Il Camaleonte Fan Fiction

Gnomi - Il rimpianto, la speranza


Periodo di composizione: settembre 2003

Disclaimer: tutti i diritti del racconto nella sua versione italiana sono di proprietà del sito "Jarod il Camaleonte Italia", e tutti i personaggi della serie "Jarod il Camaleonte / The Pretender" utilizzati nei racconti presenti sono di proprietà MTM Productions / 20th Century Fox, e sono utilizzati senza il permesso degli autori e non a fini di lucro.

NOTA DELL’AUTRICE: Prima di tutto vorrei chiarire che questo testo è in realtà una traduzione dal francese, quindi non è del tutto “originale” se così si può dire. L’ho scritto io, su questo non c’è dubbio, sia la versione francese che quella italiana. Il secondo appunto che vorrei fare è che il testo originale è quello francese, pensato e scritto interamente in francese, per questo lo stile è leggermente diverso dal mio solito modo di scrittura.
Ultima cosa, ma sicuramente la più importante: il testo parte da una traccia definita, fa parte di un challenge, una sfida proposta da Karine, webmaster di un sito francese su Jarod (ecco spiegato l’insolito fatto che io mi sia messa a scrivere in francese di punto in bianco…), e prevede che il racconto sia composto da un massimo di 5000 parole, che vi sia qualcuno che mangia Pez, che si faccia riferimento ad un matrimonio, ma che non può essere quello tra Jarod e Miss Parker, che Jarod faccia una nuova scoperta (tipo i gelati o Mr Patata, …), e che ci sia la descrizione dettagliata di una scena della quale viene data immagine (Jarod e Miss Parker che si guardano, lui ha la giacca di pelle e gli occhiali da sole, lei un tailleur e le braccia dietro la schiena, i capelli sollevati dal vento, entrambi hanno un’espressione tesa, dietro di loro un muro bianco e il pavimento di cemento – la scena è tratta dalle puntate conclusive della 2^ serie, quando Miss Parker sta riconducendo Jarod, Angelo e Davy Simpkins all’aereo che li riporterà al Centro, ma poco importa che cosa stavano facendo là, l’importante è che ci sia in un qualche contesto nella fanfiction).
L’idea principale – quella dello gnomo – mi è venuta incredibilmente guardando la copertina della videocassetta de "Il Meraviglioso Mondo di Amélie" (giusto per star in tema!)… et voilà. La nota è quasi più lunga del testo, ah ah! ^__^ Buona lettura!
PS: se volete leggere la versione francese vi basta raggiungere il sito www.inthemoonlight.com/fanfictions io, lì, sono REi. ^__^


«Che cos’è quel coso?» chiedo con curiosità alla ragazza.
Zoey ride e mi guarda con quello sguardo strano: «Ma come, è evidente, è uno gnomo.»
Uno gnomo? Vedo bene che ha un cappello rosso a forma di cono sulla testa e che è piccolo, con la barba e i baffi lunghi e bianchi, vestito come qualcuno che vive nei boschi, ma…
«Che cosa te ne fai di uno gnomo nel tuo giardino?» le chiedo osservando più da vicino il sorriso dell’ometto.
«Ma Jarod! - lei si inginocchia accanto a me e al piccolo abitante del giardino - È una statua, è semplicemente per abbellire il giardino.»
Quando mi volto verso di lei per porle altre domande lei si sporge su di me e mi bacia. Un piccolo bacio sulle labbra. Poi si alza ridendo come una bambina, corre all’interno della casa salendo a due i quattro gradini che portano al portico.
Uno gnomo da giardino. Devo convivere con uno gnomo nel mio giardino. Lo osservo con sospetto e gli sussurro a bassa voce: «Attenzione, sei piccoletto, vedo bene, ma prova solo una volta a sbirciarle sotto la gonna, o solamente una volta a farle delle avances… e ti giuro che ti confinerò in garage! Capito?»
Sento la risata cristallina di Zoey.
È tutto ciò che mi ricordo di quel giorno. Tutto il resto è scomparso.
Vedo la luce sopra di me, i soffitti bianchi e posso sentire le mani che si posano su di me. Non sono gentili, non c’è gentilezza qui. Dovunque qui sia.
E poi più nulla. Sono così stanco. Ho sonno. Forse se dormo qualche ora andrà meglio. Sono così stanco.
«Jarod! - mi grida nelle orecchie - Non ti addormentare!» mi ordina. La sua voce è rauca e un po’ affannata. L’istante seguente sento un dolore intermittente che parte dalla mia guancia e percorre tutto il mio corpo. Mi ha schiaffeggiato violentemente e continua a gridare.
Ho una vaga coscienza del calore del suo corpo contro il mio. Mi trascina lungo il corridoio, il soffitto è bianco, proprio come i muri ed il pavimento. I miei piedi sono molli, non vogliono più sostenermi e lascio che strascichino lungo il corridoio. È lei che sostiene il mio peso e mi domando – nonostante io sia ancora semi-incosciente – come può questa donna avere tanta forza e volontà.
«Jarod! - mi chiama di nuovo - Svegliati! Ho bisogno che tu sia sveglio!»
Non posso farci niente, sono troppo stanco, se solo tu sapessi quanto sono stanco… ho così tanta voglia di dormire…
Lei apre una porta a sinistra del corridoio e mi spinge in una stanza asettica. Vedo tutto talmente bianco, colpisce gli occhi, fa male a guardarlo, chiudo gli occhi. Lei mi lascia cadere su una sedia di legno e mi colpisce ancora con ancor più violenza di prima – se mai è possibile.
«Jarod, ti prego, ho bisogno di te per uscire da qui!»
Si, lo so. Lo so… so che non posso addormentarmi, ma non funzionerà. I sedativi che mi hanno somministrato sono molto più forti della mia volontà, in questo momento.
«Jarod? - è ancora la sua voce - Che cosa devo fare? Rispondimi!»
Lo vorrei tanto…
«Adrena…» balbetto, ma mi manca il fiato, non ho forze, sono troppo stanco.
«Cosa?»
Lancio un sospiro più profondo e riesco a mormorare: «Adrenalina…»
«Adrenalina? - ripete stupidamente - Ma si! Adrenalina!»
Non posso vederla trafficare, ma sento i rumori, le bottiglie che cadono e si frantumano al suolo, le scatole di cartone dei medicinali che volano… e poi lei si ferma.
«Adrenalina!» sussurra.
Mi stringe attorno al braccio un laccio emostatico e sento l’ago forarmi la pelle e il liquido scorrere nelle mie vene.
È come un elettroshock, riprendo improvvisamente tutte le mie funzioni e la mia mente accelera tutto d’un colpo fino al presente: Miss Parker è chinata su di me e mi interroga con lo sguardo, i suoi occhi sono più blu di prima. Mi vuole qualche istante prima di potermi rialzare.
«Non abbiamo tempo.» mi dice lei voltandosi verso la porta e afferrandomi per la mano destra.
La seguo fuori nel corridoio, lei comincia a correre e io faccio lo stesso. Corre davanti a me, posso vedere i suoi capelli neri ricadere sulle sue spalle ad ogni passo. Ha un tailleur nero e un paio di stivali a tacchi alti… non è proprio la mise che avrei scelto per venire a liberarmi, ma, dopotutto, è sempre Miss Parker…
Si muove con la furia e l’eleganza di una tigre, davanti a me, poi si ferma improvvisamente e mi spinge indietro con una mano sull’addome. C’è qualcuno che corre nel corridoio che si apre a destra. Forse tre o quattro persone. Sono armati, ovviamente. Hanno scoperto la mia assenza, non usciremo da qui… Merda!
Girano l’angolo e sono ora davanti a noi. Miss Parker lancia il suo pugno dritto sul viso del primo soldato e questo cade tra le braccia di un altro. Il terzo non ha tempo di respirare, lei ha già la sua mitraglietta in mano e gliela schianta sulla testa nuda mentre io mi occupo del secondo che si è liberato del compagno.
Abbiamo delle armi, ora. È stato un po’ troppo facile.
Mi accorgo di avere solo dei jeans e una maglietta nera di cotone addosso. Per il momento non ho freddo, ma che cosa accadrà quando usciremo? Fermo Miss Parker quando vedo attraverso un oblò la camera nella quale mi hanno portato quando sono arrivato qui: ci sono ancora i miei vestiti sul tavolo con le manette.
Lei mi mette fretta con lo sguardo mentre indosso la mia giacca di pelle nera.
Non c’è tempo. Ci hanno visto. Ci inseguono. Lei mi spinge all’esterno e sono investito tutto d’un tratto da una luce accecante e un colpo di vento glaciale solleva i suoi capelli. Il sole è alto sulle nostre teste, i suoi capelli brillanti sotto la luce volano attorno a lei quando si gira per sparare con la mitraglietta, intanto che io indosso gli occhiali da sole che ho trovato nella tasca. Ecco: non abbiamo più inseguitori. Per lo meno non abbiamo più inseguitori troppo vicini. È incredibile questa donna, dalle un’arma e si sbarazzerà di chiunque in un nulla, interrogala a proposito dei suoi veri sentimenti e non saprà cosa risponderti.
Il cortile è grande e non c’è nessun posto nel quale nascondersi in caso di sparatoria. La struttura è bianca anche all’esterno – da far male alla testa – e il suolo è cementato. Ha tutta l’aria di un ospedale… se non fosse per i soldati. Tutto intorno gli alberi. Cosa faremo per uscirne?
«C’è una ferrovia che corre a poco più di dieci chilometri in direzione ovest.» mi informa. Bene, prenderemo il treno, ma bisognerà camminare. E bisognerà camminare velocemente. Sento ancora le grida dei nostri inseguitori, ma non capisco cosa dicono.
«Dove siamo?» le domando.
«Ucraina.»
«Cosa?» rido un po’ scioccato. Mi giro verso di lei credendo di aver capito male. Ma lei è seria, le palpebre socchiuse a causa della luce intensa. Un altro colpo di vento glaciale spazza il luogo e i suoi capelli neri volano. Sento più chiaramente gli ordini dei soldati, e ora noto che è russo, nonostante io non sappia una parola di russo.
«Dopo, sul treno.»
Continuiamo a correre fino all’altra parte del cortile, attraverso un buco nella recinzione che lei aveva utilizzato per entrare, poi nel bosco.

«Come è possibile che mi sia ritrovato in Ucraina?»
Miss Parker sospira e si siede al suolo del vagone merci in un angolo creato da due casse di bottiglie di vodka, davanti a me. Cerca di massaggiarsi il collo con una mano e con l’altra trattiene i capelli. Gli occhi chiusi, il viso contratto, so che non ha voglia di parlare adesso, ma io devo sapere.
«Un mese fa abbiamo scoperto che c’era una talpa al Centro. Era un agente doppiogiochista che lavorava per un gruppo paramilitare che si fa chiamare STF, o qualcosa di simile; hanno scoperto dei documenti che ti riguardano e hanno cercato di catturarti per sfruttare le tue abilità come vorrebbe fare il Centro.»
Ha appena ammesso che il Centro non ha buone intenzioni nei miei confronti senza battere ciglio. È proprio di Parker: lei nega la verità finché non è costretta a sbatterci la testa.
«E hanno inviato… te per liberarmi?!»
«Sono l’unica che parla russo.» mi spiega semplicemente.
Non fa una piega.
«Un gruppo paramilitare è riuscito a catturarmi in meno di un mese di ricerche…» non posso terminare la frase, è già abbastanza per meritami uno sguardo fulminante da parte sua: sono quasi cinque anni che lei cerca di incastrarmi.
«Non sarebbe mai successo se solamente tu non avessi fatto quella sciocchezza…» lancia lei.
«Quella “sciocchezza”… - alzo la voce puntando il mio indice sul suo viso per zittirla - Era il mio matrimonio.»
È la prima volta che lo affermo a voce alta. Ed è a lei che sto chiarendo che adesso dovrei essere un uomo sposato.
«Bene… - lei alza le spalle - Tu puoi sposarti, puoi costruirti una famiglia, avere dei bambini, puoi persino decidere di renderti irreperibile per il Centro, ma… - ha l’aria arrabbiata, lo sento nella sua voce, nel modo in cui serra i denti parlando - almeno non mettere i manifesti!»
È in questo momento che il mio sguardo si abbassa. Non è colpa mia. Io non volevo, credi davvero che avrei messo quell’annuncio?! Credi che sia completamente impazzito?!
«Non è colpa mia - le spiego - La famiglia di Zoey ha messo l’annuncio di matrimonio su quel giornale. Io non volevo, ma… loro non sanno nulla, quindi…» mi zittisco, ho già detto abbastanza.
Anche lei rimane in silenzio per qualche minuto. Il treno ci scuote da due ore e dobbiamo rimanere bloccati qui fino a domani all’alba, credo, quando raggiungeremo la stazione di Jarostaw, Polonia.
La sua voce è un po’ rauca quando parla di nuovo : «La tua bella si chiama Zoey, quindi…» mormora.
Non sono nemmeno sicuro di aver ben capito.
«Si.» rispondo in un soffio. Lei ha gli occhi chiusi, le braccia attorno alle gambe piegate al petto. Ha freddo. Lo so perché ho freddo anch’io e la temperatura si abbasserà man mano che il sole tramonta. Ispeziono le mie tasche e riesco a trovare un tubo di Pez. Ne offro qualcuno a Miss Parker con lo sguardo, ma lei scuote la testa. Io mangio, ho fame, anche se so che questo non la calmerà affatto. Ma perché siamo capitati in un vagone dove ci sono solamente casse di vodka!?
«Com’è lei? - mi chiede sullo stesso tono sussurrato. Io alzo gli occhi stupito finché lei non fa lo stesso e puntandomi il suo sguardo sdegnoso in viso rettifica: - No, ritiro tutto, non volevo impicciarmi dei fatti tuoi.»
Non posso trattenermi dal sorridere. Adoro il suo modo di essere curiosa e orgogliosa allo stesso tempo. Sospiro e mi alzo per andar a prendere posto più vicino a lei, ogni mio movimento seguito dal suo sguardo sospettoso. Volto il viso per leggere i suoi occhi e lei si sistema meglio alla mia presenza. Il calore che il suo corpo rilascia mi invade improvvisamente, ed è lontano dall’essere sgradevole. La sua respirazione è sincronizzata alla mia.
«È bella. - le rivelo - È piccola, è quasi un riflesso volerla proteggere. - mi volto e vedo che lei mi fissa, quindi continuo: - Ha gli occhi nocciola e i capelli rossi, la pelle bianca come il latte… è così carina, così dolce, così piena di vita, e mi fa ridere. Non voglio che qualcuno possa farle del male, farla soffrire…»
Miss Parker posa lo sguardo al suolo, tra i suoi piedi. Ora, non so per quale motivo, sento qualcosa in fondo a me che urla con forza e vedo nella mia mente l’immagine della ragazza dai capelli rossi che mi aspetta sotto il portico della sua casa con un sorriso sulle labbra che non vedevo da anni. Da quando Miss Parker non sorride più. Zoey… dovrei essere suo marito adesso, e invece sono qui, perduto da qualche parte nell’Europa dell’est, su un treno con un’altra donna. Non mi sono nemmeno accorto che le lacrime stavano cominciando a salirmi agli occhi.
«Credi davvero di poterla proteggere dalla sofferenza che c’è là fuori, Jarod?»
Questa domanda piomba inattesa. E resto per un istante a bocca aperta.
Prima che possa rispondere lei continua: «Non ti sei mai accorto che tu fai del male agli altri al posto di aiutarli?»
Ci guardiamo negli occhi entrambi seri per qualche secondo. Devo proprio ammettere che ha ragione.
«Parker…»
«Non puoi veramente pensare di poter trascorrere una vita tranquilla con una ragazzina qualunque. Tu avrai dei problemi anche per le cose più semplici come un annuncio di matrimonio su un giornale locale. Può darsi che lei sia la migliore delle mogli, ma… se l’ami veramente, come puoi imporle la tua falsa vita, le tue bugie, le tue dissimulazioni?»
La fisso stupito. Non riesco neppure a pronunciare una parola. Lei parla a bassa voce, ma il suo sguardo mi ha abbandonato di nuovo. Improvvisamente l’immagine del piccolo gnomo da giardino si manifesta nella mia mente, e come un flash sparisce.
«Parker…»
«Io non so nulla su questa donna, ma tu devi renderti conto che non potrai mai darle ciò di cui ha bisogno.»
Rabbrividisce. Non so se a causa del freddo o di ciò che mi ha appena detto.

Miss Parker si è addormentata. Ha chiuso gli occhi e dopo qualche minuto ha lasciato ricadere il capo sulla mia spalla. Io non posso addormentarmi. Non più dopo ciò che mi ha rivelato. Ha ragione, io non faccio che causare sofferenza a coloro che amo di più, a cominciare da Zoey. Lei conosce tutta la storia perfettamente, ha persino avuto un incontro ravvicinato con Lyle e Cox. È sufficiente per decidere di non voler aver più niente a che fare con me, ma lei è rimasta.
E io… quando ero su Carthis non ho pensato a Zoey, ai suoi occhi nocciola che mi sorridevano ogni volta che incontravano i miei. Avevo Miss Parker. E lei è qui adesso, proprio come su quell’isola, accanto a me, intirizzita dal freddo.
Il piccolo gnomo da giardino.
È sempre là ad impormi la sua minaccia, a ricordarmi che io non ho famiglia, non ho affetti, né vita. Non avrò mai un’esistenza normale, una casa, dei bambini, uno gnomo nel mio giardino, appunto. Un velo mi copre gli occhi, non posso più vedere chiaramente, le ombre sono deformi e il rumore del treno che ci scuote diventa poco a poco lontano. Chiudo gli occhi e tre grosse gocce cadono dalle mie guance. Non c’è null’altro che il sorriso tagliente del piccolo gnomo.
Sento che lei si muove. Una delle mie lacrime è caduta sulla sua fronte. Lentamente alza la testa, i suoi capelli mi solleticano ancora.
Dopo un momento mormora: «Jarod?» la sua voce rauca. Non ho voglia di risponderle. Lei si sporge verso di me, sento il suo respiro sulla tempia, e con un dito mi asciuga le lacrime.
Io apro gli occhi e l’osservo. È scuro nel vagone, dietro le casse di merci, ma i raggi della luna penetrano ugualmente ad illuminarle il viso assonnato.
«È troppo presto, non arriveremo che alle sette.» mi sgrida.
Lo so. È solo che non riesco… non voglio addormentarmi.
«Io… - comincio mormorando - io non ho diritto ad essere felice?»
Lei si volta verso di me, ora completamente sveglia: «Oh, ti prego, non ricominciare con questa storia, sono troppo stanca adesso!»
«Eppure, - insisto - è la verità.»
Lei non risponde. Attendo un istante. Sospira e si stringe un po’ più a me per ritrovare quel calore che le aveva permesso di addormentarsi.
«Noi siamo uguali. - le dico. Lei non si volta, gli occhi fissi a terra, le braccia attorno alle gambe. Sorrido tristemente continuando: - Non abbiamo la possibilità di avere una vita ordinaria, normale… Non avremo mai uno gnomo da giardino.»
«Cosa?»
Ecco, lo gnomo da giardino diventa improvvisamente la cosa più desiderabile al mondo, la rappresentazione di tutto ciò che manca nella nostra vita: una famiglia, qualcuno che ci ama, qualcuno da amare. E io stavo per averlo quello gnomo nel mio giardino…
«Siamo uguali, - le ripeto - perché il Centro ci possiede. Io non potrò mai avere una famiglia mia, proprio come tu non hai potuto averla.»
Thomas… Vedo l’inquietudine nei suoi occhi quando li solleva per fulminarmi con lo sguardo, le mani contratte sul tessuto dei pantaloni.
«No, Jarod, - mi corregge con voce tagliente - io ho tutta intenzione di avere una vita mia, lontana dal Centro: quando tu sarai rientrato io sarò libera di andarmene e nulla mi impedirà di tagliare ogni collegamento con quel luogo sordido.»
Rido. E le dico, in un tono derisorio che la farà infuriare ancor di più: «Lo vedi, siamo uguali. Io non ho intenzione di rientrare al Centro.»

«Si?»
Non mi aspettavo questa risposta. Credevo che avrebbe sbraitato il suo proverbiale “Cosa?” seccato nella cornetta, ma il suo tono è stato neutro.
«Volevo solo sapere come sta la tua costola.»
Lei sospira irritata, posso persino immaginarla chiudere i suoi occhi blu e provare a respingere faticosamente gli insulti più ingiuriosi che ha appena formulato nella sua mente, e che sono tutti rivolti a me.
Maledetto Jarod, dannato Jarod…
«È rotta.» “Ed è colpa tua!” non l’ha aggiunto, ma sono sicuro che è esattamente quello che vuole dire la sua affermazione tra i denti.
«Mi dispiace, non volevo…» È la verità, non è solamente tanto per dire. Non avevo intenzione di farle male quando ho cercato di liberarmi all’aeroporto, non volevo… spingerla a terra.
«Lo so. - risponde seriamente - Pensavo… Ho aperto il tuo regalo.» ammette un po’ esitante. Le ho inviato un pacchetto quando sono rientrato.
«Quindi?»
«È un… uno gnomo da giardino.»
Si. È uno gnomo da giardino. Sorrido nella penombra al vento freddo che mi accarezza le gote, ma i miei occhi non sono felici, la mia anima neppure. Ho perduto tutto, come il sogno svanisce all’alba, anche i miei desideri si sono disciolti con i primi bagliori di coscienza.
«È un ricordo. Per non dimenticare mai cosa potrebbe essere la tua vita fuori dal Centro.»
«Non ho bisogno di uno gnomo per ricordarmene, mi basta sapere che tu sei ancora Dio solo sa dove.»
La sua collera mi fa ridere, adoro il suo tono irritato. Adoro la sua voce, il suo modo di muoversi, il suo mento sdegnoso, lo sguardo sprezzante. Adoro spingerla al limite: quando è arrabbiata la ragazzina che ho conosciuto tanto tempo fa frantuma la maschera glaciale che si è costruita.
«Parker, tu credi che… un giorno, ci sarà anche per noi la possibilità di recuperare il tempo perduto?»
Lei non risponde immediatamente. Attendo. In vano.
«Parker? Sei ancora lì?»
«Jarod, io… - comincia stentatamente - voglio vederti.» conclude in un soffio.
Devo ammettere che non mi aspettavo neppure questa frase. Sono rimasto a bocca aperta per un intero secondo, credo. Ma è con Parker che sto parlando al telefono. Non si sa mai se è lei stessa o se è un’altra trappola del Centro.
«Anche io.» mormoro.
Anche io… Sono serio. Sento che lei trattiene il fiato.
«Cosa?» grida nella cornetta.
Sono serio, è vero, ma non sono stupido. Rido. Un risolino benevolo con gli occhi al cielo.
«Prendimi se vuoi.» le lancio.
«… se posso… - mi corregge lei - vorrei davvero metterti le mani addosso. Dove sei in questo momento?» mi domanda con nonchalance.
«Non puoi veramente sperare che io ti riveli dove sono, vero?»
«Sento il suono del mare, sei in spiaggia, hai la giacca, quindi non è così caldo… ho indovinato?»
Ha proprio indovinato. Deve aver sentito le onde infrangersi dolcemente sulla sabbia, e il fruscio della mia giacca mentre mi muovevo. Nemmeno lei è stupida.
«Mi catturerai se mi distraggo.» le dico ridendo.
«Aspetto con impazienza la tua distrazione. Ora, mi hai chiamata per…?» taglia corto lei.
Io sospiro un po’ deluso e mormoro prima di riattaccare: «Spero che la tua costola vada meglio.»
È il suo turno di sospirare.

(scritto da Camilla)


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