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SPECIALE

CUORI PRIGIONIERI (Captive Hearts)

Capitoli 25-30


Riassunto: Questa storia, in 118 capitoli, comincia subito dopo gli eventi dell'episodio "Amore alieno" (1.16), e nulla di quello che è accaduto dopo l’episodio è rilevante ai fini della storia. Max non è un re. Tess non esiste, non ci sono Skins o duplicati o Granilith.
Torniamo indietro al tempo in cui Max non ha occhi che per Liz e il suo più grande desiderio, la sua più grande paura è che lei in qualche modo possa ricambiarlo.

Valutazione contenuto: non adatto ai bambini.

Disclaimer: Ogni riferimento a Roswell appartiene alla WB e alla UPN. Tutti gli attori protagonisti del racconto e citati appartengono a loro stessi.


Capitoli 1-6
Capitoli 7-12
Capitoli 13-18
Capitoli 19-24

Capitolo 25

Max salì sulla sua Jeep ed uscì dal viale. Era una bella giornata estiva, come quelle che Liz amava. Faceva caldo, ma non si soffocava, come succedeva di solito a luglio. Agosto sarebbe arrivato tra pochi giorni. Questa consapevolezza gli gravava pesantemente. Era quasi passato un altro mese senza nessun indizio, nessun segno, nessuna speranza di trovarla. Si immerse nel traffico e si diresse ad est, dirigendosi ancora una volta verso il posto dove tutto era cominciato.

La statale era scarsamente trafficata quel giorno e Max ne era contento. Questo significava che poteva lasciarsi andare ai pensieri, mentre guidava verso la sua destinazione. La sua mente tornò ad altri giorni in cui il sole scaldava il suo viso, come oggi, giorni che non aveva trascorso da solo. Maria si era offerta di andare con lui, questa volta, proprio come aveva fatto la volta precedente e la volta prima ancora. Max sapeva che era preoccupata per lui. Lo erano tutti, ma non potevano aiutarlo. Nessuno poteva aiutarlo.

Entrò nello State Park e trovò la strada familiare che l’avrebbe portato al Mirror Lake. Era il culmine della stagione turistica e nel parco si notava. C’era una profusione di macchine, ora, e gente che si godeva un giorno all’aperto. Max rallentò, facendo attenzione ai bambini che correvano sull’erba, ridendo felicemente mentre si inseguivano. Trovò un posto per parcheggiare e sedette nella Jeep per alcuni minuti, ricordando come tutto era stato differente quel giorno di marzo.

Aprì lo sportello ed uscì sulla ghiaia. Le sue scarpe scricchiolavano mentre camminava verso l’acqua e, consapevolmente, teneva puntati i suoi occhi sulla riva opposta. Rallentò il passo, quando la ghiaia si trasformò in sabbia, e si fermò. L’acqua ferveva di attività. bambini che giocavano; coppiette che traversavano il lago in barca; genitori che insegnavano a nuotare ai figli.
A Liz sarebbe piaciuto il suono di risate che riempiva l’aria. Riusciva ad immaginarla, immersa nel lago fino alle ginocchia, che gli sorrideva, spingendolo ad entrare nell’acqua con lei e poi schizzandolo perché non era stato abbastanza veloce a raggiungerla. Poteva vedere se stesso correre nell’acqua e sollevarla tra le braccia prima di farla cadere nell’acqua, inzuppandosi entrambi.
Nel suo sogno ad occhi aperti, poteva vederla emergere in cerca di aria, sputando acqua, e togliersi l’acqua dal viso. E veniva il suo turno di saltargli addosso, spingendogli la testa sott’acqua, per poi gridare di sorpresa quando lui la trascinava sotto con sé.

Fu svegliato dal suo sogno da un improvviso spruzzo sulla faccia. I suoi occhi misero a fuoco una bambina sulla riva del lago, che si divertiva a bagnare tutti quelli che le capitavano a tiro.
“Amy, smettila!” esclamò la giovane mamma e si girò verso Max. “Mi dispiace. Le ho detto tante volte che non deve farlo, ma non mi vuole ascoltare.”
“Va tutto bene.” rispose Max sorridendo. ”Mi asciugherò.” Si passò la mano sul viso e si allontanò dalla riva. Infine i suoi occhi si posarono sulla macchia di alberi in lontananza , come succedeva tutte le volte che veniva lì, Gli si strinse il petto e faticò a respirare. Sapeva di torturare se stesso venendo lì, ma non riusciva a stare lontano. Forse una parte di lui sperava che qualsiasi cosa fosse accaduta quel giorno, quello che aveva portato lui e Liz nel laboratorio, potesse accadere di nuovo. Ma sapeva che non sarebbe successo. Non aveva più il globo, e anche se lo avesse avuto, Liz non era più lì. Ma persino sapendo questo, una parte di lui sperava che la luce fosse comparsa di nuovo.

Quasi avessero una propria volontà, i piedi lo portarono vicino agli alberi. Passò il punto in cui Liz era caduta e si era ferita il polso. Non c’erano più tracce, ormai. Anche la roccia su cui si era tagliata non era più lì, ora, ma era conservata, come prova, da qualche parte nell’ufficio dello Sceriffo. La vegetazione che era stata bruciata dal globo, era ricresciuta fitta e rigogliosa. Max si sedette sull’erba e chiuse gli occhi, ricordando come Liz appariva quel giorno, e il giorno prima, e il giorno prima ancora. Si sdraiò, disteso sull’erba, e fissò il baldacchino di foglie sopra di lui, ma vedendo solo il volto di Liz.

***

Valenti si diresse nell’area di parcheggio del Mirror Lake e riconobbe immediatamente la Jeep di Max. Era il crepuscolo, il parco era chiuso durante la notte, e la Jeep era l’unico veicolo in vista. Tirando ad indovinare, Valenti aveva immaginato di trovarlo al lago. Ormai era una costante. Ogni due settimane, per ragioni che solo lui conosceva, Max veniva lì. Valenti sospettava che fosse perché era in quel posto che aveva perso Liz e lui ne era attirato come un falena dalla luce. Fermò la macchina di servizio dietro un gruppo di alberi e si guardò intorno in cerca di Max. Ormai lo seguiva da settimane, controllando i suoi movimenti e registrando tutti i posti che frequentava.
Con la coda dell’occhio, Valenti notò un movimento ed alla fine lo vide. Era seduto ad un tavolo da picnic e mentre Valenti lo guardava, Max si alzò e si diresse verso la sua Jeep. Anche alla fioca luce del crepuscolo, poté distinguere l’aspetto tormentato della faccia del ragazzo.

Max sentiva i piedi pesanti, mentre si dirigeva verso la macchina. Allungò una mano verso la maniglia dello sportello e sobbalzò sentendo un rumore improvviso dietro di lui. Si girò velocemente, ma non era preparato alla vista che si presentò ai suoi occhi. Jeff Parker era in piedi a pochi passi da lui. Aveva la faccia tesa e Max si immobilizzò quando l’uomo mise una mano nella tasca della giacca.

“Ti avevo detto che avresti pagato per quello che hai fatto alla mia bambina.” La sua voce aveva un tono minaccioso e Max vide il bagliore del sole che tramontava riflettersi sulla canna della pistola che teneva in mano. “Te l’avevo affidata e invece solo Dio sa che cosa le hai fatto. Se la giustizia non ti può punire, allora lo farò io.”
Valenti saltò fuori dalla sua macchina non appena vide Jeff. Corse attraverso il terreno ghiaioso e si fermò scivolando, mentre estraeva la pistola dalla fondina e la puntava sull’uomo sconfortato.
“Mettila giù, Jeff!” gridò Valenti “Metti giù la pistola.”
Max era immobile e spostava lo sguardo dall’uno all’altro. Se era sorpreso di vedere il padre di Liz che gli puntava una pistola contro, era addirittura scioccato nel vedere Valenti difenderlo. Un senso di ‘deja vu’ proveniva da quella scena, ricordandogli la notte dello scorso anno quando Valenti aveva fronteggiato un altro uomo. Un uomo che, anche lui, voleva ucciderlo. Quella notte Max aveva avuto paura, terrore per quello che stava per accadere, temendo per la sua stessa vita. Questa notte, trovava difficile preoccuparsi per se stesso. Forse un proiettile sparato dalla pistola di Jeff Parker era esattamente quello di cui aveva bisogno, per mettere fine alla sua sofferenza.

Max cadde in ginocchio e alzò le mani, in segno di sottomissione. Silenziosamente implorava Jeff di ucciderlo. Non poteva fare altrimenti. Il dolore che stava vivendo era diventato troppo forte da sopportare. Max aveva perso la speranza e, per lui, la morte era preferibile alla vita vuota che aveva davanti.
Jeff esitò quando vide Max in ginocchio. Si era aspettato che l’assassino implorasse per la sua vita, non che accogliesse come benvenuta la morte. Meglio, pensò tra di sé, mentre la sua determinazione si rafforzava. Gli darò quello che vuole.
Valenti vide il suo dito tendersi sul grilletto.
“Non farlo, Jeff. Per l’amor di Dio, non costringermi a spararti.” gli gridò. Vide il dito di Jeff tendersi ancora di più e allora sparò. Il tempo sembrò rallentare, mentre abbassava la pistola. Il proiettile entrò nel petto di Jeff Parker, lo fece balzare e indietreggiare di diversi passi.
Valenti ripose la pistola e corse verso l’uomo che conosceva da anni, pregando che il colpo non gli fosse stato fatale, ma sapendo che lo era. Si inginocchiò al fianco di Jeff e notò che il sangue già gli stava inzuppando la camicia. Il suo respiro era difficoltoso e Valenti sapeva che un’ambulanza non sarebbe mai arrivata in tempo. Jeff sarebbe morto entro pochi minuti.
Valenti sentì Max correre sulla ghiaia e girò in alto la testa per vederlo guardare l’uomo che aveva tentato di ucciderlo. Vide il ragazzo inginocchiarsi e strappare la parte anteriore della camicia di Jeff, esponendo il suo petto e la devastante ferita.

Max vide il sangue uscire gorgogliando da foro del proiettile. Jeff non aveva ancora perso conoscenza e i loro occhi si incontrarono, quelli dell’uomo pieni di dolore e di odio, quelli del ragazzo pieni di pena e dispiacere. Senza esitazioni, Max posò il palmo della sua mano sopra il petto di Jeff. Valenti vide con sgomento, che la mano di Max cominciava a brillare. La luce che ne proveniva, si irradiava sul petto e Valenti percepì, intorno a loro, particelle cariche di energia. La temperatura dell’aria si innalzò e se lui non fosse stato già in ginocchio, ci sarebbe sicuramente caduto, cercando di comprendere quello che stava accadendo.
Max si concentrò sugli occhi di Jeff Parker, percependo la gravità del danno che aveva subito e riparando arterie, muscoli ed ossa. Max sentì il dolore crescere intensamente dentro di sé e lo mise da una parte, incurante del pedaggio che il suo stesso corpo pagava, ogni volta che usava il suo dono. Quell’uomo era il padre di Liz e lui non poteva semplicemente stare lì a guardarlo morire. Liz avrebbe avuto bisogno di lui, una volta tornata a casa. Immagini di Nancy Parker gli comparirono davanti agli occhi. Una bellissima sposa che, il giorno del suo matrimonio, camminava verso il suo futuro marito; una mamma che piangeva di gioia alla vista della sua bambina appena nata; una donna innamorata che passava una mano tra i capelli del suo adorato marito. Erano tutte immagini conservate nella mente di Jeff, immagini che balenarono in Max, mentre lo riportava indietro dalla morte.

Jeff fissava Max, mentre una moltitudine di emozioni gli traversava la mente. Dolore. Dispiacere. Panico. Amore. Paura. Odio. Immagini gli assalivano i sensi. Lui vedeva Liz al Crashdown, che rideva così forte da avere le lacrime agli occhi. Liz che studiava tranquilla alla sua scrivania ed alzava la testa ad un rumore improvviso, mentre un sorriso deliziato le saliva alle labbra, alla vista di Max che bussava alla sua finestra. Liz con gli occhi chiusi ed i capelli al vento, mentre correvano sulla statale. La sua bellissima bambina sdraiata su un tavolo, con un’espressione di puro terrore sul viso. Sua figlia che indossava una verde veste da ospedale e sorrideva maliziosamente mostrando una torta di compleanno. Liz che dormiva tranquilla, mentre qualcuno vegliava su di lei, spostandole i capelli dalla fronte. Jeff sentì ciascuna e tutte le emozioni che accompagnavano ogni visione.

Max crollò per terra e Jeff si allontanò da lui, spaventato da tutto quello che era successo. “Cosa mi hai fatto?” sussurrò, timoroso di dire ad alta voce quello che credeva di aver visto. “Chi sei tu?” Si coprì la faccia con le mani, mentre la sua mente cercava di comprendere tutte le cose che aveva visto e provato.
Valenti vide quello che stava succedendo davanti ai suoi occhi e rabbrividì. Il petto di Jeff era sano, l’unico segno lasciato dal colpo mortale era il foro di proiettile nella sua camicia. Il suo petto era illeso, il sangue era sparito, l’odore di morte non fluttuava più nell’aria. Si alzò sulle gambe che tremavano e girò attorno a Jeff, prima di lasciarsi cadere in ginocchio al fianco di Max.
Il ragazzo era piegato su se stesso, ovviamente sofferente, e Valenti gli appoggiò un braccio sulle spalle. Max si tirò indietro, come se si aspettasse un attacco imminente e Valenti si rese conto immediatamente di quanto si fosse sbagliato sul suo conto, in tutto quel tempo. Lui non era un mostro venuto per distruggere la terra. Lui era un ragazzo con doni straordinari, che viveva in un mondo che lo avrebbe divorato se fosse venuto a conoscenza della sua vera natura.
“Perché lo hai fatto?” gli chiese Jim con dolcezza. ”Perché lo hai salvato? Perché hai esposto te stesso?”
Max guardò verso l’uomo che lo aveva terrorizzato per tanto tempo. Non vedeva più nei suoi occhi il sospetto e la diffidenza. Invece, credette di vedervi compassione. “Ha già sofferto abbastanza per colpa mia. E’ il padre di Liz. Non potevo lasciarlo morire.”
“Cosa sei tu, Max?” chiese Jim e trattenne il respiro aspettando la sua risposta.
“Lei sa cosa sono!” disse Max e sostenne il suo sguardo. “Lei l’ha sempre saputo.”
“Dov’è lei, Max?” disse Jeff con calma, posandogli una mano sulla spalla. Max si girò per guardarlo, sorpreso dal tocco delicato e dall’assenza di odio nei suoi occhi. C’era voluto qualche minuto, perché la mente di Jeff assimilasse le immagini e le emozioni che aveva ricevuto da Max. Mentre la comprensione di quello che era successo si faceva strada dentro di lui, il suo odio era svanito, sostituito dal profondo senso di perdita, che ora sapeva anche Max stava provando.

“Non lo so.” La sua voce si spezzò disperata e Max si sentì gli occhi gonfi e le lacrime che cominciavano a scendergli sulle guance. “Io non lo so.”

***

Jeff Parker sedeva di fronte a Max, guardando ora il ragazzo in una luce differente. Era qualcuno che non avrebbe mai fatto del male a sua figlia. Quando Max lo aveva guarito, lui era entrato nella profondità della sua anima disperata. Jeff si chiedeva dove Max avesse trovato la forza per sopravvivere ai giorni passati, sperando ogni giorno di trovare la risposta o l’indizio o qualcosa che gli mostrasse dove fosse Liz. Lui era passato attraverso a tutto questo da solo, vivendo il senso di colpa fino al punto che la sua vita aveva perso significato.
“Così questo …tuo globo si è attivato e vi siete ritrovati in quel laboratorio.” ripeteva Jim a se stesso mentre la sua mente cercava di capire.
“Si, il Lakely Institute. A Forte Bliss.” Max sentiva un senso di sollievo. Aveva sempre creduto che Valenti fosse uno dei nemici, uno degli agenti governativi che l’avrebbe volentieri fatto a pezzi se avesse saputo chi era veramente. Mentre vedeva Valenti lottare per accettare la verità, si rese conto di essersi sbagliato. Forse, solo forse, avrebbe potuto fidarsi di lui.

Jim si ricordò della notte che aveva seguito Max e Michael fino a Forte Bliss. Lui era riuscito ad entrare nel Forte, grazie alla sua posizione ufficiale. C’era stata recentemente una lite in un bar di Roswell, tra alcuni soldati del Forte e lui aveva trovato la scusa per entrare nel Forte e parlare con la Polizia Militare. Dopo aver ottenuto un passi provvisorio, Valenti aveva seguito Max fino a che non aveva parcheggiato sul terreno di fronte ad un edificio. Dopo un po’ i ragazzi si erano diretti sul retro dell’edificio ed erano entrati. Nel momento in cui Jim si era reso conto che era passato troppo tempo e stava per seguirli, Max e Michael erano usciti., notando l’estrema agitazione di Max.

Normalmente era Max che guidava, dopo tutto la Jeep era la sua, ma quella volta fu Michael ad entrare dallo sportello del guidatore. Max non appariva in condizioni di guidare e, entrato dalla parte del passeggero, cominciò a dare pugni contro l’estremità dello sportello. In quel momento, la cosa non aveva senso. Ora, capiva come Max dovesse essere distrutto nello scoprire che era arrivato solo quando era troppo tardi per salvarla.
“Ma lei è stata trasferita in un altro posto, e tu non hai idea di dove sia adesso. “ Jim rivolse la sua piena attenzione a Max e vide che il ragazzo annuiva.
“Come è potuto accadere, Max?” chiese Jeff in tono pressante.
“Mi dispiace. Sono stato io. E’ tutta colpa mia.” Max sentì il senso di colpa stringergli il petto. Liz era stata sottoposta a tutto questo a causa sua. Avrebbe mai potuto perdonarsi per quello che le era successo? Qualcuno avrebbe mai potuto perdonarlo?

“Hai ricevuto qualche segno da lei, su dove potrebbe essere ora?” chiese Valenti. Poi vide le spalle di Max incurvarsi, e seppe che la risposta era no.
“Non sei stato capace di fare, come l’hai chiamato, andare a spasso nei sogni?” chiese Jim.
“No.” Rispose Max. Isabel aveva tentato per quasi due mesi senza nessun risultato. Ormai avevano perso la speranza.
“Bene, questo ha la priorità.” disse Valenti, come se sentisse di dover prendere il comando.”Max. ora come ora, contattare Liz è la nostra unica speranza. Isabel DEVE riuscirci. Jeff, cerca di scoprire tutto quello che puoi su questo John Miller. Voglio sapere tutto della sua vita.” Jim non si sarebbe fermato fino a che Liz non fosse tornata a casa dai suoi genitori e tra le braccia del giovane uomo che l’amava così tanto.

Capitolo 26

Liz sedeva su una sedie leggendo a voce alta uno dei libri che, alla fine, Johnson le aveva permesso di avere. Ogni tanto dava un’occhiata a Joshua e gli accarezzava il viso o gli toccava una mano. Una volta, aveva letto in una rivista medica che parlare e toccare una persona in coma poteva essere benefico e perfino favorire il suo recupero. Liz mise da parte il libro e si alzò. Gli passò delicatamente le dita sulla fronte , poi chi prese la mano nella sua.
“Ho sentito il bambino scalciare, oggi.” disse sedendosi sul bordo del letto. “Era più come la sensazione di un battere di ali. All’inizio non ero sicura di cosa fosse, ma poi è successo di nuovo e ora lo so. Vorrei che Max potesse sentirlo …”
Era spaventata la prima volta che si era azzardata a lasciare la sua stanza per fare il breve tragitto verso quella di Joshua. Era successo ormai, diverse settimane prima. Ci stava pensando già da un po’ e, una notte che non riusciva a dormire, aveva lasciato, in silenzio ma con fiducia, la sua stanza ed era entrata in quella di lui. Era stata sorpresa vedendo che nessuno cercava di fermarla, ma aveva visto l’infermiera di turno fare una frenetica telefonata.
Era stata seduta in una sedia a fianco di Joshua per un paio d’ore, quella notte, parlando di quando in quando e alzandosi, ogni tanto, per aggiustargli il cuscino o per toccargli una mano. Era stato stranamente confortante stare con lui, anche sapendo che le sue condizioni non lasciavano spazio ad una azione interattiva. Quando si sentì stanca, ritornò nella sua stanza. La mattina successiva, il dottor Johnson era entrato nella sua stanza portando un piccolo dispositivo di metallo. L’aveva legato saldamente alla sua caviglia e l’aveva informata che era un rilevatore elettronico. L’aveva avvertita che entrare in un’area proibita avrebbe messo in funzione il rilevatore, ma finché limitava i suoi movimenti in quelle stanze, era libera di muoversi.
“Ci siamo di nuovo!” disse felice Liz, posando una mano sull’addome ormai sporgente. A quasi otto settimane si cominciava a vedere. Guidò la mano di Joshua e la pose sopra la piccola protuberanza. “Ancora un minuto e lo sentiremo di nuovo” Copri la mano di lui con le sue e se la premette contro la pancia. “Eccolo! Lo hai sentito?” La mano di Joshua posava inanimata contro di lei, ma Liz non si lasciò scoraggiare. Gi parlava in continuazione, come se lui fosse coinvolto nella conversazione, mantenendo la voce chiara e positiva. Aveva letto che le persone in coma erano, qualche volta, in grado di sentire quello che veniva detto intorno a loro.
“Mi faranno un’ecografia domani. Johnson mi dirà se è un maschio o una femmina.” Lei si chinò verso l’orecchio di Joshua e gli disse in un sussurro “Lui sarebbe sorpreso di sapere che lo so già. Lei me lo ha già detto.” Liz rise di soppiatto e rimise a posto la mano di Joshua. Non è che il bimbo glielo avesse proprio ‘detto’. C’erano solo cose che Liz si rendeva conto semplicemente di sapere.

Come la settimana prima, quando si era svegliata con la consapevolezza che il bambino fosse una femmina. Una infermiera entrò nella stanza e Liz gli dette un buffetto sulla mano prima di andare via.
“Sembra che sia arrivato il momento del bagno.” Fece notare a Joshua quando vide una bacinella d’acqua e la spugna. “Credo che sia arrivato il momento di andarmene. Non vorrei che ti sentissi imbarazzato”. Liz si girò e l’infermiera la vide uscire. Non vista dall’infermiera o da Liz, la mano di Joshua si strinse per un attimo, poi si rilassò di nuovo

***.

Joshua lottava per sentire ancora il suono di quella voce. Era la sua corda di salvataggio, l’unica cosa che lo tratteneva dal precipitare nell’abisso. Prese armi e bagagli e lottò per tornare. “Noi siamo compagni nel laboratorio di biologia … Maria esce completamente fuori dai gangheri … io credo che sia soltanto una facciata, penso che dentro Isabel sia molto insicura … oh, dovresti vedere i suoi capelli … e così, la prima volta che mi ha baciato, ho saputo … lui biasima se stesso, ma non deve … Ellie si muove molto, oggi …”
La voce entrava ed usciva dalla sua percezione, chiamandolo indietro, verso il mondo dei vivi.

***

“Così Johnson ha confermato che Ellie è una femmina.” disse Liz muovendosi intorno al letto di Joshua. Ma noi lo sapevamo già, non è vero?” Gli lasciò andare la mano e cominciò a massaggiargli i muscoli, come le aveva insegnato l’infermiera. Era importante mantenere i muscoli in attività, così non avrebbe rischiato l’atrofia.
Aveva preso l’abitudine di passare il pomeriggio nella stanza di Joshua, leggendo per lui, parlandogli o assistendolo nella terapia fisica. Le sue mattinate erano occupate da Johnson che controllava i progressi della sua gravidanza e monitorava ogni minimo cambiamento del suo corpo. Era il suo primo caso di un concepimento alieno/umano coronato da successo e gli effetti che poteva avere sul suo corpo erano sconosciuti. Fino a questo punto, non aveva trovato nulla di anormale.
Li appoggiò il braccio di Joshua e si avvicinò ai piedi del letto. Amava questa parte della giornata: la teneva attiva e sentiva di fare qualcosa di utile per lui. Le forniva uno scopo. Spostò il lenzuolo dalle sue gambe, e posò le dita su un piede, stirandone i muscoli. Cominciò il solito monologo mentre gli manipolava la gamba, tirando e spingendo, per evitare che il tessuto muscolare perdesse vigore.
“Così, quando ho aperto la porta della mia camera, era lì, con Kyle proprio dietro di lui. Erano entrambi ubriachi e io non avevo mai visto Max in quello stato prima di allora. Naturalmente tu sai tutto sull’effetto dell’alcol, vero? Avevo già visto Kyle bere, così quella non era una sorpresa, ma fu una sorpresa vederlo davanti al cassetto della mia biancheria intima. Per l’amor di Dio, aveva in mano il mio reggiseno, così tutti lo hanno visto. Penso che avrei potuto ucciderlo all’istante, ma Max mi ha portato sul terrazzo e mi ha mostrato il cuore che aveva disegnato per me sulla parete e mi sono sentita sciogliere dentro.” Lei continuava a raccontare le sue esperienze con Max e quando ebbe finito con le gambe, si spostò sul lato sinistro del letto. Prese il suo braccio e ripetette gli esercizi che aveva fatto con il braccio destro pochi minuti prima.

“E allora mi ha baciato, proprio lì, sul palcoscenico, davanti a tutti e credo che questo gli abbia fatto passare la sbornia, perché improvvisamente si è guardato intorno come se non sapesse dove fosse o come fosse arrivato lì e si richiuse di nuovo in se stesso. Mi ha detto che era dispiaciuto ed ha lasciato velocemente il palcoscenico. Io gli sono corsa dietro, ma lui non ricordava niente di quello che era successo e di quello che mi aveva detto. L’espressione della sua faccia, mi ha spezzato il cuore.” Quando ebbe finito, posò il suo braccio e sistemò le lenzuola che aveva messo in disordine.
“Credo che tornerò nella mia stanza, ora.” Disse Liz, stringendogli la mano.”Ellie mi stanca molto ed ho bisogno di un sonnellino.” Stava per lasciare la mano di Joshua, quando le sue dita la strinsero. Lei guardò attentamente la sua mano e poi il suo viso. “Joshua? Joshua?” Controllò il monitor, notando che il battito del suo cuore era leggermente aumentato e tornò a guardare il suo viso. Le sue palpebre si muovevano e lentamente aprì gli occhi.
“Dove sono?” si lamentò in un rauco sussurro.

***

Joshua fissava la luce che il dottore gli aveva puntato sugli occhi. Come si chiamava? Era proprio lì, ma lui non riusciva ad afferrarlo. Hanson? Hensen? Jensen? Johnson? Si, era lui , Johnson. La luce fu spenta ed il dottore gli disse di seguire il movimento del suo dito e lo mosse da sinistra a destra. I suoi occhi seguirono il movimento ed il dottore sorrise, incoraggiante. Johnson abbassò la mano e gli occhi di Joshua si posarono sulla ragazza dai capelli neri che stava nell’angolo. Aveva un aspetto familiare e lui si chiese se l’avesse già vista. Indossava una camicia da ospedale con pantofole bianche e un pesante braccialetto di metallo sulla caviglia. La mano le copriva la bocca, mentre si mordeva le dita, e poi fece udire la sua voce.
“Starà bene?” chiese Liz all’infermiera che le stava vicino.
“E’meglio che tu torni nella tua stanza.” le rispose e prese il gomito di Liz per condurla fuori. Liz si fermò alla porta e si girò per vedere Joshua. I suoi occhi seguivano i movimenti di lei e Liz gli lanciò uno smagliante sorriso mentre l’infermiera la portava via.
Lui conosceva quella voce. Dove l’aveva già sentita? Perché gli era così familiare? La vide entrare nella stanza accanto e salire sul letto. Era come se lui ne conoscesse il nome. Ellie? Era Ellie? No, non era questo. Ricordi passarono nella sua mente ed il suo cervello faticava per selezionarli. Il dottore gli stava parlando di nuovo ma lui era troppo preso dai ricordi che lo sommergevano, per ascoltarlo. Chiuse gli occhi per concentrarsi sulle immagini che gli balenavano in testa e allora ricordò: Liz. Il suo nome era Liz.


***

“Ciao.” disse Liz quieta mentre chiudeva la porta dietro di sé. “Come ti senti oggi?”
“Meglio.” Rispose Joshua, notando che lei appariva nervosa e a disagio. Lui era seduto nel letto e la maggior parte dei tubi e del fili erano stati rimossi dal suo corpo. Le sue guance avevano perso il loro pallore e i cerchi sotto gli occhi erano quasi spariti.
“Bene.” replicò Liz, cercando di fare un passo nella sua direzione. “Ricordi …”
“Si.” disse Joshua e lei sembrò rilassarsi visibilmente. “Tu sei Liz.” Lei annuì e lui le indicò la sedia accanto al letto. “Per favore, siediti. Dobbiamo parlare.”
“sei sicuro di volere compagnia?” chiese lei, senza avanzare nella stanza. “Posso tornare più tardi, se …” la sua voce venne meno.
“No. Sto bene, veramente. Per favore, fermati e parla un po’ con me.” C’era qualcosa nella voce di Liz che aveva il potere di calmarlo. Lei attraversò la stanza e si sedette.
“Mi dispiace, Joshua.” disse Liz , senza riuscire a guardarlo negli occhi. “tu sei qui per colpa mia.”
Joshua guardò la ragazza che gli sedeva accanto e vide il senso di colpa che la avvolgeva. ”Dimmi cosa è successo.”
Liz incontrò i suoi occhi e fece un profondo respiro. La mano di Joshua indicò la pancia di Liz ed allora le parole le cominciarono ad uscire con facilità. Gli raccontò tutto quello che era accaduto dopo che gli avevano sparato nella stanza di trasferimento. Gli raccontò di come li avessero spostati in un posto nuovo, qualche settimana prima, e di come per tutto quel tempo lui fosse rimasto tra la vita e la morte. Lui ascoltava attentamente, assimilando ogni informazione che lei gli forniva e facendo domande di tanto in tanto.

“E due giorni fa, ti sei svegliato. Ormai, siamo qui da più di tre mesi.” Lei lo guardò annuire, mentre cercava di assimilare tutto insieme. Liz si alzò e Joshua la vide dirigersi verso la porta. “Devo tornare nella mia camera, ora. Stanno per portare la cena,” Allungò una mano verso la maniglia, quando le parole di Joshua la fecero immobilizzare.
”Chi è Ellie?” chiese. Il nome si affacciava alla sua mente, ma era sicuro di non conoscere nessuno che si chiamasse così.
“Cosa?” sussurrò Liz. Come poteva conoscere quel nome? Lei non l’aveva mai pronunciato quando era presente qualcuno. Non l’aveva menzionato nemmeno a lui, tranne quando era in coma.
“Chi è Ellie.” ripeté, sorpreso dalla sua reazione. Lei si girò lentamente per guardarlo e Joshua la vide posarsi la mano sulla pancia, carezzandone la sagoma evidente. La larghezza della veste aveva nascosto il fiorire della sua linea. Se lui ricordava correttamente la gravidanza di sua moglie, Liz era probabilmente incinta di quattro, forse cinque mesi. I suoi occhi si alzarono per incontrare quelli di lei e lui vi trovò la paura e l’ansia che lei cercava di mascherare. Quando lei distolse lo sguardo, lui credette di aver i suoi occhi cominciare a lacrimare. La vide aprire la porta e tornare silenziosamente nella sua stanza. In qualsiasi modo, con qualsiasi mezzo, doveva portarla fuori da lì.

***

Liz prese il vassoio della cena e lo bilanciò sulla pancia. Negli ultimi giorni, aveva preso l’abitudine di mangiare nella stanza di Joshua, invece che nella sua. Il personale sembrava non farci caso, cosa che la sorprese, ma erano sorvegliati così attentamente che forse la cosa non era importante.
“adesso parlami di tua moglie.” Disse Liz, dando un morso al suo panino. “Io non sapevo che fossi sposato. Sarà sicuramente preoccupata a morte, chiedendosi cosa ti sia accaduto.”
“Sicuramente lo è.” rispose Joshua, mentre il suo sguardo si faceva assente. ”Lei sapeva che quello che stavo per fare era rischioso, ma ha capito.”
“Lei è … “ Liz lasciò sospeso il resto della frase.
“No. Lei è umana.” Lui si chinò sul vassoio e prese il cucchiaio per assaggiare la minestra.
“Avete dei bambini?” chiese Liz e bevve un po’ di latte.
“Un maschio.” Rispose Joshua con un sorriso. “Ha cinque anni.” Un pensiero lo colpì all’improvviso e si piegò verso Liz. Lei gli diede la sua completa attenzione e lui abbassò la voce fino a sussurrare.”Hai già provato ad andare a spasso nei sogni di Max?”
Lei spalancò gli occhi per la sorpresa. Passeggiare nei sogni? Di cosa stava parlando? Lui capì dall’espressione della faccia di Liz che la risposta era negativa e impiegò qualche minuto per trovare il modo migliore per spiegarsi.
“C’è una connessione speciale che si forma tra una madre, un padre ed il loro bambino non nato. E’ quasi una forma di comunicazione silenziosa, attraverso la quale i bambini imparano a conoscere i loro genitori, ad acquisire i loro ricordi. E’ un legame che si crea mentre un bambino cresce nel grembo. Quando mia moglie rimase incinta di me, lei scoprì di aver sviluppato caratteristiche aliene durante la gravidanza. Una di quelle era la capacità di collegarsi. Non hai percepito nulla di insolito?”
Liz annuì. “Si. Lei mi parla. In effetti, non è che parli veramente … è difficile da spiegare. E’ come se la sentissi nella mia mente.”
“Si, è così.” Sorrise Joshua “Probabilmente anche Max lo sente ma, a questo punto, non dovrebbe avere alcuna idea di cosa sia. Lui non sa che tu sei incinta. Anche io e mia moglie l’abbiamo avvertito, anche se io sono alieno solo per metà e mia moglie è completamente umana. E’ un vincolo molto forte.”
“Max lo sente?” disse Liz, mentre i suoi occhi si annebbiavano.
“Si.” Lui le lasciò un minuto di tempo per riflettere e poi continuò. “Un altro tratto che mia moglie aveva sviluppato era la capacità di andare a spasso nei sogni, più precisamente nei miei sogni. E’ qualcosa che ha a che fare con la connessione tra il bambino e i suoi genitori, che lega tutti e tre insieme. Potrebbe essere più difficile per te, Liz, perché sei fisicamente separata da Max, e ci potrebbe volere moltissima concentrazione da parte tua, ma sono sicuro che puoi riuscirci.”
“Io?” sussurrò Liz, cercando di assimilare tutto quello che aveva sentito.
“Si, Liz. Tu!” Joshua le indirizzò un sorriso smagliante e gli occhi di Liz cominciarono a brillare.

Capitolo 27

Max gettò l’asciugamano bagnato nel cesto della biancheria e si diresse verso il guardaroba per prendere i pantaloni del pigiama. Se li infilò e sentì un brivido corrergli per la schiena. Durante l’estate, aveva usato i boxer per dormire, ma stasera era una notte fredda, per essere ai primi di settembre e aveva deciso che il pigiama l’ avrebbe tenuto più caldo. Avvertì una costrizione al petto ed il panico cominciò a prendere il controllo. Tolse velocemente i pantaloni ed il panico cominciò a diminuire. Si rese conto che gli ricordavano quelli che era stato costretto ad indossare al laboratorio, e si chiese se quei ricordi dolorosi l’avrebbero afflitto per il resto della sua vita. Chiuse il cassetto e ne aprì un altro prendendo un paio di boxer e una maglietta. Questi sarebbero bastati.

Dopo averli indossati, camminò irrequieto per la stanza. Andò verso il lettore CD, ma niente attirava il suo interesse. Inoltre, si disse che era tardi e tutti gli altri nella casa stavano cercando di dormire. Lui non dormiva più molto. Troppi sogni venivano a tormentargli la notte, Incubi.

Camminò verso la sua finestra e guardò fuori, nella notte scura. Nuvole coprivano la luna, e solo poche stelle brillavano. Lei era lì da qualche parte, nella notte. Da qualche parte che lui non riusciva a scoprire.
Avvertì qualcosa nella profondità della sua mente, qualcosa che aveva gia sentito recentemente. Era qualcosa della sua fisiologia aliena che si stava destando? La sensazione era aumentata nelle ultime settimane e lui l’aveva combattuta. Stava combattendo contro tutti i suoi aspetti alieni ora, perché era stata la sua natura aliena a rovinare tutto quello che lui aveva amato. La sensazione si ritirò nei recessi della sua mente e lui si rilassò un po’.

Si allontanò dalla finestra e si ficcò tra le lenzuola. La sua mano si allungò per prendere un libro sul suo comodino ed invece si chiuse sulla fotografia di Liz che era accanto al libro. La prese e passò la punta delle dita sulle sue labbra sorridenti mentre lui si perdeva nella profondità dei suoi occhi scuri. L’avrebbe mai rivista? Toccata? Abbracciata?

***

Max si girò e rigirò nel letto, perduto in uno dei suoi sogni senza fine, che faceva notte dopo notte. I suoi occhi andavano avanti e indietro, sotto le palpebre, e le sue mani tormentavano le lenzuola. Vagava per corridoi vuoti, cercando a destra e a sinistra, passando, una stanza dopo l’altra, per stanze vuote. I suoi piedi cominciavano a correre sulle mattonelle fredde, che si tramutavano in un fitto sottobosco, poi in erba bagnata ed infine in un duro marciapiede.
Le luci al neon lampeggiavano, rosse, arancione e blu, illuminando la notte. I colori dell’insegna erano caldi e invitanti, e lo facevano sentire come a casa sua. Sentì un sussurro nell’aria toccare l’angolo più lontano della sua mente e si fermò ad ascoltare. Entrò nel vicolo e vide se stesso arrampicarsi sulla scala che aveva salito tante volte. Mentre si spingeva in alto, i pioli di metallo erano freddi sotto le sue mani.
Camminando sul terrazzi di Liz, vide che non era cambiato nulla. La sdraio era nello stesso posto di prima, le candele e le luci non erano cambiate. L’ambiente familiare lo confortava e lo faceva impazzire allo stesso tempo. Il sussurro lo raggiunse di nuovo, più forte questa volta, prendendo un tono che gli fece correre il battito del cuore.
“Liz?” chiamò forte. Ora poteva sentirla vicina o era solo la sua mente che gli giocava un altro tiro mancino? “Liz?”
“Sono qui.” Gli rispose la sua voce e lui si guardò intorno. I suoi occhi cercavano di penetrare negli angoli bui, ma non riuscì a vedere nulla.
“Dove sei?” supplicò la sua voce. Non l’aveva mai sentita così vicina, prima d’ora. Il suo cuore batteva velocemente e il suono della sua voce lo riempiva di gioia.
“Sono qui.” disse ancora lei. L’ombra si divise ed una forma cominciò a prendere consistenza davanti a lui. La luna emerse dalle nuvole ed un raggio di luce si posò sul suo bellissimo volto. Indossava un vestito nero e la sua sagoma era indistinta.
“Sei veramente tu?” chiese Max con il respiro bloccato nella gola. Aveva i piedi incollati a terra, perché aveva paura che se si fosse mosso, lei sarebbe scomparsa.

Liz era immobile. La luce della luna brillava intorno a lui e lei poté notare come era cambiato. I suoi capelli erano più lunghi di come li ricordava ed aveva perso molto peso. Il suo viso era smunto e non era solo l’ombra a creare cerchi scuri sotto i suoi occhi. Il cuore di Liz doleva per lui, sapendo quello che doveva aver sofferto negli ultimi mesi. Ora voleva consolarlo e rimettere le cose a posto.
“Max …” singhiozzò tendendogli le braccia.
Il suono del suo nome gli arrivò alle orecchie e lui corse verso di lei. La prese tra le braccia e la strinse forte al petto. Le sue labbra coprirono quelle di Liz, baciandola sulla bocca, sulle guance e sugli occhi.

Sentì le ginocchia piegarsi, e allora Liz si chinò su di lui, tenendogli il viso tra le mani e gli restituì i baci. Lei avvertì il suo profumo e si sentì impazzire dalla felicità. Era passato tanto tempo da quando l’aveva tenuta tra le braccia l’ultima volta. Si strinsero l’una all’altro per quella che sembrò un’eternità, poi Max la spinse indietro per guardarla negli occhi.

“Ciao a te.” le disse sorridendo.
“Ciao anche a te.” gli rispose tra le lacrime.
“Come …” cominciò Max perdendosi le parole per strada.
“Ti spiegherò tutto,” gli rispose accarezzandogli le guance. “ ma prima dimmi tutto quello che ti è successo.”
Max si guardò intorno e poi portò Liz sulla sdraio dove erano stati insieme tante volte. Lei si rannicchiò contro di lui e lui le passò un braccio intorno alle spalle. Mentre le dita passavano tra i suoi lunghi capelli scuri, lui non poté fare a meno di baciarla ancora.

“Mi sei mancata così tanto!” le sussurrò nell’orecchio , stringendola ancora di più al petto. “Ogni singolo giorno, sei tutto quello a cui sono riuscito a pensare.”
“Max… “ gli disse dolcemente e gli baciò le dita, prima di allacciarle alle sue.
“Io voglio sapere cosa sta succedendo a te,” disse Max con urgenza. Era terrorizzato di sapere cosa le stavano facendo, ma nello stesso tempo, doveva saperlo.
“Prima tu.” insistette Liz. Lui la guardò, sapendo che non avrebbe cambiato idea e lei annuì.
“Ho detto tutto ai miei genitori.” Lui sorrise all’espressione scioccata del suo viso.
“L’hai fatto?” gli disse incredula.
“Uh huh,” disse Max, annuendo ancora.” E loro non sono corsi via dalla casa urlando, non mi hanno denunciato a Valenti o all’FBI o qualcosa di simile.”
“Isabel sarà felice ora che loro lo sanno.”
“Si, completamente felice. Lei ha sempre saputo che non si sarebbero allontanati da noi, ma io non volevo correre il rischio, fino a che …”
“Lo so. E che altro?” chiese Liz pungolandolo.
“Tutti pensano che tu sia morta.” disse Max ed il sorriso sparì dalla sua faccia. La sua voce si fece bassa e lei dovette avvicinarsi per riuscire a sentirlo. “Tutti pensano che io ti abbia ucciso.”
“Cosa?” disse Liz, pensando di aver capito male.
Lui annuì ancora e fissò la mano che lei gli aveva appoggiato sul petto. “Pensano che ero ossessionato da te, e quando noi ci siamo lasciati, io sia impazzito e …”
“Spero che tu stia scherzando?
“Sono assolutamente serio.” Max alzò lo sguardo verso i suoi occhi e lei poté capire quanto questo fatto fosse doloroso per lui. “Valenti mi ha anche sottoposto al test della macchina della verità. Non erano riusciti a trovare nessuna prova abbastanza decisiva da incriminarmi, allora hanno cominciato a seguirmi come fossi una specie di cane rabbioso, aspettando che facessi una mossa falsa. Poi tuo padre ha cercato di uccidermi.”
Liz si tirò su a sedere, con la bocca aperta per la meraviglia. “COSA?”
“Si. Mi ha seguito fino al Mirror Lake e stava per spararmi per averti portato via da lui. Ricordati che lui credeva veramente che io ti avessi uccisa e che avessi sepolto il tuo corpo da qualche parte nel bosco.” Max passò ancora una volta le dita tra i capelli di lei, cercando di calmarle la mente. “Valenti mi stava controllando e, quando ha visto cosa stava per fare tuo padre, gli ha sparato.”
“Ha sparato a mio padre?” Liz stava quasi urlando.
“Aspetta, Liz. Lasciami finire.” Max alzò la voce, mentre sentiva che lei si stava allontanando. I suoi occhi avevano uno sguardo folle che lo spaventava, “Per favore, ascolta. Valenti gli ha sparato, ma io l’ho guarito. Tuo padre sta bene.”
“Tu hai guarito mio padre?” chiese Liz sorpresa.
“Si.” Le disse, spingendola a sdraiarsi di nuovo accanto a lui. “Anche i tuoi genitori sanno tutto di me, adesso.”
“Lo sanno? E … e la loro reazione?” Liz era sbigottita. I suoi genitori sapevano di Max? Sapevano anche cosa era successo a lei?
“Hanno accettato la cosa. Sanno anche cosa ci è successo. E’ stato molto duro per loro.” Max avvertì la sua tristezza e la strinse a sé.
“E Valenti?” Liz era di nuovo spaventata, ora. “Valenti ha visto quello che hai fatto?”
“Si. E non è il mostro che pensavo fosse.” la rassicurò Max.
“Mi sta perfino aiutando, usando le sue conoscenze per aiutarmi a trovarti. Io e Michael siamo riusciti a trovare il laboratorio dove eravamo rinchiusi. Era a Fort Bliss, ma quando siamo arrivati, ti avevano già portato via. Liz, hai un’idea di dove ti hanno trasferita?
“L’unica cosa che so è che Johnson si riferisce a questo posto come alla ‘Montagna’. Non so cosa voglia dire.”
Stettero in silenzio per un minuto, mentre Max cercava di ricordare se il nome avesse qualche significato per lui. L’aveva letto tra i giornali di Milton? Lei si mosse accanto a lui, attirando la sua attenzione.
“Liz?” chiese Max esitante “ Questo non è un semplice sogno, vero? E’ molto di più, giusto? Voglio dire, stai passeggiando nel mio sogno?” lo spaventava anche solo domandarlo. Non sembrava un sogno normale, lui la sentiva così reale, ma qualcosa non gli quadrava. Non sapeva dire cosa, ma qualcosa in lei era differente.
“E’ una passeggiata nel tuo sogno, Max. Joshua mi ha detto come raggiungerti.” Lei gli prese le guance tra le sue mani e vide i suoi occhi spalancarsi per la sorpresa.
“Joshua è vivo?” disse incredulo “ Avrei giurato …”
“Non è morto, Max. E’ stato male per molto tempo, e ho perso il conto di quante volte è stato quasi per morire. E’ stato in coma per veramente tanto tempo, ma qualche giorno fa ne è venuto fuori.

“Lui è … Voi siete ….” Max esitò, combattuto tra la voglia e la paura di sapere se stavano dividendo la stessa stanza. La voce di lei suonò molto tenera mentre gli aveva parlato Joshua , e lui aveva sentito i morsi della gelosia raggiungerlo.
“Lui è …” Liz cominciò a parlare, poi comprese. “Oh, no, no Max. Il posto dove ci hanno portato è completamente diverso. Abbiamo stanze differenti, e le pareti sono di vetro, come nei centri di rianimazione. Ci sono tante infermiere e tanti tecnici che ci controllano giorno e notte e Johnson è il capo di tutto Non ho mai visto Miller.”
“Allora loro non stanno cercando di …” disse Max con tono ancora insicuro.
“No, Max.” rispose Liz con una risatina. “Non stanno cercando di farci accoppiare o qualcosa del genere. In questo momento è impossibile.”

Il sollievo discese su di lui e la tenne ancora più vicina. Appena aveva sentito che Joshua era vivo, la paura che volessero ricominciare i loro esperimenti, si era impadronita di lui. Ma cosa intendeva dire Liz con ‘in questo momento è impossibile’? Che Joshua era troppo malato in qual momento, ma che come fosse stato bene, avrebbero ricominciato ancora a prelevare campioni a lei? “Ti hanno più fatto, le cose che ti facevano prima?”
“No, in questo momento si stanno prendendo buona cura di me.” rispose Liz e gli strinse la mano più forte.
Lui la guardò negli occhi, poi ricominciò a baciarla. Le sue labbra toccarono dapprima la bocca di Liz, poi scesero lungo il morbido collo. Poteva sentire le sue vene pulsare velocemente sotto la pelle, tenendo il passo col suo stesso battito. Il suo profumo dolce riempiva l’ aria e lui se ne inebriava. I suoi baci divennero più profondi e le sue braccia la stringevano sempre più forte.

“Max …” borbottò lei contro le sue labbra. Se da una parte voleva stringerlo e sentirlo e gustarlo, aveva anche necessità di dirgli il resto di quello che le era successo.
La lingua di Max guizzava nella sua bocca, bisognosa di stare vicino alla sua. Lui aveva sognato di toccarla ancora una volta, di sentire le loro labbra unite, tenere il suo corpo arrendevole contro il proprio.
“Max …” disse Liz, lottando per riuscire a respirare. “C’è qualcosa che devo dirti:”
Lui la fece girare sulla schiena e chinò il suo petto verso di lei. Le sue labbra si posarono sulla gola di lei per poi risalire alle sue labbra. Le parole di Liz vagavano nel suo cervello, ma il suo bisogno di toccarla, spingeva tutto il resto in secondo piano. Le sue mani la accarezzavano, muovendosi dalla gola alle spalle, fino a metà della sua schiena. Le sue dita tracciarono la sua spina dorsale, poi le scivolarono sui fianchi. Le sue labbra ricoprivano quelle di Liz, dando spazio a quella passione che era stata soffocata per tanto tempo. La sua mano si spostò davanti ed incontrò una pienezza non familiare.

Lei sentì la mano di Max toccarla e poi il corpo di lui si immobilizzò Le labbra si staccarono dalle sue e lei notò il suo sguardo confuso. Gli occhi di Max si spostarono dai suoi occhi alla bocca , per tornare ancora agli occhi. Lentamente si staccò da lei, ma in tutto quel tempo al sua mano non si era mossa dalla sua pancia. Max lasciò che i suoi occhi percorressero lentamente il corpo di lei verso il basso, spalancandosi sempre di più , mano a mano che scendevano.
“Max, aspetta.” lo implorò Liz “ Io stavo cercando di dirtelo.”
“Liz?” era la sola cosa che Max riusciva a dire. “Liz?” Il suo sguardo era fermo sulla rotondità della sua pancia. Come aveva fatto a non accorgersene prima? Era notte, e lei indossava un vestito nero e lui era concentrato sul suo meraviglioso viso che non aveva visto altro, ma ora non c’era possibilità di errore. “Come?”
“Max” rispose Liz incerta se dovesse ridere o piangere. “Sai benissimo come.”
“E’… Lui è…” non riuscì a finire la domanda. Era suo? O il sogno che aveva fatto di lei che veniva violentata, era stato reale?
“E’ tuo?” chiese lei incredula “Naturalmente che è tuo!” come poteva fare una domanda del genere? Lui fissava la sua pancia con un’espressione frastornata.”Max?”
Proprio in quel momento Max sentì un movimento sotto la sua mano, la vibrazione della nuova vita che cresceva dentro di lei e, sorpreso, tirò via la mano. La guardò con gli occhi ancora più larghi di prima e allora tutto quello che c’era intorno a lui cominciò a brillare e a sbiadirsi. L’ultima cosa che vide e udì fu lo sguardo allarmato sulla sua faccia ed il suono del suo nome sulle sue labbra.
***

Max si abbandonò sul letto, sapendo che quello che aveva appena visto e udito era stato reale, non solo un sogno. In qualche modo, con qualche mezzo, Liz si era connessa con lui. Si mise la mano davanti al viso e ne fissò il palmo. Poteva ancora sentire la vibrazione, il movimento, il calcio. Il suo bambino gli aveva appena dato un calcio. “Oh, mio Dio!”.

Capitolo 28

“Lei è venuta nel mio sogno, Isabel!” esclamò Max per la terza volta. Andava avanti e indietro per la stanza da quando aveva fatto irruzione nella sua camera pochi minuti prima. “Come è possibile? Come ha fatto Liz a passeggiare nel mio sogno?”

“Max, ne sei certo?” Isabel stava cercando di calmarlo. Era seduta sul letto, adesso, spingendo via distrattamente i capelli dalla sua faccia. “Cosa ti fa pensare che non sia stato un semplice sogno?”
“Isabel per favore.” le rispose, guardandola come se avesse detto la cosa più stupida del mondo. “Dopo tutti gli anni che mi sono sorbito le tue invasioni nei miei sogni, penso di essere in grado di riconoscere la differenza.”
Isabel ripensò all’ultima volta che era andata a spasso nei sogni del fratello e sentì le guance farsi rosse. Era l’estate prima del secondo anno del liceo. Lei era entrata nel suo sogno aspettandosi il solito sogno tipo Guerre Stellari. Di solito lui era un pilota di guerra che attaccava il nemico nello spazio, guidando una banda di ribelli contro l’Impero.

Quella volta lei era entrata nel sogno proprio mentre lui rientrava da una missione vittoriosa e la sua ‘ragazza’ lo aspettava a casa. Naturalmente la ragazza era Liz Parker e loro stavano dando un nuovo significato al termine ‘benvenuto a casa ’.
Lui era saltato giù dalla sua astronave e Liz era corsa attraverso l’hangar, per gettarsi tra le sue braccia. Lui l’aveva stretta forte, facendola volteggiare e poi le aveva messo un braccio dietro la schiena e uno sotto le ginocchia e l’aveva sollevata.
Si erano baciati, quasi aspirandosi l’un l’altra, poi Max, portandola in braccio, era corso attraverso l’ hangar per il corridoio, infilandosi in una porta. Isabel li aveva seguiti, con la mano sulla bocca nel tentativo di non ridere sull’idiozia del sogno. La risata le si fermò in gola quando, dopo averli seguiti attraverso la porta, lo vide posare Liz sul letto. Lui stava togliendosi la camicia mentre Liz lo guardava con il desiderio negli occhi.
Strano a dirsi, Liz indossava la sua uniforme del Crashdown. Quell’uniforme lo eccitava? Liz ora si stava aprendo l’uniforme mentre Max si lasciava andare ad un gemito di piacere, Isabel cercò di andarsene fuori da lì. Gemito? Veramente aveva sentito suo fratello gemere? Naturalmente, in quel momento lui si era girato e, prima che lei avesse la possibilità di defilarsi, era stata beccata. Quando si era svegliato, lui era così furioso ed imbarazzato, che le aveva ordinato di non azzardarsi ad entrare mai più nei suoi sogni.

“Va bene, Max lei è venuta nel tuo sogno. Ti credo. Cos’altro ti ha detto?” Isabel decise che, a questo punto, era meglio dargli ragione.
“Ha detto che Joshua le ha insegnato come farlo, ma non ho capito come. Voglio dire, pensavo che fosse una capacità legata ad un genere specifico. Tu puoi farlo, ma io no, e questo vuole dire che nemmeno Joshua può farlo e Liz è umana, e allora non può farlo, così la cosa non ha senso.” Tutta la confusione di Max traspariva dalla sua voce.

“Così si torna all’ipotesi che si sia trattato di un semplice sogno.” cercò di farlo ragionare Isabel. “Un sogno molto vivido. Ad ogni modo, chi è Joshua?”
“E’ uno di quelli che hanno tentato di aiutarci. Quello che ha portato via i campioni che ci avevano prelevato e li ha distrutti. E’ quello che ci ha portato nella stanza di trasferimento, ricordi? Ti avevo raccontato di lui. Pensavo che fosse morto nel tentativo di liberarci, ma Liz ha detto che era solo stato gravemente ferito. E’ stato in coma per mesi e ne è uscito solo da poco.” Max si calmò, mentre cercava di ponderare la faccenda.
“Max, Isabel, cosa sta succedendo?” chiese Diane dal corridoio, strofinandosi gli occhi con le mani e tentando di soffocare uno sbadiglio. “Vi rendete conto di che ora è?”
La voce della madre, distolse Max dai suoi pensieri. Guardò l’orologio sul comodino e vide che erano quasi le due di notte. “Mamma, mi dispiace, io … io non avevo intenzione di svegliarti.”
“Max pensa che Liz sia entrata nei suoi sogni, questa notte.” disse Isabel realisticamente.
“Cosa?” rispose Diane, sentendosi improvvisamente sveglia.

“Come ha potuto Liz fare una cosa del genere?”
“L’ ha fatta, semplicemente.” disse Max scuotendo la testa. “Io non so come ci sia riuscita, ma era lei. E non era solo un sogno. Sono certo che non lo era.”
“Sta bene? Sa dove si trova? Cosa ti ha detto?” Cento domande le attraversavano la mente. Attraversò la stanza e si mise a sedere sul letto accanto ad Isabel. Entrambe guardarono Max che aveva ricominciato a camminare per la stanza.
“Prima di tutto, mi ha detto di stare bene. Chiamano ‘la Montagna’ il posto dove l’hanno portata e questo ci può dare un indizio per cominciare a cercare.” La sua mente stava scorrendo le cose che lei gli aveva detto. “Joshua, la persona che ci stava aiutando a fuggire dal laboratorio, non è morto, dopo tutto. E’ stato in coma per molto tempo e ne è uscito solo da poco. E’ stato lui a dire a Liz come poteva raggiungermi nei sogni. Mi chiedo se … no, non dovrebbe aver nulla a che fare con quello, vero?” Max stava parlando con se stesso, ora.

“Di che stai parlando, Max?” chiese Isabel.
Max si avvicinò alla finestra e guardò fuori, nel cielo notturno. “Che genere di cambiamenti potrebbe aver causato in lei?” disse ad alta voce. Era possibile che la gravidanza stava cambiandola fisicamente? Poteva metterla in pericolo? Poteva causarle dei danni? Un bambino alieno poteva mettere in pericolo la vita della madre umana, sottraendole tutta la forza ed il nutrimento e lasciandola come una conchiglia vuota, al momento di nascere? Dio, non avrebbe mai dovuto toccarla. Ma no, ricordò a se stesso, Liz sembrava in perfetta salute: la sua pelle quasi brillava e lei sembrava stare benissimo.

“Cosa sta succedendo qui?” disse Philip al corridoio.
Max si allontanò dalla finestra, girandosi verso le tre facce che lo stavano fissando. Isabel sembrava preoccupata, sua madre interessata e suo padre confuso. “Liz … “ cominciò a dire Max e poi si fermò. Lui ancora stentava a crederci, ma con le parole pronte, che aspettavano solo di essere dette, tutto cominciava a sembrare reale.
“Liz è incinta!”

***

“Sarebbe potuta andare meglio.” Disse Liz a voce alta. Era seduta sul letto, con le mani sul grembo, pensando che non c’era modo di raggiungerlo di nuovo. Conoscendo Max, ora sarebbe stato talmente sveglio che gli ci sarebbero volute ore per riprendere sonno di nuovo. Lei sapeva che non c’era un modo facile di dargli la notizia, ma aveva sperato di poterne parlare un po’ con lui. Ma era stato così sorpreso che la cosa lo aveva scioccato, portandolo dritto fuori dal sogno.
Poggiò la testa sul cuscino, mentre un sorriso le passava sul volto. Poteva ancora sentire le sue mani sul viso e le sue labbra che la baciavano. Sapeva che era solo un sogno, ma era stato così reale. Era passato tanto tempo dall’ ultima vota che l’aveva visto o toccato, e poteva ancora sentire quell’odore speciale che era solo suo. Liz sospirò, sentendosi felice come non lo era stata da tanto tempo.

“Grazie.” disse guardando la sua pancia sporgente e stringendo le sue mani intorno alla preziosa vita che stava crescendo dentro di lei.”Tu lo hai riportato da me.”

***

Stavano tutti fissando Max, come se parlasse una lingua incomprensibile. Lui guardò da sua madre a sua sorella, per finire con suo padre. Nessuno di loro disse una parola. Stavano lì, con la bocca aperta, chiedendosi cosa avrebbe ancora detto. Stavano pensando a qualcosa, o erano troppo scioccati per pensare?
Sua madre si alzò lentamente in piedi e con una espressione assolutamente indecifrabile sulla faccia, attraversò la stanza. Max la vide uscire dalla porta e girare verso l’ingresso.”Mamma?”
“Max, come è potuto accadere.” chiese alla fine Isabel.
“Credo che tu sappia come succede.” replicò Max ed andò dietro alla madre. “Mamma?” la seguì in cucina e la vide aprire il frigorifero. “Mamma?” ripeté, ignaro che Philip e Isabel gli erano venuti dietro.
“Qualcuno ha fame?” disse Diane, guardando tra i ripiani. “Posso prepararvi uno spuntino.”
“Mamma?” disse ancora Max e sentì le mani del padre sulle spalle.
“Perché non ci sediamo?” disse Philip gentile ma deciso, e spinse Max vicino alla madre. Isabel si sedette per prima con Max accanto e Philip di fronte. Max fissava sua madre, vedendola andare avanti e indietro tra il frigo e il lavandino.
“Che ne pensate di un panino? Qualcuno vuole un panino?” chiese Diane con gli occhi incollati ai ripiani.
“Diane,” disse calmo Philip “Vieni qui e siediti.”
Diane si immobilizzò e abbandonò il frigo. Lentamente attraversò la cucina e si sedette accanto al marito. Mise le mani sulla tavola, davanti a lei, e Max si sporse per appoggiarvi sopra le sue. Lei alzò gli occhi lentamente per incontrare quelli tristi di lui. Il suo bambino non era più un bambino. Le era stato chiesto di accettare una quantità di cose, ultimamente. Primo, suo figlio era scomparso per settimane senza una parola su dove fosse e cosa gli fosse accaduto. Poi, quando era tornato era stata informata che era un alieno. Okay, pensava di aver superato la scoperta molto bene. Ora veniva a sapere non solo che era sessualmente attivo, ma che aveva messo incinta Liz, e inoltre che non sapevano dove fosse o come fare per riportarla a casa. Le cose potevano complicarsi ancora di più?

La sua testa girava. Cosa sarebbe successo, se non fossero riusciti a trovare Liz in tempo, prima della nascita del bambino? Cosa sarebbe accaduto al suo … nipotino? Finalmente l’aveva detto. Nipotino.
“Sto per diventare nonna?” disse sbalordita e Max si rilassò un po’. “Sono troppo giovane per essere nonna!”
“Ed io sono troppo giovane per essere padre!” disse Max e le strinse le mani. Padre, diceva a se stesso e si appoggiò allo schienale della sedia. Stava ancora cercando di assimilare l’idea. Liz era incinta. Del suo bambino. Mio Dio! Cosa doveva fare, adesso?

“Max.” disse Philip richiamando l’attenzione del figlio su di lui. “Di quanto tempo è?”
“Dovrebbe essere successo tra la fine di aprile e i primi di maggio.” rispose Max, sentendosi a disagio nel parlare dei dettagli intimi di quello che era successo tra lui e Liz. Nessuno, tranne loro due, era in grado di comprendere cosa aveva significato stare in quel posto e quanto avessero avuto bisogno l’uno dell’altra. “Credo che sia incinta di quattro mesi circa.”
Diane si alzò e prese il calendario che era al lato del frigo. Girò indietro le pagine fino a maggio e ritornò al tavolo. “Se si conta la gravidanza in settimane, 40 è considerato come ultimo termine. Sono 38 se parti dal concepimento, così …” Diane contò le settimane, girando le pagine. “Questo significa che ha davanti ancora 17 o 18 settimane. Il parto dovrebbe avvenire a fine gennaio.”
“Ma noi non sappiamo se questa è una gravidanza normale.” disse ansiosamente Max. “Potrebbe essere più corta o più lunga. Non sappiamo nemmeno come potrebbe reagire il suo corpo, mentre porta il mio bambino.” Stettero in silenzio per un minuto, sapendo cosa intendesse dire. Un bambino alieno, dentro una mamma umana. Non avevano idea di cosa poteva succedere a Liz.
“Liz …” Isabel, esitante, ruppe il silenzio. “Liz ti sembrava malata?”
“No.” disse Max scuotendo la testa “Sembrava stare bene, molto bene. Sanissima.”
“Allora cerchiamo di non preoccuparci di cose su cui non possiamo avere il controllo.” Disse Philip “ Quello che dobbiamo fare è trovarla e portarla fuori di lì. Ora, come pensi che lei riesca a venire nei tuoi sogni, considerando che è umana?”
“C’è sempre stato un legame speciale tra me e Liz, da quando l’ho guarita.” disse piano Max “Qualche volta, quando la tocco o la bacio, noi abbiamo dei flash. Sapete, immagini, cose che abbiamo fatto insieme o … altre cose. Qualche volta li ho solo io, qualche volta solo lei e qualche volta condividiamo le stesse visioni. Se mi concentro mentre la tocco, posso stabilire una connessione con lei e possiamo vedere e sentire quello che vede e che sente l’altro. Ora ha il mio DNA che cresce dentro di lei, DNA alieno. Forse riesce a connettersi con me a causa del bambino, ed è stato sufficiente che Joshua le mostrasse il modo.” Max si girò verso Isabel per vedere cosa ne pensava.

“Non lo so, Max.” Isabel esitava.”Non non sappiamo nulla su questo genere si riproduzione. Anzi, sono sorpresa che sia stata possibile, viste le nostre differenze genetiche.” Fece una pausa e poi, con cautela , passò all’interrogativo seguente.”Max, c’è qualche possibilità che non sia tuo? Pensi che possano averle fatto qualcosa, dopo che tu sei scappato?”
“No, Isabel.” Max scosse la testa.”E’ mio. Veramente io … io gliel’ho chiesto … perché avevo paura che qualcuno potesse … che lei potesse essere …” Non riusciva a costringere se stesso a dire a voce alta, che avrebbe potuto essere stata violentata. Era stato così ferito dal sogno che aveva fatto su di lei che veniva violentata.

Isabel annuì, lasciando intendere che aveva capito cosa volesse dire. L’aveva sentito muoversi irrequieto nella sua stanza o vagare nella casa, notte dopo notte, incapace di prendere sonno a causa degli incubi che aveva per quello che avrebbero potuto fare a Liz. Almeno adesso, sapere che lei era trattata bene, avrebbe aiutato un po’ la sua mente.
Parlarono fino a notte tarda, una famiglia unita che lavorava insieme. Tutti loro sentivano un crescente senso di urgenza. Non era solo per Liz che erano preoccupati. Ora era implicata un’altra vita e, se non fossero riusciti a raggiungere Liz in tempo, cosa le avrebbero fatto? Avrebbero trattato questo bambino innocente come un prezioso essere vivente o come un oggetto di sperimentazione scientifica? Questo pensiero dava i brividi a tutti loro.

***

Liz era agitata mentre guardava nella stanza accanto, aspettando che Johnson finisse di visitare Joshua. Voleva parlare con lui, dirgli che era riuscita a raggiungere Max, la scorsa notte. La passeggiata nel suo sogno era stata più breve di quanto lei avesse voluto, ma almeno aveva avuto successo. Era delusa di non essere riuscita a raggiungere Max una seconda volta, ma lei avrebbe fatto altrettanto. Lo immaginava sovraccarico, al suo risveglio, e dormire per lui sarebbe stato impossibile. Stanotte avrebbe provato di nuovo. Aveva ancora tante cose da dirgli.
Alla fine Johnson rimise la cartella al suo posto, ai piedi del letto di Joshua e lasciò la stanza. Liz temette per un attimo che di vederlo dirigersi verso la sua, per visitare anche lei, invece lo vide scomparire dalla vista. Spostò le coperte, posò le gambe a terra, si infilò le pantofole e si diresse, veloce e silenziosa, verso la stanza di Joshua.
“Buon giorno!” le disse vedendola entrare nella stanza.
“Si, è veramente un buon giorno.” replicò Liz e si precipitò al suo letto.
“Questo significa quello che penso che significhi?” chiese lui e non poté fare a meno di sorridere, guardando la sua faccia. Gli occhi le brillavano e poteva sentire la sua eccitazione nell’aria. Un grande cambiamento dalla ragazza spaventata che aveva conosciuto pochi giorni prima. lei era così giovane, troppo giovane per essere sottoposta a quel genere di esperienze e lui si sentiva molto protettivo nei suoi confronti. Nonostante le cose brutte che aveva vissuto, c’era ancora innocenza in lei. Non era difficile capire perché Max Evans era così profondamente innamorato di lei.
“L’hai raggiunto?”
“Si, ce l’ho fatta!” Aveva un tono di stupore e di sollievo e di eccitazione e di orgoglio, tutto insieme. Stava quasi scoppiando dalle emozioni mentre sedeva sul bordo del suo letto e gli afferrava le mani. “E’ stato più breve di quello che volevo, ma almeno sono riuscita a vederlo e a toccarlo, a stringerlo, anche se per pochi minuti.”
“Quando sarai più pratica e Max si sarà abituato, potrete aumentare il tempo di contatto.” disse Joshua incoraggiante “Tutto dipende da quanto forte è la connessione tra voi tre. Gli hai detto di Ellie?”
“Non ho avuto scelta.” disse Liz con un sospiro. “Come puoi immaginare, è stato un vero shock per lui. Io che passeggiavo nel suo sogno, e già rivederci è stato abbastanza scioccante per lui, ma quando ci ho aggiunto Ellie, credo di averlo spaventato abbastanza da farlo uscire dal sogno.” Il lineamenti di Liz si addolcirono, mentre ricordava come appariva Max la sera precedente. “Max è molto sensibile, lo sai. Vive profondamente ogni cosa. Questa è una delle ragioni per cui lo amo così tanto.”
“E’ un ragazzo davvero fortunato!” disse Joshua gentile.
“Ne ha passate tante.” disse Liz calma e si guardò le mani.”Non solo tutto questo, ma la sua intera vita. E’ stato sempre così solo ed ha dovuto nascondersi sempre. Aveva appena cominciato ad aprirsi, a lasciare che altre persone entrassero nella sua vita, e poi è successo questo.” Liz alzò lo sguardo e i suoi occhi percorsero la stanza. proprio quando tutto si stava mettendo così bene per loro, erano stati trascinati in questo incubo. Non era giusto.
“Usciremo da tutto questo, Liz.” disse Joshua incoraggiandola. “E voi due ritornerete alle vostre vite.”
“Spero che tu abbia ragione.” e ricacciò indietro le lacrime che improvvisamente le stavano riempiendo gli occhi.
“Ora,” disse Joshua cambiando il tono della conversazione.”Devi cercare di raggiungere Max un’altra volta, stanotte, ed io ho qualche cosa che dovresti comunicargli.”
“Che genere di cose?” chiese Liz curiosa.
“Ascolta bene!” disse Joshua sorridendole ancora una volta. “Perché ci sono un sacco di cose che devo dirti.”

Capitolo 29

Max si agitava nel letto, ansioso di prendere sonno. Ma più cercava di rilassarsi, più diventava teso. Non poteva aspettare di entrare nella fase del sonno REM, la terra dei sogni dove sperava di incontrare ancora Liz. Prese il libro dal comodino, sperando che potesse aiutarlo a prendere sonno, ma le parole gli sfuggivano. Si trovò a leggere continuamente la stessa riga, senza nessuna idea di cosa avesse letto.
Si sedette e posò il libro, frustrato. Tolse le coperte, si alzò dal letto e si diresse in cucina. Forse un bicchiere di latte caldo lo avrebbe aiutato. Se ne versò un bicchierone e lo mise nel microonde per scaldarlo, poi apri il frigo. Non era avanzato del tacchino? si chiese. Avevano mangiato sandwich, ieri sera a cena, e non dicono che il tacchino ti aiuta a dormire? Non è per questo che la sera del Ringraziamento hanno tutti sonno? Max sorrise quando trovò un contenitore con la quantità di tacchino sufficiente per un panino.
Preparò un piatto, prese il latte caldo e una bottiglia di Tabasco e andò in soggiorno. Si sedette sul divano con il piatto sulle ginocchia e accese la TV. Girò da un canale all’altro, non trovando nulla che valesse la pena di vedere. Girò ancora canale e per poco non si strozzò con il panino. Lo schermo era pieno di seni prorompenti e corpi nudi, spettacoli notturni, TV di classe, pensò con umorismo. Non era esattamente quello di cui aveva bisogno ora, non se voleva addormentarsi subito. E certamente non aveva intenzione di eccitarsi, non quando sperava di incontrare Liz. Lei non aveva bisogno che si mettesse a palpeggiarla, non nelle sue attuali condizioni.

Cambiò ancora canale e una faccia familiare riempì lo schermo. Già aveva visto questo film prima. Era un vecchio film, in bianco e nero, su un visitatore di un altro mondo venuto sulla terra per mettere in guardia gli abitanti del pianeta su i loro comportamenti violenti. Max era stato affascinato dal film la prima volta che l’aveva visto. Il visitatore era aiutato da un ragazzino ed era tentato di inserirsi nella società, ma era stato ferito, il suo silenzioso robot Gort voleva vendicarlo e la paura stava quasi per distruggerli tutti. La compassione umana aveva preso il sopravvento, alla fine, e Max si era chiesto se i suoi genitori l’avrebbero accettato nel modo in cui Charpenter era stato accettato dal bambino e da sua madre. Dopo aver visto quel film stava quasi per dire ai suoi genitori chi fosse realmente, ma alla fine la sua paura era stata più grande del desiderio di dire la verità ai suoi ed aveva mantenuto il silenzio. Max vide ancora il film mentre finiva il panino e beveva il latte caldo. Ultimatum alla Terra era un buon film, un classico, e lo fece sentire felice che i suoi genitori sapessero finalmente la verità.

Il latte caldo, il tacchino o il suono basso della TV fecero effetto e le palpebre di Max cominciarono ad appesantirsi. Si stese di fianco e si accoccolò sul divano, cadendo in un sonno profondo. Diane arrivò nel soggiorno, attirata dal suono del televisore. Guardò per un momento suo figlio, abbracciato ad uno dei cuscini ricamati. Era così grande ora, quasi completamente maturo, ma ancora tanto simile al bambino che era venuto vivere con lei tanti anni prima. Il suo viso sembrava rilassato, nel sonno, quasi sereno, un aspetto che non aveva visto molto, negli ultimi tempi. Prese il telecomando e spense la TV. Prese la coperta dalla spalliera della poltrona e gliela stese sulle gambe. Indossava il suo solito abbigliamento per la notte, boxers e maglietta, e non voleva che prendesse freddo. Lo accarezzò leggermente, spostandogli indietro i capelli dalla fronte e gli sussurrò
“Dolci sogni.” prima di tornarsene a letto.

***

Max camminava in un campo di erba alta, accarezzata dallo stesso vento che gli scompigliava i capelli, mentre cercava Liz. Il sole brillava, scaldando la sua pelle e poteva sentire gli uccelli che cantavano sugli alberi. Guardò in basso e si accorse che aveva i piedi scalzi e che la terra era calda. Indossava pantaloni scuri, in realtà neri, e una camicia bianca con le maniche arrotolate sui gomiti. Il collo era aperto e la cravatta allentata.
“Liz?” chiamò forte ed il nome echeggiò per la vallata. Notò un movimento tra gli alberi e lo sguardo fu attirato lì. “Liz.”
Lei era lì, sotto un baldacchino di alberi, con i raggi del sole che filtravano tra i rami. I lunghi capelli le ricadevano sulle spalle, in netto contrasto con il vestito bianco che indossava. La brezza increspava il tessuto sui fianchi, accarezzandole le curve. Max rimase affascinato dalla sua perfetta bellezza, dagli occhi, dalle labbra e poi lei gli tese lentamente le braccia. “Max …”
La sua voce dolce arrivò fino a lui e Max corse verso di lei. La prese fra le braccia, godendo del suo calore e dei suoi capelli serici, prima di chinarsi per assaggiare la dolcezza delle sue labbra. “Liz …” le sussurrò nell’orecchio e le fece poggiare la testa sul suo petto, mentre le sue braccia attiravano il suo corpo verso di sé.
“Max … “ gli fece eco, stringendolo stretto e sentendo le sue lacrime di felicità bagnargli la camicia. “Mi sei mancato così tanto.”
Lui le tirò su il mento e la baciò ancora, profondamente, dolcemente e appassionatamente nello stesso tempo.
Liz si lasciò cullare dall’amore che percepiva in lui e gli fece sentire il suo. Quasi con rammarico, Max smise di baciarla, sapendo che non avevano molto tempo a disposizione e dovevano dirsi molte cose. Lei gli accarezzò la guancia e, guardandosi negli occhi, si scambiarono un sorriso. Max si guardò intorno, poi stese accuratamente una coperta sull’erba, per avere un posto in cui sedere.
Aiutò Liz a sedersi, cosciente del modo in cui il suo corpo era cambiato, e non solo apparentemente. Stette in piedi a guardarla, incantato, e lei gli allungò una mano per tiralo accanto a sé. Si inginocchiò accanto a lei, guardando il rigonfiamento della sua pancia, con la voglia di toccarlo ancora ma, nello stesso tempo, col timore di farlo. Liz gli prese la mano e la guidò sul suo addome, guardano i suoi occhi che si allargavano quando, ancora una volta, sentì il movimento della nuova vita sotto il suo palmo.
Tirò via velocemente la mano, poi un sorriso si dipinse sul suo volto e la rimise di nuovo sulla pancia.
“Oh, mio Dio.” fu tutto quello che riuscì a dire.
“Il suo nome è Ellie. Ed è lei la ragione per cui siamo in grado di fare questo, di incontrarci così.” disse Liz dolcemente.
“Lei?” disse Max, guardandola negli occhi.
“Sì,” annuì Liz. “Stiamo per avere una bambina.”
“Come …” balbettò Max “Come può … come può renderlo possibile?”
“Nemmeno io lo capisco completamente, ma Joshua dice che è lei che ci collega. Tu, io e Ellie. E’ come un ponte tra di noi. Lei è la causa dei miei cambiamenti e dei tratti alieni che stanno emergendo. E’ per merito suo che riesco a venire nei tuoi sogni. Joshua dice che questo non sarà più possibile, dopo la sua nascita, i cambiamenti non sono permanenti, ma per ora possiamo incontrarci nei tuoi sogni.”
“Tu stai bene? “ chiese Max preoccupato “Questi cambiamenti non ti hanno danneggiata, vero?”
“No. Nessun problema.” lo rassicurò Liz. “In realtà sto meravigliosamente bene”
“Grazie a Dio.” Max tirò un sospiro di sollievo.
“Max, tu riesci a sentirla?” chiese Liz
“Si.” Max stava sorridendo da un orecchio all’altro. “Mi ha appena dato un calcio”
“No.” Liz scoppiò a ridere “Voglio dire, riesci a sentirla nella mente? Come una presenza che non hai mai sentito prima.”

Max rifletté per un attimo, poi i suoi occhi si illuminarono. “Vuoi dire che era lei? Come uno sfarfallio in fondo alla mia mente?” Liz annuì e gli strinse la mano.”Ho cercato di bloccarlo. Ho pensato che, forse, stavo diventando pazzo.”
“E’ il collegamento, Max.” Liz era raggiante “Lei tocca la tua mente e impara da te. Tutto quello che devi fare è lasciarla entrare. Ellie farà il resto.”
“Ellie?” Max pronunciò sommessamente il suo nome.”Come mai hai scelto questo nome?”
Liz arrossì e girò via lo sguardo da Max. Lui le prese il mento con le dita e la fece voltare di nuovo. “Perché? Vuoi dirmelo?”
“E’ sciocco, Max, e imbarazzante.” Lei tentò di girarsi ancora, ma lui glielo impedì. La guardava, in attesa che parlasse e lei, dopo un profondo sospiro, si arrese.
“Quando mi sono resa conto di essere incinta, ho desiderato disperatamente di stare con te, per vivere tutto questo insieme. E questo mi ha fatto pensare che, se fossimo stati a casa, forse ci saremmo sposati.” Lei lo guardò negli occhi e si accorse che lui ancora non afferrava il nesso. “Se ci fossimo sposati, le mie iniziali sarebbero state L.E. Così ho cominciato a pensare L.E., Liz Evans, come una ragazzina sciocca che scrive il nome del suo innamorato sul diario, e poi L.E. è diventato Ellie e lei mi ha detto che il nome le piaceva.”
“Lei ti ha detto …?” disse Max incredulo.
“Fa parte del collegamento, Max. Una volta che tu la lasci entrare, si crea una forma di telepatia o qualcosa di simile. Devi solo saperlo.” Liz non sapeva come spiegarglielo. “Se non ti piace questo nome … “
“No.” disse svelto Max.”Mi piace. Mi piace tanto.” Guardò le sue guance rosa e la sua pelle liscia.

Era veramente bella, quasi luminosa, e il suo cuore bruciava per l’amore che stava provando per lei. Ma si sentiva così impotente nei suoi confronti. Avevano bisogno di più informazioni, di indizi per sapere dove fosse, prima di essere in grado di riportarla a casa, e lui voleva disperatamente riportarla a casa, lei e la vita preziosa che stava crescendo dentro di lei. Lei doveva stare con lui, non rinchiusa in quel posto orribile.

Lui guardò intensamente nei suoi profondi occhi neri e seppe cosa doveva fare. Non poteva riportarla a casa e non poteva far scorrere più veloci i giorni tristi senza di lei, ma poteva fare qualcosa per rendere più leggero il suo stesso animo. Si alzò dalla coperta e si mise in piedi; poi si guardò intorno e vide una macchia di fiori, proprio accanto agli alberi. Si diresse lì, tirandosi giù le maniche e chiudendosi il collo della camicia. Si riempì le mani di fiori e tornò verso Liz, litigando con il nodo della cravatta.
“Cosa stai facendo, Max?” si meravigliò Liz quando lo vide camminare vero di lei. Lo sentiva imprecare sottovoce contro la cravatta che non voleva cooperare e, quando fu abbastanza vicino, la allacciò per lui.
“Come sto?” le chiese, aggiustandosi i capelli con le mani.
“Sei bello, Max, molto, molto attraente.” disse Liz, quasi ridendo. “Ma per cosa?”
“Ho bisogno di una giacca.” disse lui, ignorando la domanda e mettendole in mano i fiori. Prese la coperta dove si erano seduti e, passandole una mano sopra, la cambiò in una giacca elegante. La infilò, si aggiustò il collo e riprese i fiori dalle mani di Liz. Li tenne un attimo, poi li ricoprì con l’altra mano e,quando la tolse, tese a Liz un mazzo di rose bianche. Ci pensò un attimo, poi prese qualche bocciolo dal mazzo e glielo mise tra i capelli.
“Max …” Liz fece un sospiro, poi infilò il naso nel loro dolce profumo. “Cosa significa tutto questo?”
Max si guardò intorno, in cerca del posto perfetto. Le prese la mano e la portò in un punto che dominava l’intera vallata. Era un posto pittoresco, e con il sole che faceva scintillare i capelli di Liz e brillava nei suoi occhi, capì che aveva trovato il posto perfetto. Si schiarì la gola e prese le mani di lei nelle sue.
“Io, Max Evans, amo te, Elizabeth Parker, con tutto il mio cuore e con tutta la mia anima. Tu sei il mio amore, e la mia vita e io voglio che tu sia mia moglie. Un giorno saremo di nuovo insieme, ma fino ad allora, questa è la mia promessa per te. Voglio amarti per il resto della mia vita e voglio avere cura di te ogni minuto che saremo insieme. Tu significhi tutto per me e il tuo amore mi rende completo. Vuoi diventare mia moglie?”

Lacrime scesero sul viso di Liz e il groppo che aveva in gola le rendeva difficile respirare. Gli occhi di Max la guardavano con tanto amore che lei si chiese cosa avesse fatto per meritarselo.
“Lo voglio!” disse attraverso le lacrime. Deglutì, cercando di riprendere il controllo delle sue emozioni.
“Io, Elizabeth Parker, amo te, Max Evans, più di qualsiasi cosa al mondo. Tu sei le fondamenta su cui mi poggio, la luce che guida la mia strada, l’altra metà della mia anima. Io voglio amarti per sempre, far tesoro di ogni momento che dividiamo avere te nel mio cuore fino al giorno che morirò. Vuoi essere mio marito?”

“Lo voglio!” disse Max attraverso le sue stesse lacrime. Si chinò e posò le sue labbra su quelle di lei. Le braccia le strinsero la schiena e la attirò verso di sé, godendo della sensazione del corpo di lei contro il suo. Liz lo abbracciò sentendosi protetta dalla sua forza e dal suo amore. Erano uno attaccato all’altro, per proclamare il silenzio il loro amore davanti a tutti. Si baciarono a lungo, legando insieme le loro anime, per sempre e dovunque, nel modo che era solo loro. Anche se la distanza li avesse separati, il loro amore non avrebbe mai vacillato. Anche se il dolore e l’angoscia fossero stati compagni costanti, il loro amore avrebbe resistito a tutto.
Max prese la donna che ora considerava sua moglie e la portò al riparo tra gli alberi. La sua giacca ridiventò una coperta per sedersi e lei gli raccontò le cose che era necessario sapesse. La mano di Max le toccava la faccia e il collo e le braccia, carezzandola dolcemente e dandole il conforto della sua vicinanza. Ascoltò ogni parola e poi il sogno cominciò a sbiadire e a perdere definizione. Entrambi si dolevano che il loro tempo insieme era stato troppo breve e si strinsero l’uno all’altra fino all’ultimo momento. Max si svegliò con il cuore pieno d’amore eppure, nello stesso tempo, spezzato dal dolore. Una lacrima gli scese sulla guancia, sentendo tanto la sua mancanza e non desiderando niente di più al mondo che riportarla di nuovo a casa.

Capitolo 30

Max mise la freccia, appena vide l’indicazione della seconda uscita per Phoenix. Aveva guidato per ore e seguito per giorni la traccia che Liz gli aveva dato. Consultò la carta stradale, aperta sul sedile accanto al suo e girò a destra al primo incrocio. Liz gli aveva detti il nome della persona che doveva cercare, nome fornito da Joshua ma niente stava andando secondo i suoi desideri. Ogni posto dove andava finiva in un vicolo cieco.
Max parcheggiò a un lato della strada di fronte ad una piccola casa blu con le finestre bianche. Per favore, fa che questo sia il posto giusto!, pregò. Gli ci era voluto talmente tanto tempo, per arrivare qui, ed ogni giorno che passava, la paura di non arrivare da Liz in tempo, diventava sempre più forte. Verificò l’indirizzo ancora una volta, sperando che questa volta Joshua avesse indovinato. Annie non viveva all’indirizzo che gli aveva dato Liz per primo e gli ci era voluto tempo per verificare le altre possibilità che gli aveva dato. Joshua si era sorpreso che lei si fosse trasferita e si era preoccupato che fosse successo qualcosa a lei o a suo figlio.
Fece un profondo respiro e si preparò ad un’altra delusione, poi saltò giù dalla Jeep. Un bambino corse nel giardino di fronte alla casa e Max si fermò a metà strada per guardarlo. Liz gli aveva detto che Joey aveva cinque anni e questo bambino sembrava avere proprio quell’età. Aveva i capelli scuri, come quelli di Joshua , ma si disse che questo poteva non significare nulla. Un sacco di gente ha i capelli scuri. Il suono di un clacson lo fece sussultare e si girò per vedere un automobilista arrabbiato che gli fece cenno di togliersi dalla strada.
Il suono fece voltare il ragazzino, che vide Max camminare nella sua direzione. I suoi occhi erano di un azzurro cristallino come quelli di Joshua e i battiti del cuore di Max cominciarono a farsi più veloci. Traversò la strada, fermandosi solo a qualche passo dal bambino.
“Ciao. Ti chiami Joey?” chiese Max e trattenne il respiro in attesa della risposta. Il bimbo annuì lentamente e Max senti un improvviso flusso di adrenalina pervadergli il corpo. “Joey Lansing?” aggiunse Max ed il bambino annuì ancora.
“Mia madre dice che non devo parlare con gli estranei.” disse cauto Joey.
“Tua madre è in casa? Puoi chiamarla per me?” Max stava pregando che la mamma del bimbo fosse in casa. Joey si allontanò da lui si girò e corse verso l’entrata principale. Poteva sentire la voce del bambino chiamare la madre all’interno della casa, allora continuò a camminare fino a raggiungere il portico e lì si fermò in attesa. Max poteva udire un rumore di passi diretti verso la porta e una piccola donna bionda apparve alla sua vista. Si stava asciugando le mani con una salvietta e guardo Max curiosa.
“Posso esserle utile?” chiese con voce sommessa. I suoi occhi erano tra il marrone e il verde ed aveva il viso a forma di cuore, proprio come suo figlio. Joey l’ aveva seguita ed ora stava sbirciando Max da dietro le gambe della madre.
“E’ lei Annie? Annie Lansing?” Max la guardò annuire lentamente. “La moglie di Joshua?” Lui vide il colore sparire dalla sua faccia e per un attimo pensò che stesse per svenire.
“Chi sei?” chiese Annie in un sussurro “ Cosa sai di Joshua?”
“Il mio nome è Max, Max Evans, ed ho un messaggio di Joshua per lei.” I suoi occhi si spalancarono e la vide allungare una mano dietro di lei per raggiungere suo figlio. Max pensò che aveva avuto un doloroso pedaggio da pagare negli ultimi mesi. “E’ vivo, e le manda a dire che ricorda ancora Landeau Street e che la porterà li, una volta tornato a casa.”
Max non conosceva il significato del messaggio, ma Annie ovviamente lo conosceva. La sua mano si mosse a coprire la bocca e le lacrime cominciarono a scenderle dagli occhi.. Max vide che le sua mani tramavano e che Joey la guardava con occhi spaventati.
“Mamma?” disse con la voce che tremava. “Mamma, stai bene?”
“Si, Joey, la mamma sta bene.” Rispose lei tenendo gli occhi incollati su Max. Poi spalancò la porta e fece qualche passo indietro. “Prego. Ti prego entra.”
Max entrò cautamente nella casa e Annie gli fece strada nel soggiorno. Lui si guardò intorno e vide una faccia familiare in una delle fotografie incorniciate. Joshua. Annie disse qualcosa a Joey ed il bambino corse via dalla stanza.
“Prego, siediti.” Disse Annie e si diresse verso il divano. “hai detto Max, vero?” Lei era un fascio di energia nervosa e Max non poté biasimarla. Sapeva esattamente come si sentiva. Lui annuì e lei continuò. “Posso offrirti qualcosa? Una bibita? Qualcosa da mangiare?”
“No, sto bene, grazie.” Rispose Max, e allora lei si sedette su una sedia di fronte a lui. Aveva l’apparenza di una persona le cui gambe non avrebbero retto a lungo. Joey rientrò nella stanza e lei se lo strinse accanto.
“Nonno dice che arriverà subito.” disse Joey ad alta voce e Max non poté fare a meno di udire. Annie accarezzò i capelli del figlio e poi guardò Max negli occhi.
“Dov’è? Sta tornando a casa?” chiese e i suoi occhi mostravano una disperazione che a Max era molto familiare. Lei voleva sperare, ma aveva paura a farlo.
“Annie, è una storia molto lunga, ma entrambi, Joshua e qualcuno che io amo veramente molto, sono tenuti prigionieri contro la loro volontà. Io non so dove siano, ma se noi lavoreremo insieme, forse riusciremo a riportarli tutti e due a casa.” disse Max, desiderando di avere molte più notizie da darle.
“Vuoi dire che non sai dove …?” chiese Annie con disappunto.
“No.” Cominciò a dire Max quando i suoi pensieri vennero interrotti dal rumore della porta che si apriva e dal rumore di passi che si avvicinavano. Un uomo maturo entrò nella stanza e Max si alzò velocemente in piedi. Max giudicò che avesse circa cinquantacinque anni, una corporatura robusta e capelli scuri che cominciavano ad ingrigire sulle tempie. Passò rapidamente lo sguardo su Annie e poi fissò intensamente Max.
“Chi sei e cosa sai di mio figlio?” domandò l’uomo.
“Daniel, questo è Max Evans.” disse Annie posandogli una mano sulla spalla. E’ qui per parlarci di Joshua.”
“Non abbiamo notizie di Josh dai primi di maggio. Sai cosa gli sia successo?” chiese Daniel con un misto di attesa e di sospetto.
“Credo che ci sia una quantità di cose di cui dobbiamo parlare.” disse Max scegliendo attentamente le parole. Era nella posizione di doversi fidare di gente completamente estranea. Aveva passato dieci anni a nascondere ai suoi stessi genitori il suo segreto, ed ora era lì, tra persone che non aveva mai visto prima di allora, pronto a dire tutto, se questo serviva a riportare Liz a casa. “Forse dovremmo sederci, perché penso che ci vorrà un po’ di tempo.” Si sedettero tutti, Max sul divano ed Annie e Daniel su due sedie di fronte a lui.
“Daniel, posso chiamarti Daniel?” chiese Max e quando Daniel annuì continuò. “Ho avuto un contatto recente con Joshua, e lui mi ha detto dove trovarvi. L’ho incontrato per la prima volta in un laboratorio a Fort Bliss, a maggio. Lui ha cercato di aiutare me e … e Liz a scappare, ma tutto è andato terribilmente storto.”
“Oh, mio Dio!” esclamò Daniel “Tu sei il Soggetto A.”
“Cosa?” disse Max senza comprendere.
“Soggetto A.” ripeté Daniel. “Tu eri nel laboratorio!”
“Si, al Lakely Institute, a Fort Bliss. Cosa sai di questo?” chiese Max con la voce molto tesa.
“Josh ha lavorato lì per anni.” disse Daniel tentando di aiutare quel ragazzo a capire. “Era nella nostra lista dei posti da monitorare. C’erano state ‘attività’ lì e non volevamo avere una persona sul posto se fossero cominciate di nuovo. Josh sentì nel mese di marzo, che stavano studiando due soggetti e si assicurò di essere assegnato all’unità che era coinvolta. Lavorava lì da così tanto tempo che era abilitato a lavorare in tutte le unità più sensibili. Avevamo veramente poche informazioni su cui contare. Non sapevamo i vostri nomi, non sapevamo da dove venivate, e noi non avevamo persone scomparse. Tutto quello che sapevamo era che il Soggetto A era maschio e alieno, e che il Soggetto B era femmina ed umana.”
“E dato che sapete che ero il Soggetto A, sapete che …” Max aveva ancora difficoltà a parlare della sua condizione biologica, anche se sapeva che l’uomo a cui stava parlando era come lui.
“Che tu sei alieno.” Daniel disse a voce alta le parole al suo posto. “Come me. Si. Ma c’è qualcosa che non capisco. A quale clan appartieni? A noi non risulta che manchi qualcuno.”
“Clan?” Max non capiva assolutamente nulla.
“SI. Clan.” disse Daniel e fu il suo turno a non capire. “Noi facciamo parte del clan di Phoenix, chiamato naturalmente così dal posto in cui ci siamo stabiliti. Non ce ne sono molti sparsi per tutto il paese, ma non è stata riportata nessuna scomparsa.”
“Io non appartengo ad un clan.” cercò di spiegare Max. “io sono uscito da una capsula undici anni fa e, ad eccezione di mia sorella e di un amico, non ho mai visto o sentito un altro alieno, prima d’ora.”
“Max, da dove vieni?” chiese Daniel “Dove erano i vostri bozzoli?”
“Nel deserto, fuori Roswell.” Rispose Max e vide Daniel spalancare gli occhi.
“L’incidente! Tu sei sopravvissuto all’incidente!” esclamò Daniel. “Credevamo di avere perso tutti. Tutte le nostre informazioni dicevano che quando l’astronave si era schiantata i militari avevano recuperato i corpi, e noi abbiamo presunto che questo si riferisse anche ai bozzoli. Dopo qualche anno, senza avere avuto tracce di sopravvissuti, ci siamo arresi ed abbiamo smesso di monitorare la città. Più tardi è diventata una trappola per turisti, ed ogni avvistamento o voce associata a Roswell diventava una leggenda urbana. Non riesco a credere che siete stati lì per tutti questi anni e che noi non ne abbiamo saputo nulla.”

Max pensò che le cose cominciavano ad avere significato. Quando quelli della sua specie erano venuti sulla terra, si erano sistemati in alcune zone, formando piccole comunità mentre tentavano si mescolarsi con il mondo attorno a loro. Naturalmente erano stati molto protettivi nei confronti di quelli del loro genere, e volevano sapere se qualcuno di loro spariva. Doveva essere stato molto strano chiedersi chi fosse lui, per tutto quel tempo.
“Max, so che hai molte domande da fare e ti prometto che risponderò a tutte, ma adesso, per favore, ho bisogno di sapere di mio figlio.” Daniel guardò verso di Max con un’espressione che lui conosceva così bene. Viveva con lei ogni giorno, chiedendosi cosa succedeva a Liz e se avrebbe potuto rivederla ancora.
“Noi, Liz ed io, siamo stati … portati al Lakely Institute il primo marzo.” cominciò pacatamente Max. “Non ho mai visto o parlato con Joshua fino a maggio. Lui venne nella stanza dove io e Liz eravamo stati portati e mi disse che non eravamo soli. Questa era la prima speranza che avevamo di riuscire a scappare dalla stanza delle torture. Dopo quel primo incontro, l’ho visto diverse volte, sempre per breve tempo. Poi, nella notte del dodici maggio, è entrato nella nostra stanza a notte fonda ed ha detto che era ora di andare.”
“Perché Joshua si è mosso così presto?” lo interruppe Daniel. “Lui sapeva di dover aspettare fino al quattordici?”
“Cosa vuoi dire?” chiese Max.
“L’ultima volta che ho parlato con Josh è stato il dieci di maggio.” cercò di spiegare Daniel. “Avevamo programmato la fuga per il quattordici. In altre parole, avevamo in piedi un piano per tirarvi fuori, ma era programmato non prima del quattordici. deve essere successo qualcosa che l’ ha fatto agire al di fuori della tabella di marcia e da solo invece che col nostro supporto. Deve aver avuto una ragione per decidere che non era sicuro aspettare più a lungo.”

“Io non so perché si sia mosso prima.” rispose Max. “Ci ha condotto alla stanza di trasferimento quella notte, ma qualcosa li ha avvertiti di quello che stava succedendo e l’allarme è scattato. Il laboratorio è stato isolato, ma il trasferimento era stato programmato ed io sono stato trasportato fuori di lì. Liz e Joshua sono rimasti intrappolati, senza nessun posto dove fuggire. Io non potevo uscire dalla stanza di trasferimento e loro non potevano entrare. L’ultima cosa che sono riuscito a vedere sono state le guardie che entravano e prendevano Liz.”
“Cosa mi dici di Josh? Cosa gli è successo?” Annie aveva uno sguardo spaventato e Max conosceva bene le sensazioni che lei stava provando.
“Annie, cerca di non lasciarti turbare.” Max stava cercando di trovare il modo migliore per dirle quello che era successo al marito. “Joshua è stato ferito. Gli hanno sparato.”
“Sparato?” Daniel restò senza respiro ed il colore sparì dalla faccia di Annie.
“Aspettate. Ora sta bene.” si affrettò a dire Max “e’ stato a lungo malato, in coma, ma ne è venuto fuori un paio di settimane fa ed è da allora che io vi sto cercando. E’ ancora ricoverato, ma pensano che guarirà completamente. L’unico problema è che non sanno dove sono tenuti prigionieri.”

“Come fai a sapere tutto questo, Max?” chiese Daniel. “Tu sei scappato a maggio, e sappiamo che il Lakely Institute si è trasferito altrove pochi giorni più tardi ed è scomparso dalla vista, così come sei riuscito a metterti in contatto con loro?”
“E’ stata Liz a contattare me.” disse Max. Notò che Daniel ed Annie si scambiarono uno sguardo e poi tornarono a spostare la sua attenzione su di lui. “Quando Joshua è uscito dal coma, lui … ha mostrato a Liz … come contattarmi nei sogni.” Max li guardò per vedere la loro reazione. Una parte di lui si aspettava che lo guardassero come se avesse detto qualche cosa di assurdo, ma l’altra parte di lui era certa che sapessero esattamente di cosa stava parlando.

“Capisco.” disse Daniel con aria furba. ”E’ stata una fortuna che lei sia stata in grado di contattarti, ma questo complica ancora di più le cose.”
“Cosa vuoi dire?” chiese ancora Max.
“Vedi, Max,” disse Daniel misurando le parole “C’è solo un caso in cui Liz, un’umana, possa riuscire a contattarti. Questo vuol dire che lei …” Esitò a finire la frase. E se Max ancora non ne fosse stato informato?
“Incinta.” finì Max al suo posto. “Sto ancora cercando di superare lo shock della scoperta. Stavo perdendo la speranza di tirarla fuori da lì, ovunque sia quel ‘lì’.”
“Tu non sei il solo a volerla fuori da lì, Max.” disse Daniel fermamente.” Non possiamo permettere loro di avere tra le mani un ibrido. Il pensiero di quello che potrebbero fargli o come potrebbero usarlo, per noi è inimmaginabile.”
“Max, hai qualche idea di dove diamine potrebbero essere?” chiese Annie.
“No.” Max scosse la testa. “Mi spiace, ma non ne hanno la minima idea.”
Daniel guardò Max, lo sguardo di un padre in pena. “Nessuna in assoluto?”
“Aspetta” disse Max e Daniel avvertì il tono eccitato della sua voce. “C’è una cosa che Liz ha detto. Mi ha detto che il dottore che la seguiva si era riferito al posto chiamandolo ‘la Montagna’.” Hai un idea di cosa possa significare?”
“Per quanto io possa ricordare, no.” lo informò Daniel. “Ma almeno abbiamo qualche cosa per incominciare. E’ meglio che niente.”

Max non poté fare a meno di mostrare il suo disappunto. Aveva sperato che, dopo tutto quel tempo, le cose avrebbero cominciato ad andare per il verso giusto e che quell’incubo avrebbe visto la fine. Stettero in silenzio per un minuto, persi nei loro pensieri fino a che Max trovò la forza di fare la domanda che lo aveva assillato per la sua intera vita.
“Non ho avuto modo di parlare molto con Joshua, ma lui mi ha detto che …”Esitò un momento prima di continuare. Si sentiva a disagio a parlare di se stesso, rivelando segreti che aveva accuratamente tenuto nascosti per così tanto tempo. “Mi ha detto che c’erano altri come me. Io non so nulla di me, né da dove vengo o perché sono qui. Ho conosciuto solo altri due uguali a me, fino ad ora. Puoi dirmi … qualcosa. Ho passato tutta la vita a chiedermi chi sono.”

“Raccontami la tua vita, Max.” disse Daniel insistente “Dimmi tutto.”
Max spostò lo sguardo dall’uomo ad Annie per poi tornare a guardare Daniel. Cominciò dall’inizio, di quando lui, Isabel e Michael erano usciti dai bozzoli con l’aspetto di bambini di sei anni. Raccontò di come lui e sua sorella erano stati adottati da umani e cresciuti come normali bambini senza che i loro genitori si fossero mai resi conto che erano differenti. Max parlò dei poteri che avevano sviluppato nel tempo e come aveva salvato la vita di Liz., un giorno, usando quel dono. Ogni tanto Daniel faceva qualche domanda ma per la maggior parte del tempo lasciò che fosse Max a parlare.
“E poi io e Liz abbiamo trovato nel deserto quel globo che ci ha condotti al Lakely Institute.” disse Max finendo la sua storia.
“Ci sono un sacco di cose che non sai.” disse Daniel, mentre Max annuiva “Fammi cominciare dell’inizio. Il nostro pianeta era nella Galassia a Spirale. Tanto tempo fa la nostra gente si rese conto che il nostro sole stava per morire e che l’unica speranza per sopravvivere era trovare un’altra casa. Sapevamo che sarebbe stato necessario parecchio tempo prima di trovare un posto con un ambiente a noi favorevole, così abbiamo sviluppato una forma di vita sospesa, un metodo per rallentare il sistema corporeo e rendere possibili lunghi viaggi. Una flotta di astronavi partì per lo spazio, prendendo varie direzioni alla ricerca di un posto nuovo. C’erano cinque astronavi madri, nel nostro gruppo. Ciascuna nave aveva di cinquecento persone in vita sospesa e un equipaggio di cento uomini per la nave.”
“Il viaggio fu più lungo di quanto potessimo immaginare e, per questo, molti anziani dell’equipaggio morirono e furono rimpiazzati con la nascita di una nuova generazione, che conosceva solo la vita sulla nave. Il nostro compito, come quello dei nostri genitori, e dei loro genitori ancora prima, era quello di trovare un nuovo habitat. Un mondo in cui potevamo sopravvivere e col quale confonderci. Un posto così è raro nell’universo, e la nostra ricerca fu lunga ed irta di difficoltà. La nostra nave fu separata dalle altre da una tempesta di ioni, e quando passò, tutte le tracce delle altre navi erano scomparse. Abbiamo vagato da soli per la galassia finché il destino non ci ha condotti qui.” Daniel fece una pausa per lasciare a Max il tempo di assorbire quello che aveva udito.
“Così tu eri in … come l’hai definita? Vita sospesa? Quando sei arrivato qui?” chiese Max, affascinato da quello che stava sentendo.
“No, io sono un Gen.” rispose Daniel.
“Un Gen?”
“Si.” Daniel sorrise, pensando a come, per Max, dovesse sembrare strano tutto questo. “Una dodicesima Gen, ora. Questo significa che io faccio parte della dodicesima generazione nata sulla nave durante il nostro viaggio fino a qui.” disse Daniel con un sorriso.
“Quando sono arrivato, ero solo un ragazzo. Ci sono volute centinaia di anni per trovare questo pianeta. I miei genitori non avevano mai messo piede fuori della nave, finché non siamo arrivati qui. I miei nonni, e prima ancora i loro genitori, sono vissuti e morti a bordo della nave, senza mai aver respirato aria fresca o sentito il sole sulla pelle.
Max fissò Daniel, cercando di immaginare tutto quello che lui stava raccontando. Lui era un sopravvissuto di un pianeta estinto, faceva parte di una piccola banda di rifugiati che aveva vagato per centinaia di anni nelle galassie alla ricerca di un mondo nuovo. Destino, fortuna o puro caso li avevano portati qui, sulla Terra.
“Quanti di noi sono qui, ora?” chiese Max, che stava ancora cercando di assimilare tutto.
“Oggi, a Phoenix, la nostra popolazione conta 254 membri. Sull’ intero pianeta, siamo circa duemila, contando gli ibridi che sono nati da genitori misti.” Daniel guardò Max attentamente e poi continuò “Sei il benvenuto, se vuoi unirti a noi, Max. Noi potremmo servirci di te. Tu sei differente. Unico.”

Max non riuscì a nascondere la delusione che stava provando. Perché era differente? Anche quando finalmente aveva trovato altri della sua specie, c’era qualcosa in lui che lo faceva differente dagli altri?
“Che intendi dire? Che cosa mi rende diverso dal resto di voi?”
“Il tuo dono, Max!”
“Vuoi dire la mia abilità nel …” disse Max guardandosi i palmi delle mani.
“Di guarire, si.” Annuì Daniel.” Non abbiamo guaritori, qui. Ne ho incontrato solo uno prima d’ora, ed è morto molti anni fa senza figli, così abbiamo creduto che la capacità di guarire fosse andata persa. Qualcuno di noi è capace di fare cose semplici, guarire un graffio o una bruciatura, qualcosa del genere. Ma la vera capacità di guarire è estremamente rara.”
“Perché? Credevo che tutti noi fossimo uguali.”
“Oh, no.” sorrise Daniel “E’ come per gli umani: qualcuno ha talento per l’arte, o per la musica, o qualche altra qualità che li rende uno differente dall’altro. I nostri doni sono solo un tantino differenti. Qualcuno ha la capacità di manipolare gli oggetti, o del trasferimento di energia o della proiezione mentale.”
“Vuoi dire passeggiare nei sogni? Isabel è brava a farlo.”
“Generalmente questo richiede una connessione genetica, come il legame tra madre, padre e il loro bambino che deve ancora nascere. L’abilità di passeggiare casualmente nei sogni e tutt’altro che comune, ma non del tutto straordinaria.”
“Veramente?” disse Max sorpreso “Isabel lo fa sempre. Ma per qualche motivo, non è stata capace di raggiungere Liz, almeno non a quando è stata portata via dal Lakely Institute.”
“se Isabel è capace di passeggiare nei sogni, ma non è stata in grado di raggiungere Liz, penso che abbia a che fare più col posto in cui è stata portata che con un problema da parte di tua sorella. Ci sono certe sostanze che possono bloccare o deviare i tuoi poteri. Certi metalli, atomi pesanti.”
“Ma Liz è stata capace di contattarmi! Se qualcosa ha impedito a Isabel di arrivare Liz, perché non ha impedito a Liz di arrivare a me?”
“Io credo che la tua connessione con Liz sia molto forte.” replicò Daniel. “E avete un legame genetico attraverso il vostro bambino. Credo che questo faccia la differenza.”
“Pensi che riusciremo a trovare Liz?” chiese Max, sentendo la sua frustrazione crescere ancora una volta. “E’ intrappolata lì da tanto di quel tempo e il bambino nascerà tra pochi mesi. Dobbiamo trovarla in tempo.”
“Max,” chiese Daniel, avvertendo la sua tensione “Odio farti preoccupare ancora di più, ma abbiamo meno tempo di quello che pensi.”
Max sentì la paura mordergli il cuore. “Cosa intendi dire?” chiese, temendo già la risposta. Non gli era piaciuto il tono della voce di Daniel né lo sguardo preoccupato nei suoi occhi.
“Max, gli ibridi, nell’utero, si sviluppano molto più in fretta dei feti umani. Di solito la gravidanza è molto più breve.”
“Quanto più breve?” disse Max stordito.
Daniel si guardò le mani e fece un profondo respiro. Il ragazzo che aveva davanti, stava già soffrendo tanto, e quello che stava per dirgli avrebbe accresciuto ancora di più il suo dolore. I suoi occhi guardarono la faccia terrorizzata di Max. “Siamo quasi al limite del tempo."

Continua...

Scritta da Debbi aka Breathless
Traduzione italiana con il permesso dell'autrice dall'originale in inglese
a cura di Sirio, con la collaborazione di Coccy85


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