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SPECIALE

CUORI PRIGIONIERI (Captive Hearts)

Capitoli 103-108


Riassunto: Questa storia, in 118 capitoli, comincia subito dopo gli eventi dell'episodio "Amore alieno" (1.16), e nulla di quello che è accaduto dopo l’episodio è rilevante ai fini della storia. Max non è un re. Tess non esiste, non ci sono Skins o duplicati o Granilith.
Torniamo indietro al tempo in cui Max non ha occhi che per Liz e il suo più grande desiderio, la sua più grande paura è che lei in qualche modo possa ricambiarlo.

Valutazione contenuto: non adatto ai bambini.

Disclaimer: Ogni riferimento a Roswell appartiene alla WB e alla UPN. Tutti gli attori protagonisti del racconto e citati appartengono a loro stessi.


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Capitoli 13-18
Capitoli 19-24
Capitoli 25-30
Capitoli 31-36
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Capitoli 97-102

Capitolo 103

Max si sentì girare la testa quando, il mattino dopo, si chinò per prendere il giornale nel portico. La sera prima si era spinto un po’ troppo oltre e, anche se con Liz non l’avrebbe mai ammesso, ne stava risentendo gli effetti. Probabilmente avrebbe dovuto dormire ancora qualche ora, ma il dovere lo chiamava. Quella mattina c’era in programma un rapporto e lui doveva essere lì.
Si diresse in cucina con il giornale in mano e si versò una tazza di caffé per cominciare la mattinata. Deviò verso Liz, che stava versando l’impasto delle frittelle sulla piastra, avvolse le braccia attorno alla sua vita e immergendosi nel collo di lei strofinando le labbra contro il suo orecchio.
“Buon giorno, bellissima.” disse baciandole la gola.
“Buon giorno, mio Principe.” lo prese in giro lei, poi si girò tra le braccia di lui per baciarlo meglio. Lo guardò e vide la camicia verde con la cravatta in tinta. “Come? Niente viola, oggi?”
“Molto divertente!” Max spostò le mani sulle sue spalle e la attirò a se. Qualche volta, quando succedeva qualcosa di brutto, era bello trovare qualcosa per sorridere, per sdrammatizzare. Per trovare forza. Entrambi si erano sostenuto a vicenda, negli ultimi anni. “Inoltre,” la baciò sulle labbra. “Non sono stato un Principe. Io sono stato Re-per-un-giorno.”
“E ora tornerai ad essere soltanto il piccolo vecchio alieno Max.” Liz lo baciò un’altra volta, poi si girò per finire di preparare la colazione, prima che bruciasse.
“Grazie a Dio.” Max andò verso la tavola, portando il suo caffé. “Ora forse le cose si calmeranno … Oh, dannazione!”
“Cosa c’è?” Liz girò la testa verso di lui, con evidente preoccupazione. Max stava guardando il giornale che aveva aperto sopra la tavola e lei si affrettò a vedere cosa stesse leggendo. Quando fu vicina, un senso di malessere si fece strada dentro di lei alla vista della prima pagina del Phoenix Sun. L’immagine di Max, estremamente dettagliata, le stava davanti, sotto la testata:

IL RAPIMENTO FINISCE SENZA SPARGIMENTO DI SANGUE. GIOVANE EROE SALVA LA SITUAZIONE.

Stettero in piedi in un silenzio attonito, leggendo l’articolo e girando la pagina, per scoprire molte altre foto. Max, con le buste del Burger Palace in mano, che entrava nella scuola. La Squadra Speciale che circondava l’edificio. Carol che usciva dalla scuola, sorretta da quattro bambini. Le gemelle che uscivamo dalla porta ed erano soffocate di abbracci dai genitori. Una bambina di quattro anni che correva verso la salvezza. Max che usciva dalla scuola con tre bambini abbracciati a lui. Ronald Kane che veniva condotto via in manette.
Max sfiorò con le dita l’ultima foto della pagina. Nella foto i suoi occhi erano chiusi, e lui ricordava cosa aveva provato in quel momento, tenendo tra le braccia Liz, dopo che l’arduo compito era finito. Loro si stavano tenendo stretti, Liz con le braccia intorno alle spalle di lui e Max con una mano infilata tra i capelli di lei, mentre intorno a loro non esisteva più niente.
Quando aveva proposto a Carl l’idea di entrare lì dentro, non aveva pensato che sarebbe finita così. All’inizio, tutto quello che importava era portare in salvo i bambini che erano nella scuola. Questo dimostrava come fosse cambiato da quel ragazzo che sfuggiva ad ogni tipo di esposizione, per paura di quello che poteva accadergli. Questa volta non aveva mai pensato a se stesso.
Girandosi verso Liz, disse ad alta voce quello che entrambi stavano pensando. “Johnson poteva anche non essere in città e non aver visto la Tv ieri sera, ma i giornali sono un problema differente.” Max guardò il giornale ancora una volta, poi aggiunse “Sarà meglio che ne parli con Carl.

***

Johnson aprì la porta della sua stanza d’albergo, pronto per andare al suo incontro con Benjamin Hunter, Direttore del Pacifica Research Group. Una copia omaggio di USA Today era ai suoi piedi e lui si chinò a raccoglierla. La piegò e se la infilò sotto il braccio, pensando che avrebbe avuto qualcosa da leggere mentre traversava la città in taxi, o magari più tardi.
Guardato l’orologio, decise che era troppo presto per chiamare Mary. Avrebbe aspettato più tardi, forse prima di pranzo. Spinse la porta d’ingresso dell’hotel ed entrò nella fredda aria mattutina di San Francisco, cercando un taxi che lo portasse all’appuntamento che sperava avrebbe portato una vita nuova per lui e per Jenny.

***
Mary si girò nel letto e anche con le palpebre chiuse registrò il fatto che la sua stanza era piena di luce. Anche se ancora mezza addormentata, sapeva che non era la luce del sole. La luce solare non era mai entrata in quella stanza, due piani sotto al livello del terreno. si stirò ed aprì gli occhi, poi li spalancò alla vita della faccia sopra di lei. Si portò una mano alla gola, spaventata, poi, per reazione, scoppiò a ridere.
“Buon zorno.” sorrise Ellie guardando la faccia di Maria.
“Buon giorno!” Mary scompigliò i capelli di Ellie. Il battito del suo cuore stava lentamente tornando alla normalità, si mise a sedere e disse “Ti sei svegliata presto!”
“Non ho più sonno!” la informò Ellie e poi si alzò in piedi e cominciò a saltare sul letto. “E’ … ora … di … azzassi!” Ellie pronunciava ogni parola tutte le volte che i suoi piedini colpivano il materasso e poi saltava in aria. “Ora … di … azzassi … ora … di … azzassi …”
“Jenny!” Mary rise, poi l’avvertì “Non saltare sul letto, potresti farti male.”
“No, io no.” Ellie fece un altro salto.
“Andiamo a preparare la colazione.” Mary sorrise ed Ellie scese dal letto, correndo verso la cucina. Mary la seguì a passo più lento, chiedendosi dove i bambini trovassero tutta quella energia.

***
Max arrivò al distretto, pensando al sogno che aveva diviso quella notte con Ellie. Ringraziò Dio che ieri Johnson non fosse stato in città per vedere i notiziari, ma ora si preoccupava sempre di più per i giornali. Una volta Ellie gli aveva detto che non c’erano giornali nel posto dove viveva; quando gliene aveva mostrato uno lei aveva detto che non l’aveva mai visto prima, ma questo non significava che Johnson non li leggesse.
Era così assorto nei pensieri, che gli ci volle qualche attimo per rendersi conto che era al centro dell’attenzione. Rallentò il passo e poi esitò quando gli agenti , le segretarie e le persone presenti cominciarono ad applaudirlo. Sentì il sangue arrivargli alle guance sotto il loro sguardo e si guardò attorno sorpreso. Non era abituato a stare al centro dell’attenzione.
Mentre camminava nel corridoio, diretto verso l’Ufficio della Squadra, ai suoi lati si formarono due file di persone che gli resero onore. Mani che cercavano le sue, per stringere la mano dell’uomo che aveva reso orgoglioso il loro dipartimento e gli dicevano parole come ‘sei stato in gamba’ , ‘siamo orgogliosi di te’ o ‘ben fatto’.
Max era senza parole per l’accoglienza che gli stavano riservando i suoi colleghi e non riuscì a controllare il sorriso che gli si era incollato sul viso, quando finalmente entrò nel suo ufficio, per trovarsi faccia a faccia con Carl. l’uomo si alzò dalla scrivania e mettendogli una mano sulla spalla, disse “Come ti senti stamattina?”
“Bene.” sorrise Max, anche se si sentiva un po’ sopraffatto. “Sto bene.”
“Immagino che tu abbia letto i titoli dei giornali del mattino?” gli chiese
“Si.” il sorriso scomparve dalla sua faccia. “Ne volevo giusto parlare con te.”
“Sono tutto tuo.” Carl incrociò le braccia sul petto e si sedette sul bordo della scrivania.
“Allora, come sai,” cominciò Max, infilando una mano nella tasca anteriore e toccando distrattamente con l’alta la scrivania di Carl. “Ho evitato di mettermi in mostra per tutta la vita …”
Carl annuì ed ascoltò in silenzio. Ora capiva perché Max gli aveva consegnato Cindy Morgan dopo che l’avevano ritrovata al Coyote Canyon Park. Perché lui rimaneva sempre in secondo piano quando la stampa compariva sulla scena. Molti uomini andavano a caccia di pubblicità, contenti di stare sotto i riflettori che accompagnavano i casi importanti, ma non Max. Aveva troppi segreti da nascondere, segreti che Carl ora capiva. Avrebbe fatto tutto quello che era in suo potere, perché i segreti del suo giovane partner rimanessero tali.
“Ieri sera, quando sono tornato a casa, vedere i notiziari è stato uno choc.” fece una scrollata di spalle e continuò. “Non ho pensato alla pubblicità. Volevo solo aiutare quei bambini ad uscire vivi. Ma …”
“Ora sei preoccupato che Johnson ti abbia visto, ieri sera.” finì Carl per lui.
“Lo ero, certo, ma dopo il sogno con Ellie, la preoccupazione è diminuita. Ellie mi ha detto che Johnson è fuori città. Non sa quando tornerà, ma è partito ieri mattina e lei crede che tornerà tra qualche giorno. Per allora la storia sarà vecchia, almeno per la TV, ma mi preoccupo dei giornali. La mia foto è dappertutto. E anche la foto di Liz. E se …”
“Aspetta un minuto.” Carl fu colpito da qualcosa che lui aveva detto. “Johnson è partito? E’ fuori città?”
“Questo è quello che ha detto Ellie.” confermò Max.
“Ma tu non sai dove? O che mezzo ha preso per partire?”
“No.” Max questa volta scosse la testa. “Le ho chiesto di parlare con Mary, per sapere quando sarebbe rientrato, ma lei deve stare attenta. Ancora non so se questa Mary è al corrente della verità. Voglio dire,” Max si passò nervosamente la mano tra i capelli. “Per come parla di lei, Mary significa il mondo per Ellie, ma se Mary lavora per Johnson, come posso fidarmi di lei? Potrebbe essere una complice.”
“Comprendo la tua prudenza.” fu d’accordo Carl. “Ma questa è una traccia che vale la pena di seguire. Ha preso l’auto? O un aereo? O il treno?”
“Non lo so.” Max si passò le mani sulla faccia.
“Se è andato vicino, probabilmente ha preso l’auto e allora non ci sarebbero tracce.” la mente di Carl era al lavoro. “Ma se ha preso l’aereo, potrebbe esserci qualcosa …”
“Cosa?” Max era pronto ad attaccarsi a qualsiasi speranza. Qualsiasi.
“Se ha preso l’aereo, potrebbe aver lasciato la sua auto all’aeroporto, o avere un amico che l’abbia accompagnato …”
“Non è possibile che quell’uomo abbia degli amici.” disse Max velenosamente.
“O potrebbe aver preso un taxi.” suggerì Carl. “I taxi hanno delle registrazioni. partenza e arrivo. E le registrazioni possono essere controllate. Quanti taxi sono andati all’aeroporto, ieri mattina?”
“Pensi …?” Max guardò Carl, quasi spaventato al pensiero che poteva esserci una possibilità di ritrovare quel bastardo che aveva preso sua figlia.
“Andiamo a scoprirlo.” sorrise Carl. Max sentì il suo battito accelerare e si sforzò di rimanere calmo. Era troppo presto per sperare. Il telefono squillò proprio mentre Carl aveva allungato una mano per prenderlo e, mentre ascoltava, il suo sguardo si posò su Max.
Il suo sguardo era rassegnato a quello che veniva detto dall’altro capo della linea e Max lo sentì dire “Oggi? A mezzogiorno? … Qui? … Si …Si … Lui deve … Lo aspettano per … Deve rispondere alle domande? … Capo, lui non … Si, lo capisco … si … naturalmente , ma … ma io ho esperienza in queste cose e lui no … si, lo so … questo lo capisco …”
Carl non era molto bravo a nascondere la sua irritazione e Max si chiese cosa lo stesse irritando. Stava per scoprirlo.
“Dannazione!” esclamò Carl riattaccando il telefono.
“Cosa?” Max non ne era sicuro, ma temeva che quella telefonata avesse qualcosa a che fare con lui.
“Il Sindaco ha indetto una conferenza stampa per oggi a mezzogiorno.” sospirò Carl.
“Una … conferenza … stampa?” Max deglutì. “E’ … per quello che è successo ieri?”
“Mi dispiace, Max. Ho tentato di tirartene fuori, ma il Sindaco insiste per averti lì. Sei tu l’eroe, quello che la stampa vuole vedere.”
“Ma Carl …” Max impallidì. “Non posso. Io … non posso.”
Carl si alzò in piedi e strinse il braccio del suo giovane collega. “Non hai scelta.” Carl era lì, in piedi, immobile, incapace di parlare, pensando alla ulteriore pubblicità che ne sarebbe derivata e al suo significato, finché Carl si girò verso il telefono. Proviamo a trovare quella compagnia di taxi. Magari scopriremo qualcosa.”
Max riportò la sua attenzione su quell’argomento, cercando di non pensare a quello che sarebbe successo dopo. Prese l’elenco telefonico dal cassetto della scrivania e cominciò a cercare le società di taxi a Phoenix e dintorni. Fece un sospiro alla vista di quanto fosse lunga la lista. Ci sarebbe voluto un po’ di tempo.

***

“Hai finito di mangiare, tesoro?” Mary si avvicinò ad Ellie e si sporse oltre le sue spalle. La bambina aveva disegnato per tutta la mattinata e Mary non era riuscita a farla smettere, nemmeno per mangiare un panino.
“Quasi.” Ellie dette l’ultimo morso e leccò il prosciutto che le era rimasto al lato della bocca.
“Cosa hai disegnato, Jenny?” Mary guardò l’album.
“Il Luna Pac.” rispose Ellie e sorrise a Mary. “Vedi?” indicò. “Quetta è la Ruota paronamica e qui ci sono le ‘ganite’ e quetto è l’orso che mamma ha vinto per me, e qui è dove ci sono gli onigli! Ti piassono gli onigli, Mary?”
“I …” Mary la guardò attonita. I conigli? La Ruota panoramica? L’orso gigante sopra le spalle di un ragazzo? Sembrava che Jenny stesse descrivendo il sogno che lei aveva fatto quella notte, ma … come era possibile?
“Mi dippiace che non ho potuto giocare con te. Papà ancoa non ti conocce.” Ellie guardò verso mu e le chiese fiduciosa “Ti piase il mio papà?”
“Il tuo …” Mary si mise a sedere sul tavolo di Ellie, trovandosi in difficoltà per quello che Jenny stava dicendo.
“Io credo che a papà piacerai, ma non voio che vada via. Ecco perché non ho giocato con te. Sei arrabbiata con me?”
“Arrabbiata con te?” Mary non sapeva cosa pensare.
“Hai vitto che ti ho salutata dalla Ruota paronamica? papà credeva che salutavo mamma. Voi conoccere mamma e papà la prossima volta?” Ellie la guardò con aspettativa, ma Mary riusciva solo a muovere gli occhi.
Quando lei non rispose, Ellie chiuse la copertina dell’album ed annunciò “Ora lo metto via.” Ellie scese dalla sedia, raccolse le sue cose e si diresse nella sua camera. Forse lei e Mary potevano giocare un po’ prima di riposare.
I pensieri di Mary erano in tumulto mentre guardava uscire la bambina, poi aprì lentamente la bocca per dire “Ellie …?”

***

Max era sul podio della conferenza stampa, decisamente a disagio, mentre il Sindaco rispondeva alle domande fatte dai giornalisti. Stava lodando il dipartimento per come aveva gestito la faccenda della scuola e Max in particolare.
Sentendosi messo in mostra, Max non vedeva l’ora che tutto finisse.
“Come valuta la risposta del Dipartimento a questa crisi?” chiese un reporter.
“Credo che il Dipartimento abbia fatto un lavoro eccellente.” Il Sindaco era raggiante. “L’Unità di crisi era sul posto pochi minuti dopo che era arrivata la prima telefonata. E, naturalmente, non avremmo chiesto una fine migliore.”
“Signor Sindaco.” un altro reporter fece la sua richiesta. “Da quanto tempo presta servizio l’Agente Evans?” Max si sentì impallidire. Quando sarebbe finita quella tortura?
“Ha cominciato a lavorare per noi da gennaio di quest’anno.” disse il Sindaco, dopo aver consultato i suoi appunti.
“Non è troppo giovane per essere un agente?” lo incalzò il reporter per avere maggiori informazioni. Il sangue che era sparito dalla faccia di Max, ora tornò indietro con violenza. L’unica cosa che voleva era andare a nascondersi.
“Veramente … si.” il Sindaco esitò e Carl si fece avanti.
“L’agente Evans entrato in un programma di formazione, sotto la mia direzione.” disse Carl chiaro e deciso dentro il microfono. L’aveva già fatto altre volte e la sua esperienza era evidente. “ovviamente, dopo quello che è successo ieri, potete capire perché eravamo così ansiosi che lui facesse parte della nostra Squadra, nonostante la sua età.”
“Sotto la sua direzione?” si fece avanti un altro giornalista. “Lei lo definirebbe un suo ‘allievo’?”
Carl guardò verso Max, e i due uomini si scambiarono un sorriso. Giratosi di nuovo verso la folla dei cronisti, Carl disse “Max è un mio collega. Puro e semplice. La prossima domanda.”
“Voci riferiscono che Ronald Kane stia parlando a vanvera nella sua cella, a proposito di una misteriosa luce blu e che quella luce era controllata da lui. C’è niente di vero?”
Carl tenne lo sguardo fisso sul reporter mentre rispondeva con voce calma e controllata. “Ronald Kane è accusato del feroce omicidio della sua ex moglie, della madre di lei, di aver tenuto in ostaggio dei bambini e dell’intenzione di ucciderli. Parlare di luci blu, in questo momento, è la sua miglior difesa. Una dichiarazione di insanità mentale è probabilmente l’unica cosa che potrebbe salvarlo dalla pena di morte.”
Max lasciò andare un sommesso sospiro alla destrezza che Carl stava usando nel rispondere alle domande dei giornalisti. Kane era l’unico ad aver assistito a quello che Max aveva fatto per porre fine al rapimento. Manuel era rannicchiato al suo fianco, con la faccia nascosta, quando Kane aveva afferrato Bobby e l’aveva gettato in terra. Bobby aveva il viso contro il pavimento, con la canna del fucile premuta sulla nuca. Ryan si era coperto il viso con le mani, pregando Dio che suo padre non uccidesse qualcuno dei suoi amici. Non aveva aperto gli occhi fino a che non aveva sentito il fucile cadere sul pavimento, accanto a lui.
Nessuno dei ragazzi aveva visto abbastanza per capire cosa fosse realmente accaduto. Tutto quello che sapevano era che il ragazzo con l’uniforme del Burger Palace li aveva liberati e aveva loro salvato la vita.
Nessuno dava credito ad un assassino, chiuso nella sua cella, che dava la colpa a d una luce blu.
“Una domanda per l’Agente Evans …” disse un giornalista e tutti gli occhi si diressero su Max. Si sentì oppresso sotto il peso di tutti quegli sguardi e vide Carl fargli un cenno. Riluttante, traversò il podio e si unì al suo partner, con l’aria dell’agnello condotto al sacrificio.
“Agente Evans, è vero che si è offerto volontario per entrare nella scuola?”
Max si chinò sul microfono e rispose “Si.”
“Sapeva che Kane era armato?”
Max si chinò ancora e si concentrò sul microfono “Si.”
“Di fatto, è stata sua l’idea di vestirsi con l’uniforme del Burger Palace, vero?”
“Si.” rispose Max, poi trasalì quando la stanza si riempì dei commenti della reazione dei presenti.
“Come si è sentito quando è entrato?”
“Um … terrorizzato.” rispose Max e si girò verso Carl con lo sguardo che diceva ‘Aiuto!’. Non sapeva cosa fosse peggio, quello che aveva passato ieri o fare la conferenza stampa.
“Come ho detto,” Carl scherzò con i giornalisti. “Max prende parte al Programma di formazione CVU, ma ancora non ha studiato Conferenza Stampa 101.” La stanza si riempì di risate e Max si rilassò visibilmente, con un’espressione imbarazzata sul viso.
“Qual è la prima cosa che ha visto?” chiese un cronista in prima fila.
“I bambini.” rispose Max, con la voce addolcita dal ricordo. “Erano spaventati. Ma sono stati coraggiosi. Manuel Hernandez stava cercando di proteggere la sorellina e Bobby Hitchner si prendeva cura di Carol Wilson, l’insegnante ferita.” Max guardò i bambini, che erano seduti in prima fila, accanto ai genitori, e fece loro un sorriso. “Questi due, sono i bambini più coraggiosi che io abbia mai incontrato …”
Carl si fece indietro per lasciare a Max le acclamazioni che aveva meritato. La sua voce aveva conquistato il pubblico mentre raccontava quello che poteva, tralasciando quanto avrebbe potuto complicare le cose o rivelare uno dei suoi segreti così accuratamente custoditi. Le sue parole avevano rivelato la sua intelligenza e in pochi minuti i giornalisti erano pronti a mangiare dalla sua mano. Carl non era mai stato più orgoglioso di qualcuno in vita sua.

***

Ellie si fermò a mezza strada e si girò a guardare Mary. Aveva sentito bene? Mary l’aveva chiamata Ellie? un sorriso le illuminò il viso e il cuore le si riempì di gioia.
“Ellie?” ripeté Mary, ancora incapace di credere che fosse tutto vero. Era solo una finzione dettata dall’immaginazione della bambina, un sogno … che avevano in qualche modo … diviso.
“Mary.” le disse Ellie eccitata. “Mi hai chiamato col mio …”
Il telefono squillò e fece trasalire entrambe. Mary guardò dalla bambina al telefono e poi dal telefono alla bambina, prima di alzarsi dalla tavola per rispondere al quarto squillo. Una voce familiare le risuonò nelle orecchie.
“Signorina Condor?. disse l’infermiera. “Mary?”
“Si?” rispose Mary, continuando a fissare Ellie. “Temo di avere delle brutte notizie. Martha sta peggiorando.”
“Martha?” Mary si aggrappò al microfono.
“Si, Mary. Mi dispiace che lo sappia in questo modo, ma sembra che abbia avuto un altro ictus, questa mattina. Questa volta non sta reagendo. Abbiamo pensato che lei volesse venire …”
“Venire … ” Mary stava cercando di assimilare quello che aveva sentito. “Venire? Alla clinica? Così da poter essere lì … quando … Martha … “Oh.”
“Mary? Mary, va tutto bene? So che è penoso e che deve arrese difficile per lei venire qui.”
“Io, um,” Mary ricacciò indietro le lacrime. Martha avrebbe voluto che lei fosse forte. “Cercherò di venire … in qualche modo …”
“Okay, Mary. Ci faccia sapere in che modo possiamo aiutarla.” si offrì l’infermiera. Alla clinica, tutte volevano bene a Martha.
“Grazie, Sally.” Mary riattaccò lentamente.
“Mary? Quaccosa non va?” Ellie avvertì il cambiamento.
“Non va?” Mary scosse la testa, mentre assorbiva la notizia. Cosa avrebbe dovuto fare, adesso? Come avrebbe fatto ad andare? Il Dottore era partito e non sarebbe rientrato fino all’indomani. non poteva certamente lasciare Jenny da sola, ma nemmeno poteva portarla con lei, non alla clinica, non di fuori. Anche se l’avesse protetta accuratamente, il rischio sarebbe stato troppo grande. La luce del sole, per lei, poteva essere una sentenza di morte.
“Mary?” Ellie andò verso di lei e mise una mano sulla sua gamba. “Quaccosa non va?”
“E’ Martha. Sta male.”
“Voi andare a vederla?” chiese Ellie innocentemente. “Me posso venire con te.”
“No, Jenny, non puoi. Tu devi restare qui … ma …” Forse c’era un modo. “Vieni, tesoro.” Mary la prese per la mano. Afferrò un giacchetto e la borsa e traversò il soggiorno, dirigendosi verso la porta dell’appartamento.
Ellie era preoccupata per Mary, sapeva quanto amasse sua sorella, ma non poteva fare a meno di sentirsi eccitata. Mary la stava portando verso la porta d’ingresso. Finalmente avrebbe visto Fuori? Il posto che tutti potevano vedere?
Cosa ci sarebbe stato Fuori? E papà sarebbe stato lì ad aspettarla?

Capitolo 104

Johnson entrò nel ristorante, dopo che la folla dell’ora di pranzo aveva cominciato a scemare e si accomodò velocemente. L’incontro di quella mattina era andato bene, meglio di quanto si era aspettato, ed era certo che il Dottor Hunter era stato favorevolmente impressionato dalle sue credenziali. Infatti, non si sarebbe minimamente sorpreso se Hunter gli avesse fatto una proposta formale prima del volo di ritorno, all’indomani.
Rilassandosi davanti ad una tazza di caffé, aprì il giornale che aveva trovato quella mattina davanti alla sua stanza d’albergo. Dette un’occhiata alla prima pagina, poi l’aprì lentamente, girandolo pagina dopo pagina, guardando le foto e cercando le notizie principali. Aveva quasi terminato la prima parte, quando il suo sguardo si congelò alla vista di una foro a fondo pagina.
La sua mano cominciò a tremare, mentre leggeva la didascalia della foto e l’articolo che l’accompagnava.

‘L’ agente Max Evans, membro della Children Victims Unit del Dipartimento di Polizia di Phoenix, ha risolto brillantemente l’assedio nella Sunrise Preschool …’

“Maledizione!” sibilò Johnson leggendo l’articolo. Quel mostro l’avrebbe seguito dappertutto? Eroe? Il giornale lo definiva un eroe? Erano impazziti tutti? Max Evans era un dannato alieno, un mostro assassino, non un eroe. Possibile che non lo capivano?
Guardò la foto della faccia odiata e la prese come un segnale che era arrivato il tempo di agire. Max Evans si era fatto una posizione di autorità, come membro della Polizia di Phoenix. Johnson doveva portare Jenny lontano da lì.
Via da Phoenix. Via dall’Arizona. Via da Max Evans.
Si alzò dal tavolo e si diresse ai telefoni vicino all’ingresso. Sfogliando l’elenco, trovò il numero della linea aerea e fece velocemente la chiamata.
“Si.” disse con urgenza al telefono. “Quando c’è il primo volo disponibile per Phoenix?”

***

“Dio, sono così contento che sia finita!” Mentre tornavano nell’ufficio della Squadra, Max si slacciò la cravatta. Quella conferenza stampa era stata una delle ore più lunghe della sua vita.
“Sei stato bravo.” lo rassicurò Carl.
“Uno schifo!” Max scosse la testa, facendosi piccolo.
“No.” disse Carl sincero. “Te la sei cavata molto bene. Non ti dico bugie. Hai reso orgoglioso il Dipartimento.”
I loro sguardi si incontrarono e, per la prima volta da quando era cominciata la conferenza stampa, Max sorrise. “Grazie.”
“Assolutamente di nulla.” rispose Carl.
“Agente Evans … “ Una voce esitante lo chiamò da dietro e Max si fermò, voltandosi. Si stava abituando a sentirsi chiamare Agente, anche se tecnicamente era ancora un tirocinante. I suoi occhi scorsero un viso familiare.
“Signora Hitchner! Bobby! Ciao!” Max fece un largo sorriso. “Pensavo che fossi già andato via.”
“Io …” Sandy sorrise, cercando di mantenere ferma la voce. “Volevo ringraziarla, per quello che ha fatto ieri.” Passò un braccio attorno a suo figlio e gli accarezzò la testa. “Grazie a lei, io ho ancora mio figlio.”
“Ed è un ragazzo in gamba.” Max si avvicinò a Bobby e gli diede un finto pugno sul mento. “Uno dei ragazzi più coraggiosi che abbia mai conosciuto.” Max sorrise ed il viso Bobby lo ricambiò ampiamente.
“Non volevo disturbarvi, so che avete molto da fare …”
“No, non si preoccupi.” Max le fece segno di fermarsi.
Ancora grazie Agente Evans, Agente Montoya.” La donna sembrava un po’ a disagio. “Bobby ed io volevamo solo venire a ringraziarvi …”
“La prego, il mio nome è Max.” Rivolse ancora lo sguardo verso il bambino e gli disse “Bobby e io ne abbiamo passate tante insieme, credo che abbia il diritto a chiamarmi per nome, vero Bobby?”
“Giusto, Max.” gongolò il ragazzo.
“Vuoi fare un giro del posto?” e fu contento di vedere Bobby rispondere con calore. Ieri aveva vissuto un’esperienza orribile, ma sembrava che si stesse riprendendo bene. Max guardò la mamma per chiedere l’approvazione e la donna acconsentì.
“Si, naturalmente. Bobby ne sarà entusiasta.” sorrise Sandy.
“Bene.” annuì Max e si diresse in corridoio con Bobby, per mostrargli un vero ufficio di Polizia. Bobby fece scivolare la sua manina in quella grande di Max e lo guardò come se fosse solo un gradino al di sotto di Dio. Max lo fece girare per l’ufficio della Squadra, portandolo davanti alla lavagna con i nominativi dei casi su cui stavano lavorando.
“vedi qui?” e indicò un nome. “Quando è verde significa che il caso è ancora in corso. Che ci stiamo lavorando sopra. Quando il nome è scritto in nero, significa che il caso è chiuso.” I suoi occhi corsero sulla lavagna, fermandosi sul nome di Ellie, sperando un giorno di vederlo scritto in lettere nere.
“Anche tu hai una scrivania?” chiese Bobby girandosi nella stanza.
“E’ quella.” Max indicò verso la parete. Si avvicinarono e Bobby guardò la foto che dominava in un angolo.
“E’ la tua ragazza?” disse Bobby guardando la foto di Liz.
“Si.” Max sorrise. “E’ anche mia moglie.”
“Sei sposato?” Bobby lo guardò sorpreso.
“Si.” annuì Max. “Questa è una fotografia di mio figlio. Ha poco più di un mese.”
“Oh.” Bobby non riuscì a nascondere la sua sorpresa. Max non sembrava così vecchio da essere sposato, e da avere addirittura un figlio. Guardò ancora sulla scrivania, poi indicò un disegno accanto alle foto. il suo sguardo era incollato sul ritratto. “E questa chi è?”
Max prese il disegno e lo toccò con reverenza. “Questa è mia figlia.” Lo guardò per un attimo, poi lo rimise a posto. “Forse, un giorno, potrai conoscerla.”
“Okay.” Bobby guardò il disegno, chiedendosi come mai Max fosse diventato improvvisamente triste.
“Hey.” Max scacciò la tristezza. “Vuoi vedere una vera cella?”
“Si!” disse Bobby eccitato.
“Andiamo.” Max prese il bambino per mano e si diressero verso la porta. Quando furono vicini a Carl e alla signora Hitchner, Max sorrise e disse “Torneremo tra un minuto.”
Sandy vide Max e Bobby camminare lungo il corridoio, meravigliandosi di quanto apparisse giovane l’agente, ma di come si comportasse da persona adulta. Maturo oltre i suoi anni. “Bobby ha parlato di Max per tutto il giorno.” disse Sandy a Carl. “Ha anche detto che da grande vuole essere come Max.”
“Max è un bravo ragazzo.” le assicurò Carl. “Non posso pensare ad una persona migliore che possa essere d’esempio a Bobby.” Carl la guardò ed aggiunse “Non posso darle i dettagli di quello che è successo ieri, non finché il caso è ancora aperto, ma posso dirle questo. Suo figlio è stato maledettamente fortunato che la persona che è entrata nella scuola ieri sia stato Max Evans. Lui probabilmente è il motivo per cui suo figlio è ancora vivo.”

***

Max andò alla sua sedia e posò la sua giacca sulla spalliera. Si era divertito a mostrare a Bobby il Distretto e godersi le espressioni del bambino mentre glielo mostrava. Era contento che Bobby stesse superando bene gli eventi traumatici che erano accaduti il giorno prima. Nessun bambino avrebbe mai dovuto passare momenti come quelli, ma Bobby sarebbe stato bene.
Carl posò la cartella su cui stava lavorando e guardò il suo giovane collega. “Max, stavo pensando a quello che hai detto ieri. Circa la tua sensazione che c’era, nel sogno, qualcosa che ti era sfuggito.”
“Si.” Max lo guardò, desideroso di ascoltare il suo parere.
“Allora, per dirti la verità,” Carl scrollò quasi inconsciamente le spalle. “questo genere di ‘investigazioni psichiche’ sono un po’ al di fuori della mia sfera di esperienza.”
”Investigazioni psichiche?” Max lo guardò a bocca aperta.
“Quei tuoi sogni.” cercò di spiegargli Carl. “Io mi occupo dei fatti. Duri, freddi fatti. Ma tutto questo è un’altra storia. Forse avresti bisogno di un dottore che possa analizzare i sogni.”
“Non è una cosa che posso fare. “ Max si avvilì. “Non posso dire ‘Hey, Dottore, io sono un alieno e la mia mezza aliena figlia è stata rapita, ma noi dividiamo gli stessi sogni.’ Mi rinchiuderebbero di sicuro.”
“Vero.” si inquietò Carl. “Hai ragione. Allora, tutto quello che posso dirti, guarda tutte le piccole cose che ti sembrano fuori posto. Ascolta quello che ti dicono i tuoi sensi. Se ti sembra che qualcosa non va, probabilmente non va, anche se i tuoi occhi ti dicono che è tutto a posto. Ascolta il tuo istinto. Qualche volta un piccolo indizio è la chiave che porta alla scoperta di tuta la verità. Come un filo che spunta da un maglione, se lo tiri comincia a disfarsi tutto.”
“Qualcosa fuori posto, huh?” rimuginò Max.
“Potrebbe essere un semplice abbigliamento non adatto al tempo, o un comportamento inappropriato. Controlla se manca qualcosa o se c’è qualcosa che non dovrebbe esserci. E poi chiediti ‘Perché è qui?’ ‘Come ha fatto ad arrivare?’”
“Okay.” annuì Max, assorto nei pensieri. Guarda qualcosa fuori posto. Ma cosa poteva essere fuori posto nel prato? C’erano solo erba ed alberi, e il ruscello che lo traversava. Sentì ancora quel pizzicore in fondo alla sua mente, quello che gli faceva pensare che la risposta era lì, ma lui non sapeva dove.
“Hey.” Carl strinse la spalla di Max, ansioso di tornare a quel lavoro di Polizia che gli era familiare. “Controlla se quelle richieste alle società dei taxi sono arrivate …”

***

Mary camminò nel corridoio, tenendo Ellie per mano fino ad arrivare alla porta del laboratorio ed Ellie la guardò con disappunto, quando comprese che, dopotutto, non la stava portando Fuori. se ne stette tranquilla, mentre Mary componeva il codice di sicurezza nel pannello e, dopo che la porta si fu aperta, entrarono all’interno. Ellie era stata lì molte volte, ma Mary no ed era un po’ intimidita dal posto.
“Hey?” chiamò Mary. Sapeva che non avrebbe dovuto essere lì, ma che altra scelta aveva? Sperava solo che il Dottore non si arrabbiasse per aver disturbato la sua assistente mentre era ad un punto cruciale del lavoro.
“C’e nessuno?” chiamò ancora Mary. “Tracy? E’ qui?”
Ellie tirò la camicia di Mary e chiese timidamente “Chi è Tracy?”
“Lei lavora per il tuo papà.” Mary guardò la bambina, cercando di spiegarle.
“Si?” Ellie arricciò il naso. lei non conosceva nessuna Tracy.
“Si.” disse Mary distrattamente. “Speriamo che sia qui.”
Proprio in quel momento, Ellie vide una giovane donna vestita con un lungo camice da laboratorio, uscire dalla porta che portava nell’area degli animali. Ellie spalancò gli occhi, riconoscendola dal sogno della notte scorsa. Lei era sulla Ruota panoramica proprio dietro lei e il suo papà e stava ridendo con un uomo che era un compagno di lavoro del suo papà.
“Mary, giusto?” chiese Tracy ed entrò nella stanza. I suoi occhi si posarono sulla bambina e si chiese chi fosse. Era una bambina bellissima!
“Si, Tracy.” mormorò Mary alle sue parole. “Mi dispiace disturbarla. So che il suo lavoro è in un momento importante …”
“Non mi disturba.” le assicurò Tracy. “In questo momento, stavo giusto in attesa di alcuni risultati. Cercavo di passare il tempo.”
“Veramente?” Mary si sentì un po’ meglio. Forse, dopo tutto, non sarebbe stata importuna.
“Cosa c’è?” chiese candidamente Tracy.
“Ho avuto una brutta notizia dalla clinica dove è ricoverata mia sorella. E’ peggiorata e loro mi hanno avvisato di andare subito, ma naturalmente non posso portare Jenny con me e, con il Dottore fuori città, lei è la mia unica opportunità. C’è la possibilità che io possa lasciare con lei la bambina per un po’? Io non so quanto dovrò assentarmi. forse un’ora, forse due. Non so in quali condizioni troverò marita. Mi hanno detto di andare …”
“Vuole che le faccia da babysitter?” Tracy alzò un sopracciglio, sorpresa.
“So che è una imposizione e che lei ha delle cose importanti da fare …”
“Chi è lei?” la interruppe Tracy, indicando la bambina. Non poteva prendersi cura di lei sua madre?
“Jenny?” Mary mise una mano sulla spalla della piccola. Tracy non sapeva nulla di Jenny? Il Dottore non gliela aveva mai nominata? Tracy era lì ormai da un paio di settimane e trovava strano credere che il Dottore non le avesse nemmeno menzionato sua figlia.
“Jenny?” ripeté Tracy, inchinandosi davanti alla bambina. “Ciao, Jenny. Io sono Tracy.”
“Ciao.” rispose Ellie , stringendosi alla gamba di Mary.
“Chi è?” chiese ancora Tracy guardando verso Mary. “Sua nipote?”
“No.” disse Mary, incerta. “E’ la figlia del Dottore.”
“oh.” disse Tracy sorpresa. “Wow, non sapevo che avesse una bambina così piccola. Immaginavo che se aveva dei figli, fossero più grandi e già via di casa.”
“No.” Mary era altrettanto sorpresa di Tracy. Il Dottore non aveva mai nominato sua figlia? “Jenny …”
“Sarò contenta di guardarle per lei.” disse Tracy e tese una mano alla bambina. “Sempre che a Jenny non dispiaccia.”
“Jenny?” Mary chiese la sua attenzione. “Vuoi stare per un po’ con Tracy, così posso andare da Martha?”
“Okay.” acconsentì Ellie. Non aveva paura di Tracy. Papà le aveva detto che le persone che incontrava nei sogni erano persone di cui si poteva fidare. Fece scivolare la sua manine in quella della giovane donna e si allontanò da Mary.
“Grazie.” Mary sospirò sollevata. “farò presto, più presto che posso.”
“Si prenda il tempo che le serve.” la rassicurò Tracy. “Sarò qui tutto il pomeriggio.”
“Grazie.” disse ancora Mary, e diede un bacio a Jenny prima di uscire dalla stanza. sarebbe stata una lunga corsa in autobus, fino alla clinica. Ellie la vide uscire e sperò che Martha guarisse, così Mary non sarebbe stata triste.

***

“Sembra che i taxi di questa città abbiano avuto una mattinata piena di attività, ieri.” Carl guardò i rapporti sulla sua scrivania. “Tra i taxi, le limousine in affitto e le navette per l’aeroporto, ci sono stati più di 300 viaggi tra le 4.00 e le 10.00 di mattina.”
“Dannazione.” mormorò Max sottovoce. Erano tanti. Si sentì inquieto, chino sulla scrivania di Carl , mentre guardava il mucchio di fogli.
“Bene.” Carl diede un’occhiata di incoraggiamento al suo amico. “Non è così male come pensi. Ce ne sono tanti diretti verso il centro Congressi che possiamo eliminare. Credo che possiamo eliminare anche le corse dagli alberghi. Tolti quelli … lasciami vedere … il totale scende a … 52 nell’area di Phoenix.”
“52?” disse Max incerto. Sembravano ancora tanti.
“Meglio che 300.” disse Carl imperterrito.
“Si.” concordò Max. “hai ragione.”
“Prendi una sedia.” Carl sorrise e vide Max prendere la sua sedia con le ruote e spingerla attraverso la stanza. non tutti i lavori della Polizia contemplavano sorveglianza o sparatorie. Qualche volta i casi si risolvevano controllando attentamente i dettagli. Max si sedette accanto a lui e Carl divenne l’insegnante e Max lo studente attento.
“Ora, molte di queste sono corse prenotate.” Carl vide lo sguardo interrogativo di Max e continuò “Chiamano prima per programmare la corsa. Non stanno per strada ad aspettare che passi il taxi.”
“Oh, okay.” annuì Max. Aveva capito.
“Così abbiamo gli indirizzi di dove questi passeggeri sono saliti. Sembra che siamo stati fortunati. Qualche compagnia ha delle registrazioni imprecise, ma qui sembra che abbiamo diversi nomi e numeri di telefono. Il che dovrebbe renderci la ricerca più facile. Qualcuno possiamo eliminarlo, perché sono donne. Se non troviamo nulla li riprenderemo in considerazione, ma dubito che Johnson abbia usato il nome … Julie Price.” disse Carl dopo aver controllato uno dei nomi.
“Probabilmente hai ragione.” Max si lasciò andare ad una risata.
“Allora,” Carl controllò la lista che Tully aveva compilato, mentre loro erano alla conferenza stampa. “vediamo come Tul ha diviso queste informazioni. Abbiamo una lista di 52 indirizzi. 10 di questa lista sono nomi di donna. 4 hanno un nome maschile. Qualcuno ti sembra familiare?”
Max controllò i nomi, sperando che sarebbe stato semplice. Blake, Hewitt, Turner, Zeier . . . Max scosse la testa e guardò Carl. “Quei nomi non fanno squillare nessun campanello.”
“Si, la cosa non mi sorprende.” sospirò Carl. “o probabilmente, ha coperto bene le sue tracce. Sappiamo che usa un nome falso. Sembra che Tully sia stato molto occupato, mentre eravamo alla conferenza stampa. Ha già fatto controlli incrociati con le liste d’imbarco delle compagnie aeree di ieri mattina, per vedere dove sono andate quelle persone. Vediamo cosa ne è uscito fuori.” Carl mise una stampa tra loro, per poterla leggere insieme.
Max lesse i nomi, sorpreso dal dettaglio delle informazioni. Non sapeva che si potesse essere controllati così facilmente. Fred Blake era andato alle Bahamas. Era stato preso alle 5.40 di ieri mattina, usando la sua carta di credito per pagare il servizio navetta della PHX International e un controllo incrociato con le aerolinee aveva indicato l’acquisto di due biglietti per l’aeroporto Bimini International, per un soggiorno di una settimana. Il nome sul secondo biglietto era Arlene. Sembrava che Fred avesse portato la moglie a fare una bella vacanza.
Steven Hewitt era diretto a Boston. un Taxi Giallo lo aveva prelevato a Front Street alle 6.15 e le aerolinee indicavano che aveva preso il volo delle 7.25, con un ritorno prenotato per domenica 27 luglio.
Roger Turner aveva preso un City Cab alle 7.12 per un volo che lo riportava a Seattle alle 8.35.
Walter Zeier aveva chiamato un taxi alle 7.00 tra la 47th e Jefferson per un volo verso Dallas, con ritorno prenotato per venerdì prossimo.
“Wow.” Max fissò il foglio. “E’ sorprendente.”
“Viviamo nell’era dell’informatica.” replicò Carl.
“La storia della tua vita può essere tracciata attraverso la tua carta di credito. Ora, penso che possiamo eliminare i Blake. Sembra che siano in vacanza. E Turner sta tornando a Seattle, così penso che debba vivere lì. Gli altri due Hewitt e Zeier, necessitano di ulteriori ricerche. Entrambi risiedono qui, e allora andiamo a controllare le loro patenti.
Carl digitò qualcosa sulla tastiera del suo computer ed un minuto dopo lo schermo si riempì dell’immagine di un giovane uomo con i capelli biondi, gli occhi blu, alto circa 1 e 80, 85 chili, 24 anni. Steven Hewitt.
“No.” Max scosse la testa e constatò quello che era evidente. “Non è Johnson.”
“Controlliamo l’altro.” Carl tornò alla tastiera. Ci volle un attimo e, con grande disappunto di Max, comparvero le informazioni su Zeier. Bianco, alto 1 e 55, 65 chili. Anni 85. Carl guardò verso Max, ma la risposta era evidente sulla sua faccia, ma chiese lo stesso “No?”
“No.” Max si sedette di nuovo. “A meno che non abbia perso qualche chilo e abbia fatto molte operazioni di chirurgia plastica per cambiare il suo aspetto. Johnson ha circa 50 anni, non 80. E ora?”
“Ci è andata male.” Carl scrollò le spalle. “Dobbiamo ancora fare un doppio controllo, e acquisire altre informazioni per controllare gli indirizzi. Ci sono un sacco di identificazioni da fare, ma questo ci aiuterà a restringere la ricerca.”
“Così ora abbiamo 38 indirizzi, senza un nome di riferimento.” Max si alzò dalla scrivania, pronto ad uscire. “Adesso andiamo sul campo? Bussiamo alle porte? Cerchiamo …”
“Non così in fretta, Max.” Carl lo trattenne con la mano. “Mai sentito parlare di elenco stradario?”
“Elenco stradario?” chiese Max e si sedette di nuovo sulla sedia. “No.”
“Invece di un elenco in ordine alfabetico, l’elenco stradario è un elenco per indirizzo. Digiti un indirizzo e troverai la lista di chi ci abita, che genere di abitazione è, un sacco di informazioni interessanti. Ora ne abbiamo una versione computerizzata, che rende la ricerca molto più facile. Qual è il primo indirizzo della lista, che non ha un nome associato?”
“3502 W. Thomas Road,” lesse Max ad alta voce e Carl inserì l’informazione sul computer. Entrambi guardarono lo schermo, aspettando che elaborasse i dati.
“Ci siamo.” Carl indicò lo schermo con la punta del dito. “Residenza unifamiliare, di proprietà di un certo Alfred Davis. Scrivi il nome sulla tua lista. Prendi anche il numero di telefono.”
Carl attese che Max annotasse le informazioni, poi cambiò schermata. “Ora controlla la lista di imbarco, guarda se il signor Davis ieri mattina è partito per un viaggio e controlla la sua patente. Guarda il suo aspetto.”
Max controllò pagine e pagine di passeggeri, cercando il nome. Jack Davis . . . Donald Davis . . . Shirley Davis . . . “C’è un sacco di gente che si chiama Davis, qui.” brontolò Max. “Oh, aspetta. La Southwest Airlines ha un Alfred Davis sul volo delle 7.20 per LA di ieri mattina.
Carl aprì i record della Motorizzazione e sul computer apparve l’immagine di una patente dell’Arizona per Alfred Davis, con i suoi dati personali. Occhi scuri, capelli neri. La foto era di un afro-americano di 47 anni.
“Non credo che questo sia il tuo Dottor Johnson.” scherzò Carl.
“No.” Max si passò la mano tra i capelli. “Non è lui.”
“Qual è l’indirizzo seguente?” chiese Carl, guardando la lista che Max aveva in mano.
“7824 E. Moreland.” Max guardò Carl digitare l’informazione.
“Hector Mendoza. Casa unifamiliare.” Carl prese nota del numero di telefono, mentre Max controllava le liste delle aerolinee.
“Dannazione.” bofonchiò Max. “Anche Mendoza è un nome molto comune qui attorno. Julio . . . Alan . . . Michael . . . Carmen …”
Carmen?” lo fermò Carl. “Confronta l’indirizzo. Qui c’è una Carmen.”
“Si, coincide.” annuì Max. “Volo Delta per Mazatlan, Mexico. Ieri alle 9.05.”
“Eccone uno che possiamo cancellare dalla lista.” sorrise Carl. “Dubito che Johnson sia andato in Messico travestito da donna. Il prossimo?
“2745 E. Beardsley Road,” lesse Max.
“William Wakely,” Carl lesse il nome che era comparso sullo schermo. “Interessante. Questo è un ufficio, non un’abitazione. . La Café Ole. Wakely ne è il proprietario.”
“E’ un bar, davanti al Coyote Canyon Park,” Max guardò la lista. “Ci sono stato.” Quando arrivò alla fine, Max aggrottò le sopracciglia e cominciò da capo. “Wake . . . Walker . . . Wakeman . . . Non vedo nessun Wakely.”
“Prendi nota dell’indirizzo.” disse Carl.” Necessita di ulteriori ricerche. Manderò Chris e Tully a controllarlo, come prima cosa.”
“Questa faccenda durerà una vita.” sospirò Max.
“Questo è il lavoro della Polizia, Max.” Carl gli sorrise, imperterrito. “Può essere lungo, noioso, ripetitivo e monotono. Qualche volta non ti porta da nessuna parte, , ma qualche volta … “ Carl cercò di essere incoraggiante “ … ti porta esattamente dove vuoi andare.”
“Lo spero.” Max cercò di non sembrare abbattuto.
“Ci sono un sacco di ‘se’, qui, Max.” Carl poteva avvertire la frustrazione del suo collega. “Se Johnson ha preso l’aereo per la sua destinazione. Se ha preso un taxi per andare all’aeroporto. Se è partito dal Phoenix International invece che da qualche aeroporto secondario. Ma, se siamo fortunati, l’indirizzo di Johnson potrebbe essere uno di questi.”
“Terrò le dita incrociate.” cercò di alleggerire Max.
“Naturalmente.” scherzò Carl. “se potessi usare un po’ di magia aliena, questo faciliterebbe notevolmente le cose, non credi?”
Max scoppiò a ridere e Carl si unì a lui, contento di vedere che il suo collega era in grado di scherzare. “Così sono 3 fuori e 35 dentro. Qual è il prossimo?”
“1719 W. Jefferson,” Max lesse il successivo indirizzo della lista. Sentì Carl sbuffare e lo vide posarsi le dita sulla fronte, prima di girarsi ad incontrare il suo sguardo. Guardò lo schermo per vedere cosa avesse scatenato quella reazione e fu allora che vide il nome. Smith. John Smith.
“Stai scherzando, vero?” Max scosse la testa incredulo. Sai quanti Smith ci sono in queste liste?”
“Lavoro di Polizia, Max.” gli ricordò Carl. “Lento, noioso e metodico.”
Max chiuse gli occhi e posò la mano sulle liste di imbarco delle aerolinee che aveva davanti. La sua mente selezionò la moltitudine di nomi che doveva controllare e trovò la pagina giusta. “John Smith. United flight 1224 per Washington D.C.” Levò lo sguardo su Carl e sorrise. “Magia aliena. Tu hai i tuoi metodi, io ho i miei.”
L’umore si era sollevato mentre i due uomini, uno umano, uno no, lavoravano insieme, usando le loro diverse abilità per uno scopo comune. Max sapeva di avere molto da imparare per arrivare al livello di Carl, ma c’era anche qualcosa che Carl poteva imparare da lui. Come guardare le cose in modo differente e aprire la mente ad altre possibilità. Insieme, formavano una grande squadra.

***
Johnson ascoltò il suono dall’altra parte della linea e al sua paura cominciò a crescere. Dove diavolo era Mary? Perché non rispondeva? Mary era sempre lì. sempre. Eccetto ora, quando aveva bisogno di parlarle come non mai.
“Dannazione!” riattaccò il telefono e guardò l’orologio. Maledizione. Quando avrebbero cominciato l’imbarco su quel maledetto aereo? L’attesa lo stava facendo impazzire. Doveva tornare a Phoenix, così avrebbe potuto portare via Jenny. Nient’altro contava. Né l’attività, né il lavoro. Niente.
Solo Jenny … sua figlia Jenny …

Capitolo 105

“Ti piace Mr. Wiggles?” chiese Ellie, seduta sul pavimento al centro della stanza delle cavie, circondata dalle gabbie. Mr. Wiggles era l’unico animale che Papà Dottore le permetteva di tirare fuori dalla gabbia. Tutti gli altri dovevano stare dentro le loro piccole scatole.
“Penso che sia adorabile.” Tracy passò le dita tra la sua pelliccia.
Ellie strofinò il naso contro il muso del porcellino d’India e rise “I suoi baffi fanno il solletoto!” Tracy rise con lei e Ellie decise che Tracy era simpatica. L’aveva vista nel sogno, e questo significava che papà gliela aveva fatta conoscere e l’aveva portata lì. Guardò Tracy con i suoi grandi occhi scuri e le chiese “Conosci il mio papà?”
“Si.” Tracy fu sorpresa dalla domanda. “Il tuo papà è molto simpatico.”
“Puoi portarmi Fuori?” chiese Ellie speranzosa, poi non riuscì a trattenere uno sbadiglio.
“Credo che prima dovresti fare un sonnellino.” Tracy sorrise. Ne sapeva abbastanza di bambini per sapere che a quella età avevano ancora bisogno del riposino pomeridiano.
“Poi mi porti Fuori?” chiese Ellie eccitata.
“Certo.” Tracy sorrise all’espressione sul viso della bambina. Avresti pensato che non era mai andata fuori! Prese Mr. Wiggles e lo rimise nella sua gabbia, poi prese Jenny per la mano e la portò sul retro. “Qui dietro s’è un divano, e tu potrai dormire un po’. Quando ti sveglierai, ti porterò fuori. Potremo fare una passeggiata nel parco, dall’altra parte della strada, Ti piacerebbe?”
Ellie sorrise a Tracy, eccitata oltre ogni dire.

***

Mary era seduta al lato del letto e teneva la mano di Martha, cercando di trattenere le lacrime. Il viso della sua povera sorella era inclinato a destra e non dava segni di riconoscimento. La Martha con la quale era cresciuta e che aveva amato per tutta la vita non era ormai più lì. Rimaneva solo il suo corpo. Lei aveva già firmato l’autorizzazione che permetteva ai paramedici di non rianimarla.
Una infermiera entrò nella stanza e, gentilmente, le mise una mano attorno alla spalla. “Come stai, Mary?”
“Oh, io sto bene.” Mary cercò di sorridere. Le infermiere le erano state vicino nell’ultima ora.
“Hai fame? desideri bere qualcosa?”
“No, cara, sto bene, ma comunque grazie.” Mary carezzò la mano di Linda. Conosceva il nome di tutte le infermiere.
“Forse ti piacerebbe qualcosa da leggere, giusto per distogliere la mente da … altre cose. E’ tutto un po’ vecchio, temo. C’è il numero di giungo di Good Housekeeping, e quello di maggio di Entertainment Weekly. Ho il National Enquirer della settimana scorsa e, un po’ più recente, il giornale di ieri.
“Grazie, Linda.” Mary apprezzò la sua gentilezza. Riportò la sua attenzione su Martha e Linda mise le riviste ai piedi del letto, in modo che Mary potesse averle a portata di mano, e in silenzio lasciò la stanza.

***

Carl si appoggiò sullo schienale della sua sedia, con una espressione stupita sulla faccia. “Non posso credere che tu sia riuscito a controllare tutti quei dati in così poco tempo.” Sulla scrivania avevano pile e pile di pagine da controllare, da cui estrarre nomi, indirizzi, informazioni, e tutto quello che Max doveva fare era posare una mano sopra la pila e riusciva a trovare il nome?
“Ammettilo,” Max cercò di sembrare allegro. “La magia aliena è utile, vero?”
“Dove sei stato per tutta la mia vita?” scherzò Carl, e Max si sentì le guance arrossire. Dio, quanto odiava arrossire! Ritornando alla sua occupazione, Carl guardò la lista che avevano compilato. “Non credevo che avremmo fatto così presto.”
“E adesso che facciamo?” chiese Max. Stare seduto lì lo stava facendo impazzire.
“Ora andiamo sul campo.” sorrise Carl, mentre il suo compagno si alzava in piedi. Max era molto più che ansioso di uscire da lì, di darsi da fare, di avere la sensazione di stare facendo qualcosa per trovare Ellie. “Darò la metà di questa lista a Chris e a Tully e noi terremo l’altra metà. Se siamo fortunati, saremo in grado di finire i controlli entro oggi, o al più tardi domani.”
“Noi non sappiamo per quanto tempo Johnson starà via.” gli ricordò Max, mentre riportava la sedia alla sua scrivania.
“Ecco perché è necessario che tu ti connetta con Ellie stanotte.” Carl gli ricordò quanto fosse importante continuare. “Abbiamo bisogno di maggiori informazioni, del genere che solo Ellie può fornirci. Se da qui non esce nulla, la tua connessione con tua figlia può essere l’unico modo per ritrovarla.”
“Lo so.” annuì Max e i due uomini passarono la porta. Max sapeva quanto poteva essere importante incontrarsi nel sogno con Ellie, quella notte. Poteva fare la differenza tra trovarla e non rivederla mai più.
“Rilassati, Max.” Carl gli strinse la spalla, avvertendo la tensione del suo compagno. “Troveremo le risposte. Non ci fermeremo finché Ellie non sarà tornata a casa. Non sei da solo a combattere.”
Max fece un profondo respiro e i due uomini uscirono dall’ufficio, sapeva che aveva bisogno di rilassarsi, di fare un passo alla volta, ma vivere senza sua figlia era come vivere con mezzo cuore. Non sarebbe mai stato intero fino a che lei non fosse tornata a casa, dove era il suo posto.

***

Mary si alzò dalla sedia dove era seduta e distese i muscoli indolenziti. I segni vitali di Martha si erano stabilizzati e non era più in pericolo di vita immediato, anche se era penosamente ovvio che non avrebbe mai più recuperato, data la gravità dell’ultimo ictus. Girò per la stanza per riportare la circolazione nelle gambe e si fermò ai piedi del letto, guardando il corpo immobile di Martha. Anche se odiava ammetterlo, sapeva che la sua fine era imminente.
Tirando via la sua mente da quel pensiero, Mary vide le riviste che Linda le aveva gentilmente offerto e decise che avrebbe potuto leggerle per distrarsi. Erano anni che non leggeva un giornale e lo prese, chiedendosi cosa era successo nel mondo. Ne era rimasta fuori da tanto tempo.
Un articolo attirò la sua attenzione e lei scosse la testa, lamentando lo stato in cui versava il mondo. Era proprio per quello che aveva smesso di leggere i giornali. Solo cattive notizie. Bambini terrorizzati in una scuola? Santissimi Gesù, Maria e Giuseppe, dove stava finendo il mondo.
Scosse ancora la testa, non volendo leggere certe cose e stava per riporre il giornale, quando una foto attirò la sua attenzione. C’era qualcosa di familiare … aspetta … chi era l’uomo in quella foto? Quel ragazzo … lei l’aveva già visto … da qualche parte …
“Oh. Mio Dio!” Mary si coprì la bocca con la mano.” Non può essere …”

***

Johnson sentì la chiamata per l’imbarco e mormorò sottovoce “Finalmente!”. Afferrò la sua valigia e si diresse verso il cancello, ansioso di tornare a Phoenix. Salì di corsa sulla rampa e trovò subito il suo posto, dopo di ché si sforzò di rilassarsi nell’attesa che l’aereo decollasse.
Aveva già pronta nella sua mente la prossima mossa. Una volta a Phoenix, avrebbe chiuso tutte le cose in sospeso, ma sapeva che non sarebbe stato difficile. Aveva pianificato la possibilità che fosse necessaria una fuga improvvisa, da molto tempo. Quando quella notte sarebbe partito con Jenny, non si sarebbe lasciato niente alle spalle. Nessun laboratorio. Nessun appartamento. Nessuna traccia incriminante, di nessun tipo.

***

Mary si sentì venir meno le gambe e si appoggiò al letto per non cadere. Cominciò a leggere l’articolo e le parole le fecero battere svelto il cuore.
Max Evans … Dipartimento di Polizia … risolto … eroe …
Girò la pagina e vide altre fotografie, immagini del ragazzo che lei aveva sognato. Ma come era possibile? Improvvisamente un ricordo le si affacciò alla mente, un giorno di primavera in cui il parco dall’altra parte della strada si era riempito di poliziotti. Nessuna meraviglia che gli sembrasse così familiare. Lo aveva incontrato quel giorno. Il giovane agente che le aveva fatto alcune domande. Le era sembrato così simpatico, così … educato, così … amichevole.
Era per questo che lo aveva sognato? Il mondo immaginario di Jenny era scivolato nel suo subconscio e lei aveva sovrapposto il viso di quel ragazzo sul volto del papà dei sogni di Jenny? Come … papà Max? Ma era stata Jenny era a chiamarlo così. Gli aveva dato il nome di Max. Come aveva fatto? Come aveva fatto la bambina a sapere che quel ragazzo si chiamava Max? E questo ancora non spiegava come avesse fatto Jenny a sapere del sogno che aveva fatto la scorsa notte. O come …
“Oh, Santo Cielo!” gridò Mary. quando vide la giovane donna dell’ultima fotografia. Max Evans stava abbracciando una ragazza, la stessa ragazza che lei aveva sognato la scorsa notte e le altre notti prima di quella. Mamma Tesoro. Santo Cielo, Santo Cielo, Santo Cielo, la donna era identica a … Jenny.
“Mary, ho portato un vassoio …” Marcus entrò nella stanza, fermandosi all’improvviso. Guardò Martha, ma un’occhiata veloce gli bastò per capire che le sue condizioni erano stazionarie. “Mary? Si sente bene? Qualcosa non va?”
“Devo tornare a casa.” gridò Mary. “Devo andare da Jenny!” Da … Ellie?
“Mary?” Linda entrò nella stanza, attirata dal suono di voci alzate.
Mary guardò l’orologio, sentendosi tremare le mani. Quando sarebbe passato il prossimo autobus? Non riusciva a pensare chiaramente. Voleva tornare disperatamente da Jenny, ma non sapeva quando ci sarebbe passato l’autobus.
“Mary ha bisogno di andare di corsa a casa.” Marcus informò Linda. Mary, di solito, era così calma, così rilassata, che vederla così era uno choc.
“L’autobus è appena passato.” disse Linda, sapendo che quello era il mezzo di trasporto usato da Mary. “Il prossimo passerà tra circa 45 minuti.”
“Oh, no.” Mary si coprì il viso con le mani che tremavano. “Oh. no.”

“Venga, Mary.” Marcus le mise una mano attorno alla spalla e la condusse fuori dalla stanza. “le chiamerò un taxi. La porterà di corsa a casa.”

***

“Okay, ci siamo.” Tully teneva il notes in una mano e il cellulare nell’altra. Stava guardando Chris che flirtava con la cameriera, mentre lui faceva un rapporto telefonico a Carl.
“E niente di sospetto?” chiese Carl, mentre guidava verso l’indirizzo successivo della loro lista. Sentiva la frustrazione di Max aumentare man mano che il pomeriggio passava, senza avere novità dalle ricerche.
“No. Siamo oltre la metà della lista, ma ancora niente.” riportò Tully. “abbiamo mostrato la fotografia di Johnson in tutte le abitazioni, ma non abbiamo concluso nulla. C’è ancora una coppia di nominativi che dobbiamo interrogare più tardi, quando saranno rientrati dal lavoro e qualcuno che non abbiamo ancora controllato. Lo faremo appena Chris avrà finito di mangiare il suo sandwich, o la cameriera. Non so ancora cosa gli piaccia di più tra i due.”
“Okay.” Carl fece una risata, immaginando Chris che usava i suoi soliti trucchi, poi si bloccò quando guardò il suo giovane partner. Poteva sentire, accanto a lui, la tensione di Max, deluso dalla mancanza di progressi. “Buon lavoro, ragazzi. Risentiamoci, diciamo, tra un’ora.”
“Certo, Rocky.! Tully mise via il suo taccuino. Alzò gli occhi al cielo, alla vista di Chris che puntava la ragazza seduta al tavolo a fianco a loro, e rimise il cellulare in tasca.
“Mi dispiace.” Carl scosse la testa , girandosi verso Max. “Ancora niente.”
“Dannazione.” Max non riuscì a nascondere la sua delusione. Guardò fuori dal finestrino, senza nemmeno notare il traffico che li circondava.
“Non devi arrenderti.” Carl lanciò un’occhiata al suo viso stanco. “non è ancora finita.”
“Lo so.” Max cercò di sorridere, ma gli uscì una smorfia. Puntò un dito avanti a sé, dicendo “Il prossimo indirizzo è lì a destra, la casa gialla con le imposte bianche.” Appena lo ebbe detto, sentì che non era quello il posto. Un triciclo stazionava davanti al portico e giocattoli erano sul giardino davanti alla casa. Questa era una casa che apparteneva ad una famiglia, non ad un pazzo che nascondeva una bambina al mondo.
Stette comunque ad ascoltare il colloquio tra Carl e la donna che aveva aperto la porta, chiedendole dei vicini e mostrandole la foto di Johnson. Poi tornarono all’auto e ricominciarono il procedimento all’indirizzo successivo.
Se aveva pensato di impazzire in ufficio, seduto davanti a una miriade di fogli di carta, qui, sul campo, era ancora peggio, soffrendo una delusione dopo l’altra, proprio appena aveva cominciato a sperare.
“Rilassati.” Carl cercò di persuadere Max a calmarsi. Si era reso conto che era più teso di un tamburo.
“Va bene.” Max annuì, ma non aveva la minima idea di cosa fare per riuscirci. Stava ricordando che aveva provato le stesse sensazioni, prima di allora, la notte che si preparavano ad entrare nella Haystack Mountain. Quella notte sapeva cosa stava per accadere, cosa avevano pianificato, quale era il risultato voluto. Non era andata come avevano progettato e il ricordo di quello che era successo era diventato uno degli incubi che ancora lo tormentavano.
Ora, adesso, quel pomeriggio, sentiva di nuovo la stessa tensione crescere dentro di lui, ma questa volta lui non sapeva cosa stava succedendo. Non c’erano piani d’azione, né destinazione. Non c’era altro che la sensazione, che non riusciva a scacciare, che stava per accadere qualcosa e poteva solo sperare che se c’era un Dio in cielo, questa volta ascoltasse le sue preghiere.

***

Mentre il taxi si fermava. Mary cercò nella sua borsa, sperando di avere abbastanza denaro per pagare la corsa. L’unico giorno in cui andava fuori era la domenica, e oggi era uscita così di corsa, che non aveva nemmeno controllato il borsellino. La sua mano tremava, mentre cercava i soldi, trovando soltanto qualche moneta e sapendo che il denaro non sarebbe bastato.
Signora.” il tassista si girò per guardarla. “La sua corsa è stata già pagata.”
“Cosa?” Mary lo guardò sorpresa.
“Marcus è mio cugino. Mi ha chiamato a casa per dirmi di arrivare di corsa. Mi ha detto che una piccola signora aveva necessità di andare di corsa a casa.”
“Veramente?” chiese Mary. Ormai conosceva Marcus da anni, da quando Martha era stata ricoverata in clinica, e le era sempre sembrato un ragazzo fine.
“Lo staff della clinica ha già pagato la corsa. E’ tutto a posto.”
“Grazie.” Mary era a corto di parole. Fece comunque scivolare cinque dollari nella sua mano, una mancia per la sua gentilezza.
“E’ stato un piacere, signora Connor.” Si toccò il cappello e vide Mary scendere dall’auto.
Corse nello stabile e spinse il pulsante per l’ascensore, aspettando impazientemente che arrivasse. Finalmente le porta si aprirono e lei vi si precipitò dentro, usando la carta di accesso per scendere ai piani sottostanti. Le porte si chiusero e l’ascensore cominciò a scendere lentamente.

***

Tracy finì di catalogare l’ultima scoperta, poi vide Jenny svegliarsi dal suo sonnellino. La vide stiracchiarsi , poi sedersi e guardarsi intorno, ovviamente sorpresa dall’ambiente che la circondava. Poi lo riconobbe e guardò in direzione di Tracy.
Quando la giovane scienziata le disse “Ti sei svegliata.” Ellie chiese “Ora possiamo andare Fuori?” Durante il sonno aveva sognato di andare Fuori, e lì c’era il suo papà che l’aspettava.
“Lasciami prima finire qui.” rise Tracy. Decisamente la bambina era determinata. Un rumore nell’altra stanza attirò la sua attenzione e Mary entrò all’improvviso.
“Jenny!” gridò e si guardò freneticamente intorno. L’aveva cercata in tutte le altre stanze, timorosa che potesse già essere andata via, quando lei fosse arrivata a casa. “Jenny!” gridò quando la vide e volò attraverso la stanza. “Vieni, Jenny. Dobbiamo andare.”
“Va tutto bene, Mary?” chiese Tracy preoccupata.
“Oh, si.” annuì Mary, cercando di ricomporsi. “Va tutto bene. Spero che non abbia avuto problemi, durante la mia assenza.”
“Oh, no.” Tracy sorrise. “E’ stata un tesoro. Il Dottor Sinclair deve essere orgoglioso di lei.”
“Il Dottor …?” Sinclair? Oh, mio Dio! Quello che stava pensando era vero? La lettera indirizzata al Dottor Sinclair. Ora la sua assistente che lo chiamava con quel nome. Oh dolce Gesù. Quello non era il suo nome. Almeno, non era il nome con cui lei lo conosceva. Oh, Dio. Quale era la verità e quale la menzogna?
“Stavo per portare Jenny a fare una passeggiata nel parco dall’altra parte della strada.” Tracy scese dallo sgabello sul quale era seduta. “Io …”
“Oh, no!” Mary andò nel panico, realizzando che aveva dimenticato di dire a Tracy che Jenny non poteva uscire. Grazie a Dio, era tornata in tempo.“Ora riporterò Jenny nella sua stanza. Grazie per averla guardata. Grazie. Grazie.”
Mary uscì dalla stanza, portando Jenny con lei e Tracy le guardò, chiedendosi cosa ci fosse sotto.

Capitolo 106

Mary corse nell’appartamento e si affrettò a chiudere la porta dietro di sé, come se fosse inseguita dai fantasmi. Ellie non l’aveva mai vista in quello stato, ne era un po’ spaventata e questa era una cosa nuova. Mary non l’aveva mai spaventata prima di allora.
“Jenny.” Mary si accovacciò accanto alla bambina e la prese per la parte superiore delle braccia. “Ho bisogno che tu mi dica la verità.” fece una pausa, lo sguardo incollato sulla bimba, e le domandò “Il tuo vero nome è Ellie?”
Ellie la guardò, percependo il panico che la vecchia signora stava provando. Ora era veramente spaventata e avrebbe voluto avere accanto il suo papà, perché le dicesse cosa fare. Mary non si stava comportando normalmente, e papà le aveva sempre detto di tenere segreti i suoi segreti.
“Jenny.” la pregò Mary. “ Io devo saperlo. Il tuo cognome è Robertson?” Ellie scosse lentamente la testa. Quello non era il suo nome e sperava che papà non si sarebbe arrabbiato con lei per aver detto i suoi segreti. Il suo labbro inferiore cominciò a tremare leggermente e poi decise di dire a Mary la verità. Dopo tutto, lei era Mary.
“Quando papà mi troverà e mi farà diventare reale, il mio nome sarà Ellie Ebans. Popio come lui.”
“Oh, mio Dio!” Mary si portò le mani sul cuore. Evans. Max Evans. Il vero padre di …Ellie.

***

Max cancellò un altro indirizzo dalla lista sempre più corta, sentendo la sua speranza svanire sempre di più. C’erano stati così pochi indizi, in quegli anni, nella sua ricerca di Ellie, che non poteva fare a meno di riporre la sua speranza anche sulla minima possibilità, confidando che quella poteva essere la traccia di cui avevano bisogno. Ma lui continuava a chiedersi se avrebbero mai trovato quella traccia.
Era destinato a trascorrere tutta la sua vita vedendo Ellie solo nei suoi sogni?
O i suoi sogni avrebbero potuto essere la sua salvezza? Poteva scuotere l’abitudine dai suoi sogni e guardarli come avrebbe fatto Carl se fosse stato lì? Il sogno di stanotte sarebbe stato differente da tutti gli altri sogni o la frustrazione sarebbe continuata ancora ed ancora?
“Max?” disse ancora Carl, vedendo finalmente l’attenzione negli occhi del suo compagno.
“Cosa?” Max uscì dalle sue riflessioni. “Hai detto qualcosa?”
“Max, sei stanco.” disse Carl preoccupato. Erano stati due giorni pesanti per lui, e la tensione lo dimostrava. “Perché non ti fai accompagnare a casa, così potrai riposarti?”
“No!” Max scosse la testa ed una nuova paura si impadronì di lui. come avrebbe potuto salvare Ellie se non partecipava alle ricerche? “Non abbiamo ancora finito!”
“Sono rimasti solo pochi indirizzi sulla lista.” Carl cercò di farlo ragionare. “Posso chiamarti se salta fuori qualcosa.”
“Carl.” Max lo stava supplicando con gli occhi. “Non mandarmi a casa. Non ancora. Ho bisogno di far parte di tutto questo. Ho bisogno di sapere che ho fatto tutto il possibile.”
“Okay.” Carl si lasciò commuovere. “Finiremo la lista insieme e poi ti spedisco a casa. D’accordo?”
“D’accordo.” Max annuì e lasciò andare il respiro che aveva trattenuto. Sperando che l’accordo avrebbe compreso il ritrovare Ellie e il condurla a casa. Aveva una promessa da mantenere e la sua piccola contava su di lui.

***

“Ellie.” Mary accompagnò la bambina nella sua stanza, poi si inginocchiò davanti a lei. “Ora metteremo qualche cosa in valigia e poi faremo un giretto. Ti farebbe piacere?”
“Andare Fuori?” esclamò Ellie.
“Si.” Mary accennò col capo. “Ti piacerebbe, cara?”
“Ora?” Ellie le tirò la mano. “possiamo andare ora?”
“Ellie!” Mary la spinse indietro. “No, tesoro. Non ancora. Dobbiamo aspettare finché non sarà andato via il sole. Tu non puoi uscire ora.” Un pensiero improvviso l’afferrò, ed era un pensiero straziante. E se non ci fosse stato nulla di sbagliato in Ellie? E se la sua malattia fosse stata parte della menzogna?
“Oh.” Ellie era delusa. Lei voleva uscire ora. “Più tardi?”
“Si, si Ellie.” Mary avvicinò la bambina e la abbracciò forte. “Usciremo più tardi. Quando farà buio.” Non poteva correre il rischio di portare fuori Ellie adesso, con la luce del sole, non potendo distinguere tra verità e bugia. Grazie a Dio, il Dottore non sarebbe tornato fino a domani. Avevano tutto il tempo di andare via da lì.

***

Johnson tirò fuori il cellulare dalla tasca mentre camminava nel terminal dell’aeroporto. Non era stato in grado di raggiungere Mary prima di lasciare San Francisco, ma ora che era tornato a Phoenix era ansioso di parlare con lei. Cominciò a formare il numero di casa, quando vide la piccola icona che indicava la mancanza di linea. Dannazione. Doveva spettare di essere fuori dall’edificio, ma ci non sarebbe voluto molto tempo. Aveva con lui il suo bagaglio, così non avrebbe dovuto aspettare per ritirarlo. Il suo telefono emise dei beep, lui guardò giù e imprecò ancora. “Dannata batteria.”
Avrebbe potuto fermarsi ed usare un telefono pubblico, ma non voleva perdere altro tempo. Aveva bisogno di andare a casa da Jenny.

***

Tracy fece l’ultima annotazione e si alzò dal tavolo del laboratorio. Il lavoro stava progredendo bene e pensò che il Dottor Sinclair sarebbe stato contento di lei. Era quasi certa, che quando il lavoro fosse giunto a termine, il Dottore le avrebbe fatto ottime referenze. Sarebbe stato bello per lei ritornare, una volta completati gli studi.
Si stirò per distendere i muscoli ed uscì dal laboratorio. Mise la carta di accesso nel pannello di sicurezza dietro la porta, ed uscì nell’atrio. Guardò la porta dell’ appartamento sulla destra e si chiese se Mary stesse bene. Prima, nel laboratorio, le era sembrata così agitata, ma forse dipendeva dallo stato della sorella. Aveva avuto l’intenzione di chiederle notizie, ma lei era scappata via così in fretta, con la piccola Jenny, che non ne aveva avuto il modo.
Chiuse la porta alle sue spalle e si diresse all’ascensore, aspettandone pazientemente l’arrivo. Non avrebbe rivisto il Dottor Sinclair fino alla settimana prossima, ma gli avrebbe detto quanto fosse adorabile la sua bambina. Si era gustata il pomeriggio assieme a lei. Jenny era la bambina più dolce che avesse mai conosciuto.
L’ascensore arrivò e lei vi entrò dentro, diretta al piano terra e al suo vecchio macinino che la stava aspettando.

***

Il taxi si fermò sul marciapiedi e Johnson mise una manciata di biglietti nella mano del guidatore. Uscì di corsa dal veicolo e traversò di corsa il marciapiedi, per salire le scale che portavano al Park Ridge Apartments. Tutti gli appartamenti costruiti nell’isolato, portavano nel nome la parola Park. Park Vista dietro l’angolo e accanto Park Place , poi Park Manor, e alla fine Park Ridge proprio in mezzo all’isolato. Quando si era trasferito lì, aveva pensato che mettere nomi simili era stata una idiozia perché i nomi potevano essere facilmente confusi, ma alla fine aveva finito per piacergli. I nomi erano intercambiabili, nessuno si distingueva. Erano legati assieme e questo era un vantaggio per un uomo che voleva nascondersi.
Johnson si affrettò ad entrare nel palazzo proprio mentre Tracy accendeva il motore della sua auto, cercando di mettere in moto la sua stupida macchina.

***

“Ce la fai a portare questa, tesoro?” chiese Mary girandosi verso la porta della stanza di Ellie. Le sue braccia erano cariche di vestitini della bambina e stava per metterli in una borsa che aveva lasciato aperta sul letto della sua camera. Avrebbero dovuto dividersi un’unica borsa. Ellie era troppo piccola per portare la sua e Mary non poteva portarne due.
“Appetta!” esclamò Ellie e corse verso la libreria per prendere il suo libro favorito, Il Coniglio di Velluto. “Devo prender quetto!” Lo aggiunse alle cose che non poteva lasciarsi dietro, come la sua bambola, l’album da disegno e i colori, poi lottò per evitare che cadesse tutto per terra.
“Sei sicura di riuscire a portare tutta quella roba?” dubitò Mary.
“Lo farò.” disse Ellie determinata. I suoi lineamenti erano tesi per lo sforzo e la sua mascella aveva un atteggiamento testardo, mentre seguiva Mary nella sua stanza. La sua bambola scivolò dalla pila, cadendo sul pavimento, ed Ellie disse “Oops!” Posò tutto sul pavimento e rimise in cima la bambola, poi cercò di riprendere tutto. Barcollò sotto il peso del suo carico, poi toccò al suo libro preferito cadere sul pavimento. “Oops!”
“Ellie fai due viaggi se non ce la fai.” le disse Mary dal corridoio.
“Ce la fassio!” insistette Ellie. Si fermò imbarazzata, quando le cadde la scatola dei colori. “Oops!”
“Perché non torni dopo a riprenderla?” cominciò a dire Mary. poi si gelò sentendo aprirsi la porta d’ingresso. Il cuore le impazzì nel petto al suono dei passi che si avvicinavano, poi la sua voce chiamò, e per poco lei non fece cadere il suo carico a terra.
“Mary? Mary, è lì?”
Mary voltò di scatto la testa per guardare Ellie e la bambina spalancò gli occhi allarmata, rispecchiando la propria paura. Ellie si guardò attorno spaventata, poi cercò velocemente di nascondere le sue cose sotto al letto, dove papà Dottore non avrebbe potuto vederle. Non aveva il tempo di rimettere tutto a posto.
“Mary!” muggì Johnson, sentendo peggiorare la tensione nel suo addome. Dove diavolo si era cacciata? “Jenny! Dove sei?”
Mary guardò la pila di vestiti nelle sue braccia, ma i suoi piedi erano incollati sul posto. Non riusciva a muoversi. Si sentiva come un cervo preso in trappola dai fari di un auto che viaggiava ad alta velocità nella sua direzione, poi Johnson girò l’angolo.
“Mary!” esclamò sollevato vedendola.
“Dottore!” riuscì a dire, ritrovando la sua voce.
“Cosa sta facendo, Mary?” gli occhi di Johnson erano posati sui vestiti tra le sue braccia.
“Il bucato!” Mary tirò fuori la prima cosa che le era venuta in mente. “Il bucato di El …Jenny. Mary vide il Dottore rilassarsi e finalmente riuscì a respirare. Pensare. Pensare. Aveva bisogno di pensare. Doveva tornare nella sua stanza e nascondere la borsa, prima che lui la vedesse. Non sarebbe mai stata in grado di spiegare perché stava facendo i bagagli. “Dottore, lei mi ha spaventato! Non l’aspettavamo fino a domani. Quando ho sentito aprire la porta, ho pensato che fosse entrato un estraneo!”
“Ho cercato di telefonarle.” Johnson era ancora agitato. Perché Mary non aveva risposto al telefono. “I miei piani sono cambiati ed ho preso il primo aereo per casa, ma non ho potuto contattarla per avvisarla.”
Aveva telefonato? Aveva chiamato quando lei era fuori? Oh, santo Cielo. Come poteva spiegare perché non aveva risposto? Non voleva fargli sapere che era uscita. Cosa poteva dire? un idea le attraversò la mente e rispose svelta “Avevo abbassato la suoneria quando Jenny stava facendo il suo sonnellino. Non volevo disturbarla. Non l’ho rialzata che poco fa, quando si è svegliata.”
“Oh.” Johnson le credette. “capisco.” Questo spiegava tutto. Si era preoccupato per niente. Mary si era solo presa cura di Jenny, pensando al suo benessere. “Dov’è Jenny?”
“Sono qui.” Ellie mise la testa fuori dalla porta della sua stanza.
Sorridendole, Johnson si inchinò e le tese le mani dicendo “Vieni qui, Jenny. Dai un abbraccio a papà. Mi sei mancata.”
Ellie guardò Mary ed una silenziosa comunicazione passò tra di loro. Poi si girò verso Johnson e gli corse incontro dicendo “Anche tu mi sei mancato.” Quando le braccia del Dottore l’avvolsero, Ellie cautamente si girò a guardare Mary, con una espressione sul viso che ora Mary comprendeva. Ellie aveva finto per molto tempo.

***

“Maledetta macchina!” Tracy sbatté la portiera e girò intorno all’auto, per dare un calcio alla ruota anteriore dalla parte del passeggero. “Maledetta! Maledetta, maledetta, maledetta, maledetta! Stupida macchina!”
“C’è qualche problema, signorina?” chiese Chris Palmer col suo tono di voce che diceva ‘E andiamo!’ Gli piacevano le ragazze che prendevano fuoco facilmente e questa era decisamente infuocata. E come faceva a resistere ad una damigella bisognosa di aiuto? E per di più una damigella carina? Molto carina. Un seno impertinente. Un sedere da morirci. E il fuoco nei suoi occhi era …
“Rimettilo nei pantaloni, Chris.” gli disse Tully sottovoce. Il ragazzo era trasparente.
“Torno subito.” Chris diede un’occhiata al suo collega e puntò alla ragazza che stava ovviamente avendo problemi con la macchina. Infilò i pollici nelle tasche anteriori dei pantaloni, con le mani che posavano sul davanti dell’addome. Guardò la ragazza dall’altro in basso e le disse con voce suadente “Sembra che abbia bisogno di aiuto.”
“Veramente si.” Tracy gli lanciò uno sguardo. Accidenti. Guarda quei capelli biondi, quegli occhi azzurri, quella mascella decisa, quei pettorali e, di nuovo accidenti, quello che aveva tra le mani. Appetitoso. Si schiarì la voce e disse “Non riesco a far partire la macchina.”
“Perché non, uhm … apre il cofano?” disse Chris in modo provocante. “E io ci darò un’occhiata.”
“Certo” Tracy lasciò andare ancora una volta lo sguardo lungo il suo corpo e tornò a sedersi al posto del guidatore.
Chris, con un grande sorriso stampato in faccia, lanciò un’occhiata al suo partner, e Tully alzò gli occhi al cielo.
Accidenti, se era veloce! Quella ragazza stava abboccando senza combattere. Abboccando? Tully scacciò quel pensiero.
Tornò ai suoi appunti e controllò sulla lista l’indirizzo seguente. 2745 E. Beardsley Road. Il Café Ole. Guardò l’edificio di fronte a lui e ne lesse il nome. Park Place Apartments, 2759 E. Beardsley Road. Girò a sinistra, seguendo la numerazione decrescente. Fu colpito dal profumo del caffè, prima ancora di vederlo. Sopra la porta c’era in bella vista il numero 2745. Bingo!
Quando passò la porta, suonò un campanello e il commesso dietro al bancone si girò per guardarlo. Tully consultò ancora le sue annotazioni, poi si diresse al bancone per chiedere al giovane commesso “C’è il signor Wakely? William Wakely?”
“Bull?” rispose l’uomo. “No, non è qui.”
“E’ partito per un viaggio?” chiese Tully.
“Chi vuole saperlo?” chiese sospettosamente il commesso. Non avrebbe certo dato informazioni personali sul suo capo al primo che capitava. Oh! Tesserino! Agente di Polizia. Cavoli! “Um, no, non è in viaggio. Lui è il proprietario e apre il bar la mattina. Poi lavora solo nell’ultimo turno. Vuole che lo chiami?”
“Dalle nostre registrazioni, risulta che un taxi ha iniziato una corsa da qui, ieri mattina, diretto all’aeroporto. Ne sa qualcosa?” chiese Tully.
“No.” il ragazzo scosse la testa. “Temo di no. Non era Bill. Questa mattina era al lavoro. Mi spiace.”
“Ha mai visto quest’uomo prima d’ora?” Tully gli mostrò la foto di Johnson.
Il commesso la guardò attentamente, poi scosse la testa.
“No. Non è un viso familiare. Forse Bill lo conosce. Abbiamo un sacco di gente che viene la mattina.
“Ha un numero di telefono al quale possa raggiungerlo?” chiese Tully per scriverlo velocemente quando il ragazzo glielo diede. “Bene. Grazie della collaborazione.” Tully chiuse il suo notes e uscì dal locale. Tornato in strada, fece in tempo a vedere Chris che salutava con la mano la macchina che si immetteva nel traffico. “Hai avuto il suo numero?”
“Oh, si.” Chris rise e appoggiò la mano sul taschino della giacca.

***

Carl era seduto alla sua scrivania e stava controllando le registrazioni sparse davanti a lui. Ormai era tardi e la stazione di Polizia era piuttosto silenziosa. Era da un po’ che non lavorava così, passando ore su un singolo caso, ma questo era un caso speciale.
Tully gli aveva fatto un rapporto negativo un paio d’ore prima e,. nonostante le sue proteste, Carl aveva spedito Max a casa dopo che avevano controllato l’ultimo indirizzo della lista. Il ragazzo aveva bisogno di riposare e stare a casa con sua moglie, era probabilmente per lui il miglior modo di rilassarsi. Doveva essere pronto per quando Ellie si sarebbe unita al suo sogno, quella notte. Inoltre, Carl aveva bisogno di stare da solo per cercare di individuare cosa si fosse lasciato sfuggire.
E si era lasciato sfuggire qualcosa. Di questo era sicuro. Qualcosa che era proprio sotto i suoi occhi, ma che lui non riusciva a vedere.
Il telefono all’angolo della scrivania squillò e lui sollevò distrattamente la cornetta, senza prestare attenzione fino a che non sentì la voce dall’altra parte della linea. Allora il suo sguardo si addolcì ed un sorriso gli comparve sulla faccia. “Ciao, Rachel.”
“Il lavoro ti sta impegnando fino a tardi?” chiese lei. Avevano in programma una cena, prima che lui poco prima disdicesse l’impegno, promettendole di passare per il dessert. Ma sembrava che non sarebbe riuscito a fare nemmeno quello, non finché fosse stato così immerso in quel caso.
“Si.” annuì Carl. “Al momento sono immerso fino ai gomiti. Mi dispiace di averti rovinato la serata.” Fissò ancora i fogli davanti a lui, incapace di mettersi l’anima in pace.
“Probabilmente non ti vedrò stasera, vero?” sospirò lei.
“Mi dispiace.” si scusò lui. “Posso venirti a prendere domani? Una passeggiata al chiaro di luna nel parco?”
“Con tutti i rapinatori?” scherzò Rachel.
“Che ne dici di un giro nel deserto a guardare le stelle?
“Non hai inteso? Le previsioni dicono che pioverà.”
“Allora … che ne dici se ti tiro fuori dal letto e faccio appassionatamente l’amore con te per tutta la notte?”
“Come può una ragazza rifiutare una proposta del genere?” sorrise lei.
“Rachel?” disse Carl, ora concentrato solamente su di lei.
“Si?” rispose lei dopo una pausa significativa.
“Ti amo, Rachel.”
Carl la sentì trattenere il respiro, all’altro capo del telefono, poi con voce soffice e piena di emozione disse “Anche io ti amo, Carl.”
“Te lo prometto. Farò il possibile per arrivare in tempo da te.” Carl sorrise.
“Non vedo l’ora!” disse Rachel soddisfatta.
Si salutarono, e Carl guardò il telefono, combattuto tra il, lavoro davanti a lui e la donna con la quale voleva stare, ma i suoi occhi erano calamitati dai fogli sparsi davanti a lui ed un indirizzo gli tornò alla mente. E. Beardsley Road. Perché quell’indirizzo gli era rimasto in mente?
Forse perché un taxi si era recato a quell’indirizzo per raccogliere un passeggero che per qualche ragione aveva preferito farsi trovare davanti ad un bar, invece che a casa sua. E se … avesse voluto coprire qualcosa? Nascondere qualcosa? Cercare di coprire una traccia?
Tornò al suo computer e fece una ricerca sullo stradario dei palazzi accanto al bar di Beardsley Road. Forse, ma solo forse, qualcuno che abitava in quegli appartamenti aveva usato il bar come indirizzo, per non rivelare il proprio.
Mentre il computer elaborava la sua richiesta, Carl prese il telefono per contattare una sua conoscenza alla Società dei Taxi Gialli, seguendo una idea molto vaga. Al terzo squillo rispose una voce rauca e familiare.
“Hey, Vinny. Quando la smetterai di fumare? Ti stai giocando i polmoni.”
“Hey, Carl, piglio di un cane. Come ti va?”
“Non posso lamentarmi.” Carl sorrise. Lui e Vinny erano vecchi amici. Sospirando, gli disse “Ho bisogno di un favore.”
“Lo immaginavo.” Vinny sapeva che sarebbe arrivata una richiesta.
“Ho bisogno di sapere se hai avuto qualche corsa intorno all’isolato 2700 di E. Beardsley Road, dalle 10.00 di ieri mattina a diciamo … fino a d ora. Qualche inizio o fine corsa, non importa per e da dove.”
“Per quando ne hai bisogno?” chiese Vinny, solo perché faceva parte del gioco.
“Cinque minuti fa.” Carl diede la solita risposta.
“Sei al lavoro?” chiese Vinny. Quando mai Carl Montoya non era al lavoro?
“Si.” rispose Carl. Era un po’ che non parlava con Vinny e lui non sapeva che ora Carl aveva una ragione per tornare a casa.
“Vuoi che te lo mando per fax o via email?”
“Uno dei due. Per un po’ non mi muoverò da qui. Hai ancora i numeri?”
“Si.” Vinny controllò il suo file.
“Vinny?” la voce di Carl era preoccupata e l’uomo dei Taxi Gialli se ne era accorto. “Ho veramente bisogno subito di quella informazione.”
“Vado.” e l’uomo riattaccò il telefono. Non avrebbe dovuto chiederlo due volte. Dopotutto Carl era l’uomo che aveva catturato qual figlio di un cane che aveva violentato la sua piccola Angelina e aveva fatto finire in galera qual bastardo. Avrebbe fatto tutto per lui.
Dieci minuti dopo, Carl sentì il rumore del fax che prendeva vita. Un foglio fu risucchiato nella macchina, per uscirne dalla parte opposta. Carl si alzò dalla scrivania e stirò i suoi muscoli indolenziti, poi si avvicinò alla macchina, guardando il foglio che usciva. I suoi occhi scorsero la piccola lista dei movimenti delle ultime 30 ore.

Pagamento in contanti: 2929 E. Beardsley Road
Destinazione: 12th and Main, Downtown

Thelma Walker, 2543 E. Beardsley Road
Destinazione: Desert Plains Mall

Nulla colpì la sua attenzione mentre il foglio usciva dalla macchina. La lista delle corse in partenza finì e cominciò quella delle corse in arrivo. Sentì la sua speranza andare a picco mentre la leggeva. Dannazione! imprecò Carl tra se. Ieri notte erano usciti un sacco di ubriaconi. La maggior parte dell’attività della notte prima era dovuta a persone raccolte davanti a bar e taverne, ma almeno gli ubriachi erano tornati a casa. Il fax sputò fuori un foglio e Carl lo prese, controllando velocemente il resto della pagina. Oggi c’era stata poca attività nella zona, almeno per quella compagnia di taxi, poi un nome lo colpì.

Mary Connor, Dessert Mirage Nursing Home
Destinazione: Park Ridge Apartments, 2725 E. Beardsley Road

Il nome spiccava in modo chiaro tra gli altri. Mary Connor. Mary.
Carl controllò i suoi appunti e infatti, trovò il nome. Mary. La governante di Ellie. Donna anziana, modi da nonna. Aveva una sorella malata di nome Martha che andava a trovare una volta la settimana. Queste erano pressappoco tutte le informazioni che Max era stato in grado di avere da Ellie.
Carl tornò velocemente allo stradario che aveva caricato sul suo computer e chiese l’informazione per il Park Ridge Apartments. Aspettò impaziente che la richiesta venisse elaborata e rimase a bocca aperta, quando lesse il risultato.
La scritta ‘Nessuna Mary Connor a questo indirizzo’ apparve lampeggiando nella parte inferiore dello schermo.
Allora, suppose, l’affitto dell’appartamento non era intestato a suo nome. Doveva essere stato affittato da Johnson, sotto la falsa identità che aveva assunto. Quel dannato palazzo aveva 14 piani. Erano una marea di appartamenti. Allargando la ricerca, Carl chiese la lista di tutti gli occupanti dello stabile.
Mentre aspettava, sorseggiò una tazza di caffè e quando la ricerca fu completata quasi 150 nomi riempirono lo schermo. Immise i parametri per compararli con i nomi delle liste dei passeggeri fornite dalle linee aeree, che alla fine erano state immesse nel computer. Max e la sua magia aliena avrebbero fatto più in fretta, ma era sempre più veloce farlo col computer che a mano.
Mentre aspettava i risultati, prese l’elenco telefonico di Phoenix, cercando il numero della Dessert Mirage Nursing Home e il suo istinto naturale stava gridando. Sapeva di essere vicino a qualcosa.
Compose in fretta il numero e quando sentì rispondere una voce, Carl disse in tono autoritario “Parla l’agente Carl Montoya della CVU del Dipartimento di Polizia di Phoenix. Ho bisogno di alcune informazioni. Sto cercando una donna che dovrebbe essere ricoverata da voi, primo nome Martha, cognome sconosciuto. Ha una sorella che si chiama Mary Connor. Era da voi, oggi?”
“Martha?” linda si accigliò e guardò Marcus. “Phoenix PD? Mary Connor?”
“Si.” disse Carl con enfasi. “Ho bisogno dell’indirizzo di casa di Mary Connor. Il suo numero di appartamento.”
“Signore, mi dispiace, ma questo genere di informazioni è riservato.” disse Linda, riappendendo il telefono.
“di cosa si trattava?” chiese Marcus, appoggiandosi al bancone della postazione delle infermiere.
“Oh, Dio!” disse Linda incredula. “Era qualcuno della Polizia che voleva sapere dove vive Mary.”
“Stai scherzando?” Marcus aveva gli occhi fuori dalle orbite. Mary? Problemi con la Polizia? Assurdo! “Cosa gli hai detto?”
“Ho riattaccato!” Linda era altrettanto stupita della sua reazione.
Nell’ufficio della Squadra, Carl guardò il telefono muto e lo sbatté con mal garbo sulla scrivania. Maledizione. Gli avevano sbattuto il telefono in faccia. Si alzò di scatto, si appuntò al volo l’indirizzo della clinica, prima di correre a tutta velocità verso la porta.
Il computer cambiò schermata e, quando il risultato dell’ultima ricerca fu completo, un singolo nome lampeggiò sullo schermo.

Robert Sinclair.

Capitolo 107

Liz mise Matthew a letto e si sporse sulla culla per accarezzargli la guancia morbida. Era così bello quando dormiva, così tranquillo, così rilassato, così sereno. Sperava che anche suo padre, un giorno, potesse conoscere quel genere di sonno. Per Max, non c’era notte in cui non fosse svegliato dal sonno da un incubo o da un ricordo.
Allontanatasi dalla culla, tornò in camera da letto. Max era disteso sulla coperta, ancora completamente vestito e sembrava addormentato. Era così stanco, per lo stress e la tensione del giorno precedente, ma aveva cercato di restare sveglio fino a che Matthew non fosse stato sistemato per la notte, così che Liz potesse unirsi al suo sogno. Traversò la stanza sospirando e si sdraiò sul letto accanto a lui, sapendo che quella notte, era la cosa più vicina al sogno che avrebbe potuto ottenere.
La mano di Max era piegata sul suo stomaco e Liz poteva vedere i suoi occhi muoversi avanti e indietro sotto le palpebre. Ora stava sognando e lei si chiese se Ellie fosse già lì.

Il prato era tranquillo mentre Max camminava nell’erba, con solo la brezza che frusciava tra gli alberi a interrompere il silenzio. Si diresse verso il ruscello, avvertendone il gorgoglio man mano che si avvicinava. Tutto sembrava in ordine, tutto al suo posto. Niente stonava.
Max stava cercando di vedere il prato con gli occhi di Carl, notando i dettagli come non aveva mai fatto prima. Solo, senza Liz , Ellie e Matthew, il posto sembrava vuoto. Tutti loro, ognuno a suo modo, davano vita al prato.
Un pensiero improvviso lo colpì, un pensiero che non aveva mai fatto, e si inginocchio sulla riva del ruscello. Si arrotolò le maniche e immerse le mani nella fredda superficie, e raccolse dal fondo una manciata di sassolini e di conchiglie. Tirando le mani fuori dall’acqua, osservò da vicino i ciottoli e le conchiglie, ma non vide quella che stava cercando.
Una conchiglia di mare che non doveva stare in un ruscello.
L’aveva già notata e si era chiesto perché quella conchiglia fosse lì, ma aveva fatto l’abitudine a vederla fin dalla loro gita al mare, la notte prima della nascita di Matthew. Anche il paguro eremita era stato una novità. Ellie era sempre stata affascinata dai granchi e dalle conchiglie, ma ora non ne vedeva nessuno. Camminò lungo il ruscello, fermandosi qui e là per cercare nell’acqua, senza trovare paguri eremiti.
Max si alzò e si guardò attorno, chiedendosi se granchi e conchiglie potevano essere qui in un sogno, ma non nell’altro, e fu allora che trovò il metaforico filo del maglione.
Ellie amava i granchi. Ellie amava le conchiglie. E se fosse stata Ellie a portarli nel sogno? Se fosse stata lei a ‘pensarli’ li? E se fosse stata la sua mente ad immaginarli e a portarli lì? E senza di lei qui nel sogno, non potevano esistere?
E se Ellie era in grado di fare quello, cos’altro aveva portato nei sogni senza che lui se ne fosse accorto?

***

“Mary?” sussurrò Ellie, mentre Mary le rimboccava le coperte.
“Si, cara?” Mary le prese il viso tra le mani.
“Non possiamo più andare via, vero?” disse Ellie amareggiata. ““Non possiamo più andare Fuori.”
“Non stasera, tesoro.” Mary scosse la testa.
“Riuccirò mai ad andare Fuori?” la sua voce sottile tremava.
“Lo spero, amore.” Mary combatté un brivido a sua volta.
“Io voio la mia mamma e il mio papà.” Una lacrima le scivolò dall’angolo dell’occhio lungo la tempia, per finirle tra i capelli. “Io non voio ttare più con papà Dottore.”
“Lo so, Ellie.” Anche Mary si asciugò una lacrima. “Troverò il modo di portarti fuori di qui. In un modo o nell’altro. Te lo prometto.” Si chinò sulla bambina e le baciò la fronte, giurando in silenzio di liberare quella povera bambina dalla prigione in cui stava vivendo.
Le braccia di Ellie le circondarono il collo e le sussurrò in un orecchio “Ti voio bene, Mary.”
“Anche io ti voglio bene, Ellie.” Mary ricambiò il suo abbraccio. Baciò la bambina ancora una volta e poi si allontanò. “Dormi, ora.”
Ellie si strinse a fianco la bambola, mentre Mary si alzava dal letto. Mentre Mary si girava per uscire, Ellie le disse sottovoce, perché solo lei potesse sentire “Sono contenta che tu conocci il mio nome.”
“Anche io, cara.” le sorrise Mary. “Anche io.”

***

Johnson controllò i fusibili e i contasecondi, per essere sicuro che tutto funzionasse. Non aveva mai pensato di usarle realmente, ma era contento di essersi preparato per questa evenienza. Dopo stasera, non ci sarebbe stato più nulla a legarlo a quel posto. Avrebbe sistemato i detonatori più tardi, dopo che Mary fosse andata a dormire. Sarebbe successo tutto in fretta, lei non ne avrebbe sofferto e il fuoco avrebbe distrutto tutto il piano, senza lasciare tracce riconducibili a lui.
Chiuse la porta del laboratorio e tornò nell’appartamento.

***

Max si allontanò da ruscello e ripensò a parecchi messo prima, ad un sogno nel quale lui, Liz ed Ellie, avevano diviso un picnic sotto gli alberi ed Ellie aveva fatto uscire una palla dal nulla e lui aveva pensato che volesse solo giocare a prenderla. Ma quando lui l’aveva lanciata, la palla si era scontrata con un campo di forza purpureo, che lei aveva orgogliosamente creato. La palla era rimbalzata e l’aveva colpito ad una gamba, ma lui era così meravigliato dello scudo, che non ci aveva fatto caso.
Non era stato lui a portare la palla nel sogno, e in quel momento aveva creduto che l’avesse portata Liz, ma ora la pensava differentemente. Era stata Ellie a portare la palla. Ed era stata Ellie a portare i granchi e le conchiglie.
Cos’altro? Cos’altro Ellie aveva portato nei sogni. O forse … chi altro?

***

Mary chiuse la porta della stanza di Ellie e si fermò per un momento, chiedendosi cosa fare. Forse avrebbe potuto portare via di nascosto Ellie quella notte, dopo che il Dottore fosse andato a letto. No, scosse la testa. Non poteva funzionare. Il Dottore aveva il sonno leggero ed Ellie era solo una bambina. Era troppo pericoloso e se lui si fosse svegliato, non sarebbero state in grado di sfuggirgli.
Scappare durante il giorno era fuori questione. Ellie non poteva esporsi alla luce del sole. Forse, se fosse riuscita a trovare una scusa per uscire durante il giorno, poteva trovare Max Evans e raccontargli quello che sapeva.
Avrebbe potuto condurlo all’appartamento, a quella prigione, e la Polizia avrebbe potuto arrestare il Dottore.
O forse se avesse trovato Max Evans, lui non avrebbe voluto saperne niente di quella storia. Era così difficile da accettare. Come poteva Ellie essere stata rapita da neonata eppure conoscere chi erano i suoi genitori, che aspetto avevano e come si chiamavano? Era una cosa insensata, da pazzi, impossibile, ma lei sentiva che era vera.
Stava realizzando che aveva fatto un grosso errore a non contattare subito Max Evans. Avrebbe potuto chiamarlo non appena Ellie le aveva detto quale era il suo vero nome, ma era rimasta così scioccata, che non aveva potuto pensare chiaramente e, quando il Dottore era tornato a casa, aveva ormai perso quella opportunità. Forse poteva provarci ora, finché il Dottore era in laboratorio, nella porta accanto …
Il telefono squillò, tirandola fuori dalle sue riflessioni e lei corse a rispondere. Arrivavano raramente telefonate e il Dottore le aveva dato istruzioni, quando erano andati ad abitare lì, che alle chiamate avrebbe risposto lui stesso. ma ora decise di ignorare quell’ordine ed alzò il ricevitore al terzo squillo. I suoi occhi si spalancarono, quando riconobbe la voce in linea.
“Mary? Sono Linda. E’ appena successa una cosa strana.”
“Linda?” Il suo primo pensiero fu che fosse successo qualcosa a Martha. Il Dottore entrò dalla porta proprio mentre Mary stava dicendo “Cosa è successo?”
“Ha appena chiamato un agente di Polizia, chiedendo di lei e di dove viveva.” La voce di Linda era preoccupata.
“Capisco.” disse Mary al telefono. La sua mente andava a mille all’ora e lo sguardo negli occhi del Dottore la stava spaventando. Sembrava così … freddo.
“Cosa dobbiamo fare, se dovesse chiamare ancora?” chiese Linda.
“Vengo subito.” disse Mary ed attaccò il telefono. Era l’unico modo. L’unica cosa che era riuscita a pensare.
“Chi era?” chiese Johnson.
“La clinica.” rispose Mary. “E’ per Martha. Mi avevano chiamato oggi pomeriggio per dirmi che aveva avuto un altro colpo. Sarei andata a trovarla domani, quando lei fosse tornato, ma ora hanno richiamato dicendomi che non si aspettano che arrivi viva fino a domani. Devo andare a vederla ora.” Gli occhi di Mary si riempirono di lacrime. “O io … non … la rivedrò … mai più.” Odiava usare Martha come pretesto, ma lei sapeva che sua sorella avrebbe approvato.
“Un colpo?” Johnson si spostò per leggere l’ID di chiamata. Era vero, c’era stata una chiamata nel pomeriggio dalla clinica e un’altra, pochi minuti fa.
“Mi dispiace di sentire una cosa così grave.”
“Devo andare …” Mary cominciò a muoversi in direzione della porta.
“Si, certo.” Il Dottore la guardò. Lei aveva detto a chiunque fosse al telefono che stava andando. Se non l’avessero vista arrivare, si sarebbero insospettiti. Doveva lasciarla andare, ma non se ne preoccupava. Sarebbe tornata. Lei non avrebbe mai lasciato Jenny sola per molto tempo. Doveva solo aspettare un po’ di più per mettere in azione il suo piano. “Mi lasci chiamare un taxi. Non vorrà prendere l’autobus?”

***

Max si sedette sulla riva del ruscello e tornò a pensare al sogno in cui avevano portato Ellie al parco e lei aveva giocato sull’altalena, con Amber e Cindy, e dato da mangiare alle anatre, ed aveva inseguito qualcosa che aveva visto. Cos’era? Che cosa l’aveva fatta correre in quel modo? In quel momento, lui aveva pensato si trattasse del gattino, ma la fine del sogno era stata così incoerente, per lui, che non ne era più sicuro.
Un rumore improvviso si infilò tra i suoi pensieri ed alzò lo sguardo per guardare l’acqua. E, infatti, un germano reale gli stava di fronte e lo guardava. Si arruffò le piume, poi
scivolò nell’acqua. Fu raggiunto da un altro e da un altro ancora, improvvisamente, intorno a lui, ne apparve uno stormo. Riuscì ad intravedere un movimento nell’acqua ed allungò la mano per prendere un paguro eremita che si stava affrettando su una roccia.
Si alzò in piedi e guardò il prato, sapendo che lei doveva essere lì.
“Papà?” Ellie si girò attorno cercando di vederlo. “Papà?”
“Ellie!” Max rimise in acqua il paguro e corse attraverso il prato. Cadde in ginocchio di fronte a lei e tutti e due cominciarono a parlare nello stesso momento.
“Ellie tu …”
“Papà, devo ditti una cosa …”
Max scoppiò a ridere, tenendo sua figlia tra le braccia e passandole le mani tra i folti capelli ondulati. I suoi grandi occhi scuri lo guardavano e lui le disse “Vai avanti. Cosa mi devi dire?”
“Sono quasi andata Fuori, oggi.” gli disse Ellie e cominciò a giocherellare nervosamente con i bottoni della sua camicia.
“Tu cosa?” Max alzò la voce e Ellie sollevò bruscamente la testa, chiedendosi se fosse impazzito. Lui vide lo sguardo della piccola e cercò di controllare le sue reazioni, certo che quel giorno fosse accaduto qualcosa di importante. Non voleva farla spaventare ed uscire dal sogno. “Va avanti, Ellie. Ti ascolto.”
“Martha è ttata male e io pensavo che Mary mi faceva andare con lei, ma lei ha detto che non posso andare Fuori. Così mi ha pottata da Twacy …”
“Tracy?” se ne uscì Max. Lui non le aveva mai nominato Tracy prima.
“Twacy. E’ quello che ti tto dicendo!” Lo rimproverò per averla interrotta.
“scusami.” Max scosse la testa e la esortò a continuare. “Va avanti, tesoro.”
“Così Mary mi ha portata in laboratoio e ho giocato con Mr. Wiggles e poi ho fatto il sonnellino e poi Twacy mi voleva portare Fuori, nel parco, ma poi Mary è tornata e era agitata e mi ha portata a casa e poi lei mi ha chiamata Ellie.”
“Lei cosa?” Max quasi urlava. Mary l’aveva chiamata Ellie? Max si mise seduto, guardando fisso Ellie.
“Si.” annuì lei. “Mi ha chiamato Ellie e mi ha detto di prendere le mie cose …”
“Lei ti ha detto di prendere le tue cose?” Max sentì contemporaneamente un’ondata di speranza e di paura. Mary stava cercando di salvare Ellie o di portarla via?
“Papà!” Ellie si mise le mani sui fianchi e sbuffò. “ E’ qello che tto dicendo …”
“Okay, okay.” Max le baciò la fronte e fece un sospiro. “Va avanti. E poi?”
La mano di Ellie ricominciò a toccare nervosamente il primo bottone della camicia di Max e disse “Mary ha preso i miei vettiti e io ho preso la mia bambola e le mie cosa, ma poi … poi …”
“Poi cosa, Ellie?”
I suoi occhi divennero tristi e disse piano “Poi papà Dottore è tornato a casa.”
“Oh.” Max sentì l’aria uscire di corsa dai suoi polmoni. Johnson era tornato. Dio. “ Cosa … cosa ha fatto Mary?”
“Lei aveva paura. L’ho vitta piangere. Non le piase più il papà Dottore.”
“Come fai a saperlo, tesoro?” Max la strinse a sé.
“Io … Io … l’ho detto …a lei.”
“Cosa le hai detto, amore?” Ora Max tratteneva il respiro.
“Io lo so che era un segheto, ma … io volevo che Mary lo sapeva. Lei ha detto che tu e mamma non siete veri e allora io … io … le ho fatto vedere.”
“Tu … le hai … fatto … vedere …”
“Io ho visto un giorno la Mary finta nel parco, e allora l’ho portata a vedere i fochi d’artifisio, e poi le è piaciuto lo zoo, ma non le ccimmie e King le correva dietro al Luna Pac …”
“King?” Cosa stava dicendo Ellie.? La finta Mary nel parco? Lei l’aveva portata a vedere i fuochi artificiali? E lo zoo … e il … Luna Park? Ellie stava dicendo … che lei aveva portato Mary nei sogni? La Mary vera?
“King.” Ellie guardò suo padre. “King, il cussolo di Matthew .”
All’improvviso una immagine si materializzò nella sua mente e gli si ghiacciò il sangue. Mary. Ellie aveva portato Mary nei sogni. King … il cucciolo … che correva intorno alle gambe di … Mary. O, mio Dio! Lui sapeva chi era Mary!
Santa Madre di Dio! Lui sapeva chi era Mary!

***

Max scattò a sedere sul letto con gli occhi spalancati e i polmoni che si rifiutavano di respirare. Lui l’aveva avuto la soluzione sotto gli occhi per tutto quel tempo. Cose che lui non aveva portato nei sogni, cose che lui non aveva creato, che non aveva fatto. Era stata Ellie a portare la palla di gomma blu, e i granchi, e le conchiglie, e le anatre … e Mary. Ellie aveva portato Mary nei loro sogni. Come poteva essere stato così cieco?
“Max? Max! MAX!”
I suoi occhi si focalizzarono e la faccia di Liz galleggiò davanti lui, gli occhi spalancati dallo choc, con un tocco di paura che affiorava. Le sue mani lo stringevano per le braccia, penetrando dolorosamente nella sua pelle, mentre tentava di scuoterlo e finalmente lui riuscì a sentire la sua voce.
“Max! Cosa è successo? Cosa c’è che non va?”
Max alzò le mani per prenderle il viso, e focalizzò lo sguardo su di lei dicendole “Io so chi è Mary! Io so chi è Mary!”

Capitolo 108

Liz si tirò indietro, allontanandosi da Max, e lo fissò con la mano sopra la bocca. Cosa stava dicendo? Aveva detto quello che lei pensava avesse detto? Aveva … detto …
“Tu sai chi è Mary? Tu sai? Tu …”
Max saltò fuori dal letto e si diresse in soggiorno con Liz alle sue calcagna che cercava di assimilare quello che lui aveva detto. “Avrei dovuto accorgermene prima! Perché non me ne sono accorto prima? Dio! Tutto questo tempo! Lei stava portando delle cose nei sogni …”
“Max!” Liz lo afferrò per le braccia e lo costrinse a girarsi. “Che cosa hai visto? Dimmelo!”
“Liz!” Lui la prese tra le braccia e i suoi occhi luminosi bruciarono in quelli di lei. “Ellie portava delle cose nei sogni. Cose che lei voleva avere lì. Cose che esistevano solo quando c’era lei. Le anatre, il paguro eremita, le conchiglie … Mary. Lei portava Mary nei sogni.”
Max si girò lasciandola con una espressione scioccata e corse verso il computer nell’angolo del soggiorno. Si mise cercare qualcosa, spostando tutto, incurante di quello che cadeva sul pavimento. “Dov’è? Dov’è?” brontolava ferocemente, spalancando tutto e lasciando tutto aperto.
“Dov’è cosa?” Liz ritrovò la sua voce. “Cosa stai cercando?”
Liz si girò verso di lei e gridò “L’album delle fotografie di Matthew! Dov’è l’album delle fotografie di Matthew?”
“Qui.” lei corse al tavolino. L’aveva guardato quel giorno.
Lei lo prese e Max glielo strappò dalle mani, girando freneticamente le pagine, mentre cercava tra le foto.
La sua testa andava avanti e indietro e lui mormorava “no, no, no,” mentre voltava le pagine. Poi la sua mano si fermò a mezz’aria. Praticamente strappò la pagina, per prendere la foto, poi gettò l’album sul pavimento. Liz vedeva tremare la sua mano, mentre girava la foto verso di lei e lei riconobbe quella che lei aveva scattato nel parco, con Max che teneva Matthew, chiedendosi perché gliela stesse facendo vedere. Vide il suo dito indicare qualcosa nel sottofondo, proprio dietro le sue spalle.
Una donna, una donna sorridente, una anziana donna sorridente, e la voce di Max le inviò un’onda d’urto attraverso il corpo quando lui disse il nome.
“Mary,”

***

Carl si fermò davanti alla Dessert Mirage Nursing Home e scese dalla macchina. Chiuse la portiera e i suoi passi fecero scricchiolare la ghiaia mentre si dirigeva all’entrata principale. Dovette chiudere gli occhi per la luce improvvisa, quando oltrepassò la porta, poi li girò per controllare la stanza in cerca della ricezione o della postazione delle infermiere.
del personale medico era riunito intorno ad un bancone e tutti si girarono a guardarlo. A giudicare dall’abbigliamento, sembravano essere infermiere ed inservienti che effettuavano il turno di notte. Mise la mano nel taschino per estrarne il tesserino da Agente di Polizia e si diresse direttamente verso di loro.
“Porca miseria.” mormorò Marcus sottovoce e Linda si sentì impallidire. Entrambi avevano visto la pistola nella fondina sotto il suo braccio.
Carl tese avanti il suo tesserino ed annunciò “Agente Montoya, Dipartimento di Polizia di Phoenix.” Il suo tono era aspro, non consentiva sciocchezze, e lo sguardo nei suoi occhi era mortalmente serio. “Ho delle domande e mi aspetto delle risposte.”

***

Liz stava in piedi al centro del soggiorno e fissava la foto che teneva in mano, non sicura di essere in grado di respirare. Max camminava avanti e indietro, con una mano sul fianco, mentre con l’altra si strofinava il viso, mentre cercava di pensare.
“La prima volta che l’ho vista è stato al Parco, al Coyote Canyon Park, quando Cindy Morgan si era smarrita. Stavo interrogando le persone presenti, per sapere se avessero visto qualcosa, e lei stava aspettando l’autobus. Le ho parlato. Mio Dio, Liz,” voltò lo sguardo carico di senso di colpa verso di lei. “Io le ho parlato. Ho parlato con Mary quel giorno! Io … Io …”
“Max, non lo sapevi. Non lo sapevi.” Liz poteva vedere che stava di nuovo biasimando se stesso. Biasimava se stesso per non sapere qualcosa, ma la verità era che non poteva saperlo. Non allora. Non aveva nessun motivo di sospettarlo.
“Avrei dovuto saperlo, Liz.” si passò le mani tra i capelli. “Mio Dio, avrei dovuto saperlo.”
“Max, basta …”
“Se solo lo avessi saputo, avrei potuto far finire tutto questo settimane, mesi fa … “ si girò per guardare Liz e i suoi occhi sembravano furiosi. “Mi disse che viveva dall’altra parte della strada. “Per tutto questo tempo Ellie è stata solo dall’altra parte di quella strada!”
“Cosa?” Liz si mise una mano sul cuore. “Cosa?”
“Aspetta! io … Io l’ho scritto! Il suo nome. Il suo nome completo. Il suo numero di telefono!” Traversò il soggiorno e prese ancora Liz per le braccia e il suo angoscioso rimorso di un momento prima fu rimpiazzato da un gioioso senso di speranza. “Io ho scritto il suo nome e il suo numero di telefono. Nel mio taccuino del caso! E’ in ufficio. Nella mia scrivania. Devo andare a prenderlo.”
Lasciò la sua presa e corse verso la porta, ma Liz lo fermò. Max si girò e lei gli disse con voce incerta “Tu non andrai da nessuna parte senza di me.”
Max la guardò, desideroso che lei rimanesse lì, dove era al sicuro, ma sapendo che non sarebbe riuscito a fermarla. “Prendi Matthew. Io chiamerò Carl.”
Liz corse in camera e prese Matthew dalla culla dove stava dormendo tranquillamente. Lo avvolse in una coperta e si diresse alla porta, correndo verso il soggiorno.
Con la coda dell’occhio vide la borsa dei pannolini per terra accanto al guardaroba e la prese al volo, sperando che dentro ci fossero abbastanza ricambi. Non sapeva quanto sarebbero rimasti fuori. Si passò il manico sulla spalla e tornò in soggiorno, in tempo per vedere Max che riattaccava il telefono.
“Carl?” chiese lei.
“Non è in casa.” Max afferrò la giacca ed aprì la porta d’ingresso. “Andiamo. Possiamo chiamarlo dalla macchina.”
Corsero nella notte senza che nessuno di loro si accorgesse che il suo cellulare era caduto fuori dalla tasca della giacca ed era rimasto sul pavimento del soggiorno.

***

Carl aprì la portiera dell’auto e s’infilò dietro al volante. Prese il cellulare dalla tasca e compose velocemente il numero, sentendo crescere l’agitazione mentre la sua chiamata rimaneva senza risposta.
“Dove sei, Max?” mormorò, stringendo nervosamente il volante. “Avanti. Rispondi al telefono.”
Dopo il decimo squillo, chiuse la chiamata e chiamò un numero differente. Max aveva sempre il suo cellulare.
L’unico suono in casa degli Evans fu lo stridente squillo del cellulare, al quale nessuno poteva rispondere.

***

Max aprì il cassetto della sua scrivania, mentre Liz cullava Matthew tra le braccia, per farlo calmare. Aveva cominciato ad agitarsi, avvertendo l’ansia dei suoi genitori. Lei camminava intorno alla stanza della squadra, guardando Max che girava le pagine dei suoi taccuini, alla ricerca di un nome che non riusciva a trovare.
“Deve essere qui.” La mano di Max stava tremando mentre cercava una pagina dopo l’altra. “Non butto via MAI nulla.” batté il pugno sulla scrivania per l’agitazione. “MAI!”.
Vide Liz sobbalzare al suo gesto ed abbassò il tono della voce, dicendo addolorato “Dovrebbe essere qui.”
“Max …” lei non sapeva cosa dire o come aiutarlo. Non c’era niente che lei potesse fare. Ricadeva tutto sulle spalle di Max. E lui lo sapeva. Tutti e due lo sapevano. L’avrebbe letteralmente ucciso se Ellie gli fosse scappata ancora tra le dita.
Pensa. Pensa. Camminò avanti e indietro obbligandosi a pensare, passandosi le mani tra i capelli e cercando di non guardare Liz. Come avrebbe potuto guardarla ancora in faccia, se avesse fallito anche questa volta? Si coprì il viso con le mani, cercando di trattenersi ma sentendo che stava per esplodere. Dove diavolo era quel dannato taccuino?
Aprì con uno strattone il cassetto della scrivania, per controllarlo ancora una volta, quando i suoi occhi si posarono su una scatola. “Archivio.” sussurrò e chiuse di scatto il cassetto.
“La scatola dell’archivio.” disse ad alta voce. “L’ho messo nella scatola dell’archivio.” Il pavimento intorno a lui era vuoto e lui imprecò, freddamente e ad alta voce ora “Dove diavolo è la scatola dell’archivio?”
Liz sobbalzò ancora e Matthew cominciò a piangere. Max non aveva mai parlato in quel modo. Non con lei. Solo in casi estremi usava quel linguaggio o parlava con quel tono aspro. Max si comportava come un animale in gabbia, pronto a colpite, pronto ad artigliare, pronto … ad uccidere.
Si appoggiò Matthew sulla spalla, massaggiandogli la schiena per tranquillizzarlo. L’ultima cosa di cui Max aveva bisogno era il suono irritante del pianto di un bambino. Si allontanò da lui, dandogli spazio, ma lui la seguì sapendo quanto doveva averla spaventata. Liz si avvicinò alla scrivania di Carl. guardando la confusione di fogli che la ricopriva e sorpresa di vederla in quello stato. Carl, di solito, era una persona molto ordinata.
“Liz, io … “ disse Max in tono smorzato, seguendola.
“Cos’è questo. Max?” gli chiese, guardando i nomi e gli indirizzi sparsi davanti a lei.
Max la toccò delicatamente sul braccio e si sporse oltre la sua spalla, dicendo “Sono sorpreso che l’abbia lasciata in questo stato. Lui non lascia mai la scrivania così.”
Si chinò e spostò qualche foglio. “Sono le liste d’imbarco delle linee aeree, gli elenchi dei passeggeri e questi … guarda …” prese un foglio dalla casella della posta in arrivo di Carl. Lesse velocemente la ricevuta e poi guardò Liz con sollievo.
“Hanno portato la scatola nell’archivio, in cantina. La cartella di Cindy Morgan è lì. Andiamo!”
“Che significa?” Liz puntò il dito verso lo schermo del computer di Carl. Il salva-schermo era scomparso quando Liz aveva toccato i fogli sulla scrivania ed aveva inavvertitamente spostato il mouse. Un nome lampeggiava in continuazione sullo schermo e Max lo fissò, sapendo di averlo già sentito prima di allora.
Sinclair. Robert Sinclair.
Dove lo aveva se … “Oh, mio Dio.” Max sentì le ginocchia cedere. “Tracy!”
“Chi?” Liz non capiva.
“Ellie mi ha detto che oggi Mary l’aveva lasciata con qualcuno che si chiamava Tracy, quando era dovuta andare in clinica per vedere Martha.” la voce di Max tremava. “Un paio di settimane fa, ho incontrato Tracy Coleman in un bar di Beardsley Road, di fronte al parco, e le mi ha detto di aver avuto un lavoro per l’estate, quel lavoro che il tuo professore aveva offerto a te. Liz,” Max la guardò. “Lei mi disse di lavorare per il dottor Sinclair.”
“Max.” Liz crollò addosso a Max e lui fu pronto a sorreggerla. “Chiamala. Chiamala, Max. Chiedile dove è la mia bambina.”
Max la fece sedere sulla sedia e prese il telefono, componendo il numero che Liz ancora ricordava a memoria.

***

“Ohhh … si … così … non fermarti … non fermarti.” Tracy stava andando a fuoco, gemendo di piacere, sotto di lui. non aveva mai fatto l’amore così in vita sua. Le sue dita stringevano la schiena di Chris, le unghie gli graffiavano la pelle, spingeva i fianchi per incontrare le sue spinte aggressive, costruendo un altro appassionante orgasmo. Accidenti se era bello.
E grazie a Dio, lei aveva quel catorcio di macchina.
Chris stringeva la morbida carne delle sue cosce, sollevandole in alto mentre i suoi movimenti diventavano più urgenti. L’aria gli usciva dai polmoni ad ogni spinta e sentiva il sudore scorrergli sulla schiena e stava cominciando a pensare che non aveva mai fatto sesso migliore in vita sua. Naturalmente, per lui era un pensiero ricorrente.
Il telefono mandò uno squillo fastidioso, distraendolo e lui staccò la sua bocca dalla gola di lei. I suoi movimenti rallentarono. “Stai aspettando qualche chiamata?”
Lei era vicina, troppo vicina egli strinse le natiche, trattenendolo profondamente dentro di sé. “Non fermarti. C’è la segreteria. Non fermarti.”
Lui grugni in segno di comprensione, poi il rumore dei due corpi che si incontravano, lucidi di sudore, riempì l’aria.

***

“Tracy non risponde.” Max sbatté giù il telefono. Si girò verso Liz ed accarezzandole un braccio, cercò di calmarla. “Tu rimani qui. Io andrò in cantina a cercare quella male … a cercare quella cartella in archivio. Tornerò presto …”
“Vengo con te.” Liz strinse Matthew tra le braccia, determinata a non perdere di vista Max.
“Liz …”
“Io vengo con te!” tagliò corto Liz.
“Okay.” Max l’aiutò ad alzarsi. Non c’era modo di ragionare con lei, quando usava quel tono di voce.

***

Mary era seduta nel taxi e guardava l’imponente edificio, sperando che fosse il posto giusto. Lei non sapeva in quale Distretto Max lavorasse. Santo Cielo, lei non sapeva nemmeno che ci fossero diversi Distretti di Polizia.
“Sono 5 dollari e 20, signora.” il tassista si voltò verso di lei.
Mary cercò il borsellino e vi trovò solo i 3 dollari che aveva visto prima. Aveva, però, una busta che conteneva 350 dollari, quello che le era rimasto del fondo per la spesa mensile, soldi che aveva preso in cucina prima che il Dottore rientrasse a casa. Aggiunse 5 dollari ai suoi 3 e li mise in mano all’uomo, prima di scendere dal taxi.
Quando il taxi si allontanò, rimase sul marciapiedi, sentendosi sola ed indifesa, poi salì le scale che portavano all’ingresso. Entrando, le luci forti le colpirono gli occhi e le ci volle un minuto per adattarsi. Si guardava incerta per la stanza, relativamente tranquilla, incerta sul cosa fare. Una lunga e alta scrivania stava contro la parete di sinistra, con dietro un agente in uniforme e lei si diresse lì.
“Mi scusi.” la voce di Mary tremava leggermente.
L’uomo era intento a scrivere qualcosa e le rispose senza alzare gli occhi. “Come posso aiutarla?” Poi, finite di prendere le sue annotazioni, volse lo sguardo su di lei.
“Sono …” Mary si fermò per schiarirsi la voce. “Sto cercando qualcuno. Non so se lavora qui o no.”
“Chi sarebbe, signora?” L’agente Peterson si sporse in avanti, prestandole ora tutta la sua attenzione.
“E’ un agente. Il suo nome è Max Evans.”

***

Max fece scivolare il braccio intorno alle spalle di Liz e si diressero nel corridoio per raggiungere l’ingresso principale della Stazione. Le scale per la cantina erano a sinistra e lui si affrettò in quella direzione, ansioso di trovare gli appunti di cui aveva così disperatamente bisogno. Era contento che la stazione fosse tranquilla, quella notte, più tranquilla di quanto lo era di solito il giovedì, così poteva concentrarsi sul compito da svolgere.
Tutto quello che importava era trovare quella cartella con il nome completo e il numero di telefono di Mary. I numeri di telefono potevano essere controllati e gli indirizzi accertati, come gli aveva mostrato Carl quel giorno, ed era tutto quello di cui aveva bisogno per arrivare ad Ellie.
“Hey, Evans.” lo chiamò Peterson. “Qui c’è qualcuno che vuole vederti.”
Max si fermò un attimo, girando la testa verso la scrivania. Qualcuno voleva vederlo? Ora? A quell’ora della notte? Guardò la donna che stava davanti alla scrivania, notando l’abbigliamento fuori moda, i corti capelli grigi e quando lei si voltò nella sua direzione, rimase senza respiro. Fece un passo avanti, con la mano rivolta all’indietro per afferrare Liz, e disse l’unica cosa che riuscì a dire.
“Mary.”

Continua...

Scritta da Debbi aka Breathless
Traduzione italiana con il permesso dell'autrice dall'originale in inglese
a cura di Sirio, con la collaborazione di Coccy85


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