Roswell.it - Fanfiction
SPECIALE

ANCHE IL FIGLIO CRESCE

Capitoli 7-12


Riassunto: Questa storia, in 27 capitoli, è la terza di cinque fanfiction collegate tra loro, e segue a "Figlio di suo padre". Nate e Alyssa si sono trasferiti a Boston per frequentare il college, ma tutti noi sappiamo che la vita non è mai semplice per un Roswelliano.
Abbiamo imparato a conoscere i personaggi, ora li vedremo di nuovo in azione. E non sempre come vorremmo che agissero.

Valutazione contenuto: non adatto ai bambini.

Disclaimer: I personaggi dello show appartengono a Katims e co. Alyssa e Nate sono miei. Nessuna trasgressione è stata intenzionale… ehm, e nessuna offesa ad Hemingway per il titolo.
(NdT: L'autrice si riferisce al libro T'he sun also rises', conosciutò in italia col titolo 'Il sole sorgerà ancora'. Io ho preferito usare una traduzione leggermente diversa, perchè 'Anche il figlio sorge' non avrebbe reso completamente l'idea.)


Capitoli 1-6

Capitolo 7

"No!" disse Alyssa scuotendo la testa e allontanandosi di un passo da Nate.
Lui era andato via troppo tardi da casa di Liz per passare a prendere Alyssa e l'aveva aspettata a casa, mentre lei rientrava per conto suo. Appena lei cominciò a salire la scala dell'appartamento, Nate seppe che lei aveva capito che qualcosa non andava, senza bisogno che lui dicesse una parola.
"Alyssa, vieni qui." le disse tendendole le braccia. Lei era ancora troppo pericolosamente vicina alla scala, il suo zaino gli era già scivolato dalle spalle ed era ruzzolato giù.
"Chi è morto?" gli chiese, con gli occhi spalancati.
"Non è morto nessuno, tesoro." le disse, avvicinandosi a lei di un passo. "Vieni solo qui, okay?"
Lei deglutì, poi seguì lo sguardo di Nate diretto ai gradini. Come se i suoi piedi fossero immersi nel fango, lei arrancò verso il divano, accanto al quale era Nate. Le prese le mani tra le sue, tenendole strette.
"Cosa è successo?" chiese lei, con la voce terrorizzata e gli occhi che vagavano per l'appartamento alla ricerca di un indizio di quello che stava accadendo.
"Siediti." le suggerì Nate, cercando di calmarla e costringendola a sedersi sul divano. Poi prese una delle mani di Alyssa che teneva tra le sue e cominciò ad accarezzarla sul dorso. Quando incontrò lo sguardo di lei, cercò di farle un sorriso rassicurante, che risultò molto debole. "Ho preso del cibo cinese, stasera." cominciò a dire. "Avevo pensato di cenare insieme a Jesse e a Isabel. Ma quando sono arrivato da loro … "
Dio, perché non riusciva a trovare le parole per dirglielo?
"Cosa?" disse in fretta Alyssa. "Cosa è successo quando sei arrivato lì? Hai scoperto che sono allergici alla salsa di soia?"
A dispetto di se stesso, Nate fece una risata, che però sembrò più una smorfia. Era il modo di fare di Alyssa - anche essendo stressata fino al limite, riusciva ancora a fare del sarcasmo.
"Alyssa, Max ha mancato il suo controllo."
Lei strizzò gli occhi, poi una difficile smorfia le passò sul viso.
"Okay. Ha saltato un contatto. Bell'affare. Probabilmente era occupato o …"
"Il suo terzo contatto."
Lei si gelò, il pallore sul suo bel viso e la bocca spalancata. Poi cominciò a respirare velocemente e, bruscamente, si mise la testa tra le ginocchia. "Sto per vomitare." disse.
Nate le accarezzò la schiena. "Sono qui, amore. Stai tranquilla."
"Mi hai detto che non è morto nessuno." lo accusò. "Volevi mentirmi?"
"Max non è morto!" disse Nate, cercando di mettere in quelle parole tutta la sua convinzione. "Ha solo mancato i suoi contatti, questo è tutto!"
Alyssa si rialzò altrettanto bruscamente di come si era piegata. "Questo è tutto? Questa non è una bazzecola, Nate. E' una cosa grave. Vuol dire che è disperso o ferito o … " La sua voce si interruppe e lei distolse lo sguardo, con gli occhi improvvisamente pieni di lacrime, mentre la sua compostezza svaniva.
Nate spalancò le braccia e lei vi si gettò in mezzo, afferrando la sua schiena e piangendo silenziosamente.
"Non zio Max." gemette sopra la sua spalla.
"Non sappiamo ancora nulla." le disse Nate, tenendola stretta contro di lui. "Hai ragione – potrebbe solo essere disperso o impossibilitato a telefonare. Non dobbiamo pensare al peggio."
Alyssa si liberò dall'abbraccio e si asciugò le lacrime con il dorso della mano. "Come sai che non è morto?"
Nate abbassò il collo della camicia; il suo petto era ancora intatto. "Nessun sigillo!"
Lo sguardo di Alyssa si posò nel punto dove, a Roswell, aveva visto il sigillo.
"Non so molto di come la cosa funziona." continuò Nate. "Ma credi che, se veramente io sono il suo erede e se Max fosse morto, allora quella cosa non si sarebbe fatta di nuovo viva?"
Alyssa tirò su col naso e si mise una ciocca di capelli dietro l'orecchio. "Non ne sono sicura nemmeno io." confessò. "Ma quello che hai detto ha un senso."
Nate asciugò quello che restava delle sue lacrime con i pollici. "Ho bisogno di sapere esattamente cosa hai visto." le disse con dolcezza.
"Cosa vuoi dire?"
"Hai detto di aver visto qualcosa. Sai, quando siamo stati insieme. Sapevi che sarei diventato Re." Fece una pausa, desiderando che quello non si avverasse mai. "Come hai fatto a saperlo, Alyssa? Cosa hai visto?"
Lei guardò il tappeto, con lo sguardo perduto nel vuoto. "Non è che veda realmente queste cose." disse "Le sogno. Ho sognato noi due ce ci svegliavamo a casa nostra. Ho sognato che tu eri Re. Niente di definito, non so quando e dove queste cose succederanno."
"Come fai a vederle, allora? Devi volontariamente desiderare di vederle?" Nate era affascinato dalle sue capacità – se lei aveva il potere di arrivare a quelle informazioni, forse avrebbero potuto trovare Max.
Ma lei scosse la testa e la speranza di Nate svanì. "Arrivano, semplicemente."
Proprio come arrivavano gli incubi di Nate, di solito quando lui non li voleva. Nate si accigliò di nuovo.
"Mi dispiace." si scusò lei con la faccia stravolta e Nate capì che aveva frainteso il suo disappunto, pensando che fosse rivolto a lei.
"Tutto bene, piccola." le disse, dandole un bacio sulla fronte. "Non è per te. E' solo che mi sento così impotente, sai? Tutti voi avete qualche potere e io … no."
Lei gli accarezzò il viso, comprensiva. "Credo che tu ne abbia."
Nate spalancò gli occhi. "Io?"
Alyssa annuì.
"Allora dove sono? Adesso poteri usarli."
Lei si strinse nelle spalle. "Evidentemente, non sei ancora pronto. Hai liberato Annie, nella camera dei bozzoli, e allora devi essere in grado di fare qualcosa."
Nate si incupì per la frustrazione. "Aiutami a scoprirli." le disse.
Lei scosse la testa, come per scusarsi. "Non posso, Nate. Solo tu puoi." Lei sospirò e guardò di nuovo il pavimento con gli occhi velati di lacrime.
"Andrò con loro." disse Nate risoluto.
La testa di Alyssa si sollevò. "Andrai dove?"
"Dovunque sia Max!"
Lei lasciò andare un sospiro. "Nate, noi non sappiamo dove sia Max."
"Qualcuno sa dove è andato. Non posso credere che Max sia tanto stupido da andarsene in giro per il mondo, senza che qualcuno sappia dove si trovi. Certo, non lo avrebbe detto a noi o a Liz, ma qualcuno lo sa, Alyssa. E sono pronto a scommettere che quel qualcuno è Michael Guerin."
Alyssa lo guardò ancora più sbigottita, dopo quella rivelazione, forse perché non aveva gradito il tono accusatorio con cui l'aveva pronunciata.
Nate annuì. "So che lui lo sa. E quando sarà qui, ci dovrà dire dove è andato Max. E allora andrò con loro."
Alyssa lo guardò ancora di traverso, stringendosi le braccia attorno al corpo sottile. Nate pensò che non l'aveva mai vista così vulnerabile. "Dio mio, Nate … " disse, con una voce a malapena udibile.
"Cosa?" le chiese lui.
"E io?" gli chiese, scuotendo la testa. "Anche io voglio bene a zio Max. Vorresti veramente lasciarmi qui?"
Nate scrollò le spalle. "No, a meno che tu non voglia rimanere. Se vorrai venire, allora verrai. Ma io andrò. Max è stato qui per me, quando ne ho avuto bisogno, e che io sia dannato se non aiuterò a ritrovarlo."
Alyssa fissò ancora il pavimento, il suo bel viso segnato dalla preoccupazione. Poi inclinò la testa da un lato e lo guardò. "E come fai a sapere che mio padre sta venendo qui?"
"Liz mi ha detto che è in viaggio." le spiegò Nate. "Già in volo. Questo due ore fa. Sono sicuro che arriverà prima di domattina."
Uno sguardo passò tra di loro e non furono necessarie parole – Michael avrebbe scoperto in un modo molto duro che la sua bambina coabitava con Spot. (N.d.T. E' il nome con cui Michael aveva definito Nate la prima volta che l'aveva visto, con l'intenzione di disprezzarlo. Spot: macchia, neo. Cosa piccola e fastidiosa.)
Incapaci di sostenere tutti gli eventi che si stavano susseguendo, Nate es Alyssa si addormentarono alle prime ore del mattino. Non andarono a letto, ma crollarono sul divano abbracciati l'una all'altro. Probabilmente fu un meccanismo di difesa, per salvaguardare il cervello ed evitare di pensare a tutte le infinite possibilità – molte delle quali drammatiche – di dove potesse essere Max.
Ma il sonno non era mai stato il luogo in cui Nate si era rifugiato quando aveva avuto bisogno di fuggire dalla realtà. Quando era sotto pressione, i suoi sogni diventavano una massa confusa di scene da incubo – bambini che annegavano scivolando dalla sua presa, Annie che usciva dalla tomba per vendicarsi di lui, bambini dagli occhi blu che venivano torturati nelle mani di esseri diabolici.
Quella notte furono immagini di Max, ma non necessariamente drammatiche o agghiaccianti.
Probabilmente la cosa più sconvolgente derivò dal fatto che Nate non riuscì a concentrarsi su una immagine alla volta. Appena realizzava di aver visto o sentito chiaramente qualcosa, l'immagine scorreva via rimpiazzata da dozzine di altre, come se vedesse tanti Max attraverso un caleidoscopio. Piccoli pezzi di passato vagavano nel suo cervello. La risata di Max, le sue parole stanche l'ultima volta che si erano sentiti.
"Prenditi cura delle mie ragazze."
Quelle parole gli furono chiare all'improvviso e, pur sapendo che stava dormendo, Nate sentì il suo cuore accelerare il battito. Gli sembrarono definitive, come se fossero l'ultimo desiderio di un moribondo.
"Cosa vuoi dire?" chiese Nate, cercando di districarsi tra la giungla di visioni che fluttuava nella sua testa. "Dimmi cosa vuoi che faccia! Dimmi dove sei!"
Cercò dappertutto, ma niente era ormai chiaro, nemmeno il caleidoscopio. La luce svanì e il guazzabuglio di immagini divenne scuro.
"Nate, svegliati."
Nate sobbalzò, spalancando gli occhi, ma senza vedere nulla.
Si erano addormentati con la luce accesa e strinse gli occhi contro la luminosa intrusione.
Come riuscì a mettere a fuoco, vide Alyssa sospesa sopra di lui, i lunghi capelli che le ricadevano da una spalla, mentre lo guardava preoccupata.
"Svegliati." ripeté lei sottovoce, ma decisa.
Lui fece dei profondi respiri, chiuse gli occhi e si sentì il battito del cuore nelle orecchie. Dio, quel sogno gli era sembrato così reale! Come se Max avesse parlato direttamente al suo cervello.
"Stai bene?" gli chiese Alyssa.
Lui annuì, poi aprì di nuovo gli occhi. Per la prima volta, si rese conto che lei sembrava preoccupata, come se per lei ci fosse qualcos'altro che il suo incubo. Nate alzò lo sguardo oltre la spalla di lei e fu allora che vide Michael Guerin.
Nate cercò di mettersi seduto, mentre il sonno gli confondeva ancora un po' la mente. Anche Alyssa si mise a sedere, con una espressione sconfitta.
Michael fece cadere le sue borse sul pavimento con un tonfo, poi guardò lentamente da Alyssa a Nate, prendendosi il tempo di trafiggere ciascuno di loro con lo sguardo.
Alyssa fissò il pavimento; Nate era troppo intontito per fare altrettanto.
"Ho bisogno di qualche spiegazione e in pochissime parole." cominciò a dire Michael, misurando il tono. "Perché sei a casa di mia figlia alle quattro del mattino?"
Ora Nate era completamente sveglio.
Rivolse un’occhiata di traverso ad Alyssa, chiedendosi cosa avesse intenzione di dire per risolvere quella situazione e prendendosi idealmente a calci per non averne discusso prima con lei.
"ORA!" disse Michael, con voce bassa ma con tono minaccioso.
Non c’era più niente da perdere. Nate aveva qualche richiesta da fare a Michael nell’immediato futuro e se ora avesse indietreggiato, avrebbe perso ogni brandello di autorità, quando fosse arrivato quel momento.
Alzando il mento a mo’ di sfida, Nate incontrò lo sguardo dell’uomo e rispose tranquillamente "Perché io vivo qui."

Capitolo 8

"Cosa?" disse Michael con la voce tesa.
Lo sguardo di Nate non si staccò da quello di Michael, mentre si alzava in piedi per mettersi di fronte a lui. Nate era solo un paio di centimetri più basso dell’ibrido, così i loro occhi furono allo stesso livello. Nate strinse gli occhi per impedire che il sinistro battesse, cosa che succedeva quando era nervoso, ma l’effetto gli piaceva comunque – faceva sembrare il suo sguardo più intimidatorio.
Se fosse stato possibile intimorire Michael Guerin.
"Io vivo qui." ripeté Nate, senza lasciar vacillare la sua voce.
Gli occhi scuri di Michael erano duri e Nate sentì che stava per scoppiare una tempesta.
"Posso strapparti gli arti dal corpo ad uno ad uno, tu piccolo bastardo." disse tra i denti.
"Papà!" gridò Alyssa dal divano.
Nate ci era già passato. Sapeva cosa significava essere la meta della collera di Michael.
Dentro di sé, Nate si sentì morire, sapendo che un colpo da parte del padre di Alyssa poteva danneggiarlo oltre ogni speranza di guarigione – e non ci sarebbe stato Max a rimettere insieme i pezzi, questa volta. Ma esteriormente, apparve composto e, in qualche modo, provocatorio.
"Tu mi hai detto che devo portare rispetto a tua figlia." disse Nate, con gli occhi sempre incollati a quelli di Michael. "Sono proprio curioso di sapere cosa intendevi dire."
"Nate!" strillò Alyssa. Nate la ignorò. Lei si coprì gli occhi con una mano, aspettandosi il peggio.
Michael sembrò momentaneamente spiazzato e si sentì un po’ di confusione in testa.
"Io l’amo." disse Nate. "Lei mi ama. Tu hai fatto di lei una minorenne emancipata e questo mi lascia pensare che la giudichi in grado di prendere da sola le sue decisioni. Quando ti deciderai ad avere abbastanza fiducia in lei per rispettare le sue scelte?" I suoi occhi blu erano polemici, ma vittoriosi.
Michael increspò le labbra, ma rimase in silenzio.
"So che non ti piaccio." continuò Nate. "E non sono sicuro che mi importi molto di te. Ma ci sono cose più grandi di te e di me, a cui pensare in questo momento." Fece un passo indietro, abbassando le sue difese. "Credo che tu sia venuto qui per aiutare a ritrovare mio padre. Se vuoi cominciare, allora andiamo. Altrimenti, se non riesci a comportarti in un modo civile, dovrò chiederti di andartene."
Nate si mise a sedere sul divano, semplicemente perché le sue ginocchia avevano cominciato a tremare sotto di lui. Alyssa lo stava guardando incredula. Michael sembrò un po’ divertito e un po’ sorpreso – si, Nathan Spencer possedeva un paio di palle e sapeva usarle in caso di bisogno.
Dopo un lungo silenzio, Michael si girò verso Alyssa.
"Zucchina." le disse "Perché il tuo zaino è in fondo alle scale?"
Lei batté gli occhi, stupita da quella domanda inaspettata. "L’ho lasciato cadere io, papà."
"Perché non vai a prenderlo prima che qualcuno ci inciampi?"
Lei batté ancora gli occhi, poi si diresse verso la scala. Una volta che se ne fu andata, Michael allungò le mani ed afferrò Nate per il collo della camicia. L’unica reazione di Nate fu quella di spalancare gli occhi.
"Ora ascoltami bene, piccolo ragazzino chiacchierone." sibilò Michael a bassa voce, per non farsi sentire da Alyssa. "Ti sei allargato un po’ troppo oggi. L’unico motivo per cui non ti faccio a pezzi, è perché AMO e RISPETTO mia figlia. Ma se tu ti azzarderai a parlarmi un’altra volta in quel modo, ti staccherò la testa dal collo. Capito?"
Nate avrebbe potuto annuire, ma quello avrebbe significato cedere. Invece, sollevò un angolo della bocca e sorrise, una sfida.
Va avanti. Colpiscimi. Idiota.
Quando sentì avvicinarsi i passi di Alyssa, Michael lasciò la camicia di Nate e si raddrizzò, dando al ragazzo un ultima occhiataccia prima di cambiare la sua espressione. Alyssa, con lo zaino che le pendeva da una mano, guardò prima suo padre, poi il suo ragazzo.
"Sai una cosa?" disse Michael in tono pacato. "Credo che me ne andrò nella casa grande e prenderò una delle 900 camere da letto vuote di Isabel. Ci vedremo verso le 7 per fare colazione insieme. Farò sapere a Liz di venire a quell’ora."
Alyssa annuì obbediente, ma Nate rimase impassibile. Michael gli lanciò un’occhiata, poi scese le scale. Quando se ne fu andato, Alyssa corse verso Nate e si fermò accanto a lui, le mani sui fianchi.
"Cosa credevi di fare?" gli chiese, con la testa inclinata da un lato.
"Che vuoi dire?" replicò Nate con un sospiro, strofinandosi gli occhi stanchi.
"Stai cercando di peggiorare le cose, Nate?"
Lui scosse la testa. "No."
"Allora perché ti sei confrontato con lui in quel modo?"
Nate sospirò ancora ed abbassò le mani. "Cosa pretendevi che facessi? Volevi che gli mentissi sulla nostra sistemazione alloggiativa, sul fatto che noi ci amiamo?"
Lei si accigliò. "No, non voglio che tu gli racconti bugie."
"Allora, cosa volevi? Volevi che strisciassi a terra implorando il suo perdono?"
Per qualche ragione, Nate si stava rendendo conto di avere una spina dorsale di titanio – non si sarebbe inchinato davanti a nessuno. "Giuro su me stesso che non mi vergognerò mai di amarti, Alyssa. Che sia dannato se terrò la nostra relazione segreta e farò l’amore con te di nascosto, solo per paura che qualcuno possa giudicarci. Che si fottano loro e le loro dannate opinioni!"
Alyssa rimase sbalordita, i suoi occhi sbarrati. Nate sapeva perché – lui non imprecava mai, meno che mai pronunciava la parola 'f… '.
Lui si sentì subito in colpa per la sua breve esplosione di furia e si pentì di essere stato così duro, sospirò ed abbassò gli occhi.
"Mi dispiace." disse sottovoce.
Alyssa si sedette lentamente sul divano, facendo attenzione a non toccarlo. Lui si girò per guardarla e si accorse che era un po' spaventata.
"Tesoro, mi dispiace veramente." ripeté ancora, allungando una mano per prendere quella di lei.
Lei abbassò lo sguardo sulle loro dita. "E' cominciato, non è vero?" disse quasi in un sussurro.
Nate rimase perplesso. "Che vuoi dire?"
Lei alzò gli occhi per incontrare quelli di lui. "Tu stai cambiando, Nate."
Una scintilla di panico contorse lo stomaco di Nate. Cambiando in cosa? "Come?" riuscì a dire attraverso il groppo che gli si era formato in gola.
Lei si strinse nelle spalle. "Ricordo ancora come eri timido la prima volta che ti ho incontrato. Tu non sei più così, Nate."
"Forse sto solo crescendo." dichiarò, sperando dentro di sé che fosse vero e che non fosse qualcosa correlato con gli alieni.
"Forse." disse lei, guardando in basso verso le sue mani, come se sapesse che non era così.
Nate deglutì. Forse era quello il suo destino. Studiò l'espressione di Alyssa, cercando di capire se fosse una cosa negativa. Sarebbe diventato irriconoscibile per lei? Sarebbe cambiato al punto che lei non l'avrebbe più amato? Nate sentì la paura crescere dentro di sé – la vita senza Alyssa non sarebbe più stata vita.
Lasciando andare la sua mano, lei lo abbracciò e lo fece stendere sul divano con lei. "Abbiamo solo poche ore per dormire." disse, appoggiandosi al petto di lui. "Cerchiamo di riposare, prima di incontrarci con gli altri."

***

La colazione a casa Ramirez sembrò una riunione di zombi, di genitori di bambini malati che non dormivano da tre giorni. Nate fissò confuso il suo caffè, pensando che sarebbe stato meglio se lui e Alyssa non si fossero riaddormentati – si era sentito più sveglio alle quattro di mattina di quanto non lo fosse ora, tre ore e mezza più tardi. Ora sentiva la testa vuota e una specie di nausea.
Dall'altro lato della tavola, Liz teneva in grembo Emily, che cercava di afferrare le posate d'argento. Accanto a lei erano seduti Isabel e Jesse. Alyssa faceva da barriera tra Nate e suo padre. Ogni tanto, Nate vedeva passare delle ombre davanti alla porta della sala e si chiese se non fossero i raccapriccianti gemelli che spiavano la situazione.
Tutti loro stavano fissando i piatti e le tazze ancora piene, perché nessuno aveva appetito.
Fu Michael che alla fine si schiarì la voce e quando parlò, si rivolse a Liz. "Maria voleva veramente venire, Liz." disse scusandosi. "Ma ho dovuto lasciarla in Danimarca."
Nate lo guardò incuriosito. Danimarca? Per qualche morivo, aveva immaginato che il viaggio di Michael fosse iniziato a Roswell.
"Mamma sta facendo un giro promozionale in Europa." gli disse Alyssa sottovoce.
"Non importa." rispose Liz a Michael, ma Nate vide dai suoi occhi che non era vero. Liz aveva bisogno della sua migliore amica, in quel momento, ma capiva anche che il mondo non girava intorno a Max Evans e i suoi affari interplanetari.
Isabel poggiò la teiera e cercò di sfoderare il suo sorriso da cover-girl, ma non fu convincente. "Allora, da dove cominciamo?"
Si guardarono l'uno con l'altro, nessuno di loro sicuro sul da farsi.
"Dov'è andato?" chiese Liz, guardando direttamente Michael.
Nate aveva avuto ragione – era Michael Guerin quello che conosceva gli spostamenti di Max.
"L'ultima volta che ho parlato con lui era all'ovest." disse Michael, allontanando il suo piatto di uova e salsicce. "In Sud Dakota."
"E quando è stato?" C'era così tanta speranza negli occhi di Liz, che Nate si sentì addolorato per lei.
"Due settimane fa." confermò Michael, con l'espressione e la voce tesa.
Il gruppo fece silenzio, mentre soppesava le sue parole. Due settimane. Non potevano dire quanto spazio Max avesse messo tra lui e il Sud Dakota in due settimane di tempo.
Jesse appoggiò un mano sulla spalla della moglie, facendole sentire il suo sostegno. "Allora andremo in Sud Dakota." disse allegramente.
Tutti lo guardarono, qualcuno meravigliato, qualcuno perplesso.
"Tesoro." gli disse Isabel inclinando la testa. "E' molto bello da parte tua, ma vorrei che rimanessi qui."
"Mi lasciate sempre dietro." disse lui, un attraente uomo di mezza età, senza spegnere il suo sorriso.
Nate vide che gli occhi della zia erano lucidi, mentre allungava una mano per toccare il mento di Jesse. "Lo so che è duro." disse suadente. "Ma devi restare per i ragazzi."
"Ormai i ragazzi sono grandi." la contraddisse Jesse, ancora sorridente, usando tutto il suo fascino per sostenere la sua causa. Nate ebbe la sensazione che non ci fossero cattive intenzioni nel suo modo di fare scherzoso, ma solo il bisogno di rendersi utile.
"Jesse … " Isabel si morse il labbro, lo sguardo pieno d'amore, mentre una lacrima le scorreva sulla guancia morbida.
Il sorriso di Jesse, da affascinante, divenne comprensivo e Nate capì che tutti loro stavano assistendo ad un momento molto intimo.
"Lo so, Isabel. Io non ho poteri." Le baciò teneramente la guancia. "Starò ancora una volta indietro con le donne e i bambini." si lasciò convincere scherzosamente.
Isabel fece una risatina, sollevata.
"Andate in giro per il mondo e divertitevi." Jesse fece un finto broncio, bevendo un sorso del suo caffè. "Jesse non verrà mai, ma Isabel sarà sempre pronta a partire."
Nate non riuscì a frenarsi – a dispetto della gravità della situazione, il comportamento volutamente leggero di Jesse lo fece sorridere, suscitando un'occhiataccia da parte di Michael ed una smorfia allegra da Alyssa.
"Chi altro andrà con mia moglie?" chiese Jesse, cambiando tono.
"Io." disse Liz, accennando col capo. "Non andrete a cercare Max senza di me."
Tutti gli occhi dei presenti si posarono sulla gorgogliante, felice creatura sulle sue ginocchia. Pensarono tutti la stessa cosa, ma nessuno trovò il coraggio di dirla a Liz. Alla fine fu Isabel che, schiaritasi la voce, le toccò delicatamente il braccio.
"Liz, credo che sia il caso che tu rimanga indietro, questa volta." le disse cauta.
"In nessun modo!" protestò Liz. "Assolutamente no! Max è sempre stato presente per aiutare tutti. Ha salvato la mia vita, per l'amor di Dio! Non rimarrò qui a guardare."
Gli occhi scuri di Isabel si posarono su Emily. "Liz, Emily avrà bisogno di sua madre."
Nate sentì il vero significato di quella frase infilzarsi nel suo cuore, nello stesso momento in cui l'espressione del viso di Liz mostrò che aveva ricevuto il messaggio nascosto nelle parole di Isabel – Emily avrebbe avuto bisogno di Liz, se Max non fosse tornato a casa. Se Liz fosse andata con loro e le fosse accaduto qualcosa, allora Emily sarebbe rimasta senza genitori.
Liz rimase stordita dalla realizzazione, poi una lacrima silenziosa le scese sul viso e lei abbassò la testa. Emily scalciò e rise. Nate inghiottì le sue lacrime, il suo dolore per Liz monumentale – se fosse accaduto qualche cosa ad Alyssa, non riusciva ad immaginarsi lasciato indietro mentre gli altri andavano a salvarla.
"Faremo l'impossibile per trovarlo." disse Isabel, cercando di rassicurare la cognata. "Te lo prometto, Liz."
Liz annuì senza alzare la testa e Nate vide scendere le lacrime sulla sua guancia e bagnarle la camicetta.
Isabel le accarezzò il braccio, poi si rivolse al resto del gruppo, riacquistando la padronanza di sé "Chi altro?"
"Io, non c'è bisogno di dirlo." disse Michael.
"Anche io." lo seguì Alyssa.
Michael si voltò verso di lei. "Alyssa, no."
Nate lo guardò torvo e poté praticamente vedere le sue parole lampeggiare nel cervello dell'uomo - Quando ti deciderai ad avere abbastanza fiducia in lei per rispettare le sue scelte?
"Papà, posso essere utile." insistette dolorosamente Alyssa.
Michael interruppe il contatto con gli occhi di Nate e guardò sua figlia. "Bene. Ma farai quello che ti dirò io."
Alyssa si irradiò, orgogliosa di essere stata accettata.
"Ci sarò anche io." disse calmo Nate.
Gli altri lo guardarono in silenzio, non sapendo cosa dire. Era vero che Nate era praticamente privo di poteri, non più efficiente al riguardo di quanto lo fosse Jesse Ramirez, ma Nate era il figlio di Max – aveva il diritto di andare e, magari, se fossero stati fortunati, lui avrebbe potuto sviluppare una qualche connessione con suo padre.
"Okay." annuì Isabel, rivolgendogli un sorriso di rassicurazione. "Allora prenderemo il primo volo per …"
"Verrò anche io!"
Si girarono tutti verso la porta, dove finalmente l'ombra si era materializzata nella forma di Jeremy Ramirez.
"No, tesoro." disse Isabel, scuotendo la testa. Nate pensò che sembrava una madre dei tempi della guerra nel Vietnam, il cui figlio si era appena arruolato volontario.
"Si." disse Jeremy, spostando ansiosamente il peso da un piede all'altro. "Voglio andare, mamma. Voglio aiutare anche io."
Isabel impallidì. "Amore, tu devi stare qui e andare a scuola."
"No." Jeremy non era un ragazzo molto robusto, ma fece del suo meglio per raddrizzarsi, cercando di sembrare più imponente. "Io porto il nome di zio Max. Gli sono debitore."
Nate si stupì. Il nome di Jeremy non era Max, il ragazzo si era confuso.
Jeremy rivolse lo sguardo a Jesse. "Papà. Ti prego!"
Il sorriso era scomparso dal viso di Jesse Ramirez. Era come se avesse sempre saputo che quel giorno sarebbe arrivato, che i suoi ragazzi erano differenti e non c'era nulla che lui potesse fare per cambiare le cose. Isabel si voltò sulla sedia e guardò implorante suo marito.
"Tua madre ed io dobbiamo parlarne." disse diplomaticamente Jesse.
Jeremy fece una smorfia – la risposta non era stata un 'no'. Era stata un 'forse'.
"Vado a collegarmi ad internet per prenotare il volo." si offrì volontaria Alyssa, già in piedi e diretta nello studio di Jesse.
"Devo telefonare a Maria e rassicurarla – ancora." disse Michael, alzandosi anche lui dalla sedia.
Jesse prese la mano di Isabel. "Andiamo, dobbiamo parlare." Lasciarono la stanza insieme, diretti nel loro rifugio.
Jeremy fece un salto di gioia e scomparve in corridoio.
Al tavolo rimasero Nate, Liz ed Emily. Liz non aveva più rialzato la testa da quando Isabel le aveva chiesto di rimanere a casa. Quando ora la rialzò, aveva un'espressione devastata.
"Riportamelo a casa, Nate." lo supplicò. "Io non posso vivere senza Max."
Mentre lei scoppiava a piangere, Nate capì che stava dicendo la verità.

Capitolo 9

Alyssa insegnò a Nate l'arte di viaggiare leggeri. Un solo cambio di vestiti, qualche articolo per l'igiene personale e questo fu tutto. Lui guardò con circospezione il suo zaino, mentre Alyssa lo chiudeva.
"Sarà sufficiente." disse lei ridendo.
"Ma … non finiremo col puzzare? Immagino che non avremo modo di fare il bucato tutti i giorni." Nate fece una smorfia – non riusciva ad immaginare, solo pochi giorni dall'inizio della loro relazione, di sottoporla al cattivo odore che poteva produrre la paura sul suo corpo, dopo pochi giorni senza farsi la doccia.
Alyssa gli fece l'occhiolino. "Non puzzeremo. Non con una lavanderia automatica nelle nostre dita."
Lui non capì e lei fece schioccare le dita, mentre un buon profumo di talco per bambini cominciò ad impregnare l'aria.
Oh, adesso ci era arrivato – un movimento della mano e loro sarebbero stati puliti e profumati. Un trucco eccezionale.
Alyssa mise la sua borsa a tracolla. "Vieni, andiamo. Zio Jesse ci sta aspettando per accompagnarci all'aeroporto."
Scesero insieme la scala e videro che una piccola folla circondava la lussuosa berlina di Jesse. Andava oltre la comprensione di Nate, e oltre la sua esperienza, possedere un'auto che potesse portare comodamente sei passeggeri adulti. Jeremy era sul sedile posteriore e stava sistemando furiosamente i bagagli, palesemente incredulo che i genitori gli avessero permesso di partecipare all'azione. Michael era appoggiato alla portiera dell'auto, le labbra nella sua solita espressione irritata; Nate evitò di incontrare il suo sguardo, non perché avesse paura di lui, ma per mantenere il viaggio su toni civili. Isabel e Jesse erano accanto allo sportello del guidatore e stavano parlando con Liz, che era senza Emily.
"Ti faremo sapere appena troveremo qualcosa." dichiarò Isabel, poi si strinse nelle spalle leggermente a disagio. "Ti daremo notizie anche se non sapremo nulla di nuovo – va bene?" Stava cercando di placare la paura di Liz e la sua stessa paura.
Liz annuì, senza più lacrime ma ancora con un'aura di accoramento intorno a lei.
"Max è uno degli uomini più forti che conosco." continuò Isabel. "Sono sicura che sta bene."
Un altro piccolo accenno da parte di Liz.
"E se c'è qualcuno in grado di trovarlo," aggiunse Jesse "quella è la mia Izzy." Sorrise alla moglie e alla piccola donna preoccupata davanti a lui.
Isabel abbracciò Liz, poi girò intorno alla macchina, per raggiungere il lato del passeggero. Jesse accarezzò dolcemente il braccio di Liz.
"Non devi preoccuparti Liz, davvero." le disse. "Sono bravi in questo genere di cose. So che lo sai."
Lei gli rivolse un debole sorriso, mentre lui le dava un bacio sulla guancia.
"E io sarò qui, se avrai bisogno di qualcuno. Saremo io e Crick e Crock." Jesse ammiccò e si infilò dietro al volante.
Nate aveva assistito alla conversazione, mentre infilava la sua borsa e quella di Alyssa nell’auto, sconvolgendo totalmente l’idea che Jeremy aveva di come andavano stipati i bagagli. Mentre il ragazzo brontolava e ricominciava tutto daccapo, Nate fece il giro della macchina e diede a Liz un grande abbraccio, strofinandole la schiena. Gli sembrò così piccola, quasi fragile, come se il minimo movimento avesse potuto romperla in due.
"Prenditi cura di te." disse Nate, tenendola a braccia tese. "Noi torneremo presto, te lo prometto."
Lei spostò lo sguardo e Nate vide le lacrime riapparire nei suoi occhi. Forse avere davanti il figlio di Max, che aveva i suoi modi di fare anche senza volerlo, e non sapere dove fosse suo marito, fu troppo per lei. Qualunque fosse il problema, Nate sapeva che le stava facendo più male che bene. Si fece da parte mentre Alyssa abbracciava sua zia e la baciava dolcemente sulla guancia.
"In alto il mento, zia Liz." le disse, cercando di infondere un po’ di ottimismo nel suo tono. "Andrà tutto bene."
"E’ meglio che tu vada." disse Liz, evitando il loro sguardo e indicando la macchina. "Non vorrete perdere il vostro volo."
Riluttanti, salirono in macchina – Nate, Alyssa e Michael sul sedile posteriore, Jesse, Isabel e Jeremy in quello davanti.
Quando la macchina cominciò a percorrere il lungo viale, Nate girò la testa verso il vetro posteriore e vide la forma di Liz rimpicciolire e scomparire dietro le siepi che limitavano la proprietà dei Ramirez. Si sentì un po’ smarrito, come se una parte di sé fosse rimasta indietro.
"Mi chiedo cosa ci sia in Sud Dakota." disse Alyssa incuriosita, facendo una piccola smorfia.
"Mucche." disse Michael impassibile, guardando solennemente fuori del finestrino laterale.
"Bene, ma devono pur avere anche qualcos’altro, oltre alle mucche." ribatté puntigliosamente lei.
"Bufali." propose Jeremy, girandosi dal sedile anteriore. Il suo viso era pieno di eccitazione, a dispetto della situazione. Nate lo comprese – per un ragazzo era una grande avventura.
"I bufali non sono solo grosse mucche?" chiese Michael.
Nate ci pensò e si rese conto di non sapere a quale categoria appartenessero i bufali.
"So che si possono fare gli hamburger di bufalo." disse Jesse, sorridendo allo specchietto retrovisore. Poi guardò Isabel. "Amore, prova un hamburger di bufalo, visto che vai lì."
Lei sorrise e fece una smorfia che diceva "Nemmeno morta."
Anche Nate sorrise a quella conversazione fuori luogo, tenuto conto della missione che stavano intraprendendo. Ma loro avevano seguito quella strada molte volte, per quello che lui ne sapeva – e forse quello era in modo per non impazzire.
"Forse Kevin Costner sarà lì." aggiunse sognante Isabel. "A girare ‘Balla coi lupi 2’ o qualcosa del genere." E rise a quel pensiero.
Alyssa arricciò il naso. "Ehi, zia Isabel. Ma è vecchio!"
Isabel guardò dietro le sue spalle. "Ma non era vecchio al tempo di ‘Balla coi lupi’. Mmm, che uomo!"
Jesse la squadrò, leggermente offeso, fino a che lei gli poggiò una mano sul braccio e lo baciò sulla guancia. "Peccato che io preferisca i tipi latini."
"Dov’è il tuo cellulare?" disse improvvisamente Michael rivolto ad Alyssa.
"Nella mia borsa." rispose lei con un’espressione un po’ confusa.
"Devi tenerlo sempre acceso."
"E’ acceso."
"Non lo era l’altra sera, quando ho cercato di chiamarti." disse lui, con un tono di rimprovero nella voce.
"Quando?"
"Quando stavo ritornando dalla Danimarca. Avrò chiamato una dozzina di volte, al tuo cellulare e al tuo appartamento."
Otto volte, per essere precisi, pensò Nate assistendo in silenzio, ma senza gradire il tono semi-arrabbiato di Michael.
Alyssa si guardò le scarpe. "Mi dispiace, papà. Ero a scuola."
"Metti la vibrazione." ordinò Michael senza mezzi termini. "Sempre acceso, Alyssa."
Isabel guardò ancora una volta oltre la sua spalla. "Non le rendere le cose difficili, Michael. Non poteva immaginare che sarebbe arrivata una crisi."
"Un motivo in più per tenerlo acceso." specificò lui.
Alyssa apparve debitamente vergognosa e, con quello, il leggero buonumore che aveva regnato nell’auto scomparve. Nate le sfiorò il braccio con discrezione, per farle sentire che era dalla sua parte. Dentro di se, sospirò. Se Michael si fosse comportato così per tutto il viaggio, uno di loro avrebbe finito per morire.
Jesse salutò gli altri al cancello di imbarco, sorridente ed amichevole per tutto il tempo. Nate stabilì che il suo animo generoso non era una finzione e non derivava dal lavoro che svolgeva – Jesse era proprio così. Era difficile immaginarlo capace di inchiodare qualcuno in una causa, ma doveva essere così, vista la carriera veloce che aveva fatto. Nate sperò di non trovarsi mai davanti l’altra parte della personalità di Jesse.
Sull’aereo, Isabel e Michael sedettero insieme, mentre Nate, Alyssa e Jeremy occuparono una intera fila, con Jeremy accanto al finestrino e Nate sul corridoio. Lui aveva preferito così, in modo da poter distendere le gambe, se ne avesse avuto bisogno. Jeremy appoggiò immediatamente il naso al finestrino e guardò affascinato l’equipaggio di terra caricare gli ultimi bagagli nell’apposito scompartimento. Poi una delle assistenti di volo passò loro accanto e l’interesse di Jeremy si diresse altrove.
"Nate." bisbigliò sonoramente. "Pst! Nate!"
Nate si sporse oltre Alyssa e sollevò un sopracciglio guardando suo cugino.
"Sei membro del Club Mille Miglia?"
Questa volta Nate sollevò entrambe le sopracciglia, mentre Alyssa si lasciava sfuggire una risatina. Davanti a loro, oltre il sedile, apparvero gli occhi di Isabel.
"Jeremy Maxwell!" lo ammonì in tono minaccioso. "Se ti azzardi a toccare una di queste hostess, ti stendo."
Jeremy si riappoggiò allo schienale. "Preferiscono essere chiamate assistenti di volo." mormorò.
Nate nascose il suo riso dietro la mano. Una volta che Isabel si fu girata, si sporse per parlare con Jeremy.
"Porti il nome di Max?" gli chiese.
Jeremy annuì. "Solo il secondo – lui non ha voluto che Isabel mi imponesse il suo nome." Si strinse nelle spalle. "Stavo quasi per morire, appena nato. Max mi ha salvato. Mamma voleva ringraziarlo."
Il ragazzo gli raccontò quel fatto con noncuranza, ma ora Nate capì perché Jeremy aveva insistito per venire. Se non fosse stato per Max, forse Jeremy non sarebbe sopravvissuto.
Mentre l’aeroplano si allontanava dal cancello di imbarco, Nate diede un’occhiata ai documenti che doveva ancora riporre nella borsa – una carta di imbarco e un passaporto falso. Stavano viaggiando come una famiglia – gli Stevensons.
Michael e Isabel erano Mark e Ruth Stevenson, mentre I loro ragazzi si chiamavano Greg, Jan e Bobby … i nomi della famiglia Brady. Nate scosse la testa.
Alyssa sorrise alla vista della falsa carta di identità di Nate. "In effetti papà sta migliorando nella scelta dei nomi, sai?"
Nate la guardò perplesso.
"Stando a quanto mi hanno raccontato, durante un viaggio a Las Vegas, circolava un sacco di gente col nome di bevande alcoliche."
"Nomi di bevande alcoliche?"
Alyssa fissò il tetto dell’aeroplano, cercando di ricordare. "Si. Vediamo, uhm … Harvey Wallbanger, Tom Collins.” Indicò il sedile di Isabel. “Brandy Alexander.”
Nate scosse la testa e la prese tra le mani. "Stai scherzando?"
Lei rise. "Sfortunatamente, no. Accontentati di essere uno dei ragazzi dei Brady, Greg. Poteva andarti peggio."
Il volo verso Denver fu lungo ma tranquillo, con Jeremy leggermente tentato dall’idea di fare qualche proposta ad una donna molto più grande di lui. Una volta arrivati, cambiarono aereo per andare a Rapid City, che era un aeroporto regionale e non aveva la possibilità di far atterrare i jets.
Alyssa non l’aveva capito, quando aveva fatto le prenotazioni. Ora, stando avanti alla grande vetrata a guardare un insetto di aeroplano che li avrebbe portati in Sud Dakota, Nate la vide tremare di ansia. Le passò un braccio sulle spalle per rassicurarla.
"Ha le eliche." disse lei, spaventata.
"Si." fu d’accordo Nate.
"Ha la grandezza di una Wolkswagen."
Lui rise. "E’ un po’ più grande. Sono certo che è perfettamente sicuro."
Quando furono ammassati sul piccolo velivolo, il gruppo occupò quasi la metà dei posti, che erano in totale undici. La cabina di pilotaggio era separata dalla cabina passeggeri solo da una leggera tenda, che il pilota non si curò nemmeno di tirare.
Nate si sporse sul corridoio e prese la mano di Alyssa nelle sue, ma questo non le impedì di lanciare un urlo, quando si sollevarono da terra. Jeremy, al contrario, si lasciò andare ad una esclamazione di gioia.
Qualche ora dopo, arrivati in Sud Dakota, camminavano sulla pista che portava al terminal, non più grande della City Hall di Boston. Nate guardò il paesaggio stupito – rotonde colline verdastre, con qui e là qualche arbusto e poco altro. Non vide nient’altro, occupato com’era a sostenere Alyssa, che si era sentita male nell’ultima mezz’ora di viaggio.
Il gruppo prese a noleggio un fuoristrada, poi vi montò sopra con Isabel al volante. Una volta acceso il motore, comunque, rimasero nell’area di parcheggio senza muoversi.
"Non so da dove cominciare." confessò Isabel, guardando timidamente Michael sul sedile del passeggero.
Per una volta, notò Nate, Michael sembrò muoversi a compassione dei suoi compagni alieni.
"Troviamo un motel." propose. "potremo partire da lì."
Isabel annuì e fece retromarcia. Come lei si voltò, Nate aggrottò le sopracciglia. Da dove avrebbero iniziato a cercare? Cominciava ad avvertire, dentro di sé, una crescente sensazione di urgenza e non ne sapeva il perché. Non l’aveva detto a nessuno, ma durante le ultime 24 ore, aveva sentito un formicolio, una sensazione fastidiosa nel punto in cui qualche volta era apparso il simbolo. E questo lo rese ancora più ansioso, come se fosse un avvertimento per non perdere altro tempo.
"Oh, guarda." disse Michael, distogliendo Nate dai suoi pensieri. "Avevo ragione."
Quando la SUV uscì dal cancello, tutti girarono la testa per vedere una mucca bianca e nera che li fissava con occhi languidi dall’altra parte di una staccionata di legno.
Michael fece un ghigno soddisfatto. "Mi sento fortunato. Dove ci sono mucche, ci sono alieni."

Capitolo 10

La pop star Maria Deluca cancella il suo tour.

Gli occhi azzurri di Nate scorsero il breve articolo che aveva trovato tra le pagine dello spettacolo del Rapid City Journal. In apparenza, Maria aveva addotto ‘motivi di salute’ per cancellare le ultime tre tappe della sua tournée ed era rientrata negli Stati Uniti, destinazione sconosciuta, per curarsi. Nate si accigliò preoccupato e mostrò il giornale ad Alyssa, che era seduta accanto a lui sul letto del motel.
Alyssa lesse l’articolo e fece una smorfia, con grande sorpresa di Nate. Lui sapeva che lei e la madre non andavano molto d’accordo, ma non credeva che Alyssa potesse gioire del fatto che sua madre stesse male. Comprendendo il significato dello sguardo di lui, Alyssa gli tolse il giornale dalle mani.
"Lasciami parafrasare quest’articolo a tuo beneficio." si offrì, schiarendosi la voce. "La cantante pop Maria Deluca ha lasciato Stoccolma questa mattina diretta a Boston, per stare al fianco di Liz, la sua migliore amica il cui marito alieno è disperso."
L’enfasi che Alyssa mise nel pronunciare quelle parole proibite, lo fece sorridere.
"Nonostante tutti i suoi difetti," disse lei, gettando il giornale sul letto "almeno la mamma è leale."
Dall’altra parte della stanza, Isabel e Michael stavano parlando in tono sommesso e con una espressione terribilmente seria. Jeremy era seduto all’altro capo del letto, girando per i canali di una televisione senza audio.
Isabel e Michael finirono di consultarsi e si unirono agli altri. Senza che nessuno glielo avesse chiesto, Jeremy spense la Tv e si girò verso il centro del letto. Michael si inginocchiò sul pavimento ed allargò una mappa che aveva preso all’agenzia dove avevano preso a nolo l’auto.
"Noi siamo qui." disse puntando un dito in un punto congestionato della mappa. Poi lo mosse in alto e a destra. "E qui c’è la Base Aeronautica di Ellsworth."
Le sopracciglia di Nate si arcuarono immediatamente. La Base era solo a pochi chilometri a nord-est della città.
"Pensi che sia una faccenda governativa, piuttosto che una faccenda aliena?" chiese Jeremy, suonando molto più maturo della sua età, molto più esperto di quanto fosse in realtà.
Michael si strinse nelle spalle. "Non posso esserne sicuro. Ma il fatto di essere così vicini ad una base militare, deve essere preso in considerazione."
"Ma è una Base dell’Aeronautica." disse sottovoce Nate, scettico. "Di solito, di cose aliene, non se ne occupa l’Esercito?"
Michael strinse gli occhi, disturbato dal fatto di non averci pensato per primo. O forse era il fatto che l’osservazione era arrivata da Nate, che non gli piaceva. "Come puoi saperlo?" disse aspramente.
"Michael." disse Isabel diffidandolo a proseguire e, stranamente, Michael fece marcia indietro. Nate ebbe l’impressione che lei in qualche modo riuscisse a tenere Michael al guinzaglio.
"Tu stai pensando alla storia dell’Area 51." disse lei a Nate, in tono gentile. "Ogni branca militare potrebbe essere coinvolta, se succede qualcosa di interesse militare."
Nate annuì, per indicare che aveva capito e la ringraziò, poi insieme agli altri tornò a guardare la mappa.
Michael continuò come se niente fosse successo; stava veramente cominciando a dare sui nervi a Nate.
"Qui abbiamo le Badlands, lì le Black Hills. Ci sono praterie dappertutto. Una volta usciti dalla città, non c’è quasi nulla."
"Non è una cosa buona." disse calma Alyssa.
Michael scosse la testa. "No, non lo è affatto. Miglia e miglia di niente, solo erba e polvere. E’ facile costruire una prigione sotterranea o qualcosa di simile."
"Un sacco di spazio per cercare una persona dispersa." rifletté Jeremy, dando voce al pensiero di tutti.
Alyssa fece un cenno deciso con la testa. "Okay. Possiamo affrontare tutto questo. Da dove cominciamo?"
Michael si alzò e ripiegò la mappa. "Tu non comincerai da nessuna parte. Non stanotte."
Lei rimase a bocca spalancata. "Papà, non ho fatto tutte queste miglia di volo e vomitato anche gli intestini, per essere lasciata indietro!"
Lui alzò una mano. "Tregua, prole. Rilassati, okay?"
"Io voglio andare fuori a cercare zio Max." si offese Alyssa, costringendo Nate a posarle una mano sul ginocchio per rassicurarla. "Perché stiamo perdendo tempo?"
"Non stiamo perdendo tempo." disse Michael, usando con lei un tono molto più calmo, rispetto all’ esplosione che aveva avuto alla semplice domanda di Nate. "Isabel ed io andremo in avanscoperta, stanotte."
Alyssa strinse le mascelle. "Io voglio venire con … "
Michael alzò ancora una volta la mano, costringendola al silenzio. "Tu, per ora, starai qui. E basta!"
Alyssa si appoggiò all’indietro, incrociando imbronciata le braccia sul petto.
"Quando sapremo qualcosa di più su dove siamo e cosa abbiamo davanti, allora potremo tirare fuori un piano di azione." Lo sguardo di Michael si posò sulla figlia e Nate vi lesse un lampo di simpatia. "Un piano che ci coinvolgerà tutti. Fino ad allora, volgiamo che voi ragazzi vi riposiate." Guardò Nate. "Abbiamo tre stanze. Isabel ed Alyssa occuperanno la prima, Nate e Jeremy la seconda e io starò qui."
Gli occhi di Nate si restrinsero. Non tanto perché Michael aveva una stanza da solo, quanto per l’arrogante tono della sua voce che non solo aveva deciso che lui e Alyssa non stessero nella stessa stanza, ma anche che avessero un compagno di stanza che si intromettesse tra di loro. Nate fece una smorfia e scosse la testa – questo non avrebbe cambiato il fatto che loro dormivano insieme ormai da un mese. Idiota.
Isabel cercò nella tasca dei suoi jeans e ne tirò fuori delle monete, che tese a Jeremy. "Cercate di non farvi notare." disse loro. "Trovate qualcosa da mangiare, ma senza andare in un ristorante. E uscite a comprarlo voi, non fatevelo portare in camera. Capito?"
I tre componenti della seconda generazione annuirono.
"Jeremy, tieni basso il volume della TV – non vogliamo che i vicini si lamentino e lascino un ricordo di te nella testa dell’impiegato della reception. Cercate di dare meno nell’occhio possibile. Non fate nulla che possa attirare l’attenzione su di voi."
I ragazzi annuirono ancora.
"E non andate da nessuna parte, quando sarà buio." concluse Michael. "A meno che le vostre vite non siano in pericolo – e in quel caso andate tutti insieme."
Altra approvazione collettiva.
Michael e Isabel si scambiarono un’occhiata, per indicare che era ora di andare. Isabel baciò Jeremy sulla guancia, cosa che lui sopportò a malincuore. Alyssa si alzò e diede a Michael un freddo abbraccio.
"E’ meglio così, Zucchina." le disse, da sopra la testa. "Non voglio che ti succeda niente."
Lei fissò il pavimento, ovviamente desiderosa di ribattere, ma consapevole del tempo che stava passando. Michael le sfiorò la guancia, poi uscì dalla stanza seguendo Isabel.
"Qualche volta lo odio." bofonchiò Alyssa.
Io lo odio sempre, pensò Nate.
Dopo la cena a base di cibo cinese, Alyssa se ne tornò delusa nella sua stanza, mentre Nate e Jeremy andarono nella loro a vedere un film. Jeremy fu il primo a cedere al sonno, ma Nate rimase sveglio a lungo, pensando ad ogni luce di auto che vedeva fuori dalla finestra che Isabel e Michael fossero tornati. Si metteva in ascolto per sentire se le porte delle stanze adiacenti si aprissero e se le luci si accendessero, ma inutilmente. Allora tornava a guardare la finestra, in paziente attesa dell’auto successiva. In qualche momento dell’attesa, quel rito lo cullò fino al sonno.

"Vieni da me."

Gli occhi di Nate si aprirono e controllarono la stanza. Aveva sentito chiaramente le parole nella sua testa, come se a parlare fosse stato qualcuno che aveva davanti. Poi si rese conto che non era stato un altro messaggio di avvertimento da parte di Max – era la voce di Alyssa quella che aveva sentito, attirandolo a lei nella note come una Sirena avrebbe attirato una nave sugli scogli.
Sorridendo, scivolò fuori dal letto e si infilò i jeans, grato che Jeremy russasse come una motosega – non c’erano dubbi sul fatto che il ragazzo dormisse. Nate infilò i piedi nelle scarpe e uscì senza nemmeno allacciarle.

"Da questa parte."

Nate guardò nella direzione dalla quale era arrivata quella frase sussurrata e vide una forma all’angolo del motel. Sorridendo, allungò il passo e corse verso di lei, nelle sue braccia. La tenne stretta contro di lui, la sua piccola forma che tremava nell’aria frizzante della notte. Bisognoso del suo conforto, cercò le labbra di Alyssa e la baciò appassionatamente.
Quando si separarono, lei gli sorrise, facendo scorrere le mani sui suoi capelli folti.
"Grazie." disse lui. "Non hai idea di quanto avessi bisogno di te."
"Si, lo so." replicò lei. "Perché pensi che ti abbia chiamato?"
Nate ricambiò il suo sorriso e tenne stretto ancora il corpo di Alyssa contro il suo per molto tempo. Si era abituato ad averla accanto per tutta la notte e una notte senza di lei, circondati com’erano dall’insicurezza, era molto dura da sopportare. Gli occhi di Nate si diressero verso il parcheggio – la SUV presa a nolo non era ancora tornata.
"Che ore sono?" le chiese, tirandosi leggermente indietro.
"Le due passate." rispose lei. "Non sono riuscita a dormire."
"Nemmeno io."
Lei fece una smorfia. "Si, lo so. Ho aspettato una vita per entrare nella tua testa. Ma non potevo chiamarti o scendere a bussare alla tua porta." C’era dell’amarezza nel suo tono.
Nate le strofinò la schiena, cercando di scaldarla. "Jeremy non avrebbe detto nulla."
"Si, lo so, ma … " Lei scosse la testa, poi sospirò. La sua espressione era turbata. "Cosa c’è che non va?"
Nate inarcò le sopracciglia. "Cosa vuoi dire?"
"Ultimamente, sento una dissonanza dentro di te, Nate."
Il pensiero di Nate andò automaticamente al formicolio del sigillo, all’urgenza di ritrovare Max. Lei non poteva saperlo, o no? "E’ per Max." accennò. "Sono preoccupato per lui."
Lei annuì."Lo siamo tutti. Ma c’è qualche altra cosa. Credo che ci sia qualcosa che tu non vuoi far sapere agli altri e che non hai avuto la possibilità di dirmi."
Era una preghiera di non tagliarla fuori. Lei sapeva che Nate stava nascondendo qualcosa. Lui abbassò lo sguardo sulle mani di lei, strette nelle sue. Poi se le appoggiò sul petto, nel punto in cui era apparso il simbolo.
"Senti nulla?" le chiese, guardandola negli occhi.
Alyssa si guardò la mano. "Solo il tuo cuore." gli disse.
Lui scosse la testa. "Non quello. Senti qualcosa di strano?"
Lei si concentrò per un momento, poi Nate le spostò la mano un po’ più in alto. Alla fine lei scosse la testa e guardò verso di lui. "Tu senti qualcosa?"
Nate le lasciò la mano e sbirciò sotto la camicia. Nessuna luce. "Formicola."
"Formicola?"
Lui annuì. "Credo sia il sigillo. Qualche volta ho come la sensazione che ci sia qualcosa che striscia sulla mia pelle. O lo sento caldo e freddo nello stesso tempo. Ma non mi lascia mai. E’ cominciato da ieri."
Gli occhi scuri di Alyssa erano sbigottiti.
"E non è tutto." le confessò Nate. "Ho una sensazione fastidiosa nella mente, che mi dice che non abbiamo più tempo da perdere, che devo trovare Max ora. Non riesco a decifrarla."
Alyssa gli toccò il viso, offrendogli il suo conforto. "Non cercare di capire." gli suggerì dolcemente. "Prendila per quella che è. E’ un avvertimento, Nate."
Lui chiuse gli occhi spaventato, sapendo che lei aveva detto quello che temeva di sentire. Stranamente, Alyssa sembrava avere sentimenti contrastanti a quel proposito – come se fosse preoccupata per la situazione di Max, eppure, nello stesso tempo eccitata per qualche motivo.
Le labbra di lei si strofinarono contro le sue e lui si lasciò andare ad un piccolo sospiro. Quando si separarono, lui la guardò, quella piccola persona che non avrebbe mai immaginato di amare così tanto.
"Non ignorarlo." lo avvisò." E’ li per una ragione." Poi si morse il labbro inferiore e gli diede un pizzicotto sulla guancia.
"Ow." rise lui. "E questo per che cos’era?"
"Le tue intuizioni, i tuoi poteri. Stanno venendo fuori, Nate."
La risata di Nate svanì. Non gli piaceva quella faccenda. Il ricordo dolceamaro della risata di Max, quando lui era uscito dai gangheri sulle sue capacità che si stavano sviluppando, gli tornò alla mente.
"Alyssa, e se non riuscissimo a trovarlo? E se stessimo cercando un ago in un pagliaio, come ha detto Jeremy?"
Lei scosse la testa. "Questa non è una alternativa. Non può succedere nulla di male a zio Max. Non te l’ho detto? Lui è un supereroe." Lei ammiccò scherzosamente, ma Nate sapeva che lei stava solo cercando di tenere alto il suo morale, come il proprio – lei era altrettanto preoccupata di lui.
Dopo pochi minuti trascorsi a baciarsi e a toccarsi, si separarono per il timore di incorrere nelle ire della prima generazione, se li avessero scoperti 1) insieme e 2) fuori nella notte. Nate accompagnò Alyssa fino alla porta della sua stanza e la vide entrare sana e salva. Stava ritornando nella sua, quando una piccola luce alla fine dell’edificio attirò la sua attenzione.
Per un attimo, pensò di bussare alla porta e di chiedere ad Alyssa di uscire così non sarebbe stato da solo, poi abbandonò subito quell’idea e si diresse da solo verso quella luce. Una volta raggiunta la fine dell’edificio, stava per girare l’angolo quando qualcuno lo afferrò per un braccio e lo attirò dietro ad un cassone della spazzatura.
Il cuore di Nate balzò nel suo petto e cominciò a battere terrorizzato. La memoria sensoriale lo riportò in una buia, fredda stanza e ad una sofferenza e ad un dolore senza fine. Il suo corpo cominciò a tremare e lui cercò di fuggire via.
"Sta’ calmo." disse la voce, esigente ed autoritaria.
Per qualche motivo, Nate smise di agitarsi quando la luce illuminò un lato del volto del sua assalitore. Era l’Agente Darmon, l’alieno che aveva minacciato di fargli del male agli ordini dell’Agente O’Donnell, ma che alla fine aveva aiutato a salvare Nate.
"Lui l’ha detto che saresti venuto." disse Darmon, lasciando andare il braccio di Nate.
La speranza dilagò in Nate al punto che si sarebbe messo a saltare di gioia. "Dov’è?" chiese immediatamente.
Darmon indietreggiò di un passo, rifugiandosi nell’ombra. "Io devo andare."
"Aspetta! Dimmi dov’è!" La disperazione riempì le parole di Nate.
L’ Agente guardò ancora verso l’ombra, poi cominciò ad indietreggiare. "Cerca gli anziani." disse.
Poi scomparve.

Capitolo 11

"E cosa diavolo dovrebbe significare?"
Nate sussultò alle parole uscite dalla bocca di un adirato Michael Guerin. "Non so cosa significano." confessò, ancora scosso dal suo incontro con il misterioso Agente Darmon.
Si erano riuniti nella stanza di Michael ed erano ormai le tre del mattino. Subito dopo l’apparente sparizione dell’Agente Darmon, la SUV noleggiata era apparsa nell’area di parcheggio e Nate era andato incontro ad Isabel e a Michael che ne stavano uscendo. Inutile dire che Michael era stato oltremodo irritato nel trovare Nate fuori dalla stanza; e anche Isabel si era allarmata immediatamente.
"E cosa ci facevi lì fuori?" aveva chiesto Michael, con la faccia rossa guardando Nate, che stava tremando su una sedia accanto alla porta. Alyssa era accanto a lui e gli strofinava le spalle, guardandolo preoccupata.
"Volevo una soda." mentì stancamente Nate, fissando il pavimento. Non era ancora capace di mentire guardando l’interlocutore negli occhi.
"Una soda?" tuonò Michael.
"Michael!" lo avvertì Isabel. "Abbassa la voce. Non vogliamo attirare l’attenzione, ricordi?"
Michael sospirò e si passò le mani tra i capelli, mentre uno sconfortante silenzio scendeva nella stanza. Sul letto, Jeremy stava fissando il vuoto, mentre cercava ancora di svegliarsi. In un istintivo gesto di protezione, Isabel andò verso di lui e lo accarezzò per confortarlo.
"Proviamo a riflettere logicamente." cominciò a dire Isabel, cercando di mantenere una parvenza di pace. "Cosa potrebbe voler dire 'gli anziani'?"
"Potrebbe non significare nulla." sbottò Michael, sollevando la testa.
Nate fu preso alla sprovvista da qualcosa di nuovo – l’uomo non sembrava arrabbiato, sembrava frustrato … come se fosse a conoscenza di qualcosa che Nate ignorava.
"E’ possibile." disse calma Isabel. "Tu più di tutti dovresti sapere che tutto è possibile."
"Ma questo non può essere possibile, Iz."
"Di cosa stai parlando, papà?" chiese Alyssa.
Michael rivolse ad Isabel uno sguardo frustrato e scosse la testa. "E’ solo che …" Sembrò far fatica a trovare le parole. "Nate non può aver visto l’Agente Darmon questa sera, tesoro. Non è possibile."
"Io l’ho visto!" si difese Nate, alzando il tono della voce. "Proprio come sto vedendo te adesso!"
Michael scosse la testa. "Isabel ed io stanotte abbiamo trovato delle informazioni, Nate." Per una volta il tono di scontro era assente dalla sua voce. "La persona che tu conosci come l’Agente Darmon è morta."
Nate sentì il respiro fermarsi nel suo petto. Non poteva essere. Lui lo aveva visto, lo aveva toccato. Alyssa si mise la mano davanti alla bocca. Gli occhi scuri di Jeremy erano sbarrati.
"Io l’ho visto." disse piano Nate. Si girò verso Isabel pregandola di credergli. "Non me lo sono inventato, zia Isabel. Io l’ho visto."
Isabel lasciò il fianco di Jeremy e si inginocchiò davanti al nipote, prendendogli le mani nelle sue. "Ti credo, Nate. Sono successe cose molto strane." Lui vide dal suo sguardo che gli credeva veramente, come se sapesse che i morti potessero parlare, se lo volevano.
"Cosa dobbiamo fare?" chiese Alyssa, la voce quasi un sussurro.
Lo sguardo di Isabel passò oltre la spalla di Nate per guardare la ragazza, che sembrava sempre più sconvolta. "Credo che, per ora, dobbiamo partire dal presupposto che l’Agente Darmon fosse vero. Dobbiamo capire cosa significa il suo messaggio."
"Perché i morti sono sempre così criptici?" chiese Jeremy con aria assonnata.
Nate chinò da un lato la testa e lo guardò incuriosito – da come lo aveva detto sembrava che il ragazzo parlasse regolarmente con i morti.
"Indiani?" propose Alyssa. "Potrebbero essere loro gli anziani?"
"Preferiscono essere chiamati Nativi Americani." la corresse Jeremy sbadigliando.
Alyssa si strinse nelle spalle. "Okay, come dici tu. Zio Max aveva contatti con qualche tribù?"
Isabel guardò Michael, che scosse lentamente la testa. "River Dog se ne è andato da tanto tempo." meditò lei sottovoce. "Lui era il nostro unico contatto, per quello che so."
River Dog? Nate si poggiò le mani sulle tempie. Chi era River Dog? Come mai ogni volta che credeva di essere venuto a capo di questa storia, usciva fuori qualcosa di nuovo? Non c’era nessuna foto di River Dog nell’album che gli aveva dato Alyssa come regalo di compleanno la primavera scorsa.
Mentre gli altri cercavano di venire a capo di cosa significassero ‘gli anziani’, gli occhi di Nate si posarono sul giornale che Michael aveva poggiato sul pavimento, accanto al letto, quello che aveva annunciato il ritorno di Maria negli Stati Uniti. La pagina degli spettacoli si era girata, scoprendo quella dei viaggi. La grande fotografia in cima alla pagina mostrava un enorme scheletro portato in superficie. La didascalia diceva – Il sito dei Mammouth chiuso per lavori.
Un’ondata di incredibile dolore passò nella testa di Nate e lui lasciò andare un gemito.
"Nate?" chiese preoccupata Alyssa, la voce che sembrava lontana mille miglia. "Stai bene?"
Dagli occhi di Nate stavano scendendono lacrime e lui sentì una fitta acuta percorrergli tutti i nervi, i muscoli tesi e doloranti. Per una frazione di secondo avvertì lo spirito di Max entrare nella sua mente, una supplica di aiuto. Il punto ghiacciato sul suo petto cominciò a pulsare all’improvviso.
"Lui è lì." ansimò Nate, puntando il dito sul giornale. Sicuro come era sicuro di aver visto l’Agente Darmon, Nate sentì che Max si trovava lì.
Tutti gli sguardi della stanza si posarono sul giornale.
Isabel balzò in piedi e prese il giornale. Lo guardò confusa, non riuscendo a comprendere cosa Nate stesse cercando di dire. "Tesoro, per favore, aiutami." disse con un tono disperato.
Il dolore aveva lasciato il corpo di Nate, scemando lentamente. Ora respirava regolarmente, cercando di dimenticare quello che aveva provato. "I fossili." disse stancamente. "Dovunque siano, Max è lì."
Michael lo guardò incredulo. Si avvicinò ad Isabel, controllando svelto l’articolo. "E’ un sito archeologico a Hot Springs." riassunse. "Qui dicono che e chiuso per lavori." Scosse la testa. "Perché mai Max dovrebbe essere lì? E’ un posto pubblico."
"Ora non è più un posto pubblico." ribatté Alyssa. "Non se è chiuso."
"Ma perché dovrebbe essere lì? La cosa non ha senso."
E veramente non aveva senso. Non era una base militare, né una nave spaziale o qualche altro posto dal quale il gruppo avrebbe dovuto liberare Max. Era un sito archeologico, che sembrava un’arena. Non aveva assolutamente senso che un alieno disperso si trovasse in quel posto, specie se era in grado di lasciarlo.
Ma Nate sapeva che lui era lì. Ne era sicuro. "Forse è lì che l’Agente Darmon lo ha lasciato." propose. "Forse era quello che intendeva dirmi."
"Allora perché non si è limitato a dirti ‘Ho lasciato Max con gli elefanti’?" sbuffò Michael.
"Ai morti manca la capacità di essere espliciti." disse Jeremy, strofinandosi gli occhi assonnati. "Inoltre, può darsi che non sapesse dove fossero."
"No." esclamò Michael. "Max non può essere lì."
Nate annuì. "E’ lì."
"Come fai a saperlo?"
Nate scosse la testa. "Non lo so spiegare. So solo che lo so. Dobbiamo andare lì."
"Assolutamente no!"
La mente di Nate era disperata e lacrime cominciarono ad uscire dai suoi occhi.
Odiava Michael Guerin, odiava il fatto che non volesse ascoltarlo, odiava il fatto che probabilmente Max stava morendo mentre discutevano uno con l’altro.
Isabel si avvicinò a Michael per discutere il problema, ma Nate non sentì le sue parole. Si voltò verso Alyssa, che stava scioccata dietro di lui, con gli occhi scuri bagnati di lacrime.
"Io so che è vero." le sussurrò, con il labbro inferiore che tremava. "Io so che è lì."
Lei gli mise una mano sulla spalla. "Ti credo."
" … no, Iz, non ci andremo." stava dicendo Michael e Nate gli prestò la sua attenzione. "Potrebbe essere una trappola. Darmon è morto. Nate non ha mai avuto visioni prima d’ora e all’improvviso vede i morti? E poi vede un giornale e sa dov’è Max? Non è un po’ troppo conveniente?"
"Forse i suoi poteri si stanno sviluppando, Michael." lo pregò Isabel. Stavano parlando di lui come se non fosse nella stessa stanza.
"Ma per favore." la pregò Michael. "Fino ad ora non ha dimostrato di saper fare molto, Iz. Qualcuno deve avergli deviato la mente in tutto questo. Apri gli occhi."
Nate assistette alla spiegazione e seppe cosa doveva fare. Lentamente si alzò in piedi, la mascella stretta con determinazione. "Io vado a Hot Springs." disse con voce piatta. "Voi potete discutere quanto volete, ma io vado. Adesso."
Mentre si girava verso la porta, Michael gli bloccò la strada. "Non puoi farlo."
Nate lo guardò per un momento negli occhi. "Si che posso. E voglio. Non sono un bambino al quale puoi dare ordini. Non sono un tuo subordinato. Sono un adulto e so cosa devo fare. Puoi venire, se vuoi, ma se vuoi restare, allora togliti dalla mia strada. Mi stai facendo perdere tempo prezioso."
Michael sembrò addolcirsi, al punto da farsi da un lato per lasciare via libera a Nate.
Nate guardò Alyssa. "Vieni?"
Alyssa guardò suo padre, poi annuì con gravità. Nate le prese la mano e si diressero al parcheggio.
"Aspettatemi!" li chiamò Jeremy, correndo dietro di loro con le scarpe in mano.
Ancora tremante, Nate si infilò dietro al volante del fuoristrada e allungò una mano per accendere il motore – Michael aveva le chiavi.
Alyssa montò sul sedile del passeggero e Jeremy in quello posteriore.
"Ha preso le chiavi." disse Nate depresso, chiedendosi dove avrebbe potuto noleggiare un auto a quell’ora del mattino.
"Posso farla partire io." annunciò orgogliosamente Jeremy e cominciò a sporgersi tra i sedili.
Ci fu un colpo sul finestrino dalla parte di Nate e lui sussultò, girandosi per vedere Michael dall’altra parte del vetro. Accigliatosi, abbassò leggermente il finestrino, lo stretto indispensabile per rivolgersi all’uomo.
"Sto andando." gli disse inflessibile.
"Lo so che stai andando." disse Michael commosso. "Lasciami guidare."
Nate lo guardò sospettoso, incapace di fidarsi di lui. Poi Isabel apparve al fianco di Michael e lui seppe che lei non l’avrebbe mai tradito in quel modo. Riluttante, Nate aprì la portiera e uscì dall’auto. Con suo grande sollievo, Michael si infilò veramente dietro al volante.
Alyssa si girò verso Nate, che era schiacciato tra Isabel e Jeremy. Il suo viso era pieno di sorpresa e di sollievo.
Michael aggiustò lo specchietto retrovisore e guardò Nate. "Sarà meglio che tu non ti sia sbagliato, Junior."
L’orizzonte cominciava appena ad illuminarsi quando raggiunsero Hot Springs. Seduta sul sedile del co-pilota, Alyssa guardava la mappa fornita dal noleggiatore ed indicava a Michael dove girare. All’improvviso si trovarono davanti ad una scura costruzione a cupola, che sembrava una piccola arena. L’area di parcheggio intorno era completamente vuota. Michael si fermò in un punto accanto all’entrata e il gruppo guardò l’edificio, studiandolo come un insetto sotto un microscopio.
"Prima di entrare, controlliamo il perimetro." suggerì Michael.
Isabel annuì ed uscì dall’auto, tirandosi dietro Nate. Poi si divisero in due gruppi – Michael, Alyssa e Jeremy in uno, Isabel e Nate nell’altro. Girarono intorno all’edificio, controllando se ci fosse qualcosa fuori dal normale. Isabel controllò porte e finestre, che erano tutte chiuse. Poi camminarono lungo l’edificio ed incontrarono gli altri davanti all’ingresso. Michael guardò a turno ciascuno di loro, poi posò una mano sulla maniglia della porta.
"Stessi gruppi." disse sottovoce. "Tenete alta la guardia. Potrebbero esserci un sacco di nascondigli, qui dentro."
Tutti loro annuirono, poi attesero pazientemente che Michael usasse i suoi poteri per aprire la porta.
Passarono attraverso un silenzioso centro visitatori, i loro movimenti attenti e furtivi. Michael indicò una direzione e poi il suo gruppo, segnalando dove dovevano andare. Isabel annuì e indicò a Nate l’altra.
La prima stanza dove arrivarono era uno spazio ristretto con una televisione montata accanto al soffitto. Non era un monitor di sicurezza, piuttosto un apparecchio per mostrare qualcosa ai turisti. La stanza era piccola, senza finestre né sedie. Si guardarono attorno nella stanza, poi si diressero alla doppia porta che era sulla parete in fondo.
Non appena Isabel ebbe usato i suoi poteri per aprire la porta, Nate sentì che l’aria aveva quasi abbandonato i suoi polmoni. Lei gli poggiò un mano sul braccio per fargli coraggio e Nate la rassicurò, indicando con un cenno del capo che stava bene, e la spinse a continuare.
La stanza in cui entrarono era enorme, il sito stesso degli scavi. Era come se qualcuno avesse costruito un tetto sopra diversi campi da football senza averli prima liberati dai detriti. Il terreno era formato da strati di terra scura e polvere. in vari stadi di scavo. Intorno al perimetro correva una passerella di legno.
Nate sentì un dolore al fianco, un nodo nel suo respiro, una innegabile attrazione verso un’area lontana un centinaio di metri. Ignorando il dolore, cominciò a correre, i piedi che facevano rumore contro il legno della passerella.
"Nate!" lo chiamò Isabel da dietro. E subito dopo Nate sentì i passi di lei dietro di sé.
Non gli importava che fosse lì, l’unica cosa importante era il dolore nella sua anima e l’intenso formicolio nell’area sopra il sigillo. Corse alla cieca, finché sentì l’attrazione diventare più forte. Rallentando un po’, cominciò a guardare oltre la ringhiera della passerella, cercando qualsiasi forma potesse sembrare un alieno ferito.
E lo trovò.
Circa cinque metri sotto di lui, Nate vide una forma scomposta nascosta in parte dalla passerella. Il cuore gli sobbalzò nel petto. Sapeva che era Max, disteso sul fianco come una creatura preistorica che aspettava di essere scoperta. Prendendo un profondo respiro, scavalcò la ringhiera della passerella e si lasciò cadere, pregando di non rompersi una gamba atterrando.
"Nate!" urlò Isabel, quando lui arrivò sul terreno duro.
Nate rotolò su un fianco, poi si mise velocemente in ginocchio. Le sue ossa protestavano per la caduta, ma lui ignorò il dolore e cercò di raggiungere suo padre. Quando provò a distenderlo sulla schiena, Max lasciò andare un grido di dolore, come un animale ferito.
Una piccola parte di Nate voleva saltare per la gioia – Max era vivo!
Ma dopo averlo guardato, la speranza gli cadde ai piedi. Quello che era stato un uomo forte e vigoroso, ora appariva emaciato, con la pelle graffiata e piena di lividi, sanguinante per traumi indescrivibili. Nate capì, man mano che lo controllava, che Max aveva diverse ossa rotte; dal suo respiro difficile, diagnosticò anche lesioni interne. Sembrava che lo avessero diviso a metà.
"Max." disse Nate, appoggiando la spalla dell’uomo sul suo grembo. "Sono qui, Max."
Gli occhi di Max si mossero sotto le palpebre gonfie e Nate lo scosse leggermente.
"No, non andartene." lo pregò Nate, sentendo le lacrime che cominciavano ad uscirgli dagli occhi. "Ti abbiamo trovato, Max. Ormai sei salvo."
Max si lamentò, le palpebre che si muovevano nello sforzo di mantenersi cosciente.
"MAX!" gridò Nate, con voce strozzata, mentre Isabel atterrava a pochi passi da loro. "Non andartene, Max." Nate chiuse gli occhi, per scacciare la consapevolezza che Max era ferito al di là di ogni speranza di guarigione.
"PAPA’ … "
Max aspirò con difficoltà e cercò di aprire gli occhi. "Nate." rantolò.
Nate spalancò svelto gli occhi e prese la mano che Max stava muovendo come se cercasse di toccare qualcosa sopra di lui.
"Nate … prenditi cura delle mie ragazze …"
Detto questo, Max rimase senza respiro, mentre un filo di sangue gli scendeva dalla bocca.
Un gorgoglio sinistro gli uscì dalla gola, e il suo corpo si irrigidì.
E poi rimase inanime.

Capitolo 12

Nate era solo vagamente consapevole del rombo dei passi sulla passerella di legno sopra di lui. Tra le sue braccia, Max respirava ancora, ma Nate sapeva che la sua morte era ormai una questione di minuti – forse di momenti. Ogni rantolo che entrava nei polmoni di Max era erratico e il suo corpo si stava fermando inesorabilmente.
Nate sollevò la testa e guardò Isabel, che era inginocchiata dall’altra parte del corpo del fratello. La sua faccia era una immobile maschera di dolore, lacrime le scendevano silenziosamente lungo le guance.
"Occupati di lui." cercò di dire Nate tra le sue stesse lacrime. "Fallo guarire, zia Isabel."
Lei deglutì e scosse lentamente la testa, la richiesta di scusa evidente nei suoi occhi scuri. "Non posso."
La mente di Nate valutò velocemente il resto del gruppo che stava sopra di lui alla ricerca di un modo sicuro per raggiungerli. "Chi allora?" chiese. Uno di loro doveva avere la capacità di guarire. Perdere Max non era una opzione.
Isabel scosse ancora la testa, questa volta incapace perfino di parlare.
Nessuno. Nessuno poteva guarire Max.
La devastazione scese su di Nate come un’ondata gigantesca – che amara ironia che l’uomo che aveva speso tutta la vita a salvare e a proteggere il mondo, non avesse nessuno che potesse salvarlo.
Dopo tutto chi può guarire un guaritore?
Mentre il dolore lo stava sommergendo, Nate chiuse gli occhi e strinse la mano sopra il braccio di suo padre.
Non era giusto. Nulla di tutto questo era giusto.
Si erano ritrovati da meno di un anno – c’erano ancora tante cose che Nate ignorava, che non capiva. E non era giusto che Max fosse stato capace di trascorrere così poco tempo col bambino che aveva allontanato. Non poteva succedere, non poteva finire così.
Nate pensò a Liz rimasta a casa, a Boston, che cullava la sua piccola, la preoccupazione nel suo cuore, ma fiduciosa che loro le avrebbero riportato Max. Stavano per tradire quella fiducia, tutti loro. Nate non poteva sopportare quel pensiero, non poteva sopportare quel dolore. Tra le sue braccia, Max ebbe un paio di spasmi, poi il suo respiro divenne un debole rantolo.
No, pensò Nate, la mente piena di accoramento. Non andartene ancora, Max.
"Max." si lamentò sottovoce Isabel. Poi il suo tono cambiò in un grido. "Oh, Dio, Nate."
Nate aprì gli occhi, e seguì lo sguardo di lei – Isabel stava guardando la sua camicia. Lui abbassò lo sguardo, temendo di sapere quello che avrebbe visto, terrorizzato quando il suo sospetto si dimostrò vero. Il sigillo stava ora brillando così forte, che la luce si poteva vedere attraverso la camicia. La pelle in quel punto era calda, febbricitante.
Freneticamente Nate guardò il viso di Max – le sue labbra erano diventate blu e lui non respirava più.
Il regno di Antar era passato dal padre al figlio.
"No." mormorò Nate, poi la rabbia divampò dentro di lui. "NO!" gridò con quanto fiato aveva nei polmoni. Strinse il suo pugno attorno alla mano di Max, volendo con tutte le sue forze che lui non lasciasse questa terra.
Poi la stanza cominciò a girare.
Nate rimase senza fiato, la rabbia che usciva da lui rapidamente. Nel profondo della sua mente, sentì un avvertimento – Non lasciarlo andare.
Ansia e panico corsero nelle sue vene, mentre la vista si annebbiava e lui non riuscì più a vedere quelli che gli stavano intorno. Il cuore gli batteva veloce nel petto e l’istinto gli disse di fuggire. Ma il cuore gli consigliò di rimanere, finché non avesse compreso quello che stava succedendo.
In una confusa successione di immagini, Nate vide l’Agente Darmon ferito a morte, nascondere qualcosa sotto una piattaforma di legno, prima di raggiungere carponi un angolo e di volatilizzarsi in una pila di cenere.
Sentì il freddo passare nel suo viso, nelle braccia, nei polmoni, rubandogli la vita dal corpo, deriso e tormentato, mentre il suo sangue colava sul pavimento. Acqua gelata gli scorreva nelle vene, facendolo respirare con difficoltà, mentre il dolore gli permeava il corpo.
Poi vide una donna dai capelli scuri, allegra e sorridente, mettersi in mostra girando per la casa in mutandine. Il dolore era sparito, sostituito dalle immagini di lei, dal ricordo della sua risata. Nate vide un neonato che scalciava di rabbia mentre qualcuno gli incipriava il sederino. Ovviamente, trovò comica la scena.
Le immagini si susseguirono più velocemente e Nate non riuscì più a distinguerle tutte – un colpo di pistola, una promessa, occhi scuri pieni di lacrime, un amico morto. Un ballo, un bacio, un parchimetro che scintillava come i fuochi d'artificio del 4 luglio. Un amico picchiato, ma troppo orgoglioso per chiedere aiuto. Una ragazza bionda, spaesata, alla ricerca di qualcuno come lei. Tradimento, un’esplosione, il dolore di vedere un’auto portare via un bambino sul sedile posteriore.
Non ancora. Non lasciarlo andare ancora.
Il panico afferrò Nate alle tempie e lui sobbalzò quando sentì la stretta intorno al suo cervello. Era vagamente consapevole di tremare, di avere il battito del cuore irregolare. Ma confidava nella voce – avrebbe resistito anche a costo della sua vita.
Il film nella sua testa continuò. Vide creature dissimili da tutte quelle che aveva mai visto, grandi stanze piene di questi esseri, qualcuno arrabbiato, qualcuno desideroso di pace. Vide un piccolo bungalow accanto all’oceano, vide il brillare di una candela in una calda sera d’estate, la brezza del mare che entrava attraverso le tende e gli accarezzava la pelle. Sopra di lui scese la tranquillità, perché sapeva di non essere solo …
Con un grido, Nate crollò nella polvere, incapace di respirare, il corpo ricoperto da una sottile pellicola di sudore. Combatté contro il dolore, contro il panico che lo stava soffocando, fino a che non gli rimase più un briciolo di energia. Gli sembrò di sentire delle piccole mani sopra di lui, di sentire una voce che chiamava il suo nome.
Ma niente di tutto questo era importante, mentre il suo mondo diventava tutto nero.
"Jeremy, fa attenzione alla sua testa."
La voce si fece strada nel cervello annebbiato di Nate e lui credette di riconoscerla. Apparteneva a qualcuno che lo odiava. Oh, si – al suo futuro suocero.
"Non ce la faccio a prenderlo." Questa voce era sulla difensiva, giovane.
Jeremy Ramirez.
"Okay. Va ad aiutare Isabel con Max. Lo prenderò io."
Nate trovò la forza di aprire gli occhi, ma non quella di chiedere dove fosse e chi lo stesse toccando. Dentro di sé era stranamente intorpidito, come se nulla avesse più importanza. Non era né spaventato, né soddisfatto. Si sentiva come se gli avessero somministrato della morfina – esisteva, semplicemente.
Si sentì sollevare e il movimento gli diede la nausea. Gli sembrò che il mondo andasse sottosopra.
"Sta bene, Zucchina." La voce di Michael, che arrivava d lontano. "L’ho preso … "
Nate entrava ed usciva dall’incoscienza; aveva la sensazione di muoversi, come se fosse dentro un’auto, ma non riusciva a trattenere il pensiero per il tempo sufficiente per stabilirlo con certezza. Esausto, si lasciò scivolare nel mondo dei sogni.
Sognò una piccola ragazza bionda con lo spirito acuto e un temperamento incostante – ma mai con lui. Con lui, lei era calda ed accogliente, un soffice seno sul quale poteva appoggiare la sua testa stanca. Rimase ipnotizzato dal ritmo del suo respiro, dal delicato sollevarsi ed abbassarsi del suo petto. Un leggero profumo raggiunse il suo naso, il fantasma di un profumo, a malapena presente. Era facile perdersi in quella voce morbida, tra le mani che gli accarezzavano i capelli.
Mentre vagava senza direzione, vide un mondo senza battaglie, senza discordia, pieno di accettazione e di comprensione. Sentì la responsabilità di far sì che si avverasse, ma questo non lo spaventava più. Quella era la sua strada – fare del mondo un posto migliore. Mentre lo accettava, si spinse un po’ troppo lontano, nel buio più totale …
La volta successiva che Nate aprì gli occhi, li dovette socchiudere per difenderli dalla luce del giorno. Benché le tende del motel fossero tirate, lasciavano filtrare abbastanza luce da farlo trasalire. E gli occhi non erano l’unica cosa che gli facesse male.
Un volta, Nate e i suoi amici erano andati a fare arrampicata, un’attività che non avevano mai fatto prima. E non erano allenati. Alla fine della giornata, erano tutti graffiati e pieni di lividi, e tutti i muscoli dei loro stupidi corpi erano doloranti. Quel giorno era niente in confronto a questo.
Per un breve momento Nate trattenne il respiro, per paura che il successivo fosse doloroso come il precedente. Rilasciò l’aria lentamente, mentre i muscoli della sua gabbia toracica sospirarono di sollievo, quando si rilassavano. Più coerente, adesso, almeno era consapevole di dove fosse e che c’era qualcosa di differente. Veramente differente.
Nate socchiuse ancora gli occhi contro la luce poi, attraverso le palpebre, vide un'ombra. Quando aprì gli occhi, vide Alyssa seduta accanto a lui sul letto ed era il suo corpo a bloccare la luce. Aveva il viso rosso e gonfio, ma senza nessuna evidenza di lacrime recenti.
"Va meglio?" gli chiese.
Nate annuì, ma si pentì di averlo fatto quando il collo protestò per il movimento.
Alyssa gli toccò il viso con la punta delle dita, mordendosi le labbra, e lui ebbe paura che il diluvio non fosse ancora finito.
"Come ti senti?"
Non poteva mentirle. Si limitò ad aggrottare le sopracciglia come risposta.
"Ce la fai a raggiungere il bagno?" gli chiese speranzosa. "Forse il calore potrebbe farti bene."
Nate fece un breve inventario. Ce l'avrebbe fatta ad arrivare così lontano? Un costante, affaticato dolore nelle sue cosce diceva di no. Lui scosse la testa.
Alyssa sembrò scoraggiarsi e si guardò il grembo, dove si stava tormentando le mani.
La logica gli ricordò brutalmente l'ultima cosa che avrebbe voluto ricordare in quel momento – la morte di Max. Sensi di colpa e di dolore gli straziarono l'anima e i suoi occhi si riempirono di lacrime inarrestabili.
Alyssa lo guardò sbigottita. Piegandosi, si avvicinò a Nate e lo prese tra le braccia.
"Va tutto bene, tesoro." gli disse per confortarlo. "Ora starai bene."
Nate non riuscì a trattenere i singhiozzi che gli scappavano dalla gola. Era così stanco, così distrutto, proprio non ce la faceva ad affrontare la morte del padre. Un padre che aveva conosciuto per troppo poco tempo.
"Io … " disse con la voce soffocata.
Lei scosse la testa. "Non cercare di parlare. Prova solo a riposare, vuoi?"
"Non posso." continuò lui, ignorando le sue parole tenere. "Non ho potuto aiutarlo, Alyssa." e ricominciò a singhiozzare, il corpo che tremava per la tensione.
Quando riuscì a riprendere un po' la padronanza di sé, vide che la sua graziosa ragazza lo stava guardando perplessa. Nate avrebbe voluto alzare una mano ed asciugarsi le lacrime, ma non ne aveva la forza.
"Mi dispiace." le disse, respirando affannosamente.
L'espressione stupita di Alyssa si trasformò in un mesto sorriso e fece lei quello che lui non aveva potuto fare – asciugò le tracce bagnate dal suo viso. "Non hai nulla di cui dispiacerti, Nate."
Lui annuì. "Si. Se solo avessi … "
"Se solo tu avessi cosa?"
"Se solo avessi qualche potere. Se solo fossi stato capace di aiutarlo … " Chiuse gli occhi, perso nel suo dolore.
Alyssa gli sfiorò il viso con la punta delle dita, poi gli diede un tenero bacio sulle labbra. "Apri gli occhi." gli sussurrò.
Lui fece quello che le aveva chiesto, ma non riuscì a sostenere lo sguardo di lei.
"Tu non lo sai, vero?" gli chiese, prendendogli il viso tra le mani.
"Sapere cosa?" Per favore, dimmi che è stato solo un brutto sogno …
"Zio Max è nella stanza accanto, in camera di papà."
Nate si rannicchiò su se stesso. Non voleva sentire cosa avevano fatto con il corpo.
Un angolo della bocca di Alyssa si sollevò in un sorriso. "Sei curioso di sapere perché ti senti così?"
In effetti, ora che glielo faceva notare – si. Perché stava in quello stato schifoso?
Lei gli spostò i capelli dagli occhi, mentre nei suoi brillava una completa adorazione. "Lui è vivo." Lacrime scendevano ora dai suoi occhi, lacrime di felicità. "Lui è vivo perché tu l'hai guarito."

Continua...

Scritta da Karen (MidwestMax)
Traduzione italiana con il permesso dell'autrice
dall'originale in inglese, a cura di Sirio


Torna all'indice delle Fanfiction

Torna a Roswell.it