Il Camaleonte Fan Fiction

Un angelo dagli occhi tristi


TRAMA: New York. Una ragazza viene rapita e un agente dell'FBI, Jarod, viene incaricato di riportarla a casa. Quattro mesi dopo lei racconta cosa accadde...

DATA DI COMPOSIZIONE: 11 febbraio 2001

ADATTO A TUTTI

TUTTI I PERSONAGGI DELLA SERIE "JAROD-IL CAMALEONTE/THE PRETENDER" UTILIZZATI NEL RACCONTO PRESENTE SONO DI PROPRIETA' MTM PRODUCTIONS/NBC TELEVISION/TNT TELEVISION E SONO UTILIZZATI SENZA IL PERMESSO DEGLI AUTORI E NON A FINI DI LUCRO
Il racconto è di proprietà del sito Jarod il Camaleonte Italia


Strano come alcuni avvenimenti possano cambiare così radicalmente la vita di una persona... Quando poi capita di incontrare individui speciali come quello che ho incontrato io, tali cambiamenti possono essere davvero unici.
Mi chiamo Sabine, ho ventuno anni e fino a quattro mesi fa ero un'altra persona. E, a dirla tutta, oggi la persona che ero non mi piace più molto. Sono nata a New York ma ho sempre vissuto a Long Island, mio padre è un industriale piuttosto conosciuto, produce componenti elettronici per molte aziende ma principalmente per la N.A.S.A. e per la Difesa. Mia madre è una cantante lirica famosa, è stato suo l'onore di intonare l'inno americano durante l'ultima visita del Presidente a New York, alcuni mesi fa. La mia infanzia è stata spensierata ma, me ne rendo conto solo ora, non felice. Ho avuto tutto quello che una bambina può desiderare, tranne una famiglia. Vedevo i miei genitori solo nei fine settimana a meno che mamma non fosse in tourneè da qualche parte, in quel caso vedevo solo mio padre. Ho imparato a suonare ben tre strumenti: il pianoforte, l'arpa ed il violino, ma non mi sono mai esibita in pubblico, nonostante la mia abilità sopratutto con la seconda, poiché ho sempre pensato che una donna di spettacolo in famiglia è più che sufficiente. Oltretutto sono sempre stata molto timida, il che non è l'ideale per salire su un palcoscenico. Ho seguito i desideri dei miei genitori fin dalla nascita, frequentando le scuole che dicevano loro e le amicizie che ritenevano adatte, senza mai neppure pensare di fare diversamente fino a che fu il momento di andare al college. I miei volevano fare di me un avvocato od un politico ma il mio grande amore per le scienze e per l'astronomia mi diede il coraggio di rifiutare così, dopo essere riuscita a convincerli, avevo preso Astrofisica, dopo tutto l'idea di avere uno scienziato in famiglia era allettante, non trovate?
Ero a metà del secondo anno quando mi accadde qualcosa di tremendo e potenzialmente fatale: fui rapita. Accadde un pomeriggio sul tardi mentre uscivo dal laboratorio di Fisica, mi ero trattenuta fino a quell'ora per recuperare un'esercitazione che avevo perso, a causa di un raffreddore, e mi stavo dirigendo verso la mia macchina quando un furgoncino di quelli piccoli mi si affiancò, fermandosi con il finestrino del passeggero abbassato.
- Mi scusi, signorina, mi potrebbe dare un'informazione? - aveva chiesto una voce dall'interno.
- Certamente.- avevo risposto fermandomi.
Poi successe tutto in un momento. Qualcuno da dietro mi afferrò e mi chiuse la bocca di modo da impedirmi di urlare, fui caricata di forza sul furgone e legata. Mi premettero un fazzoletto sulla faccia ed io feci appena in tempo a percepire l'odore del cloroformio prima di svenire.
Mi svegliai molto più tardi. Ripresi conoscenza lentamente, mi resi conto di essere legata ma non bendata, in bocca avevo un sapore amaro e non riuscivo a percepire nessun odore conseguenza, probabilmente, del cloroformio. Mi guardai intorno cercando di capire dove mi trovassi ma ciò che scoprii non mi fu di molto aiuto: ero in una camera da letto probabilmente nella mansarda di qualche casa monofamiliare, visto il soffitto spiovente. Mi resi conto allora del silenzio: non si sentivano voci di passanti, motori di auto o di qualunque altro mezzo, solo silenzio e, di quando in quando, il cinguettare di qualche uccellino. Non ero più in città. Mi misi a sedere cercando di non fare rumore e guardai fuori dalla finestra poco lontana: montagne e boschi. Spalancai gli occhi, dove diavolo mi trovavo? In quel momento si aprì la porta ed entrò un uomo col volto coperto da un passamontagna.
- Ti sei svegliata finalmente.-
- Mi sarei svegliata prima se aveste evitato di anestetizzarmi. Chi siete e cosa volete da me? -
- Da te nulla, dolcezza, è dal tuo paparino che vogliamo qualcosa. Dieci milioni di qualcosa, a dire il vero.-
- Dieci milioni! - esclamai - State scherzando? - 
- No, direi proprio di no. E se adesso stai ferma un momento, - disse mettendomi in grembo il giornale del giorno - faremo in modo che tuo padre sappia che sei viva e stai bene così potrà mettere insieme i soldi.- concluse scattando una foto.
- Non pagherà.- dissi.
- Prega che lui sia di altro avviso, la tua salute dipende da questo...- disse andandosene.
Rimasta sola mi guardai in giro poi abbassai gli occhi sul giornale, che era scivolato sul letto, e lessi la data: 12 marzo 1999. Sussultai, dalla sera del rapimento erano passati quattro giorni! In quattro giorni, con un po' di organizzazione, potevo essere arrivata anche in Canada!Mi ordinai di respirare profondamente e di calmarmi. Il mio primo istinto fu di fuggire ma mi resi conto dell'impossibilità della cosa. Riuscii a calmarmi e decisi almeno di provarci, fortunatamente mi avevano legato le mani davanti così, chinatami, iniziai a sciogliere, con un po' di pazienza, la corda che mi stringeva le caviglie. Fu un lavoro lungo, chiunque aveva fatto quei nodi o era un marinaio o era un perfetto boy-scout. Quando finalmente riuscii a liberare le gambe mi alzai e, camminando lentamente, mi avvicinai con cautela alla finestra. Come avevo già notato ero circondata da montagne coperte di boschi e verso sinistra riuscivo ad intravedere il luccichio dell'acqua: un fiume o forse un piccolo lago. Cercai di orientarmi attraverso la posizione del sole prossimo al tramonto e, contemporaneamente, controllai se c'erano guardie, sentieri o automezzi ma, dalla mia posizione, nulla di tutto questo era visibile. Pensai che, da un certo punto di vista, questo poteva giocare a mio favore: se fossi riuscita a calarmi fino a terra e a raggiungere il folto bosco che iniziava a pochi metri dalla casa, forse sarei riuscita a guardarmi meglio in giro e, magari, a prendere la loro macchina o qualunque cosa avessero. Sempre che avessero qualcosa... Provai a liberare i polsi ma questi, così come era stato per le caviglie, erano molto ben legati: l'unica possibilità sarebbe stata quella di tagliare la corda. A quel pensiero feci una smorfia: avrei voluto tagliare la corda in tutti i sensi. Mi riscossi e mi guardai intorno cercando qualche oggetto che potesse aiutarmi in tal senso ma sembrava che la cosa più affilata in quella stanza fossero gli spigoli della parete rientrante accanto alla finestra. Mi appoggiai col fianco cercando di trovare una soluzione quando mi accorsi del rumore di passi in avvicinamento. Svelta tornai a sedermi sul letto e riavvolsi la corda intorno alle caviglie, finii appena in tempo, mi ero infatti appena raddrizzata quando la porta si aprì. Entrò un uomo col volto coperto come il primo ma di corporatura diversa, reggeva un vassoio con del cibo che posò accanto a me.
- La cena.- disse e se ne andò.
Ripresi a respirare normalmente solo quando udii i suoi passi allontanarsi. Guardai il vassoio sul quale erano posati un piatto contenente una bistecca ed una patata arrosto, il tutto già tagliato, sul vassoio, infatti, era presente solo la forchetta oltre ad un bicchiere d'acqua. Mi resi conto solo allora di avere fame e, vista la mia decisione di tentare la fuga, decisi che sarebbe stato stupido non mangiare. La guardia tornò mezz'ora dopo a riprendere il vassoio, mi fu concessa una visita al bagno quindi mi riportò nella stanza e fui lasciata sola. Passai parte della notte vagliando tutte le possibilità, mentre ero in bagno avevo origliato la conversazione tra i due sorveglianti fuori dalla porta e avevo scoperto che l'indomani mattina tre dei quattro rapitori sarebbero andati nella cittadina più vicina a fare provviste. Mi ero resa conto che quello sarebbe stato il momento migliore per fuggire poiché avrei dovuto vedermela con una guardia sola. Forse se fossi riuscita ad attirarlo di sopra avrei potuto colpirlo in qualche modo, dopo tutto avevo i piedi liberi, e forse sarei riuscita a trovare qualcosa di affilato per liberarmi anche i polsi. Mentre quei pensieri mi passavano per la testa mi ero fermata a considerare quello che stava accadendo: ero sempre stata timida, introversa e priva di iniziative, ero sempre stata in disparte lasciando che la vita semplicemente mi scivolasse addosso senza coinvolgermi nei suoi cicli ed increspature. Eppure adesso ero riuscita ad avere la forza d'animo per non lasciarmi andare alla paura e alla disperazione derivate dalla mia precaria situazione e stavo perfino elaborando un piano di fuga. Per la prima volta scoprivo di avere almeno un po' di carattere e la cosa mi piaceva, forse ero sempre stata inerte perché fin da piccola ero stata abituata ad esserlo da coloro che avevano preso le decisioni al mio posto, primi fra tutti, purtroppo, i miei genitori.
Venne il mattino, sentii un po' di agitazione al piano di sotto poi il rumore delle portiere di una macchina che venivano aperte e chiuse quindi il motore che si allontanava. Attesi immobile fino a che non fui certa che non ci fosse nessuno in giro poi liberate nuovamente le caviglie mi avvicinai piano alla finestra e guardai fuori: nessuno in vista, la guardia doveva essere in casa. Stavo per chiamarla quando sentii uno strano tonfo, mi immobilizzai spaventata ma non sentendo altro mi avvicinai alla porta per ascoltare. Fu allora che udii il rumore dei passi: qualcuno si stava avvicinando. Decisi di giocare sulla sorpresa e mi appiattii accanto alla porta, quando questa si aprì scattai facendo una mezza giravolta con una gamba alzata e mi ritrovai per terra.
- Maledizione! Nei film funziona sempre! - esclamai.
- Questo perché nei film hanno controfigure allenate.- mi rispose una voce che non avevo mai sentito.
Alzai lo sguardo sul mio interlocutore che si era acucciato accanto a me.
- Il mio nome è Jarod,- disse - sono venuto a portarti via.-
- Come faccio a sapere che non sei il rapitore rimasto? - gli chiesi con aria di sfida.
- Perché è di sotto privo di sensi e legato. Si sveglierà con un brutto mal di testa.- concluse sorridendo.
Si alzò e mi aiutò a fare altrettanto poi estrasse un coltello da caccia e mi liberò le mani, quindi mi fece segno di seguirlo e scendemmo. Il rapitore era effettivamente steso a terra e legato, dalla corporatura lo riconobbi per quello che mi aveva portato la cena la sera precedente. Desiderai prenderlo furiosamente a calci ma l'uomo che si era presentato come Jarod mi prese per mano e mi portò fuori.
- Dobbiamo sbrigarci, gli altri non staranno via per molto.- disse.
- Dove è la tua macchina? - gli chiesi non vedendo nessun mezzo in giro.
- In quella direzione,- disse indicando verso il monte dietro alla casa - ad un giorno di marcia.-
- E qui come ci sei arrivato, volando? -
- No, camminando. Esattamente come faremo per andarcene. Vieni muoviamoci.- così dicendo si incamminò e a me non rimase che seguirlo.
Ci addentrammo nel bosco che divenne più fitto a mano a mano che ci allontanavamo dalla casa, stavamo camminando da neppure un'ora quando sentimmo il motore di una macchina, mi sentii attanagliare dal panico ma lo dominai.
- Maledizione! - esclamò la mia guida - Speravo in un po' più di vantaggio. - mi guardò - Dobbiamo accelerare il passo, te la senti? -
- Non credo di avere alternative, salvo forse essere ricatturata e di questo ne faccio volentieri a meno.-
Così accelerammo, fino quasi a correre, facendo attenzione a non lasciare tracce troppo evidenti e facendo il minor rumore possibile. Passò pochissimo tempo che nei pressi dove sorgeva la casa si sentirono delle grida: la caccia era cominciata. Affrettammo ancora il passo dirigendoci sempre verso la cima del monte poi, ad un certo punto, Jarod si fermò e mi fece passare davanti indicandomi una formazione rocciosa a circa un chilometro di distanza.
- Vedi quelle rocce laggiù? - chiese - Continua verso di esse,- proseguì al mio cenno affermativo - sul versante opposto a quello visibile c'è un piccola frana sedimentata che ti permetterà di scalarle: raggiungi la cima e nasconditi nel sottobosco. Aspetta quindici minuti, non di più, se non riuscissi ad arrivare prosegui lungo la costa del monte tenendo quelle rocce alle tue spalle, in quattro ore arriverai ad un torrente seguilo verso la foce, se tieni un passo sostenuto dovresti raggiungere una strada sterrata prima del tramonto. Percorrila per duecento metri in discesa e in un piccolo spiazzo troverai un fuoristrada verde scuro.- mi diede delle chiavi - Prendilo e vai sempre verso il basso quando arriverai sulla strada asfaltata vai a sinistra, il centro abitato più vicino si trova a due ore da li. Tutto chiaro?-
- Che vuoi fare? - 
- Preparerò qualche trappola per i nostri amici. Ricordati cosa ti ho detto, vai.-
- Cosa farai se non ti aspetto? - gli chiesi.
- Non preoccuparti per me. Quando raggiungi la città vai dritta dallo sceriffo e raccontagli cosa è successo. Io me la caverò, me la cavo sempre.- concluse sorridendo.
Mi fece segno di proseguire e tornò in dietro. Rimasi un momento immobile poi mi avviai verso le rocce, continuai a guardarmi indietro fino a che le raggiunsi sperando di vederlo arrivare. Quando fui dalle rocce gli girai intorno e, trovata la frana, iniziai ad arrampicarmi. Arrivata in cima invece di nascondermi, come mi aveva detto, mi sdraiai pancia a terra e osservai la direzione da cui ero venuta tenendo l'orologio davanti agli occhi. Avevo una paura tremenda e continuavo a pregare che arrivasse per poter proseguire, tremavo dalla testa ai piedi mentre cercavo di convincermi che sarebbe andato tutto bene. Osservavo il bosco controllando lo scorrere dei minuti, uno, due, cinque, dieci... Venne il quindicesimo minuto ed io lo lasciai passare: non riuscivo ad accettare l'idea di andarmene lasciando Jarod a vedersela da solo con i nostri inseguitori. Dopo tutto lui aveva rischiato la sua vita per venire a salvarmi, il minimo che potessi fare era aspettarlo nonostante il timore di essere ricatturata. Strano come mi fosse stato facile affidarmi a lui, c'era qualcosa nei suoi occhi che mi aveva spinto a fidarmi istintivamente di quell'uomo, una dolcezza ed una comprensione profonda che mi erano sconosciute. Mi riscossi vedendo qualcosa muoversi e sospirai sollevata quando riconobbi Jarod. Attenta a non farmi vedere rotolai fino al sottobosco e, alzatami, mi avviai nella direzione che mi aveva indicato. Mi raggiunse in pochi minuti e mi affiancò.
- Cosa ci fai ancora qui? A quest'ora avresti dovuto essere ad almeno un miglio di distanza.-
- Ti ho aspettato.- dissi.
- Tu cosa?! Sabine ti avevo dato quell'ordine per la tua salvaguardia. Se al mio posto ti avesse raggiunto uno dei rapitori adesso saresti di nuovo prigioniera.-
- Se tu fossi stato uno dei rapitori mi sarei messa a correre invece di tenere un passo da scampagnata. So che mi avevi detto di proseguire per il mio bene, ma non potevo semplicemente andarmene dopo che hai rischiato la vita per me. Quindi, anche per il futuro, risparmia gli ordini perché non intendo cavarmela sulla tua pelle o su quella di nessun'altro. Salvo forse la loro.- conlusi indicando le nostre spalle.
Jarod mi guardò e scosse la testa - Dovevo immaginarmelo: hai il cuore tenero.-
- Come fai a dirlo? -
- Da ciò che hai detto e dal tuo sguardo. Lo sai, gli occhi sono lo specchi dell'anima, Sabine.- concluse vedendo la mia espressione scettica.
- Chi sei tu?- gli chiesi.
- Jarod Bauer, agente speciale dell'FBI sezione sequestri. Il mio compito è quello di riportarti a casa sana e salva.-
- Ecco perché conosci il mio nome...-
- Già. I tuoi genitori sono molto preoccupati.-
- Sarebbe la prima volta.-
- Non devi dire così, ti vogliono bene. La famiglia è una cosa preziosa, dovresti apprezzarla di più.-
- Non sono io che non l'apprezzo. Mi sarebbe piaciuto molto avere una famiglia, Jarod, ma tutto quello che ho avuto e che ho sono computer dell'ultima generazione e abbonamenti alla stagione lirica del Metropolitan... La data del mio compleanno, per i miei genitori, è solo un appunto sulle loro agende, nulla più.-
- Erano molto preoccupati per te quando mi hanno chiesto di ritrovarti. Posso assicurartelo.-
- Ne sono convinta, il mio rapimento deve aver scombussolato non poco i loro programmi settimanali.-
Rimase in silenzio per un po' mentre continuavamo a camminare svelti poi sospirò.
- Forse mi sono sbagliato, forse sei più dura di quanto pensassi... O, forse, più fragile.-
Un rumore secco seguito da un grido proveniente dalle nostre spalle mi impedì di replicare. Ci fermammo un attimo voltandoci.
- Una delle trappole è scattata.- commentò Jarod prima di prendermi per mano e ricominciare a correre.
Corremmo per venti minuti buoni poi, non facendocela più lo pregai di rallentare. Mi esaudì ma non ci fermammo, avevamo sentito in lontananza il rumore di un'altra trappola ma non sapevamo se vi era rimasto bloccato qualcuno. Comunque sapevamo che almeno due uomini ci davano la caccia. Persi la cognizione del tempo mentre continuavo a camminare, avevo smesso da un po' di ascoltare le lamentele delle mie gambe doloranti ordinando loro di proseguire. A tratti osservavo l'uomo che era venuto in mio soccorso stupita dalla sua geniale inventiva. Ci eravamo fermati brevemente altre due volte e lo avevo guardato preparare ed innescare alcune trappole semplici e rudimentali ma efficaci. Dal piccolo zaino che aveva in spalla aveva tirato fuori le cose più disparate: filo di nylon, ami da pesca, trappole per topi di quelle a scatto che avevo visto solo nei cartoni animati, e altre cose che non ero in grado di riconoscere. Aveva sistemato alcuni di quegli oggetti camuffandoli in modo visibile cosicché i nostri inseguitori li vedessero e, per evitare una trappola, finissero in una ancora più grossa.
Quando ci rimettemmo in marcia la seconda volta, seguendo un sentiero che costeggiava sulla destra la parte iniziale e meno ripida di un burrone, mi porse qualcosa che aveva preso dallo zaino: un pacchetto di biscotti farciti. Grata lo aprii e, continuando a camminare, addentai il primo biscotto notando la sua espressione estasiata mentre masticava.
- Lo sai,- mi disse - esistono più di ottocento varianti di biscotti farciti. Incredibile vero? Questi non li avevo ancora assaggiati e, devo dire, sono proprio buoni!-
- Vuoi dire che li hai provati tutti e ottocento?- chiesi stupita.
- Oh, no.-
- Meno male.- mormorai.
- Al momento sono a quota trecentosedici.-
- Cosa?!- esclamai fermandomi a metà di un passo. 
Fece ancora tre passi poi si fermò anche lui e annuì per conferma, sempre sorridendo. Poi accadde il finimondo. Uno dei rapitori ci aveva raggiunto camminando un po' più a monte rispetto a noi e si era slanciato su Jarod atterrandolo. Rotolarono abbrancati fuori del sentiero sul declivio che portava all'orlo del burrone. Jarod riuscì a rimettersi in piedi, imitato dall'altro uomo, e sferrò un calcio verso il ventre dell'assalitore che, però, riuscì a schivarlo. In quel momento sentii un rumore alla mia destra e mi accorsi che stava arrivando un altro inseguitore. Spaventata mi tolsi dal sentiero e mi nascosi nel sottobosco un momento prima che arrivasse.
- Aspetta, Stan,- lo sentii dire a quello che aveva assalito Jarod - vengo a darti una mano.-
Strinsi i pugni, non potevo permettere che si mettessero in due contro uno, ma cosa potevo fare? Poggiai una mano a terra e, sotto alle mie dita, sentii la ruvidità del legno. Abbassai lo sguardo e vidi che si trattava di un pezzo di un grosso ramo nodoso. Facendo il minor rumore possibile lo raccolsi e mi avvicinai alle spalle del secondo uomo poi, prima che mi mancasse il coraggio, lo colpii in mezzo alla schiena con tutte le mie forze. Colto di sorpresa e già sbilanciato dal principio del proprio movimento ruzzolò lungo il declivio, tentò di fermarsi artigliando il terreno ma lo strato di foglie morte sdrucciolevoli glielo impedì. Rotolò fino all'orlo del precipizio e riuscì ad afferrare all'ultimo momento una radice che spuntava dal terreno con le gambe che già penzolavano nel vuoto. Tornai a concentrarmi su Jarod e sull'attaccante, continuando a lottare si erano avvicinati pericolosamente al fondo del declivio quando finirono entrambi sullo strato di foglie scivolose e caddero. Jarod era un poco più in alto rispetto all'altro e si fermò subito mentre il rapitore si ritrovò aggrappato alla roccia del bordo. Mi resi conto che se Jarod si fosse mosso avrebbe finito col cadere oltre l'orlo, se ne era accorto anche lui infatti rimase immobile guardandosi intorno per cercare un modo di trarsi d'impaccio. Mi guardai intorno anch'io e, abbandonato sul sentiero, scorsi il suo zaino: doveva essergli caduto quando era stato assalito. Mi affrettai a raggiungerlo e lo aprii rovistando il contenuto nella speranza di trovare qualcosa di utile finchè la mia mano si strinse su un rotolo di corda sottile. La tirai fuori e la guardai: era davvero molto sottile ma sembrava di fibra resistente, sperai che potesse reggere il peso.
- Jarod,- lo chiamai - resta fermo ho trovato il modo di farti tornare quassù. Spero.- mormorai poi.
- Tranquilla, da qui non mi muovo. Spero.- concluse facendomi capire che aveva sentito anche l'ultima parola.
Veloce legai un capo della corda ad un robusto albero poi, srotolandola lentamente, scesi verso di lui. La mia idea era semplice: arrivare fin dove iniziava lo strato traditore di foglie e lanciargli il resto della corda, dovevo solo metterlo in pratica. Lo vidi piantare i tacchi dei suoi scarponcini da montagna nel terreno per crearsi un punto d'appoggio meno precario e iniziare lentamente a voltarsi verso di me.
- Stai attenta a non avvicinarti troppo.-
- Tranquillo, non ho intenzione di venire a farti compagnia.- dissi facendo un'altro passo, posai il piede e mi ritrovai per terra.
- Sabine! - esclamò allarmato.
Ero scivolata ma, fortunatamente, non avevo mollato la presa sulla corda.
- Va tutto bene, non mi sono fatta nulla e ho ancora la corda.-
Lo vidi appoggiare la testa al terreno.
- Mi hai fatto invecchiare di almeno cinque anni.- disse sottovoce - Sii più prudente.-
Usando la corda come corrimano mi spinsi un po' più indietro fino a tornare sul terreno nudo, quando fui certa di essere al sicuro lanciai la corda a Jarod, ma continuai a tenerla con una mano, così, per sicurezza. Jarod prese la corda, la attorcigliò intorno ad una mano per avere una presa più salda, e si girò a pancia sotto sollevando una gamba fino a poggiare il ginocchio per terra. In quel momento il rapitore che lo aveva assalito allungò una mano e afferrò la sua caviglia nel tentativo di issarsi oltre il bordo, ma lo fece ricadere disteso e lo scossone gli fece perdere la presa destabilizzandolo e facendolo piombare con un urlo giù dal dirupo. Jarod rimase immobile un istante poi riprese la difficile salita. Quando mi raggiunse si accorse che avevo continuato a fissare il punto da cui era caduto il mio ex carceriere, si sedette accanto a me e mi passò un braccio intorno alle spalle.
- Stai bene?- chiese.
Annuii - Spero che bruci all'inferno.- mormorai, le lacrime che mi rigavano le guance.
Mi strinse un po' più forte e rimanemmo qualche istante così poi ci alzammo e, riavvolta la corda, tornammo sul sentiero. Ci accorgemmo allora che il rapitore che avevo messo fuori combattimento era riuscito a riarrampicarsi sul declivio e che ora stava cercando di guadagnare il terreno solido.
- Muoviamoci prima che ci possa creare dei guai.- disse Jarod prendendomi per mano.
Ci mettemmo nuovamente a correre verso il torrente che doveva guidarci alla strada sterrata, e continuammo a correre finchè, un'ora abbondante dopo, lo raggiungemmo. Iniziammo a seguirne la riva non troppo da vicino facendo attenzione a non lasciare impronte nel terreno bagnato: sapevamo che prima o poi l'inseguitore che avevamo lasciato dal precipizio sarebbe riuscito a rimettersi sulle nostre tracce e volevamo mettere più strada possibile fra lui e noi prima che accadesse. Ci fermammo solo una volta a riposare mangiando un'altra confezione di biscotti, prima di riprendere la marcia predispose qualche altra trappola mi disse che sarebbero state le ultime: non aveva più materiale. Camminammo a lungo tenendo il passo più veloce che la stanchezza ci consentiva, cercando di raggiungere la meta il prima possibile. Il sole era ormai scomparso quando ciò accadde. Dopo l'ennesimo folto di cespugli sbucammo sulla tanto sospirata strada e ci mettemmo nuovamente a correre verso il fuoristrada. Lo raggiungemmo nel momento in cui chi ci inseguiva raggiungeva la strada: erano in due.
- Lo sapevo. La seconda trappola che abbiamo sentito scattare non ha fatto prigionieri.- disse aprendo le portiere.
Salimmo sul fuoristrada e Jarod mise in moto partendo con una sgommata di modo che la nuvola di polvere non gli permettesse di leggere la targa. Percorremmo i primi chilometri a velocità folle poi, accorgendosi della mia espressione spaventata, rallentò.
- Scusa, retaggi di quando gareggiavo in formula uno.-
- Tu facevi le gare di formula uno? Ma hai detto di essere un federale.-
- E' stato prima di diventarlo, un paio di anni fa.-
Non sapendo cosa rispondere scossi la testa e mi abbandonai contro il sedile. Mi resi conto che continuavo a guardare negli specchietti retrovisori nonostante sapessi che non potevano certo esserci dietro: la loro macchina era rimasta davanti alla baita. Eppure l'ansia continuava a stringermi lo stomaco.
- Credi che ci inseguiranno?- gli chiesi.
- E' possibile. Li abbiamo visti in faccia e quindi possiamo riconoscerli: siamo un rischio per loro.-
- Non mi avrebbero mai lasciata andare, vero? Anche se papà avesse pagato.-
- Non è detto. Da quello che mi hai raccontato erano sempre a volto coperto, forse...-
- No,- lo interruppi - se davvero lo aveste pensato l'FBI non ti avrebbe mandato a cercarmi.-
Rimase in silenzio continuando a guidare, gli occhi fissi sulla strada.
- Non ti riprenderanno,- disse dopo poco - non glielo permetterò.- concluse guardandomi.
Annuii senza rispondere e fissai il cielo stellato fuori dal finestrino richiamando alla mente l'ultima lezione di astronomia per distrarmi.
- Sono sempre state le mie uniche compagne.- mormorai.
- Chi? - 
- Le stelle. Quando, da piccola, di sera restavo sola, e accadeva piuttosto spesso, mi sedevo sul davanzale della finestra di camera mia e restavo per ore a guardarle. Raccontavo loro quello che avevo fatto, quello che avrei voluto fare, confidavo tutti i miei segreti a quelle piccole lucine che ammiccavano nel cielo notturno e le sentivo così vicine... Sono state le mie prime amiche e il fascino che esercitavano su di me è cresciuto col passare del tempo.-
- Tanto da spingerti a sceglierle come campo di studi.-
- Sì. Il mese scorso ho iniziato i turni all'osservatorio. Adoro quel posto così silenzioso, pacifico e privo di complicazioni.-
- A parte macchinari che per la maggior parte delle persone sono complicati ed incomprensibili.-
Sorrisi - Già. Quando, durante qualche festa, mi si avvicina qualcuno che preferisco evitare, inizio a parlare dei miei studi: al terzo termine tecnico come per magia quella persona si eclissa.-
- Tanto per restare in tema.-
Uno scossone interruppe la nostra conversazione: eravamo arrivati alla strada asfaltata. Jarod svoltò a sinistra ed aumentò la velocità, quando giungemmo in vista delle luci della cittadina attivò il telefono del fuoristrada e compose un numero lasciando che squillasse in vivavoce.
- Ufficio dello sceriffo.- rispose una voce femminile.
- Salve,- disse Jarod - c'è lo sceriffo, per favore.-
- No, mi dispiace. Al momento è fuori, c'è stato un incidente stradale a sei miglia a nord della città ed è dovuto uscire.-
- Capisco, c'è almeno il suo vice?-
- Spiacente ma anche entrambi i vicesceriffo sono sul luogo dell'incidente. Sa, è stato piuttosto brutto.-
- Quando dovrebbe tornare lo sceriffo.-
- Non prima di quattro o cinque ore.-
- Grazie.- concluse Jarod disattivando il telefono.
- Cosa facciamo?- gli chiesi vedendolo pensieroso.
- Non possiamo andare nell'ufficio se lo sceriffo non c'è: se quei due ci trovano lì e capiscono che c'è solo un'impiegata...-
- Sono capaci di fare irruzione ed uccidere anche lei.- conclusi per lui - E allora cosa si fa?-
- Ho una stanza in uno dei motel nella città, andremo li almeno ti potrai riposare finchè non torna lo sceriffo.-
- Come mai hai una camera qui? Come facevi a sapere dove ero?-
- Vari indizi mi hanno portato in questa zona poi, tre giorni fa, un paio dei rapitori sono venuti a fare provviste in questa città. Pensa che erano così sicuri che non li avesse visti nessuno rapirti che hanno usato sempre lo stesso furgone. Così li ho seguiti fino a che hanno preso la strada sterrata che conduce alla casa dove ti tenevano. Grazie ad una mappa particolareggiata ho trovato la strada che passava più vicina, in linea d'aria, alla tua prigione e sono venuto a prenderti.- concluse.
Nel frattempo eravamo arrivati al motel, fui contenta di scoprire che il parcheggio non dava sulla strada ma era nascosto dagli edifici principali.
- E' per questo che l'ho scelto.- mi disse strizzando un'occhio.
Sorrisi un po' rasserenata. Mi guidò fino alla stanza al primo piano che aveva affittato e mi fece entrare.
- Qui starai bene.- disse - Io vado a dare un'occhiata in giro per la città, a vedere come è disposta, caso mai dovessimo lasciarla di fretta. Potrei stare via anche un paio d'ore quindi non ti preoccupare se tardassi un po'. Tieni gli scuri abbassati e la porta chiusa a chiave: io ne ho un duplicato.-
- Va bene.- si avviò alla porta - Jarod...- lo fermai prima che l'aprisse - Stai attento.-
- Non ti preoccupare.- detto ciò uscì.
La prima cosa che feci, rimasta sola, fu concedermi una lunga doccia ristoratrice, rivestendomi rimpiansi di non avere un cambio d'abiti ma andava già molto meglio. Uscendo dal bagno scontrai senza volere una valigetta di metallo, posata su di una poltrona, che cadde a terra aprendosi un poco. Ne uscirono alcuni dischetti che si sparsero sul pavimento. Li raccolsi insieme alla valigetta e appoggiai tutto sul letto con attenzione aprendo quest'ultima. Guardai il contenuto sollevando un sopraciglio: un sistema DSA, dischetti e lettore. Vidi che sulla faccia superiore dei dischetti vi erano incisi dei numeri, erano tutti progressivi e notai che i dischetti rimasti nella valigia erano disposti seguendone l'ordine così iniziai a metterli a posto. Quando ebbi finito presi quello coi numeri più bassi e lo osservai un momento quindi, vinta dalla curiosità, attivai il lettore e ve lo inserii. Ciò che vidi mi lasciò di stucco: era una registrazione audio-video in bianco e nero e si vedeva un bimbo di tre forse quattro anni che girava intorno ad una ricostruzione in scala dell'Empire State Building ripetendo - Ho finito.-. Un uomo sulla trentina gli si avvicinò e, accucciatosi dinanzi a lui, gli sorrise - Ciao, Jarod.- disse - Il mio nome è Sidney e mi prenderò cura di te per un po'.-. Smisi di ascoltare notando una piccola scritta in basso a destra sullo schermo: una data poi JAROD, AD USO ESCLUSIVO DEL CENTRO. Estrassi il dischetto rendendomi conto che la data che avevo letto corrispondeva ai numeri impressi sul dischetto. Guardai gli altri con crescente inquietudine: le date coprivano un arco di trenta anni. Colta da un presentimento ne presi uno a caso e lo inserii: un bambino di circa dieci anni veniva fatto sedere sulla riproduzione di una sedia elettrica dallo stesso uomo del primo dischetto e nell'angolo in basso a sinistra compariva di nuovo quella scritta che rivendicava tutto ciò come proprietà del Centro. Lo estrassi e ne inserii un'altro: un ragazzino di tredici, quattordici anni era seduto ad un tavolo e stava risolvendo delle equazioni matematiche lamentandosi per la noia che provava nel farlo. Accanto a lui lo stesso uomo, sullo schermo la stessa scritta. Attivai il fermo immagine ed ingrandii il volto del ragazzino, rimasi pietrificata a guardarlo: non c'era possibilità di errore sulla sua identità, indipendentemente dalla scritta che ne riportava il nome, gli occhi di Jarod erano inconfondibili. Con un senso di crescente orrore visionai tutti i dischetti, li era contenuta la vita intera di una persona, una vita passata in solitudine tra mura gelide e gente glaciale e finalmente compresi da dove veniva tutta quella tristezza che rimaneva sempre negli occhi di Jarod, anche quando sorrideva. L'ultimo dischetto che inserii mi spezzò il cuore, la data incisa sopra era molto anteriore a quella dell'ultima registrazione dove un Jarod adulto si ribellava a coloro che volevano imporgli di fare qualcosa che riteneva abominevole. In quella registrazione Jarod adolescente chiedeva all'uomo di nome Sidney se qualche famiglia avrebbe mai potuto volerlo. Non riuscii a trattenere le lacrime alla vista del dolore che si rispecchiava in quegli occhi così giovani eppure già così adulti. Estrassi il dischetto e, tenendolo in mano, mi raggomitolai nella piccola parte di materasso che non era coperto dagli altri: dopo i primi, infatti, avevo smesso di rimetterli a posto, troppo scossa per farlo. Continuai a piangere finché la stanchezza non ebbe il sopravvento ed io mi addormentai.
Fu così che mi trovò Jarod. Ancora oggi non ho idea se si fosse arrabbiato nel vedermi raggomitolata tra i frammenti della sua vita, forse le tracce delle lacrime ancora visibili sul mio volto glielo impedirono. Mi svegliò scuotendomi dolcemente un spalla, quando riaprii gli occhi feci fatica a capire dove mi trovassi poi lo vidi e mi tornò tutto in mente.
- Jarod!- esclamai sollevandomi a sedere - Mi dispiace,- dissi vedendo i dischetti che mi attorniavano- So che non avrei dovuto guardarli ma ho fatto cadere involontariamente la valigetta e quando l'ho aperta per rimettere a posto i dischetti caduti la curiosità...- lasciai la frase in sospeso.
Lui annuì senza dire nulla ed iniziò a raccogliere i DSA rimettendoli a posto. Lo aiutai ma esitai a consegnargli quello che ancora tenevo stretto, non fece l'atto di prendermelo ma tese semplicemente la mano. Guardai ancora un attimo il dischetto poi lo posai sul suo palmo aperto, vidi il suo sguardo incupirsi quando lesse la data che vi era incisa sopra ma non fece commenti. Richiuse la valigetta e la posò accanto ad un borsone che non avevo notato, poi si lasciò cadere sulla poltrona mentre io tornai a sedermi sul letto.
- Ho fatto il giro della città.- disse - Se dovessero servire abbiamo almeno tre vie di fuga.-
- Speriamo non servano.- risposi.
- Dovresti dormire almeno un po'. Ti sveglierò io quando sarà il momento di andare dallo sceriffo.-
- Va bene. Tu non ti riposi?-
- Non preoccuparti per me.- disse mentre mi coricavo - Io me la cavo sempre.- lo sentii sussurrare.
Mi voltai su un fianco cercando di dormire ma i ricordi di ciò che avevo visto durante la sua assenza me lo impedirono. Passò mezz'ora nel più assoluto silenzio, sapevo che era sveglio così come lui sapeva che lo ero anch'io.
- Devo aver avuto circa tre anni.- disse all'improvviso, sottovoce - Uno dei pochi ricordi che ho è che mi avevano comprato il cestino per il pranzo perchè avrei iniziato l'asilo e, di solito, si va all'asilo intorno ai tre anni.- mi sollevai a sedere e lo guardai nell'oscurità - Una notte,- proseguì - fui rapito dalla casa dei miei genitori e portato al Centro per diventare un Simulatore...-
Parlò ininterrottamente per quasi due ore spiegandomi cosa fosse un Simulatore, raccontandomi della sua vita in quella che aveva definito "l'anticamera dell'inferno", mi parlò delle sue giornate, dei suoi sogni, del desiderio di avere una famiglia... Mi parlò della sua fuga, della ricerca dei suoi genitori, della scoperta che Kayl, un altro giovane simulatore con cui aveva lavorato, era in realtà suo fratello. Sentii il dolore nella sua voce quando mi disse della sua morte. Mi parlò di Sydney, l'uomo dei filmati, che considerava come un padre, di Miss Parker che fu la sua unica amica d'infanzia e che ora era la sua cacciatrice, l'unica che aveva qualche possibilità di catturarlo davvero.
- Mi sono ripromesso che per nessuna ragione sarei tornato al Centro vivo. Sinceramente, spero di non tornarci neppure da morto.- concluse alzandosi e voltandosi verso la finestra.
Restai immobile scossa dal suo racconto poi, seguendo l'istinto, gli andai vicino e lo abbracciai, mi strinse a se con disperata dolcezza e rimanemmo così a lungo.
- A volte penso che non troverò mai ciò che sto cercando.- mormorò infine - Tu credi che ci riuscirò?- mi chiese.
Rimasi in silenzio non sapendo che dire. All'improvviso si irrigidì e, scostatami gentilmente, osservò fuori dalla finestra tenendosi al coperto.
- Maledizione! - disse - Ci hanno trovato.-
Guardai anch'io e vidi i due rapitori superstiti entrare nella reception del motel. Jarod prese il borsone e la valigetta e mi fece cenno di seguirlo. Raggiungemmo il fuoristrada e vi salimmo subito prima che quelli uscissero dal corpo principale dell'edificio, ci abbassammo perché non ci vedessero e attendemmo che fossero entrati nel corpo secondario e saliti al primo piano, quindi Jarod mise in moto e partimmo. Grazie al cielo il fuoristrada aveva un motore silenzioso che ci consentì di allontanarci senza che se ne accorgessero. Provammo a chiamare nuovamente l'ufficio dello sceriffo ma questi non era ancora rientrato così prendemmo la statale e ci dirigemmo il più velocemente possibile verso la città più vicina: incredibilmente New York. Avevo scoperto che ci eravamo allontanati ben poco dalla Grande Mela eravamo, infatti, alle pendici degli Appalachi. Viaggiammo senza incontrare nessuno fino all'alba, quando ci fermammo in una stazione di servizio a fare rifornimento. Ripartimmo subito certi di non avere molto vantaggio sui nostri inseguitori, appena varcammo il confine dello stato di New York, Jarod si mise in contatto con l'ufficio federale, il "suo" ufficio, e organizzò l'ultima trappola per i restanti rapitori. Dieci minuti dopo eravamo fermi sul ciglio della strada con una gomma a terra, Jarod stava cercando di ripararla quando fummo raggiunti da quelli che lui aveva definito "le nostre prede". Non mi sentivo molto sicura di quello che sarebbe successo, ma accadde tutto così in fretta che non ebbi modo neppure di rendermene conto: all'improvviso fu tutto finito e, anche gli ultimi due componenti della banda, furono catturati. Fu Jarod a riportarmi a casa e prima di lasciarmi promise che ci saremmo visti il giorno seguente in Central Park dopo la mia deposizione.
Seduta su di una panchina sotto le fronde degli alberi finii di leggere l'articolo del giornale che parlava della conclusione del mio rapimento, era in terza pagina e, sotto il titolo a caratteri cubitali, campeggiava una bella foto di colui a cui dovevo la vita: l'agente speciale Jarod Bauer. Sentii dei passi avvicinarsi e alzai la testa di scatto ma tornai a rilassarmi quando riconobbi la persona che si sedette accanto a me.
- Sei un eroe.- gli dissi mostrandogli il giornale.
- Già. Sai se non fosse per i giornalisti la mia vita sarebbe molto più tranquilla: i miei cacciatori non saprebbero così facilmente come rintracciarmi.-
- Anche se tu decidessi di trovarti un angolino di mondo tranquillo la tua vita sarebbe molto più facile.- gli feci notare.
Si guardò in giro soffermandosi ad osservare un gruppo di bambini che giocavano.
- Forse.- disse infine - Ma non sarei in pace con me stesso. E questo mi incasinerebbe non poco la vita.-
- Stai partendo, vero?- gli chiesi dopo un attimo.
- Sì. Sabine, ho due cose da chederti.-
- Dimmi.-
- La prima è un favore.- mi porse due buste - E' possibile che sin di oggi tu riceva una visita.-
- Sidney e Miss Parker?-
Annuì - Vorrei che consegnassi loro quelle buste. Ma dalle solo a loro, d'accordo?-
- Va bene, non ti preoccupare. Qual è la seconda cosa.-
- La seconda cosa che voglio chiederti è una promessa: promettimi che nonostante questa tua brutta esperienza non smetterai di vivere e che conserverai sempre la tua dolcezza, qualunque cosa accada.-
- Sai, Jarod,- gli dissi - durante il giorno di prigionia e la fuga mi sono resa conto che ho sempre evitato la vita lasciando che mi passasse accanto senza mai farne parte. Tu mi hai insegnato che nonostante tutto la vita può essere bella e vada vissuta, affrontando momenti belli e brutti e rialzandosi ogni volta che si cade. Il tuo è un esempio che voglio seguire, e voglio ringraziarti per avermelo insegnato. E ti prometto che farò tutto il possibile per cominciare a vivere.- lo guardai - Solo, dammi un po' di tempo per abituarmici.- conclusi sorridendo.
Ci alzammo e mi abbracciò.
- Sono davvero contento di averti conosciuta.- disse.
Fece per allontanarsi ma cambiò idea.
- Ascolta, se in futuro avrai bisogno di aiuto, se ti troverai in difficoltà accedi ad una casella di posta elettronica, scrivimi una e-mai usa come oggetto la parola Rifugio e metti il tuo nome come chiave per accedervi. In questo modo potrai contattarmi in qualsiasi momento, ok?-
- Sì.- sorrisi - Se invece fossi tu ad avere bisogno di aiuto... Bhe il mio numero di telefono oramai lo conosci.-
Ci abbracciammo un'ultima volta poi mi posò un lieve bacio sulla fronte e se ne andò.
Quel pomeriggio sul tardi qualcuno suonò il campanello di casa nostra. Fu mio padre ad aprire, mi affacciai dalla ringhiera delle scale per vedere chi fosse stando attenta a non essere vista, fermi sulla porta stavano un uomo sui trentacinque, uno sui sessanta ed una bella donna di circa trent'anni. Riconobbi l'uomo più anziano: sebbene invecchiato era senza dubbio lo stesso delle registrazioni DSA, Sidney. Fu lui a parlare chiedendo a mio padre se fosse possibile parlarmi, osservai la donna: quella doveva essere Miss Parker. Indossava un completo in pelle di una calda tonalità di marrone e scarpe in tinta con un tacco vertiginoso. Non so perchè ma in quel momento mi resi conto che la preferivo bambina poi capii: erano gli occhi, nelle registrazioni avevo colto negli occhi di Miss Parker un riflesso del dolore riscontrabile in quelli di Jarod, ora, invece, vi vedevo due schegge di ghiaccio. Non desideravo proprio incontrarla così tornai in camera mia, fui raggiunta da una cameriera che mi avvertì che alcune persone chiedevano di me dabasso. Le dissi di far salire l'uomo più anziano ma di trattenere gli altri.
- Sabine?- chiese lui entrando.
- Salve, dottor Sidney.-
- Conosci il mio nome?-
- Sì, Jarod mi ha detto che prima o poi sareste venuti.-
A quelle parole lui sorrise, la porta della stanza era aperta e riflessa nel legno lucido vidi avvicinarsi silenziosamente Miss Parker evidentemente intenzionata ad ascoltare.
- Toglimi una curiosità,- il mentore di Jarod richiamò la mia attenzione - perchè hai voluto incontrare solo me?- 
- L'uomo che è con lei non lo conosco e non mi è piaciuto quello che ho visto negli occhi di Miss Parker.-
- Cosa ci hai visto.-
- Molte cose, ma principalmente una gelida determinazione che rasenta il cinismo.-
- Sei un'osservatrice acuta.-
- Gli astronomi lo devono essere. Tenga,- dissi poi porgendogli le buste che mi aveva dato Jarod - Una è per lei, l'altra per Miss Parker. Ve le manda Jarod, non so cosa contengano.-
- Grazie. Tu stai bene?-
- Sì, mi ha portata via prima che potessi ricevere traumi permanenti, come li chiamate voi medici.-
- Ne sono felice.-
Mi sorrise e si voltò probabilmente per andarsene ma, qualcosa sulla mia scrivania lo trattenne. Lo vidi osservare il portafoto doppio che vi era sopra, uno di quei portafoto che si possono chiudere a libro, vetro contro vetro. Sapevo cosa stava guardando: nel vetro a sinistra avevo messo la foto di Jarod presa dal giornale del mattino e, nell'altro, su un cartoncino avevo scritto "Il mio angelo dagli occhi tristi".
- Gran parte per colpa mia.- lo sentii mormorare.
- Lui le vuole bene.- gli dissi - Non l'ha mai incolpata per quello che gli è successo, anzi, la considera il padre che non ha conosciuto. So che anche lei gli vuole bene, lo si legge nei suoi occhi, smetta di colpevolizzarsi.-
- Sembri sapere molto della vita di Jarod.- disse stupito.
- Più di quanto immagina, almeno sul suo passato.- risposi e lui capì.
- Arrivederci Sabine.-
-Arrivederci... Dottor Sidney....- lo fermai prima che uscisse - Avete avuto trent'anni della sua vita, non crede che possa bastare? Non pensa che abbia diritto ad essere libero?-
Si voltò - Non è da me che dipende.-
- Sì, lo so. Un ultima cosa.- lo trattenni - Quando lo sentirà può, per favore, dirgli da parte mia che sono convinta di sì?-
- Riguardo a cosa?-
- Non si preoccupi, lui capirà. Può dirglielo?-
- Glielo dirò. Addio, Sabine.-
-Arrivederci.-
Detto questo uscì dalla mia stanza. Rimasi accanto alla finestra e li osservai andarsene, prima di salire in macchina Miss Parker alzò gli occhi verso le imposte, non mi vide ma ciò che scorsi nei suoi occhi mi diede speranza: un po' del ghiaccio che vi avevo visto si era sciolto. 
Forse le mie parole l'avrebbero fatta riflettere e, forse avrebbe capito che ciò che anche lei desiderava, così come lo desiderava Sidney, era di vedere Jarod finalmente libero dall'ombra del Centro.

Forse...

(scritto da Sara)


Torna all'indice della Fan Fiction

Torna a Jarod il Camaleonte Italia