e lui scosse la testa. "No, non sono dispiaciuto. Lo capisco, veramente. E penso che tu abbia ragione. Si tratta solo di resistere … aspettare … "
"Fino a che non avrò 18 anni?"
Lui si strinse nelle spalle. "Si, anche questo."
"Non devi aspettare."
Lui sorrise incredulo. "Sai, è previsto dalla legge."
"Come se io potessi denunciarti." rise lei.
"Tu no, ma tuo padre potrebbe."
"Non può."
Nate si stupì di nuovo. "Cosa vuoi dire?"
"Io sono una minorenne emancipata, Nate. Dal punto di vista legale, sono un'adulta da quando ho compiuto 16 anni."
Lui rifletté per un attimo, mentre la sua mente andava in confusione. Credette di aver capito cosa volesse dire Alyssa, ma lui pensava che solo i ragazzi che volessero 'divorziare' dai loro genitori intraprendessero quella strada. Visto che non ne capiva la ragione, preferì chiederla. "Perché?"
"Per quello che sono – per quello che è mio padre." disse Alyssa, con un'ombra di rimpianto nella voce. "Mio padre conduce una vita pericolosa. Potrebbe non essere sempre qui intorno, se capisci cosa intendo. La mia sola nonna vivente, era morta diversi mesi prima che io compissi 16 anni. Se fosse successo qualcosa a mio padre e a mia madre, sarei rimasta orfana. In breve, sarei stata affidata ai servizi sociali e mio padre non ha voluto permettere che succedesse."
Nate si accigliò a quel pensiero deprimente. Era in qualche modo umiliante, che ci fossero persone costrette a vivere in quel modo, mettendosi sempre in condizione di prevedere gli scenari peggiori. Gli fece apprezzare ancora di più il modo in cui era cresciuto.
"Così, quando arriverà quel momento," continuò Alyssa "non dovrai preoccuparti di finire in prigione."
Nate sorrise. "E' un sollievo saperlo."
"Ho anche qualche altra notizia da darti." gli annunciò.
Lui si girò sulla schiena e guardò il soffitto buio. "Okay."
"Mi diplomerò con un anno di anticipo."
"Davvero?" Nate cercò di mettere abbastanza sorpresa nella sua voce da sembrare convincente. "E' favoloso, Alyssa!"
"Si, non vedo l'ora." rispose lei, con la voce piena di orgoglio. "Odio quella scuola. Non posso aspettare per andare al college."
In quel momento, Nate seppe con esattezza quale fosse la sua strada. "Ci andrò anche io."
"Ci andrai?" gli fece eco Alyssa, ugualmente sorpresa e felice per lui. "Dove andrai?"
"Dovunque andrai tu."
Ci fu un'altra pausa nella conversazione e Nate si chiese se fosse quello che anche lei voleva. Ma quando Alyssa parlò, si rese conto che non poteva essere più lontano dalla verità. "Davvero faresti questo per me?"
In realtà, erano poche le cose che Nate non avrebbe fatto per lei. "Certamente." E chiaramente lo faceva anche per se stesso. "Allora, dove andiamo?"
Alyssa rise. "Ancora non ne sono sicura. Ma la mia scelta si restringe ad un paio di college."
"Bene. Puoi mandarmi le informazioni per email?"
"Certo." lei si lasciò andare ad una risata. "Sono così felice, Nate."
"Anche io." confermò lui, a cuor leggero.
"Uh .. Credo che mamma sia rientrata. Devo lasciarti prima che mi uccida perché sono ancora sveglia e per di più al telefono."
"Okay."
"Um … ti amo." Alyssa pronunciò le parole con cautela, come se si stesse ancora esercitando ad usarle.
"E io amo te." replicò lui, con un grande sorriso.
Dopo aver riappeso, Nate si rese conto che le sue probabilità di riaddormentarsi erano pari a zero. Così rimase disteso sulla schiena, a fissare il soffitto con uno stupido sorriso stampato sulla faccia, fino a che spuntò il sole.
Più tardi, quel giorno, telefonò a Max per fargli sapere di aver accettato la sua offerta di pagargli il college.
"E' grande, Nate." disse Max, riservato come al solito, anche se Nate sapeva che era compiaciuto della sua decisione. "Dovunque vuoi andare, fammelo sapere."
"Non ho ancora deciso." rise Nate. "Sto aspettando di avere qualche … um, informazione."
"Da Alyssa?" Non c'era sorpresa nella voce di Max.
Nate, invece, rimase più che sorpreso. "Uh, si. Come fai a saperlo?"
"Perché tu sei un caso senza speranza, Nate. Te l'ho già detto."
Nate rise, arrossendo leggermente – perché sapeva che Max aveva ragione.
"Le è piaciuta la collana?" chiese Max, sapendo che il compleanno di Alyssa era stato il giorno precedente.
"Ha pianto." rispose Nate, ancora incredulo. "Voglio dire, ha veramente pianto. Come se qualcuno le avesse investito il suo cucciolo."
Max rise. "Si, qualche volta si lascia sommergere dalle emozioni. Ma non è sempre così – potresti averla colpita in un punto debole."
Nate quasi scoppiò di orgoglio.
"Tesoro – che ci fai fuori dal letto?"
Nate si stupì, chiedendosi se Max fosse impazzito, poi si rese conto che stava parlando con qualcun altro. Da lontano, sentì la voce contrita di Liz.
"Ma anche io voglio parlare con Nate." disse lei semplicemente.
"Allora, torna a letto e prendi la comunicazione da lì, okay? Per favore, tesoro?" disse Max, la voce soffocata come se stesse tenendo il telefono contro il petto.
La preoccupazione cominciò a farsi strada lentamente nel corpo di Nate.
"Scusami, Nate." disse Max chiaramente al telefono.
"Va tutto bene?" chiese Nate prudente.
"Tutto a posto." rispose Max. Nate percepì dei rumori, come se Max stesse camminando per la casa.
"Liz sta bene?" chiese Nate, senza mezzi termini.
"Eccola!" Le successive parole di Max furono dirette a Liz. "Vieni, appoggiati a me. Bene? Ti senti a tuo agio?"
"Sto bene." sospirò Liz, poi si rivolse a Nate. "Ciao, Nate." Il suo tono sembrava abbastanza vivace …
"Ciao, Liz." rispose lui, sorridendo immediatamente al suono della sua voce. "Stai bene?"
Lei sospirò ancora e Nate la immaginò che roteava gli occhi. "Si. Dovrò solo rimanere a letto per un po'."
"Per un po'?"
"Okay, fino alla nascita del bambino."
Nate spalancò gli occhi. Mancavano ancora tre mesi! Certamente non era una cosa normale.
"Nate, riesco a vedere che ti stai preoccupando, anche stando qui." lo rimproverò Liz. "La mia pressione sanguigna è un po' alta. Questo è tutto. Ma loro – incluso Max – mi fanno stare a letto tutto il giorno. Non ne posso più, Nate."
Ci fu un click, mentre Max sollevava l'altro telefono.
"Non stare in ansia, Nate." gli disse, non dando nessuna importanza al senso di claustrofobia di Liz. "Non lascerò che succeda niente alla mia ragazza. Starà bene – e anche il bambino."
"Okay." disse Nate forzatamente. C'era qualcosa, nella voce di Max, che lo faceva sentire a disagio.
"Nate vuole andare al college, amore." disse Max a Liz, mettendola al corrente della novità.
Liz gridò – gridò letteralmente – nell'orecchio di Nate. "Oh, tesoro! Questa si che è una grande notizia! Dove vuoi andare?"
"Dovunque andrà Alyssa!" rispose Max scherzosamente.
Nate diventò subito di un rosso acceso. Una cosa era che Max lo prendesse in giro per la sua ragazza, ma far partecipe Liz dello scherzo era imbarazzante.
Ma Liz non aggravò la situazione. "Ah, che cosa sentimentale."
"Sapete, non avrei potuto farlo senza di voi." disse Nate timidamente. "Grazie. Grazie veramente."
"Oh." disse Liz, con voce dolce ed affettuosa. "Non c'è bisogno che ci ringrazi. E' una cosa che vogliamo fare."
"Non sono d'accordo." Nate fece una risatina. "Mi hanno insegnato ad essere riconoscente. E lo sono."
"Allora, se le cose stanno così – di nulla, Nate." Il tono di Liz era molto soddisfatto e fece si che il cuore di Nate capisse che lei si era lasciata il passato alle spalle ed era veramente felice di aiutarlo.
"Tienici al corrente sui dettagli." disse Max. "Chiama in qualsiasi momento. Ora è tempo che Liz faccia il suo sonnellino."
"Max!" strillò lei irritata.
Nate non riuscì trattenere il sorriso compiaciuto che gli fiorì sulle labbra – era possibile che Liz stesse scoprendo che avere Max tra i piedi 24 ore su 24, per 7 giorni su 7, non era proprio come lo aveva sognato. Specialmente se lui poteva muoversi e lei non poteva farlo.
"Ordini del dottore." replicò Max, fine della storia. "Prenditi cura di te, Nate."
Nate salutò, poi chiuse il cellulare. Era felice di allontanarsi per andare al college. Era felice di avere Alyssa Guerin nella sua vita. Ma la sensazione che qualcosa non andasse per il verso giusto, stazionava ai bordi della sua mente, come il presagio di qualcosa di brutto.
Ed aveva la sensazione che riguardasse la sua sorellina.

Capitolo 14

I mesi invernali, all'est, tendevano a trascinarsi in modo insopportabile, specialmente quando le giornate cominciarono a diventare più lunghe. A febbraio e a marzo, il tempo fu imprevedibile. Magari c'era il sole per otto giorni di seguito e in nono nevicava. Il lago cominciò a scongelarsi, aumentando l'ansia di Nate che qualcuno potesse cadere nel ghiaccio – l'anniversario della morte di quel bambino stava diventando, nella sua mente, un ospite male accetto. In quella occasione, tutti i giornali e le stazioni televisive riparlavano di quella tragedia, per ricordare alla gente di non avventurarsi sul lago perché il ghiaccio era molto più sottile di quello che potesse sembrare. Tutte le volte che Nate sentiva un commentatore del notiziario cominciare con "Circa un anno fa …", tremava.
Nonostante le preoccupazioni di Nate per la nuova sorellina, la vita in casa Evans sembrava procedere in modo stabile, Liz sempre più frustrata della condanna alla prigione, Max che si dava da fare per farla contenta, ottenendo a volte proprio il risultato opposto. Nate cercò di inviare delle email o di telefonare ogni paio di giorni, solo per far loro sapere che si interessava a loro e per calmare la sua inquietudine sull’arrivo del bambino.
Alyssa lo chiamava regolarmente e lei e Nate preferivano parlarsi soprattutto di notte. C’erano molte cose che non sapevano l’una dell’altro, molti territori che dovevano essere esplorati. Nate scoprì che il secondo album di MKaria era quasi pronto e sarebbe stato messo sul mercato a giugno. Scoprì anche che una notte, Alyssa era stata svegliata da sua madre che ridacchiava in corridoio – e non era da sola.
Naturalmente, il fatto aveva disgustato Alyssa – prima di scoprire, la mattina dopo, la macchina di Michael parcheggiata nel viale.
Nate continuò a lavorare al negozio di suo padre, cercando di fare tutta la manutenzione possibile, prima della sua partenza, prevista per l'inizio dell' autunno. Lui e Alyssa avevano deciso di iscriversi al Boston College e ora stavano aspettando la comunicazione che erano stati accettati. Era stata una mossa coraggiosa da parte loro: Nate sarebbe stato a dieci ore di distanza dai suoi genitori e Alyssa dalla parte opposta del paese rispetto ai suoi. Ma sarebbero anche stati più vicini a Max e a Liz, ma anche ad Isabel e alla sua famiglia – e inoltre i Ramirez avevano una mansarda da affittare proprio sopra il loro garage.
Quando Max informò Nate di questa occasione con un tono da ‘chi l’avrebbe mai detto!’, Nate capì immediatamente che 1) nella vita non esistevano coincidenze e 2) Max Evans era un dannato bugiardo.
Febbraio si trasformò in marzo. Il diploma di Alyssa ormai, era una cosa sicura, ma lei non fece mai pressione su Nate perché andasse con lei alla cerimonia. Nemmeno lui chiese mai di essere invitato, lavorando segretamente dietro alle spalle di lei. Aveva fatto a Max una promessa e intendeva mantenerla.
Una sorpresa arrivò il 15 marzo, quando Nate compì 19 anni – suo padre quel giorno ne compiva 38. Loro due dividevano lo stesso compleanno. Ma non era una coincidenza. Naturalmente, nessuno conosceva il vero giorno in cui Max era nato, dato che era uscito dal bozzolo con l’aspetto di un bambino umano di sei anni. Il tribunale gli aveva assegnato l’arbitraria data del 15 marzo. Nate, essendo nato in un’altra galassia, aveva avuto lo stesso problema. Non sapendo come fare, Philip Evans aveva dato a Nate lo stesso compleanno di Max. Era sorprendente sapere che quando Nate aveva festeggiato il suo compleanno, da qualche parte nel mondo, anche Max aveva fatto so stesso.
Quando il giorno del suo compleanno, Nate tornò a casa dal negozio trovò un piatto pacco rettangolare che lo aspettava sul tavolo della camera da pranzo.
Mentre si toglieva il soprabito, sorrise e gettò i suoi guanti sul tavolo. Prese il pacco, che pesava considerevolmente, poi guardò l’indirizzo del mittente – Alyssa Guerin, Roswell, New Mexico. Toccò con riverenza la carta scura, avvicinandola al naso per sentire se poteva annusare il suo profumo – ma sentì solo l’odore della carta. Poi si guardò attorno e decise di aprire il regalo in privato.
Arrivato nella sua stanza, lo scartò con cura, trovandovi dentro una piatta scatola di cartone. Sciolse lentamente il fiocco che teneva chiusa la scatola, non volendo danneggiare quello che c’era all’interno. Liberata la scatola, aprì il coperchio per vedere il dono di Alyssa. C’era un vecchio libro, o forse un album di fotografie – qualcosa di simile. Infilando le dita nella scatola, prese il libro e lo posò sul letto, aprendone la copertina.
Il suo petto fu invaso da una marea di emozioni, che si fece strada verso la sua gola. Lacrime spuntarono dai suoi occhi e lui dovette lottare per trattenerle. Sulla prima pagina c’era una lettera, scritta nella meticolosa calligrafia di Alyssa.

Caro Nate,
Ho pensato a lungo a quello che potevo regalarti per il tuo compleanno.
Volevo che fosse bello e speciale come quello che hai fatto a me. Poi, mi sono resa conto che TU sei bello e speciale, e che il più bel regalo che potessi farti è il tuo passato – e il tuo futuro.
Spero che ti piaccia.
Ti amo con tutto il cuore,
Alyssa

Mentre girava la pagina, le dita di Nate tremavano. Il libro era pieno di foto, disegnando i contorni di una storia personale di cui Nate non aveva memorie. La prima era una foto di Max e Isabel da bambini – la loro prima foto sembrava presa davanti all’orfanotrofio, con Diane Evans raggiante accanto ai soui nuovi figli. Nate osservò il viso di Max – così piccolo, sembrava così confuso, perso, così preoccupato di tutto. Isabel, invece, sembrava che si dirigesse alla corte reale. Cosa che fece ridere Nate.
Mentre scorreva le pagine, vide Max e Isabel crescere fin quando un altro bambino apparve nelle foto – un bambino che sembrava aver ricevuto diversi calci nelle costole. Nate fu colpito dalla rabbia e dall’amarezza che vide negli occhi del ragazzino, poi si rese conto che quel bambino era Michael Guerin, un caso affidato ai sevizi sociali. In quel momento l’eccentrica richiesta che sua figlia divenisse una minore emancipata non gli sembrò più tanto strana – il ragazzo era una vittima del sistema e sapeva cosa avrebbe potuto aspettare sua figlia se non avesse potuto scegliere la sua strada da sola. Nate avvertì un nuovo senso di rispetto per Michael, anche se era un rispetto guardingo.
Infine, anche Liz e Maria cominciarono ad apparire nelle foto. C’erano altre facce familiari – Kyle Valenti, il vicesceriffo che aveva terrorizzato Nate quando era arrivato a Roswell. E c’era un ragazzo alto, dai capelli scuri, che lui non conosceva. A Nate piacque la sua faccia, aveva l’aspetto di un bravo ragazzo, qualcuno che rideva molto e perdonava anche di più. Perché non l’aveva incontrato quando era stato a Roswell?
Quasi alla fine dell’album, Nate arrivò ad una foto di gruppo, presa forse prima di un ballo elegante. Controllò i volti, riconoscendo tutti tranne il ragazzo dai capelli neri e una ragazza bionda. Alyssa aveva apposto un biglietto sulla pagina, con una spiegazione:

Il ragazzo dietro a zia Isabel è Alex Whitman.


Nate trattenne il respiro. Oh, Dio. Quello era il ragazzo che sua madre aveva ucciso …
La nota di Alyssa continuava:

La ragazza bionda è Tess Harding. Mi dispiace – non sono riuscita a trovare altre foto di lei. Nessuno sembra averne.


Nate si sedette, stordito, lo sguardo fisso alla piccola ragazza bionda nella fotografia. Sua madre. Nate non riuscì a capire cosa provava, nel vederla per la prima volta. Nella foto stava sorridendo. Il suo sguardo era posato sul resto del gruppo – Tess non sembrava più cattiva di chiunque altro. Sembrava una ragazza normale, vestita per un’occasione speciale. Gli occhi di Nate tornarono ad Alex Whitman, poi di nuovo a sua madre e lo prese la curiosità.
Tolse con attenzione il foglio di plastica davanti alla foto, la prese e la voltò. Sul retro c’era una data – marzo 2001. Si morse le labbra – da quello che aveva saputo, Alex era morto a marzo del 2001. E Nate era stato concepito poco dopo. Rivoltò la foto e la osservò ancora. Tutti quei visi sorridenti, felici. Era la calma prima della tempesta – nessuno di loro sapeva cosa sarebbe successo di lì a poco.
Nate rimase seduto a lungo, solo a guardare quella fotografia, le due persone che ormai erano morte, le due persone che avevano fatto parte integrante della sua esistenza. Se Tess non avesse ucciso Alex, non ci sarebbero state divergenze tra Max e Liz e Max non sarebbe mai andato a letto con Tess. Di conseguenza, Nate era vivo perché era morto Alex.
Nate desiderò che Alyssa non avesse messo quella foto nell’album.
Arrabbiato con se stesso per quel pensiero, Nate rimise la foto sotto il foglio protettivo e girò la pagina. Quello che vide lo fece fermare e riflettere. C’era un altro biglietto.

So quello che stai pensando. Sono stata indecisa se lasciartela vedere o no, poi ho deciso che avevi il dritto di sapere. Quello che conta non è perché tu sei qui, Nate. Quello che conta è che sei qui …Ora smetti di arrovellarti il cervello e gira la pagina.


Nate rise a dispetto di se stesso e voltò la pagina.
Le quattro pagine seguenti erano piene di foto di Max e di un bebé, che Nate ritenne essere lui. Guardò le foto con timore riverente, sorpreso soprattutto dallo sguardo orgoglioso negli occhi di Max. Erano stati insieme solo due settimane, prima che Nate fosse mandato via per essere affidato agli Spencer. Ma Max aveva immortalato il tempo trascorso insieme con un numero infinito di foto, qualcosa di cui Nate gli fu grato. Il suo umore si risollevò un po’: il pensiero che Max lo aveva veramente desiderato lo aiutò ad alleviare il dolore di aver preso coscienza di come lui fosse nato.
Rimaneva soltanto una pagina e quando Nate vi arrivò, si lasciò andare ad una risata e capì di aver perso la battaglia contro le lacrime. L’ultima era una foto di Alyssa, scattata da un fotografo professionista. Indossava la collana con lo smeraldo, sopra una maglia azzurra. Anche su questa pagina c’era un’annotazione. Diceva:

Questo era il tuo passato. Io sono il tuo futuro.
Ti amo, tesoro – Buon Compleanno!


Nate rise e toccò il biglietto con la punta delle dita. Lei lo considerava una persona bella, speciale – ma lui impallidiva in confronto a lei. Dopo aver passato il dorso della mano sugli occhi per asciugarsi le lacrime, prese il cellulare e spinse il tasto di chiamata rapida. In pochi secondi gli rispose una voce ridente.
"Buon compleanno, Nate." disse lei canticchiando.
"Sei incredibile." sospirò lui, rifiutandosi di piangere. "Tante grazie. Come hai fatto a procurartele?"
"Mi hanno aiutato. La signora Evans, la signora Parker, mamma. Ti piace?"
"Oh, tesoro, lo amo." Nate sentì riaffiorare il groppo nella sua gola e dovette soffocarlo.
"Stai piangendo, per caso?" lo prese in giro Alyssa.
"No." disse con voce rauca. "Io no. I veri uomini non piangono."
"Hmm. Vedo. Allora penso che tu abbia un raffreddore o qualcosa del genere perché sembri respirare a fatica."
"Si. Potrebbe essere."
Alyssa sbuffò. "Okay, Nate. Tutto come dici tu."
Lui rise al suono della sua voce – non c’era modo di farsi credere da lei. Allungando la mano, toccò la foto di Alyssa, facendo scivolare la punta del dito sulla sua guancia. "Sai qual è la foto che preferisco?"
"Quella di zio Max e zia Isabel coperti di schiuma colorata?"
Nate rise. "No, non quella."
"Quella di mamma e papà vestiti da clown per Halloween?"
"Nemmeno quella." Anche se era buffo vedere Michael Guerin con il naso rosso a palla …
"Va bene, allora. Devo arrendermi. Qual è la tua preferita?"
Nate sorrise dolcemente. "La tua, Alyssa. Tu sarai sempre la mia preferita."
Ci fu una pausa, poi una imprecazione "Maledizione!"
Nate alzò un sopracciglio, interdetto "Tutto bene?"
Poi la sentì tirare su col naso. "Vedi come sei?" lo accusò, con la voce piena di lacrime. "Io cerco di far piangere te e tu guarda cosa mi hai fatto! E’ il tuo compleanno! Dovevi essere tu a piangere!
L’ironia di quel fatto fece ridere Nate di vero cuore.
"E ora stai ancora ridendo di me." Nate la immaginò muovere la mano in aria, lanciando l’asciugamano.
"Ti amo." le disse con un sorriso nella voce. "Amo tutto quello che fai per me. Amo quando piangi, se ti dico che la tua è la foto che preferisco. Amo tutto di te, Alyssa."
"Si, anch’io." sospirò lei. "Adesso vado a sfogarmi in privato, okay? Okay."
Nate la salutò e chiuse la comunicazione, col cuore leggero e sgombro, liberato dalla realtà del mondo.
Quasi.
Marzo diventò aprile e aprile diventò maggio. Il lago si scongelò senza incidenti, le foglie tornarono sugli alberi, i fiori di primavera sbocciarono gloriosamente. E ne frattempo Nate cominciò a prepararsi in silenzio per andare a Roswell per il diploma di Alyssa.
Mentre stava prenotando l’aereo su internet, cominciò all’improvviso a sentirsi debole, come se riuscisse a malapena a stare seduto. Dopo pochi momenti, scoprì che faceva fatica a respirare, che doveva lottare per ogni respiro. Alzatosi in piedi, sentì che la stanza cominciava a girare e riuscì a malapena a gettarsi bocconi sul letto.
Era spaventato da quello che stava succedendo, il cuore che gli batteva nel petto a una velocità terrificante e il gelo che invadeva il suo corpo. Non aveva nemmeno la forza di chiamare aiuto.
Prima che riuscisse pensare a come far finire tutto quello, scivolò nell’incoscienza …
Il suono acuto del suo cellulare lo svegliò ore dopo. Stranamente, la debolezza nelle sue gambe, nei suoi polmoni, era sparita. Cercando di non perdere il controllo, prese il telefono, già sapendo che erano brutte notizie.
"Nate, sono Max." la sua voce era tesa e preoccupata.
"Cosa è successo?" chiese Nate, mettendosi velocemente a sedere.
"La bambina è nata."
Il corpo di Nate fu invaso dalla paura. Era troppo presto – un mese in anticipo. "Sta bene? Liz sta bene?"
"Liz sta bene." disse Max con calma. "E’ solo molto stanca – infatti sta dormendo."
"La bambina? Come sta?"
"E’ piccola, Nate. Ora è in incubatrice, col respiratore. I suoi polmoni non sono perfettamente sviluppati. Ma non ti preoccupare – non le succederà nulla con me accanto." L’ultima frase era stata pronunciata con la tipica determinazione di Max.
Nate sentì le lacrime pronte ad uscire. "Max, mi dispiace così tanto …"
"Non c’è niente di cui dispiacersi." rispose Max fiducioso. "Ho una nuova figlia – non è una cosa di cui dispiacersi."
"Si." Nate espresse il suo debole accordo. "Congratulazioni, Max."
"Grazie, Nate. Ora devo lasciarti. Ti ho chiamato perché pensavo che ti avrebbe fatto piacere sapere che hai una sorellina."
"Certo che mi fa piacere saperlo! Mi raccomando, Max."
Dopo aver riattaccato il telefono, Nate rimase a guardare fuori dalla finestra per molto tempo. Quello che gli era accaduto prima, non era normale. Perso nei suoi pensieri, si portò la mano sul petto, ricordando la soffocante sensazione che aveva provato.
Non poté fare a meno di pensare che era stato lì con la sua sorellina, lottando per respirare insieme a lei.

Capitolo 15

Lei era così piccola.
Nate poggiò la mano sul vetro della nursery, le labbra piegate all’ingiù in un’espressione triste. Dall’altra parte del vetro, la bambina era in una incubatrice, tubi e fili che andavano da tutte le parti, una ironicamente allegra cuffietta rosa che le copriva la testina, i piedini che si muovevano agitati, coperti da scarpine in cui sarebbe entrato a malapena il pollice di Nate. Un cartellino ai piedi della culla termica la identificava come ‘Bambina Evans’.
Non che Nate avesse bisogno di chiedere quale fosse sua sorella. Lo aveva saputo appena aveva girato l’angolo quale era lei. Ancora una volta, inconsciamente, si portò la mano sul petto, muovendola avanti e indietro. Nate poteva sentirla – lei era così confusa, ma estremamente determinata a sopravvivere. Stava combattendo, quella piccola guerriera. Voleva qualcuno che la prendesse in braccio e la facesse sentire ancora calda. Voleva sua madre, che avrebbe riconosciuto dal suo odore e dal suono della sua voce.
"E’ il padre?"
Nate guardò il viso sorridente dell’infermiera, poi scosse la testa, restituendole un amabile sorriso. "No, signora. Sono suo fratello."
L’infermiera lo guardò perplessa. Ovviamente c’era un intero salto generazionale tra loro. "Oh, bene, però non posso farti entrare per prenderla. Mi spiace."
"Capisco." rispose calmo. "Le spiace se rimango qui per un po’?"
Lei lo guardò con compassione, poi gli dette una pacca su un braccio.
"Assolutamente." L’infermiera guardò la bambina. "E’ una combattente, quella lì. Posso assicurartelo."
Nate sorrise e riportò la sua attenzione all’incubatrice. "Lo so."
Aveva guidato tutta la notte, dieci ore filate, fino all’ospedale di Boston. Era stata una decisione impulsiva, ma dopo aver sentito, nel proprio corpo, la battaglia che la bambina stava sostenendo per sopravvivere, si sentiva autorizzato a seguire quell’impulso. Così aveva preparato un thermos pieno di caffè e aveva preso un paio di barrette di cereali alla stazione di servizio per tenersi sveglio ed era partito. Non aveva nemmeno avvertito Max e Liz che stava arrivando. Era solo una cosa che sapeva di dover fare.
"Santo Dio!" disse una voce stanca dietro di lui. "Tu sei un pazzo!"
Nate si girò per vedere Liz a pochi passi da lui, appoggiata a una parete del corridoio. Indossava una camicia da notte a pallini, una vestaglia blu e un paio di pantofole. I suoi capelli erano lucidi e lavati di fresco, ma il colorito era pallido e i suoi occhi scuri manifestavano la sua debolezza. Nate le si avvicinò immediatamente, prendendola tra le braccia.
Voleva chiederle cosa ci facesse in piedi, ma poi si rese conto che si sarebbe comportato come Max e era sicuro che Liz non l’avrebbe gradito, non dopo mesi in cui Max si era comportato con lei come una mamma chioccia. "Liz, stai bene? Hai bisogno di una sedia a rotelle?"
Lei gli sorrise debolmente. "Sto bene. Dicono che camminare fa bene. Solo … non mi devo muovere in fretta.
"Allora fai con comodo." le disse, cercando di sembrare allegro. A dispetto del comportamento apparentemente rilassato di lei, Nate avvertì che era profondamente in ansia.
Insieme camminarono lentamente e Nate si ricordò di avere i passi molto più lunghi di lei e che uno dei suoi era uguale a due di Liz. Appoggiata a lui, il suo corpo tremava per la tensione, mentre si avvicinavano alla vetrata.
"Come ti senti?" le chiese Nate, solo per riempire il silenzio. Già sapeva come poteva sentirsi.
"Stanca." sospirò Liz, la voce tesa e Nate si chiese quanti antidolorifici circolassero nel suo organismo.
"Max è qui?"
Lei scosse la testa. "E’ stato in piedi per due giorni – ora è andato a casa a farsi una doccia e a cercare di dormire un po’" Fece una risatina. "Ma io conosco Max – non dormirà fino a che noi non saremo a casa."
Nate le sorrise dolcemente. Probabilmente aveva ragione. Si fermarono davanti alla vetrata e Liz lasciò andare il suo braccio, poggiando le mani sulla soglia. Nei suoi occhi Nate vide tanto di quell’amore, che pensò potesse prendere fuoco proprio davanti a lui.
"E’ bellissima." le disse sottovoce, chiedendosi perché gli venisse voglia di piangere.
Liz annuì. "Grazie."
"Ha già un nome?"
"Emily Marie." gli disse, socchiudendo gli occhi.
Nate fece un cenno con la testa. "Mi piace."
Liz guardò la sua minuscola bambina per un lungo momento, poi scosse lentamente la testa. "Lei è un miracolo, Nate."
Lui la guardò in silenzio, catturato dall’espressione sul viso di lei, che era piena di amore, di orgoglio, di paura e di disperazione. Era stupefacente che qualcuno potesse esprimere quelle sensazioni tutte insieme.
"Lei non era destinata a nascere." continuò Liz. "Io non volevo che nascesse. Sono stata attenta per venti anni che questo non succedesse. E invece lei è qui." Non c’era risentimento nel suo tono di voce, solo incredulità che tutti i suoi piani fossero stati contrastati da quella piccola creatura. "E ora guardala." Liz si morse le labbra, cercando di non piangere. "Guarda quanto è bella e io ho fatto di tutto per non farla nascere."
Nate si sentì un groppo in gola e le passò un braccio intorno alle spalle per sostenerla. "Ma ora lei è qui. Credo che tu ti sia sbagliata – io credo che lei fosse destinata a nascere, Liz." Rimase turbato per un attimo, mentre realizzaò quello che Alyssa gli aveva detto: non era importante che lui fosse nato da un inganno, l’importante era che lui fosse nato.
"Tu ci credi?" gli chiese Liz, la voce piatta e soffocata.
"Mmm hmm." rispose lui, carezzandole gentilmente le spalle. "Credo che tutto succeda per una ragione. Credo che lei sia qui per una ragione."
Liz lo guardò, alzando la testa per poterlo fare. I suoi occhi scuri, che in genere brillavano di vitalità, erano cupi e vitrei per effetto dei narcotici che le avevano somministrato – lei non era completamente presente in quel momento.
"Non può nemmeno piangere." disse Liz, sospirando sull’ultima parola. Nate le diede una stretta rassicurante, mentre guardava ancora una volta la bambina. "Come farà a farci sapere se ha bisogno di qualcosa, se non può piangere?"
"Vuole te." gli disse Nate "Non sa dove si trova o cosa le stia succedendo. Vuole il tuo conforto – ha bisogno della sua mamma."
Il labbro inferiore di Liz tremò e gli occhi le si riempirono di lacrime. "Tu riesci a sentirla, vero?"
Nate annuì in silenzio, mentre le lacrime di lei gli facevano pizzicare gli occhi. "Va’ a prenderla in braccio, Liz."
Asciugandosi gli occhi, Liz spinse il bottone del citofono, perché l’infermiera la lasciasse entrare. Guardò da dietro la sua spalla Nate, che le rivolse un sorriso rassicurante, poi entrò con passo lento e misurato.
Nate vide dal vetro che l’infermiera le indicava dove sedersi. Poi prese la bambina dall’incubatrice, l’avvolse strettamente in una coperta e la porse a Liz. Un’ondata di pace, un senso di sicurezza passò dentro di lui e fu in quel momento che Nate perse la battaglia contro le sue lacrime. Le lasciò scorrere liberamente sulle guance, mentre guardava Liz che goffamente cercava di prendere bene la bambina, per trovare poi l’esatta posizione per tenerla, Mentre Liz sorrise, Nate sorrise con lei.
Era una delle cose più belle che lui avesse mai visto.
Poco dopo, Nate era seduto su una sedia nella stanza di Liz e la guardava dormire. Lei aveva tenuto in braccio la bambina per quasi un’ora, poi lui l’aveva aiutata a tornare nella sua stanza. Lei era esausta, aveva rifiutato di mangiare ed era caduta in un sonno profondo quasi istantaneamente. Ora dormiva tranquilla e Nate provò un moto di compassione per lei. Era chiaro che lei non aveva programmato di essere madre, non aveva programmato di stare sola per la maggior parte della sua vita, mentre cresceva un figlio di Max. Ma ora era questo che doveva affrontare … e forse stava scoprendo che non era poi così male.
Nate aveva visto la sua espressione, mentre cullava la bambina. Le aveva baciato la testolina, l’aveva tenuta stretta contro il suo corpo, si era accigliata quando l’infermiera le aveva detto che era meglio rimettere la bambina nell’incubatrice. Si sarebbe potuto pensare che le avessero appena detto di aver perso il Premio annuale per le scienze per un decimo di punto. No, forse Liz non aveva avuto in programma di diventare madre, ma decisamente si era già calata in quel ruolo.
Nate alzò la testa, quando vide un’ombra entrare dalla porta. Max era lì, con un fascio di rose bianche tra le braccia. Per un assurdo momento, derivato dalla mancanza di sonno, Nate pensò che aveva l’aspetto di uno che aveva appena incoronato Miss Universo; a quel pensiero gli venne da ridere.
Max rimase interdetto e incuriosito dall’espressione divertita e dal fatto che suo figlio fosse a Boston. I suoi occhi si posarono su Liz e sorrise dolcemente. Cercando di non fare rumore, posò i fiori sul suo tavolinetto e fece cenno a Nate di seguirlo.
Quando furono in corridoio, Max abbracciò forte Nate e gli diede una pacca sulla schiena. "Dio, è bello rivederti, Nate!"
"Anche per me." rispose Nate, un po’ imbarazzato dalla pubblica manifestazione di affetto di Max. Gli tese la mano da stringere. "Congratulazioni, papà."
Il sorriso di Max andò da un orecchio all’altro, mentre gli strinse la mano. "Grazie, Nate. L’hai già vista?"
Nate annuì e gli fece un sorriso. "Si. Lei è bellissima, Max."
Max allargò ancora di più il suo sorriso. "Lo penso anche io."
Non c’era modestia per quello che riguardava la piccola Evans. Dirigendosi verso l’ascensore, Max gli chiese "Hai già preso il caffé?"
Nate annuì. Più di quello che Max poteva immaginare. Notò che Max aveva l’aspetto di uno che non aveva dormito – come Liz aveva predetto.
Due generazioni di Evans entrarono nell’ascensore e le porte si chiusero dietro di loro, mentre Max premeva il pulsante per il piano terra.
"Liz sta bene?" chiese Nate. "Prima non aveva un bell’aspetto."
Max annuì, mentre un’ombra di preoccupazione gli passò nello sguardo. "Ha perso molto sangue, ma credo che starà presto bene. Liz guarisce più in fretta delle altre donne."
L’ascensore si fermò al piano terra e i due uomini si diressero al bar. Presero le loro tazze di caffé dal banco, poi passarono alla cassa a pagare. La cassiera vide il braccialetto di identificazione al polso di Max e gli rivolse un sorriso.
"Congratulazioni, papà."
Lui ricambiò il sorriso e disse "Grazie."
Max e Nate si sedettero ad un angolo del bar, vicino alla finestra. Max lasciò andare un sospiro stanco e crollò sulla sedia.
"Sembri distrutto." disse a Nate. "Hai fatto tutta una tirata?"
Nate si strinse nelle spalle. "Sono solo dieci ore. Inoltre, sentivo che dovevo essere qui."
"Sei sempre il benvenuto." gli ripeté Max. "Questo lo sai."
Nate annuì, ringraziandolo con un sorriso. "A che ora è nata?" gli chiese.
"Alle 3:27." rispose Max, bevendo il suo caffé.
Nate fece una risata incredula. "Max, pressappoco a quell’ora, ho sentito qualcosa di strano. Come se non potessi più respirare, come se stessi soffocando."
Con grande sorpresa di Nate, la reazione di Max fu decisamente apatica. Si appoggiò sul braccio ed ascoltò Nate finire la sua storia.
"Sono stato così male – non ho avuto nemmeno la forza di chiedere aiuto. Poi sono svenuto. Mi ha svegliato la tua chiamata."
"Huh." disse Max, prendendo un altro sorso di caffé.
Nate aspettò, sgomento che non avesse avuto la reazione isterica che lui si era aspettato. Forse Max soffriva così tanto la mancanza di sonno da non riuscire a vedere la connessione o la stranezza della situazione.
Ma Max sospirò e allungò la mano a prendere una bustina di zucchero. "Io ho sentito quando tu sei nato."
Nate spalancò gli occhi? "Davvero? Ma io non ero … " si guardò in torno per essere sicuro che nessuno lo stesse ascoltando. " … in viaggio?"
Max annuì, scuotendo la bustina. "Si. Io ho saputo esattamente il momento in cui sei arrivato al mondo – mi hai chiesto aiuto."
"Davvero?" Nate ebbe la sensazione che le sue sopracciglia non si sarebbero mai più riunite al resto della sua faccia.
Max annuì, lo sguardo posato sul tavolo. "Sono svenuto. Sfortunatamente, in quel momento, stavo nuotando. Se non fosse stato per Liz, sarei affogato."
Nate impallidì, il pensiero che avrebbe potuto essere la causa di un altro annegamento, sarebbe stato insopportabile per lui.
Max fece un profondo respiro e Nate ebbe l’impressione che la stanchezza stava per avere la meglio su di lui. "Non sono completamente sorpreso che tu abbia potuto sentire la nascita di Emily. Quando noi siamo nati – io, Isabel e Michael – potevamo sentirci tra di noi. Riesco a malapena a ricordare che c’erano altre persone. Noi non sapevamo parlare, ma sapevamo quello che sentivano gli altri due, cosa stavano pensando. Era un grande conforto. Era come sapere che non eravamo soli." Il suo sguardo si addolcì. "E ora so che anche Emily non è sola. Sono contento di questo, Nate."
Nate si sentì orgoglioso, anche se non ne capì il perché. "Tu riesci a sentirla?"
Max annuì. "Si. Ma credo che sia importante che anche tu la senta."
"Perché?" chiese Nate curioso.
Max gli sorrise diabolicamente. "Perché è la prova che i tuoi poteri si stanno sviluppando."
Nate si tirò indietro e non riuscì ad impedirsi di fare una smorfia, il che fece scoppiare a ridere Max.
"Prima o dopo doveva succedere, Junior." scherzò.
Nate respinse quel pensiero nella parte più lontana della sua mente – non voleva aver niente a che fare con quella faccenda, per adesso. "Riesci a sentirla ancora?"
Max scosse la testa. "No." Le sue sopracciglia si unirono insieme. "Tu ci riesci?"
Nate annuì in silenzio.
Max sembrò sorprendersi per un attimo, poi sorrise di nuovo. "Bene. Credo che si attenuerà col tempo, ma per ora lei ha bisogno di qualcuno al quale aggrapparsi. Ha scelto te."
Ora non c’era più possibilità di sbagliarsi sul motivo di orgoglio di Nate. Ebbe appena la possibilità di rendersene conto, quando lo sguardo di Max si diresse oltre la sua spalla e lui scoppiò a ridere.
"Oh, oh." disse Max.
"Cosa?" chiese Nate, quasi timoroso di voltarsi.
"Credo che l’uragano Deluca sia appena arrivato in città."

Capitolo 16

Nate si girò così in fretta, che quasi cadde per terra. Dopo tutto – dove c’era una Deluca, un Guerin seguiva d’appresso. All’ingresso del bar vide Maria ed aveva l’aspetto della donna di successo che era. Quando Nate l’aveva vista per la prima volta a Roswell, non erano stati i suoi abiti o le sue scarpe costose a fargliela notare – era solo il modo in cui lei si comportava. Quella donna, nella sua vita, aveva mostrato di avere le palle – e non aveva paura di farlo ancora, se fosse stato necessario.
Gli occhi di Maria si posarono su Max e traversò a passo svelto il locale. Quando fu vicina al tavolo, Max si alzò in piedi e le allargò le braccia. Lei vi si gettò dentro, dandogli un forte abbraccio e un bacio sulla guancia. Nate si alzò educatamente, ma i suoi occhi erano ancora fissi sulla porta.
"Ciao, Max." disse Maria, spingendolo via e togliendogli il rossetto dalla guancia con il pollice.
"Ciao, Maria." rispose lui. "Sono felice che tu sia venuta."
Lei si girò a guardare Nate, che spostò lo sguardo vergognoso.
"Signora." disse calmo, improvvisamente imbarazzato al pensiero di tutte le cose sconce che aveva immaginato di fare con la figlia di quella donna, come se lei potesse saperle solo guardandolo.
"Ciao, Nate." disse lei, con un tono di voce che diceva ‘lo – so – cosa - si - è – alzato!’.
"Siediti." le disse Max, prendendo una sedia per lei.
"Non voglio sedermi." protestò lei, facendo il broncio. "Voglio vedere Lizze."
"Sta dormendo." le spiegò Max. "Siediti. Aspetteremo un po’, poi saliremo per vedere se si è svegliata."
Maria si calmò e si sedette accanto ai due uomini. Nate trovò difficile guardarla, per paura di un suo sguardo indagatore, ma trovò altrettanto difficile staccare gli occhi dall’ingresso del bar, nella speranza che entrasse Alyssa. In effetti, i palmi delle sue mani stavano sudando e il suo cuore aveva cominciato a battere più svelto, al pensiero che lei potesse essere lì, nella stessa città, nello stesso stato, perfino nello stesso fuso orario.
"Come sta lei?" chiese Maria. Un paio di persone che stavano passando, la fissarono, ma lei non prestò loro alcuna attenzione.
"Lei sta bene." disse Max, dando risalto alle sue parole con un sorriso. "Guarirà. Tutte e due guariranno."
"Allora, qual è il suo nome?"
"Emily Marie."
Maria arricciò il naso. "Non le avete dato il mio nome?"
Max si strinse nelle spalle scusandosi. "Marie non è quasi uguale a Maria?"
"Assolutamente no." Maria scoppiò a ridere, proprio mentre Nate cominciava a pensare che lei si fosse veramente offesa. "Raccontami i particolari."
Nate guardò ancora la porta. Forse Maria si sentiva abbastanza importante da lasciare che Alyssa parcheggiasse la macchina.
"E’ lunga 46 centimetri e pesa due chili e 500 grammi."
"Due chili e mezzo?" chiese Maria, sembrando un po’ disgustata.
Max allungò una mano a coprire le sue. "E’ abbastanza grande, Maria. Non preoccuparti."
Maria allontanò la mano da quella di Max. "Io non sono preoccupata, Max. Trovo solo terribilmente ingiusto che io abbia dovuto far uscire una palla da quasi quattro chili e Liz una da due chili e mezzo."
Max rise, mentre Nate arrossì al modo crudo e poco romantico nel quale Maria aveva descritto la nascita di Alyssa. Parlando di Alyssa, lui sapeva che da un momento all’altro lei poteva entrare da quella porta …
"Per l’amor di Dio, ragazzo, lei non è qui!"
Nate sobbalzò, spaventato, e si voltò a guardare Maria che lo stava fissando. Le sue orecchie diventarono immediatamente rosse.
"Ha la scuola da terminare." disse Maria senza mezzi termini. "E allora tienilo nei pantaloni, ancora per un po’."
Nate si guardò in basso, debitamente ammonito. Con la coda dell’occhio vide Max alzare la testa e dare a Maria un’occhiata che Nate comprese facilmente – non te la prendere con lui.
Maria sospirò ed alzò gli occhi al soffitto. "Mi dispiace, Nate." disse lei sentendosi in colpa. "Odio volare, e venire fino a qui è stato un viaggio lungo; in più sono preoccupata per Liz e sono nervosa. Sono stata sgarbata con te."
"Non fa nulla, signora." disse lui sottovoce, senza alzare la testa.
"Lascia che ti tiri su il morale." disse lei, cercando la sua borsa ed aprendola.
Nate la guardò con curiosità mentre vi rovistava dentro, poi la vide prenderne una busta.
"Qui c’è un premio di consolazione." gli annunciò, porgendogliela. "Non chiedermi come facesse a sapere che tu saresti stato qui."
Nate si rincuorò subito e prese la lettera dalle mani di Maria. Sul davanti lesse il suo nome, scritto nella delicata calligrafia di Alyssa e il suo spirito si sollevò immediatamente. Da quel momento in poi, non udì più nulla di quello che Max e Maria stavano dicendo. Cercando di impedire alle sue dita di tremare, aprì la busta e ne tirò fuori un foglio color lavanda. Mentre lo apriva, il fantasma del suo profumo gli arrivò sotto al naso e lui pensò di essere morto e di stare in paradiso.

Caro Nate,
Congratulazioni per la tua nuova sorellina. Avrei voluto essere lì, ma Attila, la Pop Star, mi ha ordinato di stare a casa e di studiare. Afferma di sapere cosa significa avere la mia età ed essere innamorate, ma io ne dubito. Ad ogni modo, bacia la tua sorellina per me e da’ i miei saluti a zio Max e a zia Liz. So che andrai da loro – so che non riusciresti a stare lontano. E questa è una delle ragioni per cui ti amo.
Con tutto il mio cuore,
Alyssa


Nate rilesse quelle parole molte volte, specialmente la parte dove diceva che lo amava con tutto il cuore. Non si sarebbe mai stancato di sentirglielo dire. Nemmeno dopo dieci milioni di volte.
"Nate? Vieni?"
Nate alzò lo sguardo e si rese conto che Max e Maria si erano alzati e che era stato Max a parlargli.
Diventando rosso, ripiegò la lettera e la rimise nella busta, se la fece scivolare in tasca e li seguì. Naturalmente, non li aveva ascoltati, così per quanto ne sapeva, avrebbero potuto portarlo alla fine del molo …
Ma loro stavano andando solo verso la nursery. Quando furono spalla a spalla davanti al vetro, Nate fu sollevato nel vedere che in quel breve periodo di tempo, la ventilazione forzata era stata rimossa dalla Bambina Evans. Apparentemente, Liz non era la sola che guariva velocemente. Chiuse gli occhi e si concentrò su sua sorella, scoprendo che mettersi in connessione con lei non era più tanto facile come lo era stato prima e si chiese se Max non avesse avuto ragione – la sua capacità di sentire sua sorella sarebbe svanita col tempo. Per ora, Emily era contenta e un po’ meno spaventata ora che riusciva a respirare da sola.
"Oh, Dio, Max!" esclamò Maria, mentre con la mano giocherellava nervosamente con la sua collana. "E’ così piccola."
"Si." rispose calmo Max. "Lo è. Ma è una guerriera."
Maria gli fece un sorriso di sbieco. "E’ anche una Evans."
Max rise, poi suonò perchè l’infermiera lo lasciasse entrare. Le mostro il braccialetto di identificazione, poi lei lo accompagnò alla sedia a dondolo, dove avrebbe potuto tenere in braccio sua figlia. Nate e Maria guardarono in silenzio, mentre Max dava un leggero bacio sulla testolina di sua figlia e cominciava a far dondolare la sedia.
Fu solo dopo diversi minuti che Nate si rese conto di essere rimasto solo con Maria, con uno degli ultra-protettivi genitori di Alyssa. All’improvviso si sentì molto, molto a disagio. Non sapeva cosa dirle e anche se fosse riuscito qualcosa, sarebbe stato qualcosa di appropriato?
"Dov’è Liz?" gli chiese lei, girandosi all’improvviso verso di lui.
Nate sobbalzò involontariamente, colpito dai suoi penetranti occhi verdi. "Da quella parte." le disse indicando dietro la sua spalla.
"Andiamo. Non ci lasceranno prendere la piccola e non ha nessun senso rimanere qui a vedere Max che può farlo." Detto questo, passò oltre Nate e cominciò a camminare a passo svelto nel corridoio, il rumore dei suoi passi che risuonava nel relativo silenzio del posto.
Lui la seguì come un cucciolo obbediente. Non ricordava che Maria fosse così concisa, quando l’aveva incontrata a Roswell, e si chiese se lì fosse successo qualcosa di brutto. Naturalmente il suo pensiero volò subito ad Alyssa e a cosa di brutto potesse significare nei suoi riguardi.
Ma quando arrivarono nella stanza di Liz, Nate si rese conto che lo strano comportamento di Maria era dovuto solo alla preoccupazione. Liz era sveglia, con le guance leggermente più colorite di quando Nate l’aveva lasciata, e appena Maria la vide, praticamente si precipitò dalla sua amica. Si strinsero in un forte abbraccio e Maria scoppiò a piangere. Nate rimase sulla soglia della porta, ammutolito.
"Shhh, va tutto bene." rise dolcemente Liz, mentre anche i suoi occhi si riempivano di lacrime. "Io sto bene, Maria." Poi tornò indietro e Maria salì sul letto con lei.
Nate le vide in silenzio abbracciarsi l’una con l’altra, un’amicizia così forte che toglieva il respiro. Pensò che doveva essere così da sempre – strette l’una all’altra, mentre piangevano sul ragazzo che aveva spezzato il loro cuore o forse sull’ingiustizia di essere membri di un club esclusivo e potenzialmente fatale.
Quando Liz aveva scoperto di Tess Harding e del bambino che un giorno sarebbe stato Nate Spencer, si era precipitata tra le braccia di Maria e avevano pianto come stavano facendo ora? Era un pensiero che lo mortificava e lo faceva vergognare.
Nate tornò in corridoio e chiuse la porta dietro di sé. Avevano bisogno di intimità, quelle grandi amiche. Rimase in piedi nell’ingresso per molto tempo, poi fece uno stanco sospiro e si diresse verso la nursery. Quando fu arrivato, si accorse che, cullando sua figlia, Max Evans si era finalmente addormentato, nonostante i rumori della Terapia Intensiva Neonatale. Nate sorrise a quella visione – il potente re alieno e la minuscola bambina. Un paradosso di proporzioni monumentali.
"Ehi, tu!"
Nate sussultò, vedendosi scoperto, e si voltò per vedere che sua zia Isabel era dietro di lui, lo sguardo fisso su suo fratello, un leggero sorriso sul suo viso. Nate aveva dimenticato quanto fosse sbalorditivamente bella … inoltre, l’ultima volta che l’aveva vista, stava sistemando un paio di agenti dell’FBI con le sue mani. I suoi lunghi capelli biondi erano raccolti in una treccia, che le arrivava a mezza schiena e portava un rossetto dello stesso colore del suo maglioncino.
"Mi sembrava di aver sentito la presenza di, um, un membro della famiglia, qui vicino." rise lei, girandosi verso di lui e prendendolo tra le braccia, stringendolo forte.
Nate aveva anche dimenticato quanto fosse alta.
Quando Isabel indietreggiò per guardarlo negli occhi, quelli di lei erano pieni di affetto e di accoglienza, poi si spostò di lato e fece un segno a qualcuno dietro di lei. "Questo è Jesse Ramirez, mio marito."
Gli occhi di Nate si posarono sull’uomo, con qualche capello grigio alle tempie – pensò che Jesse avesse qualche anno più di sua moglie. Un uomo latino-americano, che indossava un abito incredibilmente costoso, ma che aveva un’aria di estrema semplicità. A Nate piacque subito. Insieme, Isabel e Jesse, formavano una coppia naturale e magnifica.
"Felice di incontrarti." disse Jesse, stendendo la sua mano per salutarlo e sorridendo.
"Altrettanto." sorrise Nate, porgendogli la sua. Un altro parente, un’altra faccia con un nome.
"Quando sei arrivato?" gli chiese Isabel, tornando a guardare suo fratello.
Nate controllò l’orologio. "Circa un paio d’ore fa."
"Con la macchina?"
Nate annuì. "Si."
Isabel sollevò un sopracciglio, guardandolo sorpresa. "Si? Jesse e io siamo stati a New York occidentale prima d’ora – e non è un viaggio breve. Non hai dormito affatto, stanotte, vero?"
Nate scosse la testa, timidamente.
Lei scoppiò a ridere, la risata di una ragazza da copertina, e gli passò un braccio intorno. "Ora tu verrai a casa con noi."
"Oh, non posso." disse lui e cominciò ad indietreggiare.
"Sciocchezze." disse lei determinata, rifiutando di lasciargli il braccio. "Non ho ancora avuto l’opportunità di conoscerti, Nate. Non con tutte le cose che sono successe. Max dormirà su quella sedia finché non lo cacceranno via, poi vorrà rimanere con Liz – e sospetto che ci sia anche Maria."
Nate annuì in silenzio.
"Allora tu verrai a casa con noi. Mangeremo qualcosa e ti mostrerò dove potrai abitare il prossimo autunno. Poi ti riposerai un po’."
Nate la guardò con cautela, timoroso di rifiutare la sua ospitalità.
Isabel fece un sospiro esagerato, poi si rivolse a Jesse. "Bene, caro. Andiamo alla macchina – sembra proprio che dovremo portarlo via con la forza."
Sbigottito, Nate guardò verso Jesse.
"Okay, aprirò il portabagagli." disse Jesse con disinvoltura, girando sui tacchi e sfilando le chiavi dalla tasca del vestito.
"Okay, okay." disse Nate ridendo. "Vengo di mia spontanea volontà."
"Grazie a Dio." disse Isabel, spingendolo lungo il corridoio. "Non avrei voluto essere costretta a usare le maniere forti."

Capitolo 17

Mentre si dirigevano a casa di Isabel e Jesse, Nate era seduto nel sedile posteriore in completa ammirazione della macchina. I sedili erano di vera pelle e Nate vi fu praticamente risucchiato quando si sedette. E soprattutto, la macchina sembrava procedere su un cuscinetto d’aria e anche sapendo che Jesse stava trasportando diversi passeggeri, non si sentiva un fischio né un rumore. C’era un mare di differenza con la sua macchina, questo era certo. Non sapeva che mestiere facesse Jesse, ma doveva essere pagato molto, ma molto bene.
Finito di ispezionare la macchina, cominciò ad esaminare i suoi catturatori. Anche se Isabel e Jesse non marciavano al ritmo di occhi dolci e di adorazione da cuore in mano, come facevano Max e Liz, si vedeva che si amavano a vicenda. Dai mozziconi di storie che Nate aveva raccolto – e con l’aiuto delle foto di Alyssa – aveva immaginato che i Ramirez fossero stati i primi a sposarsi tra le coppie alieni-umani, ma sembravano ancora molto uniti e innamorati l’uno dell’altra. Almeno non litigavano come facevano Michael e Maria.
"Dove stiamo andando?" chiese Nate, non preoccupato, ma tuttavia incuriosito.
Isabel si girò sul sedile per guardarlo. "Bene, abbiamo pensato di portarti nel bosco, toglierti i vestiti, strapparti tutti i molari e poi portarti a bordo della nave madre."
Dietro al volante, Jesse scoppiò a ridere.
Nate inclinò da un lato la testa e batté gli occhi un paio di volte per farle capire che non l’aveva bevuta.
"Cape Cod." gli rispose Isabel con una smorfia, tornando a girarsi.
Cape Cod? Jesse Ramirez se la passava veramente bene.
"I ragazzi erano a casa quando sei uscito per venirmi a prendere?" chiese Isabel a Jesse.
Lui annuì.
Giusto – Isabel aveva dei ragazzini. Un mucchio di ragazzini. Nate scavò nei suoi ricordi, richiamando alla mente la foto sulla mensola del camino degli Evans. Cercò di ricordare se fossero tutti maschi. Se lo erano, voleva dire che prima dell’arrivo di Emily, Alyssa era stata l’unica e la sola femmina della seconda generazione. Aveva trascorso la sua vita circondata da ragazzi. Nessuna meraviglia che fosse così schietta ed aggressiva.
Isabel si voltò ancora verso di lui. "Ti piacciono i frutti di mare?"
Nate annuì.
"Ho comprato dei granchi freschi questa mattina, al mercato. Pensavo di farli per cena."
Lui annuì ancora, rivolgendole un sorriso di ringraziamento. Granchi freschi. Qualcosa che non avresti mai trovato al mercato di Chautauqua.
Quando la macchina entrò nel viale, Nate rimase a bocca aperta. La casa sembrava non finire mai, il garage sopra il quale Nate avrebbe dovuto abitare era più grande dell’intera casa degli Spencer. Jesse risalì la curva del viale e fece scendere i suoi passeggeri davanti all’ingresso principale. Prima che Isabel scendesse, lui prese una ciocca di capelli tra le sue mani e lei gli sorrise.
"Tornerò subito." promise lui facendole un largo sorriso, mostrando i denti bianchi e perfetti.
Nate socchiuse gli occhi. Forse si era sbagliato – forse Jesse e Isabel erano sdolcinati proprio come Max e Liz.
Quando Jesse si fu allontanato, Isabel fece un sorriso soddisfatto e un cenno a Nate di seguirla.
"Benvenuto." gli disse, aprendo la porta d’ingresso, che Nate era sicuro essere in solida quercia.
Una volta dentro, lui rimase incantato a fissare il soffitto del grande ingresso, le sopracciglia sollevate e la bocca spalancata. Isabel rise e lo prese per un braccio.
"Vieni, da questa parte." gli disse, tirandolo dall’ingresso verso l’interno della casa.
Nate cercò di non sembrare un idiota, ma gli rimaneva difficile considerando la ricchezza e la bellezza della casa. Si fermarono davanti alla porta del soggiorno che aveva una enorme TV da un lato e un camino ancora più grande dall’altro. C’erano due ragazzi incollati davanti alla TV, con l’identica espressione sul viso. In effetti, tutto in loro sembrava identico. Nate aveva sempre pensato che i gemelli identici fossero strani. ma questi due – in parte alieni/in parte umani – mezzo latini/mezzo ragazza da copertina – erano il massimo! Nate pensò che avessero circa 14 anni.
"Jason e Justin," chiamò Isabel "Salutate vostro cugino Nate."
I ragazzi sollevarono lo sguardo nello stesso momento e dissero "Ciao." all’unisono, poi tornarono a guardare lo spettacolo, per nulla impressionati né stupiti dall’arrivo di Nate. Isabel sospirò e scosse la testa.
"Qualche volta non sono molto sociali." disse a Nate, incurante se loro ascoltassero o no. "Jason, Justin, dov’è Jeremy?"
I gemelli scrollarono le spalle contemporaneamente.
Isabel aspettò un attimo, poi fece segno a Nate di seguirlo in cucina. "Jeremy è il nostro figlio più grande. Ha 16 anni. Entra ed esce da questa casa come se fosse un maledetto albergo." Si fermò davanti ad un enorme frigorifero, con la mano sulla maniglia. "Di contro, ero come lui quando avevo la sua età, quindi non posso certo criticarlo." fece a Nate l’occhiolino, poi si sedette per preparare la cena.
Dopo essere stato invitato a farlo, Nate si sedette su uno sgabello per farle compagnia, mentre lei cucinava. Sentì Jesse entrare in casa e ne seguirono saluti più entusiastici da parete dei gemelli. Nate sentì un moto di compassione per Isabel, completamente circondata da uomini – due dei quali preferivano decisamente la compagnia del loro padre.
"Ti piace il vino?" gli chiese Jesse, apparendo al fianco di Nate, mentre si slacciava i gemelli.
Nate annuì. Gli piaceva il vino – anche se non era abbastanza vecchio da poterlo bere.
Jesse sorrise. "Eccellente! Non ho mai nessuno con cui bere un po’ di vino. Mia moglie non sopporta i liquori." Le lanciò un’occhiata, mentre lei lo guardò da sopra la sua spalla.
Come Jesse scomparve in cantina per prendere una bottiglia, Nate guardò interrogativamente Isabel. Lei rise.
"L’alcol ha su di noi degli strani effetti." gli spiegò lei, riempiendo d’acqua una grossa pentola. "L’abbiamo scoperto nel peggiore dei modi."
Nate arricciò il naso. Non doveva essere stata una bella cosa.
"Fu Max ad accorgersene, in effetti." gli disse, mettendo la pentola sul fuoco.
"Come?"
"Per un solo sorso - bevuto con Kyle Valenti, si è illuminato come un albero di Natale."
Nate la ascoltò con incredulità e rise "Stai scherzando?"
"Giuro su Dio." ghignò lei, ricordandosi il fatto. "In quel momento non fu affatto divertente. Ha imperversato per tutta Roswell, facendo le cose più assurde per dimostrare che amava Liz Parker."
Max ridacchiò, affascinato dai racconti del passato di Max. "Non c’era coinvolta anche una banda Mariachi, vero?"
Isabel smise quello che stava facendo e lo guardò, chiedendosi probabilmente come facesse a sapere quella storia, poi scosse la testa. "No. Non quella notte. Credo che quello successe alcuni mesi più tardi. Per essere uno che non voleva dare nell’occhio, aveva un’abilità speciale ad attirare l’attenzione su di sé facendo le cose più strampalate." Isabel si mise a ridere. "Che Dio lo benedica."
Nate immaginò un Max tranquillo e facilmente imbarazzabile, ma incapace di controllare se stesso quando si trattava di ottenere l’affetto di Liz. Era una cosa dolce, in realtà.
Jesse tornò con la bottiglia di vino, ne tolse il tappo e prese due bicchieri. Prese un terzo bicchiere per sua moglie e vi versò qualcosa di non alcolico. Poi alzò il suo bicchiere.
"Alla nuova bambina." disse ridendo.
"Ai nuovi Evans." aggiunse Isabel.
"Alle nuove sorelle." si intromise Nate, poi fecero tintinnare i bicchieri e bevettero un sorso.
Isabel cucinò per oltre un’ora, mentre Jesse e Nate rimasero seduti in cucina per farle compagnia, cercando di conoscersi meglio. Sembrava che Jesse fosse diventato, ad una età oscenamente giovane, socio di un grande studio legale di Boston. Isabel era la proprietaria di un negozio di abbigliamento, dove passava la maggior parte delle ore in cui i ragazzi erano a scuola. Si erano incontrati ad un picnic del 4 luglio, quando Jesse stava lavorando per Philip Evans, e si erano innamorati immediatamente. Si erano sposati poco dopo.
Senza che Jesse fosse a conoscenza del segreto.
Nate guardò sorpreso Isabel e lei abbassò leggermente la testa, vergognandosi ancora per le sue azioni.
"Ma alla fine, la cosa non ebbe più importanza." disse Jesse, versandosi il terzo bicchiere di vino e mettendo il suo braccio intorno alle spalle della moglie. "Perché io l’amavo indipendentemente da quello che era."
Isabel gli rivolse un sorriso tenero. "Ti ubriacherai, amore."
Lui si strinse nelle spalle e le diede un bacio sulla guancia. "E’ quello che è."
Nate sorrise a loro, a come avevano superato gli inganni precedenti.
I gemelli decisero di scollarsi dalla televisione, quel tanto che bastò per venire a tavola. Si sedettero di fronte a Nate e lo guardarono, semplicemente, imperturbabili, come due gatti che stavano studiando la loro preda. Diverse volte Nate si schiarì la gola e bevve un po’ d’acqua, ma loro non raccolsero l’allusione, fin quando finalmente Isabel portò il cibo in tavola.
Jeremy non si era fatto vedere.
Dopo pranzo, Nate insistette per aiutare a sparecchiare, anche se era stanco morto. Lui e Jesse lavarono i piatti, mentre Isabel sistemò gli avanzi nel frigorifero. Con la pancia piena e un bicchiere di vino nel sangue, Nate era pronto a crollare.
"Perché non vieni a vedere dove abiterai? disse Isabel, asciugandosi le mani su una salvietta.
Nate annuì e la seguì fuori, verso l’enorme garage che stava di fronte alla casa, piuttosto che al lato. Usando i suoi poteri, invece della chiave, lei aprì la porta ed accese la luce che illuminò una lunga scalinata.
"Credo che ti piacerà." gli disse da sopra la spalla mentre saliva le scale. "C’è un sacco di spazio e …"
Le parole le morirono in gola quando fu arrivata all’ultimo gradino. Quando Nate le arrivò accanto, sentì un sacco di movimento, poi echeggiò un "Oh! Dannazione!"
Davanti a loro un ragazzo, che Nate immaginò essere Jeremy, stava sdraiato seminudo sul divano e, dietro di lui, una ragazza piuttosto imbarazzata che cercava di coprirsi il seno con un lenzuolo. Lo sguardo del ragazzo passò, impotente, da lei a Nate.
Poteva essere la mancanza di sonno. Poteva essere il pensiero di essere stato scoperto da Maria sul divano insieme ad Alyssa, ma qualsiasi cosa fosse, Nate scoppiò a ridere, facendo diventare il ragazzo di un rosso profondo e facendogli posare lo sguardo sul pavimento.
"Jeremy." disse alla fine Isabel, con la voce tesa. "Questo è tuo cugino Nate. Viene da New York."
Jeremy incontrò per un attimo lo sguardo di Nate, poi abbassò immediatamente gli occhi. "Ciao."
"Felice di conoscerti." disse Nate, con la tentazione di scoppiare di nuovo a ridere alla situazione imbarazzante di quel povero ragazzo.
"Questa è, um, Mandy." balbettò lui.
La ragazza non si era mossa, gli occhi fissi sui suoi piedi nudi.
"Mandy." disse Isabel. "Piacere di conoscerti. Sotto il mio tetto. Senza vestiti addosso."
La ragazza si fece piccola piccola.
Nate prese il braccio di Isabel. "Perché non ce ne andiamo di sotto e lasciamo che possano vestirsi? Torneremo più tardi."
Dopo qualche attimo, e una lunga occhiataccia a suo figlio, Isabel accettò la proposta e seguì Nate giù per la scala. Una volta fuori, lui perse del tutto il controllo, scoppiando finalmente a ridere. Era sicuro che gli altri lo avrebbero sentito, ma era troppo stanco per curarsene. Isabel rimase con le braccia incrociate sul petto, decisamente infuriata, ma la risata di Nate era contagiosa e alla fine, si coprì la faccia con le mani e scoppiò a ridere anche lei.
"Quel dannato ragazzo." si lamentò. "Giuro su Dio che lo farò castrare."
Pochi istanti dopo, la porta dell’appartamento si aprì e Mandy e Jeremy ne uscirono, con gli sguardi abbassati. Isabel aveva l’espressione tipica dei genitori, che diceva ‘vergognati’, fino a che loro non le passarono oltre, dopodichè dovette lottare per non ridere, mentre si infilavano nella macchina di Jeremy. Dopo che se ne furono andati, probabilmente timorosi per le loro vite, Isabel prese Nate per mano.
"Vieni." gli disse. "Ti porto nella camera degli ospiti. Non farò dormire nessuno lì dentro, fino a che quel posto non sia stato sterilizzato."

Capitolo 18

Il giorno successivo, Nate riuscì finalmente a dare un’occhiata al suo nuovo appartamento. Era sostanzialmente una mansarda che copriva tutta la lunghezza del garage, con una piccola stanza isolata sul dietro dove era stato realizzato un bagno. Gli ricordava la stanza che aveva a casa dei suoi genitori, solo molto, molto più grande.
"Quanto sarà l’affitto?" chiese a Isabel, voltando la testa da una parte all’altra e valutando la possibilità di imbiancarlo per conto suo. Aveva timore di non riuscire a permettersi un affitto a Cape Cod. Quando sua zia non gli rispose immediatamente, si girò verso di lei ed aspettò la risposta.
"Non molto." disse lei, mettendosi una ciocca dei suoi capelli biondi dietro l’orecchio.
Nate si morse le labbra. "La cifra di uno stadio di baseball?"
"Okay, okay. Jesse e io non abbiamo intenzione di farti pagare nulla."
Nate indietreggiò immediatamente. "Grazie, ma non posso accettare. Voglio farcela con le mie forze."
L’espressione di Isabel lasciò immaginare che riusciva a capirlo, ma aveva problemi ad accettare il suo denaro. "Senti, Nate, noi non abbiamo bisogno di denaro. E questo spazio è qui, inutilizzato."
A quella frase, Nate fallì il tentativo di reprimere una risata. Pensava che la mansarda fosse usata con più regolarità e per più scopi di quelli che Isabel volesse sapere.
"Okay, forse il figlio più grande ha approfittato di questo posto." gli concesse lei. " Ma, per quanto ne so, è il solo scopo per cui è stato usato. Andiamo, Nate, lasciaci aiutarti."
Mentre lei capiva la sua posizione, lui capiva quella di lei. Ci voleva un compromesso. "Se non vuoi il denaro, allora faremo un baratto."
Lei rise, sorpresa. "Un baratto?"
Lui annuì. "Si. Tu fornisci l’alloggio – io ti fornirò qualche lavoro."
Lei lo guardò stupita. "Che genere si lavoro?"
"Tosare il prato?"
"Abbiamo il giardiniere per quello."
"Pulire la casa?"
"Cameriera."
"Lavare le macchine?"
"I ragazzi lo fanno per guadagnarsi la paghetta."
Nate si fermò, le labbra arricciate e la testa chinata da un lato. "Hai bisogno di un volontario che lavori nella tua boutique?"
Isabel scoppiò a ridere, poi gli mise le braccia attorno e lo strinse a sé. "Dio, sei adorabile." e ancora ridendo lo rilasciò.
Le guance di Nate diventarono rosa acceso e lui girò lo sguardo, timidamente.
"Okay." sospirò lei alla fine. "Ti lascerò portare a spasso il mio cane."
Lui la guardò perplesso. "Tu hai un cane?"
Lei scosse la testa. "No, ma se mai ne avrò uno, te lo farò portare a spasso." E detto questo, gli fece l’occhiolino e scese le scale, vittoriosa.
Ancora un po’ a disagio e con la sensazione di vivere alle spalle dei suoi nuovi parenti, Nate diede un’ultima occhiata all’appartamento – e si chiese se fosse abbastanza grande per viverci in due.
Il giorno successivo, Diane e Philip Evans arrivarono nella East Coast, desiderosi di conoscere la loro nuova nipotina. Da parte sua, Emily stava guarendo a passi da gigante, al punto che i dottori pensavano che la data del parto di Liz fosse stata calcolata male e che la bambina fosse in realtà nata più a termine di quello che avevano pensato. Naturalmente, tutti gli altri sapevano la verità – lei era una bambina speciale che poteva guarire più velocemente di quanto potessero fare gli altri.
E altrettanto sua madre. Liz era stata dimessa dall’ospedale quel giorno, ma era rimasta lì per allattare la bambina, che ora era in grado di nutrirsi senza l’ostacolo di tutti quei tubi. Lo stesso giorno, da Roswell, arrivarono i Parker e tutti i discorsi sugli alieni cessarono. Nate era meravigliato che tutta quella gente potesse entrare ed uscire dalla zona prudenza senza sbagliarsi.
Con tutta quella gente in città, Nate decise che per lui era arrivato il momento di andare e lasciare che i nonni passassero un po’ di tempo con la neonata. Max lo pregò di restare, ma Nate sapeva che era la cosa giusta da fare. Sarebbe arrivato il momento, in autunno, il cui si sarebbe stabilito a Boston e avrebbero avuto tutto il tempo che volevano per stare insieme. Almeno fino a che Max non fosse dovuto ancora ripartire per gli affari di famiglia.
Nate preparò la sua valigia, oltrepassò un adombrato Jeremy nel corridoio, pensò di salutare i due gemelli incollati alla Tv, ma decise di non disturbarli, ed infine trovò Isabel che lo stava aspettando di fuori. Il suo furgoncino era parcheggiato nella curva del viale davanti alla casa, pulito e lavato dai cugini, che miravano ad un extra sulla paghetta di quella settimana. Isabel gli fece un largo sorriso e si avvicinò per abbracciarlo.
Mentre Nate indulgeva al bisogno di lei di dimostrargli il suo affetto, lui tornò con la mente alla prima volta che l’aveva incontrata. Quella notte, spaventato, stanco ed affamato, lui l’aveva vista come la rapitrice della sua fidanzata, qualcosa di pericoloso e mortale che aveva strappato un’innocente ragazza dalla sua sicurezza e l’aveva gettata senza pietà sul pavimento di quella caverna polverosa. Isabel gli aveva fatto una paura del diavolo e lui non era stato sicuro di volerla conoscere meglio.
Ma ora, stando davanti a quella bellissima casa, in un pomeriggio assolato, Nate si rese conto che era una persona con una immensa devozione a quelli che amava. Era delicata e gentile e si prendeva cura delle persone che erano speciali per lei. E se qualcuno si fosse introdotto nel suo territorio per mettere a repentaglio la sicurezza o la felicità di quei pochi eletti – niente le avrebbe impedito di fargliela pagare loro.
Era un paradosso bizzarro. Essere gentile ed amorevole un momento e mortale e vendicativa subito dopo. Come aveva fatto a diventare così? Erano state le circostanze che avevano portato alla morte di Alex Withman che l’avevano trasformata in un guerriero? O era sempre stata così?
Mentre lei lo scioglieva da suo abbraccio, tenendolo alla lunghezza delle braccia, non vide nei suoi occhi nulla di tutto quello. Nate vide solo una dolce, bella donna, che lo aveva accolto nella sua casa e l'aveva trattato come uno di famiglia, come se si fossero conosciuti fin dalla sua nascita e non solo da pochi mesi. Malgrado il fatto che sua madre avesse ucciso l'uomo che lei amava.
"Abbi cura di te." lo ammonì un tono materno. "La gente guida come se fosse pazza."
Lui sorrise ed annuì per rassicurarla. "Lo farò. Grazie di tutto."
Lei gli fece un gesto con la mano. "Di nulla, veramente. Allora, ci rivediamo alla fine di agosto, giusto? Se non prima?" Lo guardò speranzosa, invitandolo ad andare a trovarli durante l'estate.
Lui scrollò leggermente le spalle. "Certo. Se non prima." Poi le sorrise, montò sul furgoncino e si diresse all'ospedale.
C'erano degli estranei nella stanza degli Evans. Nate si fermò a debita distanza dalla porta e sbirciò dentro, incuriosito dai nuovi arrivati. L'uomo era alto e magro, il suo viso segnato dal tempo. I capelli della donna erano di un biondo rossiccio, le sue gambe proporzionate in evidenza sotto una gonna primaverile. C'era anche Max, il suo largo sorriso ormai in apparenza permanente, e Liz era seduta sul bordo del letto che parlava animatamente, agitando le mani. Indossava degli abiti, il che ricordò a Nate che lei era in ospedale solo per allattare sua figlia – Liz ormai aveva recuperato del tutto.
Un altro sguardo per la stanza, rivelò a Nate che la donna aveva in braccio la bambina, libera dalla sua prigione nell'Unità Neonatale.
Proprio mentre Nate ebbe preso la decisione di allontanarsi, Max alzò gli occhi e lo vide nel corridoio. Troppo tardi.
"Nate." lo chiamò Max, facendogli cenno di entrare nella stanza. "Vieni dentro. Vorrei presentarti qualcuno."
Tutti gli occhi si posarono su di lui e a Nate, all'improvvisò, sembrò di stare sotto ad un microscopio. Gli occhi della donna erano incuriositi, ma l'uomo sembrava averlo già inquadrato. Quelle persone avevano conosciuto Tess Harding – Nate ne era sicuro. Max si alzò e tese la mano, facendo a Nate cenno di entrare. Ingoiando la sua ansia, Nate fece il suo ingresso nella stanza e Max lo prese tra le braccia.
"Questi sono i genitori di Liz." gli spiegò." Il signore e la signora Parker."
Nate sentì lo stomaco arrivargli alla punta dei piedi. I genitori di Liz. Cosa avrebbero pensato di lui, o di quello che Max aveva fatto? Dovevano essere al corrente del dolore che Liz aveva provato quando Max era andato a letto con Tess ed aveva concepito un bambino. Nate era sicuro che nella famiglia Parker, quello fosse il piccolo sporco segreto che tutti conoscevano, ma di cui nessuno parlava. Ebbe un moto di ansia quando si chiese come l'avrebbe presentato Max – solo un amico? Un compagno con cui andare a fare spese e dopo andare al cinema? Un figlio bastardo che lui aveva concepito con un inganno?
"Mamma, papà, questo è mio figlio. Questo è Nate."
Nate fu talmente colpito dall'orgoglio nella voce di Max, che quasi non si rese conto che il padre di Liz gli aveva teso la mano per salutarlo. In effetti, stava ancora elaborando il fatto che Max lo aveva apertamente riconosciuto davanti a persone che non avrebbero dovuto dare un soldo per lui, quando, ricordandosi delle buone maniere, strinse la mano del signor Parker. Poi si voltò verso la signora Parker, che lo guardava ancora diffidente; stava studiando tutto di lui. Forse in cerca di qualche somiglianza con Max?
"Signora." disse lui sottovoce.
"Felice di incontrarti." gli disse con un leggero sorriso sulla faccia. Lei guardò la bambina addormentata tra le sue braccia, poi di nuovo verso Nate. "Sei riuscito a tenere in braccio la tua sorellina?"
Le sopracciglia di Nate si sollevarono. Dopo tutto il suo studio, sembrava che la madre di Liz avesse deciso che aveva superato l'esame, che lui facesse parte della inconsueta famiglia di Max e Liz. "No, signora."
Il suo sorriso era più caldo ora, mentre si alzava e cominciava a tendergli la bambina. Poi si fermò e lo guardò con curiosità. "Hai mai tenuto in braccio un neonato prima d'ora?"
Lui scosse la testa.
"Siediti." gli ordinò, indicandogli una sedia vuota.
Nate guardò interrogativamente Max, che scoppiò a ridere.
"Così se la farai cadere, il volo sarà più breve." gli disse.
In quell'istante, Nate fu in preda all'ansia. Non avrebbe dovuto farlo. Non era preparato per tenere un bimbo piccolo. Le avrebbe fatto male o l'avrebbe rovinata per tutta la vita.
Evidentemente aveva i suoi timori scritti in faccia, perché Liz allungò una mano e diede a Max una sberla sul braccio. "Non è carino da parte tua." protestò lei. Max continuò a ridacchiare, ma Liz si rivolse a Nate. "Andrà tutto bene. Siediti sulla sedia e mamma ti insegnerà come tenerla."
Nate si sedette a disagio, non gradendo il fatto di non sapere cosa sarebbe successo, non gradendo che il padre di Liz fosse ad un paio di passi da lui e lo guardasse. Pensa che io sia strano …
"Devi sostenerle la testa." gli stava dicendo la signora Parker, mentre appoggiava il fagottino tra le braccia di Nate. "Così." Gli mostrò come appoggiare il collo di Emily nella curva del suo braccio, in modo che il corpicino si modellasse su di lui.
Tutto il panico sparì in un batter d'occhio. Toccandola per la prima volta, sentì un'ondata di familiarità, una connessione con quella personcina. Lui la conosceva già – lei si era presentata quando era entrata nel mondo. Aveva scelto lui per aggrapparsi alla vita, come Max gli aveva spiegato. Loro erano legati, fratelli, né alieni né umani.
Emily si mosse, ma senza svegliarsi. Nate ebbe l'impressione che, in qualche modo, l'avesse accettato. Lei l'aveva riconosciuto.
Le avevano tolto la cuffietta rosa e, quando lui spostò la copertina, vide che aveva una quantità di capelli molto scuri sulla testolina. Un altro spostamento della coperta rivelò una mano incredibilmente piccola, con le dita chiuse a pugno. Nate non riusciva a smettere di guardarle – gli sembrava impossibile che una mano grande come la sua un giorno fosse stata piccola come quelle di lei.
Intorno a lui, la conversazione era ripresa, ma Nate non se ne rese conto. Era troppo incantato dalla nuova vita che teneva in braccio. Max si avvicinò a lui e prese la manina della figlia.
"Guarda questo." disse, sorridendo a suo figlio e facendo scorrere la punta di un dito sul palmo della manina di Emily. Immediatamente le piccole dita si aprirono, poi si richiusero intorno al suo dito.
Nate fece una risata, mentre Max delicatamente liberava il suo dito. Nate ripeté l'azione di Max ed Emily gli afferrò il dito con tutta la sua forza. Lui cercò di sfilarlo, ma la piccola lo strinse ancora di più.
Max stava ancora ridendo. In quei giorni Max rideva sempre.
"E guarda questo." disse, spostando la coperta e scoprendole i piedini. Le sfilò una scarpetta e sollevò un piede verso Nate. "Guarda queste dita!"
Gli occhi di Nate si posarono sul piedino, guardando in particolare le piccole dita. Ora, se pensava che la misura delle sue dita fosse ridicola …
Alla fine, Nate dovette restituire la bambina ai nonni. Era ora di riprendere la strada, di tornare a Chautauqua, anche se per poche settimane. Max lo accompagnò al suo furgone e gli diede uno stretto, paterno abbraccio.
"Grazie per essere venuto." gli disse Max, dandogli una pacca sulla spalla. "E' stato molto importante per me."
Nate sorrise timidamente. "E' stato molto importante anche per me. Lei è speciale, Max."
Per una volta, il comportamento di Max da noi-possiamo-essere-i-migliori-amici sparì e Nate ebbe l'impressione che Max si rivolgesse a lui come padre e non come compagno. "E lo sei anche tu, Nate. Lo sei anche tu."
Nate sorrise imbarazzato e lo salutò, poi si mise al volante. Uscendo dall'area di parcheggiò, guardò nel retrovisore e vide Max che lo guardava partire, le mani infilate nelle tasche dei jeans, un uomo felice del mondo.
E il pensiero fece nascere un sorriso sul viso di Nate. Max si meritava di essere felice. Lui si prendeva cura dell'umanità senza che l'umanità lo sapesse, sacrificando la vita della sua famiglia per farlo. Era una bella cosa che potesse ridere, che fosse contento della sua vita. Nate ebbe la sensazione che giorni come quelli fossero rari per Max Evans.
Una volta raggiunta l'autostrada per New York, Nate si mise a velocità da crociera e si godette il suo viaggio. Comunque, sotto la sua calma, rilassata facciata il cuore cominciò a battere un po' più forte, il sangue pieno di eccitazione.
Tra poche, brevi settimane sarebbe partito verso Roswell e verso un evento che avrebbe cambiato per sempre la sua vita.

Continua...

Scritta da Karen (MidwestMax)
Traduzione italiana con il permesso dell'autrice
dall'originale in inglese, a cura di Sirio


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