Riassunto:
All’osservatorio astronomico di Roswell viene fatta una strana richiesta. Allo
stesso tempo, si apre una vera e propria caccia al mutaforma che ha lasciato
l’impronta sul corpo di un giovane umano.
Data di stesura:
dal 26 ottobre 2003 al 4 aprile 2004.
Valutazione:
adatto a tutti. Insomma, in certi momenti è meglio che i più piccoli vadano a
giocare da qualche parte...
Diritti: Tutti
i diritti dei personaggi appartengono alla WB e alla UPN, e il racconto è di
proprietà del sito Roswell.it. Batman appartiene alla Marvel Comics e Spock ai
creatori della serie "Star Trek".
Indirizzo e-mail:
ellis@roswellit.zzn.com
Note:
Questa storia è dedicata a Monica, che con le sue acute osservazioni riesce a
dare sempre nuovo vigore alla mia vena creativa. Anche se poi mettere il tutto
per iscritto è una faticaccia! E con questa ultima revisione pongo
definitivamente la parola BASTA! Non voglio più metterci mano!!!
- Ti prego! -
Sorda alla nota implorante nella voce di Maria, Liz incrociò le caviglie e
continuò a guardare Jason, Shiri, Max e Michael che giocavano a basket
nonostante la pioggia sottile che aveva cominciato a cadere ormai da alcuni
minuti.
- Per favore! - ripeté la ragazza chinandosi un poco verso di lei.
Senza neppure voltarsi Liz infilò ostentatamente le mani nelle tasche del
giaccone. - Dillo ancora una volta e la nostra amicizia finisce qui -
A quelle parole Maria spalancò gli occhi sbigottita. - Oh, beh... se la metti
in questo modo... - disse, e si concentrò sul rettangolino di carta che
stringeva fra le dita iniziando a sminuzzarlo con esagerata precisione.
Solo allora Liz si girò e sorrise dolcemente alla ragazza. - Maria, sono stata
io ad insistere perché tu e Michael veniste con noi in Florida... Consideralo
il mio regalo per Capodanno!... -
- Non si fanno regali per Capodanno - obiettò la giovane imbronciata, - e me ne
avevi già fatto uno stupendo per Natale. - Così dicendo si sfiorò il bavero del
cappotto, un originale modello molto elegante nella sua estrosità, di un bel
color prugna, che Maria aveva notato nella vetrina di Claire’s ma non aveva
osato comperare per via del prezzo.
- Non fare la stupida, Maria! - la riprese l’amica. - Lo sai benissimo che i
soldi non sono un problema, per me, e poi volevo davvero che ci foste anche
voi! E se questo può farti star meglio, sappi che abbiamo offerto la vacanza
anche agli altri... -
Maria socchiuse gli occhi sospettosa. - Anche a Isabel e Morgan? -
Liz si strinse nelle spalle. - Ci ho provato, ma non l’ho spuntata - ammise.
La sua confessione risollevò lo spirito di Maria. - Allora c’è una giustizia, a
questo mondo... -
L’amica alzò lo sguardo al cielo esasperata. - Se questo ti fa star meglio... -
borbottò.
- Oh sì, molto meglio! - rispose Maria ridendo. - Ok, adesso sarà bene che
torni dentro. Ormai è quasi ora della poppata... -
Proprio in quel momento la porta di casa si aprì ed apparve lo sceriffo. -
Maria, ti spiace venire un attimo? Mathias sta cominciando ad agitarsi, e tua
madre più di lui!... -
A quelle parole la ragazza fece una buffa smorfia. - Che ti avevo detto? -
mormorò lanciando una rapida occhiata a Liz prima di seguire l’uomo.
Rimasta sola Liz si mise le mani fra le ginocchia per riscaldarle un poco poi
vide Claudia avvicinarsi carponi e tese le braccia per prenderla. - Vieni,
amore, vieni dalla mamma! -
La bimba si accoccolò contro di lei, la testolina reclinata sulla sua spalla, e
chiuse gli occhi scivolando subito nel sonno.
Liz se la strinse affettuosamente al petto. Quanto amava il profumo dolce e
infantile della sua pelle soffice... Diede uno sguardo ad Ethan, intento a
giocare con la macchinina che gli aveva regalato Michael per Natale e che era
la perfetta riproduzione in scala di una Ferrari da corsa. “I miei bambini... I
figli che ho avuto da Max...” Si volse poi ad osservare il gruppo che ancora
correva e saltava sotto la pioggia. “Max... mio marito... Non avrei mai osato
sperare che ci saremmo sposati, un giorno... Che mi avresti amato così
tanto...”
Quasi avesse sentito i suoi pensieri il giovane afferrò la palla senza
rilanciarla. - Ragazzi, ora piove decisamente forte! Su, rincasiamo! - E senza
attendere risposta si diresse verso Liz, che lo stava guardando con un accenno
di sorriso sulle labbra. - Ciao - Si chinò a baciarla, un bacio breve ma
profondo ed intenso che fece rabbrividire entrambi. - Sta dormendo? - chiese
accennando a Claudia.
- E’ venuta da me pochi minuti fa. Si vede che era stanca e aveva voglia di
fare un pisolino... -
Liz aveva parlato sommessamente per non svegliare la piccola, e Max non poté
fare a meno di pensare a quanto anche lui amasse dormire fra le sue braccia.
C’erano delle notti in cui si svegliava di colpo, temendo di aver solo sognato
di stringere contro di sé il suo corpo tiepido, e allora restava a guardarla
finché il sonno lo vinceva di nuovo. Altre volte, invece, erano gli incubi a
ridestarlo, incubi che lo lasciavano coperto di sudore gelido e con gli occhi
ancora pieni delle immagini di lei priva di vita. In quei casi non poteva fare
a meno di serrarla forte e concentrarsi sul suo lento respiro, rimanendo
sveglio fino a quando giungeva l’ora di alzarsi. Solamente vedendola sollevare
le palpebre e sorridergli riusciva a convincersi che stava bene, che era tutto
a posto, quindi premeva la fronte nell’incavo del suo collo e aspirava grato la
fragranza di quei capelli di seta. Non sapeva che Liz riusciva a percepire la
sua disperazione e, lottando per ricacciare indietro le lacrime, ricambiava
l’abbraccio con altrettanta forza nel tentativo di placarlo, mentre lui
assorbiva il calore del suo tocco con dolorosa bramosia.
Ed erano momenti come quelli, quando poteva riempirsi gli occhi ed il cuore
della tenera vista di sua moglie coi bambini, che gli davano la forza di
continuare a vivere giorno dopo giorno, lasciandosi dietro le spalle la paura,
il dolore e la sofferenza, che sembravano essere diventati i suoi fidi
compagni. Erano momenti come quelli che, nonostante tutto, davano un senso alla
stranezza di un destino che lo aveva condotto fin lì da distanze troppo grandi
per essere calcolate...
Con un nodo in gola passò le dita tra i morbidi riccioli di Claudia poi si
avvicinò ad Ethan, che gli sorrise contento e alzò le manine verso di lui. -
Su! Su! - ciangottò, e lanciò un gridolino entusiasta quando si sentì sollevare
in aria. Poi Max se lo mise a cavalcioni sulle spalle e precedette Liz in casa,
seguita a ruota da Michael e i ragazzi, ancora intenti a discutere di tattiche
di gioco.
Il fatto che Max avesse permesso a Jason di entrare nella squadra di basket
della scuola, per non parlare del nutrito giro di amicizie che frequentavano
lui e la sorella, non aveva troppo convinto Michael, che con un certo sarcasmo
si domandò cosa sarebbe successo ad aprile, quando sicuramente sarebbe stata
organizzata la festa di compleanno per Shiri. Quante candeline avrebbero messo
sulla sua torta: una o quindici?!? Tuttavia comprendeva il bisogno dei suoi
amici di una parvenza di normalità nella loro vita. Del resto non era quello
che faceva anche lui quando si recava ogni giorno in ufficio e con Morgan
controllava il lavoro da svolgere? Non era ciò che desiderava offrire a Maria,
in un inconfessato desiderio di farle dimenticare la particolarità delle sue
origini, pur avendo smesso già da molto tempo di pensare ad Antar come alla
casa cui agognava tornare? Anzi, ad essere sinceri, ormai lo vedeva solo come
una grande rottura di scatole da cui venivano esclusivamente rogne e nemici!
Non che Roswell fosse molto meglio, in realtà, perfino Maria aveva sognato di
fuggire dalle sue limitazioni... Ma lì c’era l’astronave, l’unico legame con il
passato, e soprattutto gli altri avevano scelto di rimanervi, così lui si era
sentito costretto ad adeguarsi. Certo, gli faceva piacere stare vicino a Max e
ad Isabel, però a volte aveva l’impressione di sentirsi in gabbia, con l’FBI e
gli avversari di Zan sempre pronti a balzargli addosso non appena gliene avesse
fornito la possibilità... E poi, forse... non esisteva un luogo dove potersi
dire al sicuro, e tutto sommato la scelta dei suoi amici fermarsi e costruire
qualcosa - era la più giusta. Quando guardava Maria allattare il loro bambino
poteva sentire l’incredulità sommergerlo. Non era possibile che lui, proprio
lui, l’alieno, il duro, il guerriero, avesse sposato quella ragazzetta
insopportabile e appassionata e ne avesse avuto un figlio!... Al contrario di
Max, che aveva sempre spasimato dietro Liz sperando prima o poi di riuscire ad
agganciarla, lui era convinto che il loro dovere fosse di tenersi alla larga
dagli umani e cercare di scoprire la verità nascosta dietro gli straordinari
poteri di cui erano dotati. E invece, quando Maria lo aveva fissato con quegli
occhioni verdi pieni di paura, si era sentito punto sul vivo. Non gli era
piaciuto essere guardato come un mostro, soprattutto non da quello scricciolo
biondo, e da allora era stato un continuo susseguirsi di sentimenti
contrastanti. Se qualcuno gli avesse detto che avrebbe finito col legare la
propria esistenza alla sua sarebbe scoppiato a ridere, e invece adesso si
ritrovava marito e padre di famiglia. Il destino sapeva essere davvero
strano...
Ora riusciva a capire l’iperprotettività di Max: quello che avevano trovato era
troppo grande, troppo importante, per permettere a qualcuno di distruggerlo, ed
era inevitabile che fossero disposti a tutto pur di difenderlo! Persino a
cercare di condurre una banalissima vita in una città altrettanto banale...
Ma... era saggio mescolarsi in quel modo con gli altri? Sapeva, comunque, che
parlarne non sarebbe servito a niente e che tutto ciò che poteva fare era
osservare e sperare. In effetti Jason e Shiri non avevano mai creato problemi,
però quella breve vacanza in Florida sembrava aver lasciato in loro segni
profondi. Apparentemente erano allegri e sereni come al solito, disposti a fare
una partita di basket sotto la pioggia, eppure poteva percepire il senso di
inquietudine, di allarme sotterraneo che li animava. In fin dei conti erano
soltanto dei bambini, anche se avevano l’aspetto di adolescenti, e l’ultimo
incidente capitato a Max e Liz non poteva non averli segnati. Sarebbero
riusciti a mantenere il loro equilibrio? Oppure la loro apparente
spensieratezza si sarebbe infranta causando danni che nessuno poteva
immaginare? O forse si trattava semplicemente della sua solita paranoia che gli
faceva vedere cose che non c’erano?... Bah, facile che fosse così!
Si guardò attorno con curiosità. - Dov’è Maria? -
- In camera da letto con Mathias. - Liz lo guardò indulgente. - Vai su a farle
compagnia: io devo occuparmi della cena per Claudia ed Ethan... -
Mentre Michael si avviava verso le scale dopo essersi passato una mano sul
torace per asciugarsi i vestiti Max depose sul divano Ethan e si avvicinò alla
moglie per prendere la bimba. - Vuoi che ti aiuti? - le chiese osservandola
attento. Liz sembrava molto stanca.
- Mi basta che ti occupi di loro. Mia madre ci ha lasciato nel frigo un sacco
di roba da mangiare e devo solo scaldarla nel microonde, però vorrei prima
mettere i gemelli a letto: sono sfiniti... -
- Anche tu - obiettò lui.
La ragazza accennò un sorriso. - Il viaggio è stato un po’ faticoso - ammise.
- Liz, Jim ed io torniamo a casa. Siamo tutti piuttosto stanchi, e ci sono le
valigie da disfare. Non è il caso che restiamo qui a darti altro disturbo... -
Amy le si avvicinò e le carezzò con affetto una spalla. - Di’ a Maria che ai
loro bagagli ci pensiamo noi, d’accordo? -
- No, Amy, non c’è bisogno che ve ne andiate! Davvero, devo solo far mangiare i
bambini e metterli a dormire. -
- Liz, credimi, hai già fatto molto! Max ha ragione, sei stravolta e devi
riposarti, e noi siamo decisamente di troppo! - La donna la strinse in un
rapido abbraccio, subito imitata da James Valenti, poi se ne andò lasciandola
confusa. - Perché mi trattate tutti come se fossi di vetro? -
- Forse perché dal momento in cui siamo tornati in albergo dopo la fuga dalla
base non hai chiuso occhio, neppure durante il volo di ritorno... Hai l’aria
disfatta, amore mio, e non voglio vederti crollare. Per cui adesso preparerai
qualcosa per i gemelli e poi ti siederai su quel divano. Al resto ci penso io.
-
- Ma anche tu non hai dormito, la notte scorsa! - protestò lei.
- Liz, per favore, limitati alla cena dei bambini, ok? - Si chinò a darle un
bacio sulla fronte prima di tornare da Ethan. - Su, giovanotto, vieni qui:
dobbiamo andare a fare il bagnetto! - Prese il bimbo col braccio libero
dopodiché salì al piano di sopra e con rapida efficienza lavò e cambiò i
figlioletti.
Quando fu di ritorno in cucina trovò la tavola apparecchiata e una serie di
vassoi e ciotole fumanti. Michael era seduto accanto a Maria e teneva in grembo
il piccolo Mathias placidamente addormentato. Liz, accomodatasi vicino
all’amica, sembrava ascoltare con attenzione quello che stava dicendo Michael.
- Ehi, è già tutto pronto?! Fantastico, in effetti ho una gran fame! - Sfiorò
la nuca di Liz con una carezza gentile poi sedette al suo fianco e le mise un
po’ di spezzatino e di piselli nel piatto. - Cerca di mangiare qualcosa e vai a
letto, o domani non avrai la forza di andare in ospedale... -
La ragazza si strinse nelle spalle e iniziò a mangiare senza molta convinzione.
Max aveva ragione, si sentiva a pezzi e voleva solo andare a dormire ma sapeva
che senza di lui non sarebbe riuscita a chiudere occhio. Se non lo avesse
tenuto stretto contro di sé non ce l’avrebbe fatta a prendere sonno, ne era più
che certa.
- Se vuoi il mio umile parere, giovanotto, farai bene a seguire il tuo stesso
consiglio! - lo prese amichevolmente in giro Maria. - Ti sei visto allo
specchio, di recente? - Agitò davanti a lui la forchetta. Siete tutti e due
stanchi morti, e quindi vi dirò io cosa dovete fare: finite di mangiare e poi
andate a ninna. Ci pensiamo Michael ed io a rimettere a posto, e guai a voi se
osate protestare! -
Sia Max che Liz tentarono di parlare ma lei agitò ancora di più la posata. -
Alt, ho detto zitti! E siccome voglio portare Mathias a casa prima delle nove,
cercate di darvi una mossa, per piacere! -
Max guardò da lei a Michael, che si strinse nelle spalle, poi scosse la testa e
versò altro Tabasco sui suoi piselli mentre Liz, sconcertata per l’esplosione
dell’amica, fece per aprire la bocca ma ci ripensò e continuò a mangiare.
- Ottimo! Ah, Liz, fai i complimenti a tua madre: questo spezzatino è davvero
squisito!... -
A quel punto Michael non si trattenne più e scoppiò in una fragorosa risata che
fece svegliare Mathias. Il bimbo spalancò gli occhi chiari e mosse piano i
piccoli pugni prima di voltare il visetto contro la felpa del padre e
riaddormentarsi.
- Michael, ti prego, evita di svegliarlo di nuovo, se ci riesci! - lo redarguì
Maria.
Un sorriso divertito illuminò il volto di Liz. “Oh, Maria, sei davvero
incredibile! Grazie! Grazie per essere la mia meravigliosa amica!”
Dieci minuti dopo era in bagno a lavarsi i denti. Max, accanto a lei, aspettava
il proprio turno e nel frattempo la guardava. Sembrava così fragile, così
indifesa... e invece era dotata di una insospettabile forza d’animo e fisica.
Santo cielo, solo il giorno prima gli aveva salvato la vita, pur avendo due
costole rotte, una incrinata, e una montagna di lividi, tagli e graffi. Eppure
era riuscita a sottrarlo alla presa mortale del mutaforma e, veicolando la sua
energia, lo aveva distrutto. Liz continuava a sorprenderlo, e l’amore, il
rispetto e l’ammirazione che provava per lei non facevano che aumentare.
Poco più tardi erano entrambi sotto le coperte, strettamente abbracciati, e
sospirando di sollievo la ragazza si sistemò con la testa nell’incavo della
spalla di Max. - Non lasciarmi, amore mio, non lasciarmi mai... - bisbigliò con
voce insonnolita.
- No, tesoro, sarò sempre con te - Il giovane la baciò sui capelli poi le posò
una mano sulla nuca e si addormentò a sua volta.
- Ciao, tutto bene? -
- Sì, grazie. - Così dicendo Isabel fece una piccola smorfia. - Per l’esattezza
il mio problema è Morgan. Quando ha saputo come sono andate esattamente le cose
la notte di Capodanno si è... agitato, a dir poco... -
Max si allacciò la cintura di sicurezza e la guardò mentre sterzava per
reimmettersi nella strada principale. - E tu perché gliel’hai detto? -
- Era convinto che tu e Liz ve ne foste andati a fare baldoria chissà dove, e
non mi piacevano i suoi commenti. Lui... è un po’ geloso di te - confessò la
ragazza.
Il giovane osservò per alcuni secondi la strada scorrere davanti a sé, poi si
volse di nuovo verso di lei. Non devi difendermi, Isabel. Non è necessario. Non
m’importa cosa pensa Morgan di me, m’importa che non ti faccia soffrire... -
- Tu sei mio fratello, e non voglio che lui ti creda un irresponsabile o un
farabutto. Perché non lo sei, tutt’altro! E quando fa delle insinuazioni nei
tuoi confronti io ci sto male. Mi dispiace ma non posso farci niente! -
Sentendo il suo turbamento Max le sfiorò le dita strette intorno al volante. -
Grazie per la tua lealtà, però ricorda che lui è tuo marito e ti ama. E’
naturale che a volte possa pesargli il legame che ci unisce, quindi cerca di
essere paziente... Vedrai che col tempo gli passerà. - Un pensiero improvviso
gli fece corrugare la fronte. - Cosa gli hai raccontato per farlo...
agitare...? -
Isabel si morse le labbra, imbarazzata. - Quando... quando mi hai controllata
prima che tornassimo a casa nostra ho avuto dei flash attraverso Natalie. E...
immagino di averli trasmessi a Morgan mentre... beh, insomma... -
- Sì, capisco - Max tolse la mano un po’ a disagio. Non aveva idea che Natalie
fosse in grado di percepire visioni mentre verificava che stesse bene, ma a
quanto pareva stava diventando abbastanza grande e sensibile da assorbirle.
Quello poteva essere un guaio, considerando l’insofferenza di Morgan nei
confronti del suo ruolo di supervisore della salute di Isabel e della
bambina...
- Max, tu sei e rimarrai la persona più importante della mia vita, subito dopo
mio marito. E mia figlia - aggiunse. Fece una spallucciata. - Questa cosa non
cambierà mai, noi siamo uniti in un modo speciale. Quello che condividiamo coi
nostri compagni è diverso e mi sembra... stupido... fare dei paragoni. Liz non
è mai stata gelosa di me, semmai è vero il contrario... - concluse sorridendo.
- Liz è... -
- Perfetta, lo so - lo interruppe lei. - Santo cielo, Max, a volte mi sembra
impossibile tutto quello che avete dovuto sopportare... che siamo costretti a
sopportare... Perché non possiamo vivere normalmente? -
- Perché siamo diversi dagli altri. Ma abbiamo trovato delle persone stupende,
che hanno scelto di rimanere al nostro fianco nonostante questa diversità, e
per loro, per proteggerle, siamo disposti a fare qualsiasi cosa. Parla con
Morgan, fagli capire che non deve temere l’affetto che ci unisce, e soprattutto
che non ho alcuna intenzione di portargli via Natalie. -
Isabel si girò di scatto a fissarlo. - Perché dici questo? -
- Hai notato come mi guarda ogni volta che ti controllo? -
Lei scosse un poco la testa. - Ha solo paura che possa succederci qualcosa. -
- Appunto. Non si fida di me -
- No, non è vero. E’ preoccupato per il fatto che non posso partorire in
ospedale, ma per il resto si fida di te. Ha messo la vita di David nelle tue
mani. Mi sembra che questo significhi qualcosa, no? -
- Morgan è un uomo orgoglioso. Ti ama, e ama sua figlia, e non gradisce
intromissioni da parte mia. Vuole essere lui ad occuparsi di voi, e lo capisco.
E’ normale che non gli vada giù il fatto di sentirsi impotente in certi casi...
-
- Ad esempio se si trovasse davanti un mutaforma deciso a cuocermi? -
- Qualcosa del genere... -
- Beh, tutto questo è stupido. Neppure tu sei onnipotente! -
- No, però lui non la vede così. E questa è un po’ anche colpa tua. -
- Che vuoi dire? -
- Smettila di fare dei confronti fra di noi -
- Non ne faccio!
- Davvero? - Lui le diede un’occhiata penetrante. - Ne sei sicura? -
Isabel distolse lo sguardo senza replicare.
- Isabel, ti rendi conto che così gli fai del male? -
La ragazza rimase in silenzio e Max si abbandonò contro lo schienale chiudendo
gli occhi. - Accosta. Devo scendere un attimo... -
- Perché? -
Max non rispose, e senza dire altro Isabel fece come le era stato chiesto.
Non appena la vettura si fermò il giovane scese e, dopo aver fatto alcuni
profondi respiri, crollò in ginocchio. Ebbe appena il tempo di chinarsi in
avanti sostenendosi con le mani prima di dare violentemente di stomaco.
- Accidenti, Max, che diavolo ti succede?! - La sorella si affrettò a
raggiungerlo, spaventatissima.
- Ho... bisogno di un fazzoletto di carta... - riuscì soltanto a mormorare lui.
Isabel tornò al posto di guida e frugò nella sua borsetta alla ricerca dei
fazzoletti umidificati. - Ecco, tieni! disse porgendogli il pacchetto.
Mentre lui si puliva la bocca e si rinfrescava il viso la ragazza lo prese con
dolce fermezza per una spalla. Ti riporto a casa. Non mi sembra opportuno che
venga all’osservatorio in queste condizioni... -
- No, non preoccuparti. Io... sto meglio, davvero... - Ma proprio in quel
momento venne colto da un’altra serie di conati.
- Max! -
Quando anche quell’attacco ebbe termine il giovane si raddrizzò appoggiandosi
sui talloni e si pulì di nuovo.
- Vieni, torniamo indietro - insisté allora Isabel passandogli un braccio
dietro la schiena.
- No, ormai siamo quasi arrivati. Andiamo avanti, per favore. -
- Ma tu... -
- Ti prego! -
- Sei un vero testardo! -
Lui le fece uno dei suoi teneri sorrisi che gli illuminavano gli occhi, e lei
capitolò. - Ok, vada per l’osservatorio. Comunque, se ti senti male un’altra
volta si fa come dico io! -
Max lasciò che l’aiutasse ad alzarsi e a rimontare in auto poi abbassò il
finestrino ed inspirò lentamente e con avidità l’aria frizzante.
- Va meglio? -
- Mm -
- Allora? -
- Cosa? -
- Perché ti sei sentito male? -
- Isabel, non ne ho idea. Non lo so, e non ho la forza di controllarmi, in
questo momento... -
- Sei forse in dolce attesa? - lo prese in giro lei nel tentativo di
alleggerire la tensione.
A quelle parole Max rise piano. - A dire la verità... sì -
La ragazza gli diede un affettuoso buffetto sulla guancia. - Sciocco! Però...
mi hai messo una paura del diavolo. Finora avevi vomitato solamente una volta,
a otto anni, dopo aver mangiato sei mele candite una dietro l’altra insieme ad
un’intera bottiglia di Tabasco... -
Al ricordo Max fece una smorfia. - E’ stato altrettanto sgradevole, credimi. -
- Oh, sì, posso immaginarlo -
Percorsero le ultime due miglia senza altri inconvenienti e quando varcarono la
soglia dell’edificio Max aveva riacquistato un po’ di colore.
- Chiamami se hai bisogno di aiuto, d’accordo? -
- Certo. Grazie, Isabel... -
Lei lo strinse in un rapido abbraccio. - Figurati! -
Quando entrò nella stanza laboratorio in cui lavorava Max venne accolto dal
caloroso saluto dei suoi colleghi. - Incredibile! Max Evans in ritardo! -
Il giovane sorrise e diede un’occhiata al grande orologio appeso alla parete. -
Di otto minuti, hai ragione - riconobbe.
- Come sono andate le vacanze? -
- Bene, grazie. E tu? -
- Non mi lamento. Però adesso dovrò sudare sette camicie per eliminare i chili
di troppo!... -
La porta si aprì ed apparve Linda Hathaway, una delle coordinatrici del
progetto cui il gruppo stava lavorando. - Invece c’è qualcuno, qui, che non ne
ha alcun bisogno... - disse lanciando un’occhiata di apprezzamento al corpo
asciutto e muscoloso di Max. Sapeva che lui era sposato e con figli, però non
si poteva mai dire. A volte anche i matrimoni all’apparenza saldi potevano
incrinarsi, e a lei non sarebbe dispiaciuto raccogliere i pezzi del suo. Con un
sospiro andò a sedersi davanti ad un monitor e verificò i dati con quanto
riportato sul blocco che aveva in mano. - Dannazione, che caspita è successo?
Questi valori sono completamente sballati! Ernie, passami le registrazioni
della notte del trenta dicembre! -
Quella richiesta incuriosì l’alieno. - Cosa stai verificando? - chiese con fare
noncurante.
- Il capo vuole un controllo accurato dei dati degli ultimi quattro giorni. E
lo vuole subito. Quindi, per favore, tu ed Ernie datevi da fare con i valori
dell’attività cosmica di quel periodo -
- Dobbiamo cercare qualcosa di particolare? - indagò Ernie.
- Qualsiasi cosa. Tutto quello che è stato registrato dal telescopio -
- Ai tuoi ordini. Max, prego, accòmodati pure accanto a me! -
La donna guardò Max dirigersi verso la postazione di lavoro del collega e
corrugò la fronte. - Mi serve entro stasera - precisò.
- Ok - rispose Ernie dando un’occhiata divertita al giovane, che ricambiò con
un sorriso distratto.
Esteriormente tranquillo, Max era in realtà in preda ad una vaga inquietudine.
Non solo avrebbe dovuto lasciare indietro le cose di cui si occupava di norma e
un paio di ricerche urgenti che aveva trovato nel suo raccoglitore, ma
l’incarico di Linda aveva fatto scattare nella sua testa un campanello
d’allarme. Quella richiesta era certamente da ricollegarsi all’incidente in
Florida, per cui era più che sicuro che non avrebbero trovato alcuna anomalia.
Però gli dava da pensare il fatto che il direttore volesse quelle informazioni.
Chi gliele aveva chieste? La Nasa no di certo, loro avevano mezzi molto più
potenti del piccolo osservatorio di Roswell, e i militari avrebbero fatto
riferimento alla Nasa. L’FBI? No, non aveva senso. Anche loro si sarebbero
rivolti alla Nasa... Chissà, forse si trattava solo di una coincidenza... Però
non poteva rischiare: doveva scoprire chi aveva fatto pressione su Burton.
Mentre cominciava a richiamare i files che gli occorrevano sentì il leggero
tocco della mente di Jason. D’istinto si concentrò per percepire meglio quella
sensazione tuttavia non avvertì niente altro. Perplesso e vagamente preoccupato
fece ruotare un poco la sedia. - Devo fare una telefonata ma torno subito -
avvertì Ernie prima di alzarsi ed uscire dalla stanza.
Una volta in corridoio tirò fuori il cellulare e compose il numero di casa.
Dovette aspettare nove squilli prima che qualcuno rispondesse. Era Jason, che
lo salutò con tono forzato.
- Jason, ti ho sentito. Cosa c’è? -
“- Niente, papà. Volevo solo sapere come stavi... -”
Max si strofinò la fronte. - Sicuro che sia tutto qui? -
“- Sì. Sì, certo. -”
- Jason... -
Davanti all’insistenza del padre il ragazzino esitò e alla fine cedette. “-
Shiri si è sentita poco bene. Ha... ha vomitato un paio di volte. Ma ora sta
meglio, davvero. Io... mi ero spaventato e così... -” disse piano.
- Sai perché è stata male? -
“- No, almeno... non ne sono sicuro. -”
- Che vuoi dire? Lo sai o non lo sai? -
“- Beh, ecco... credo che sia entrata nei sogni di... di qualcuno -”
- Bren? -
“- Io... forse -”
- Jason, vuoi dire che tua sorella si è concentrata da sola per raggiungere la
mente di un uomo che si trova dall’altra parte dell’universo?!? -
“- Non me ne sono reso conto finché non mi ha chiamato. Era allo stremo delle
forze... -”
- Maledizione! - Ora sapeva il motivo del suo malessere. In qualche modo Shiri
doveva aver capito di essere nei guai e aveva aperto la propria mente in cerca
di aiuto. Il che aveva portato Jason ad accorgersi delle sue difficoltà e lui a
provare le stesse sensazioni di debolezza che l’avevano sommersa. - Sei certo
che stia meglio? -
“- Sì. Sta facendo colazione. -”
- Dille di tornare a letto, quando ha finito, e guai a lei se si azzarda a fare
altre cose del genere. Può essere pericoloso, soprattutto ora che è stanca.
Dirò a Michael di passare a dare un’occhiata appena possibile. Shiri... Santo
cielo, si rende conto dei rischi che ha corso?! -
“- Credo di sì, papà. Solo che... tiene davvero molto a Bren, e... le manca...
-”
- Siete ancora troppo giovani per queste cose. Bren ha dei doveri da
rispettare, ma quando sarà il momento giusto sono certo che si farà vivo. Shiri
deve imparare ad avere pazienza... -
“- Già, hai ragione. -” Jason ridacchiò e Max sorrise di rimando, sentendosi un
poco sollevato.
“- Papà? -”
- Sì? -
“- Non mandare lo zio Michael. Non ce n’è bisogno, davvero... -”
Dopo un breve silenzio il giovane emise un sospiro. - D’accordo. Ma guarda che
non combini altri scherzi del genere! -
“- Va bene. Grazie, papà. -”
- Di niente, coniglietto. Prendetevela con calma, ok? -
“- Ok -”
Scuotendo leggermente la testa Max interruppe la comunicazione e prima di
tornare al lavoro si diresse verso il laboratorio dove si trovava Isabel.
Voleva tranquillizzarla, spiegarle la vera causa dei suoi disturbi, ma
soprattutto voleva riprendere il controllo delle proprie emozioni. Sapeva che
Shiri non era nuova a quel tipo di esperienze, ma fino a quel momento c’era
sempre stato Jason con lei. Il fatto che avesse deciso di raggiungere Bren da
sola era semplicemente pazzesco. Non capiva che sforzi del genere potevano
costarle la vita?!?
Nel sentire il conciso resoconto di Max Isabel sbuffò e distolse lo sguardo da
lui. - No, non ci posso credere! Quella ragazzina è... è peggio di te! -
commentò incredula. Tornò a studiare il suo volto teso. Probabilmente non si è
nemmeno accorta di essersi connessa con te. Certo che deve essersi sentita
davvero male per averti fatto dare di stomaco a quel modo... -
- Non mi ci far pensare, ti prego! - Il giovane si passò una mano fra i capelli
con fare nervoso. - Vorrei tanto fare una scappata a casa e vedere come stanno
veramente le cose... -
- Chiedi un permesso, no? -
- Non posso, Linda ci ha appena affidato un lavoro alquanto pesante. E ad
essere sinceri anche quello mi preoccupa un bel po’... -
- Perché? -
- Vuole che raccogliamo tutti i dati degli ultimi quattro giorni e ne facciamo
un’analisi comparata entro stasera. Sono sicuro che non è stata un’idea del
direttore... -
Isabel lo osservò con ansia. - Credi che possa essere a causa di quello che...?
-
Lui scrollò le spalle. - Non vedo altro motivo. Non dobbiamo cercare qualcosa
di specifico, vuole tutto. Tutto. -
La ragazza serrò le mani a pugno, spazientita. - E cosa pensa di scoprire? Il
segnale di Batman? -
Suo malgrado Max sorrise. - Chi lo sa? In fin dei conti, io non avevo alcuna
idea che esistesse un meccanismo di trasporto come quello che hanno usato per
prelevarci... -
- Vorrei tanto sapere perché nessuno ci ha mai parlato di quella maledetta
base! -
- Piacerebbe saperlo anche a me. E questo è un altro motivo per cui dovrò
andare a... casa... quanto prima. - Le accarezzò una guancia col dorso della
mano. - Ma solo dopo la nascita di Natalie. Non voglio mancare l’arrivo di mia
nipote... -
Lei ricambiò il sorriso, grata, poi il suo sguardo si spostò oltre le spalle
del fratello. - La virago ti sta cercando. Ci vediamo più tardi a pranzo -
- Certo. Virago? - chiese un attimo dopo, senza capire.
- Linda Hathaway. Ti divora con gli occhi, non te n’eri accorto? - Con un
sorrisetto malizioso agitò la mano in segno di saluto e rientrò nel locale che
condivideva insieme ad altri due ricercatori.
L’assistente osservò Max varcare la soglia del laboratorio e lo seguì
chiudendosi la porta alle spalle. - Non abbiamo molto tempo per questo lavoro,
quindi spero che tu abbia finito con le telefonate personali - Calcò
sull’ultima parola ed il giovane le diede un rapido sguardo.
- Scusa, ho i nervi a fior di pelle... - Linda Hathaway scosse leggermente la
testa. - C’è stato un guasto ai rilevatori della Nasa, qualche giorno fa, e
adesso hanno bisogno delle registrazioni di tutti gli osservatori
radioastronomici del paese per poter ricostruire i dati mancanti di quel
periodo. E naturalmente abbiamo soltanto poche ore a disposizione per mettere
insieme ogni cosa e consegnarla a quelli di Washington... -
Nell’udire le sue ultime parole Ernie si girò di scatto verso di lei. - Vuoi
dire che vengono a prenderle di persona?!? E da quando in qua usano i
fattorini? Se hanno tanta fretta di ricevere quei dati perché non possiamo
metterli in rete? Santo cielo, hanno un sistema di protezione uguale a quello
della Casa Bianca!!! -
La donna si strinse nelle spalle. - Non so che dirti, a parte il fatto che da
qualche tempo le misure di sicurezza sembrano non essere mai sufficienti... -
- Sì, l’avevo notato - fu la secca risposta di lui.
Max assistette in silenzio al rapido scambio di frasi, cercando di digerire le
informazioni appena fornitegli. A quanto sembrava la distruzione della base
aliena sottomarina aveva avuto delle conseguenze inaspettate, e probabilmente
la cosa aveva messo in allarme la ristretta cerchia di persone che conoscevano
la verità. Poteva ritenersi fortunato per il fatto che nessuno fosse venuto a
prelevarlo...
Da quel momento né lui né gli altri ebbero un attimo di respiro. Il lavoro era
lungo e richiedeva molta attenzione, e l’unica pausa che riuscirono a
concedersi fu mezz’ora per il pranzo a turni alternati.
Isabel ascoltò attenta la succinta spiegazione di Max mentre, come di
consuetudine, sedevano nel loro angoletto preferito mangiando i tramezzini
presi al distributore automatico. Avevano trovato per caso quella panchina
mezza sgangherata ad un centinaio di metri dall’ingresso dell’osservatorio, un
po’ nascosta dietro alcuni cespugli, e ci andavano sempre, a meno che non
piovesse a dirotto. Era l’unico luogo in cui si sentissero sicuri di poter
parlare senza il timore di venire ascoltati, e inoltre nessuno avrebbe notato
l’incredibile quantità di tabasco consumata da Isabel. Da quando era rimasta
incinta, infatti, la ragazza aveva aumentato notevolmente l’uso di salsa
piccante e più di una volta si era resa conto di essere oggetto di strane
occhiate da parte di chi la vedeva mangiare...
- Mi dispiace ma devo rientrare. Abbiamo davvero pochissimo tempo per finire
quel lavoro... - disse Max togliendo dalle mani della sorella il cellophane che
aveva avvolto il suo tramezzino e buttandolo nel bicchiere di carta ormai
vuoto.
Isabel seguì distrattamente i suoi gesti. - Pensi davvero che la causa di tutto
sia stata l’esplosione nella base? - chiese con voce sommessa.
- Mi sembra abbastanza probabile. Io non so quanto fosse grande né cosa sia
accaduto con esattezza, ma di sicuro deve essere stata liberata un’enorme
quantità di energia... Dio, non posso pensare a quante persone siano morte... -
- Non sei stato tu ad ucciderle... - cercò di consolarlo lei.
- Ma sono morte perché io ero lì! -
- Max, smettila! - Isabel gli prese le mani e le strinse forte tra le proprie.
- Sono stati loro a catturarti, a prendere te e Liz! Volevano uccidervi, lo hai
dimenticato? E se quell’uomo ha deciso di salvarvi e, allo stesso tempo,
distruggere tutto quanto, cos’avresti potuto fare per fermarlo? E poi,
ammettilo: per impedire la morte di Liz l’avresti distrutta tu stesso, quella
base, e senza il minimo rimorso! Quindi adesso vedi di farla finita, ok? -
Il giovane chinò il capo e rimase a lungo a fissare le loro mani intrecciate.
Poi rialzò la testa ed incontrò i suoi occhi. - Sono davvero così spietato? -
chiese sottovoce. Prima che lei potesse rispondergli abbassò le palpebre e una
lacrima brillò tra le sue ciglia. - Sì, hai ragione, lo avrei fatto... - ammise
con tono di sconfitta.
- E ne avresti sofferto, e il senso di colpa ti avrebbe perseguitato per il
resto della vita. E’ per questo che sei un grande re, Max. Perché non ti tiri
indietro quando si tratta di prendere decisioni difficili, e sei disposto a
pagare il prezzo delle tue scelte. -
- Questo non cambia il fatto che molta gente sia morta a causa mia... -
bisbigliò lui.
- E altra ancora ne morirà, stanne certo! Ma è inevitabile. Perché tu
rappresenti il potere, e per questo ci sarà sempre qualcuno che cercherà di
eliminarti. In tutti i modi possibili, senza preoccuparsi di fare vittime
innocenti... La tua, la nostra, è una lotta senza quartiere che non avrà mai
fine. Su Antar, e perfino qui! E’ triste, certo, ma noi abbiamo il diritto di
sopravvivere, e di difendere le persone che ci sono care... -
Max serrò le labbra in una linea sottile e annuì lentamente. Sì, Isabel aveva
ragione. Il loro era un destino di morte, comunque e in ogni caso, e tutto
quello che poteva fare era cercare di agire nel migliore dei modi, proteggendo
la sua gente e la sua famiglia con ogni mezzo possibile.
La ragazza si piegò in avanti e gli diede un bacio sulla guancia. - Te la stai
cavando benissimo, credimi... - disse piano, poi lasciò andare le sue mani e
radunò i resti del loro pranzo. - Avanti, si torna al lavoro! -
Poco prima delle quattro e mezza Linda Hathaway consegnò al direttore
dell’osservatorio una piccola pila di cd. - Ecco, qui sono raccolte tutte le
registrazioni e le analisi dei dati che ci hanno chiesto. E’ stata dura ma ce
l’abbiamo fatta: Langdon ed Evans sono una grande squadra... -
- Sì, lo so. Ah, questo deve essere il fattorino! - Così dicendo Burton ammiccò
alla sua assistente. Anche lui era rimasto sconcertato alla notizia che avrebbe
dovuto consegnare i dischi ad una persona venuta appositamente da Washington, e
la definizione che ne aveva fatto Ernie gli era sembrata molto appropriata...
Controllò l’orologio a parete. Sì, esattamente l’ora indicata. Quelli di
Washington dovevano essere davvero impazienti... Premette il pulsante
dell’interfono e la segretaria gli confermò i suoi sospetti. “- Dottor Burton,
è arrivato il signor Roich -”
- Bene, Donna, lo faccia accomodare, grazie. -
Quando la porta si aprì apparvero tre uomini molto alti e ben piazzati, che
lasciarono perplesso il direttore.
- Roich - si presentò il più anziano del gruppetto, che tuttavia non doveva
superare la quarantina.
- Salve. Sono Andrew Burton, e lei è la mia assistente, Linda Hathaway -
Per tutta risposta Roich fece un piccolo cenno del capo e fissò i dischi che
Burton teneva ancora in mano.
Accortosi della direzione del suo sguardo l’uomo si affrettò a porgerglieli. -
Ecco, qui c’è tutto quello che i nostri strumenti hanno registrato dal 30
dicembre al 2 gennaio e un’analisi comparata dei dati. Abbiamo fatto del nostro
meglio col poco tempo che ci avete messo a disposizione... -
- Ne sono certo. Adesso, per favore, faccia venire qui Max e Isabel Evans -
La richiesta lo lasciò di stucco. - Scusi? -
Accanto a lui Linda sentì il cuore mancarle un battito. Come facevano a sapere
di loro? E perché volevano vederli? -
- Lei si limiti a chiamarli -
Un po’ risentito per il tono di comando usato da Roich, Burton attivò di nuovo
l’interfono e avvertì la segretaria.
Pochi minuti dopo i due fratelli fecero il loro ingresso ma, nel vedere gli
uomini in piedi davanti alla scrivania del direttore, Max si spostò di lato in
modo da coprire Isabel. - Dottor Burton... - disse fingendo una calma che non
provava.
- Max, questi signori hanno chiesto di voi. Prego, accomodatevi... - li invitò
ad avanzare, tuttavia Max rimase immobile davanti alla sorella.
- Abbiamo avuto l’incarico di portarvi con noi - disse Roich senza accennare a
presentarsi.
- Davvero? - mormorò Max con tono sarcastico.
- Occorre qualcuno che interpreti i dati -
- Allora non c’è bisogno che venga anche mia sorella, dal momento che non ha
lavorato a questa ricerca... - obiettò prontamente lui.
- Dovete venire tutti e due -
- Ho detto di no. Isabel, vai via - Si rivolse a lei senza distogliere lo
sguardo dall’uomo che era evidentemente al comando, un’espressione di gelida
sfida negli occhi.
Roich s’irrigidì. Aveva ricevuto l’ordine di prelevare i fratelli Evans, ed era
stato avvertito di usare grande cautela perché potevano essere molto
pericolosi. L’apparente aspetto innocuo di Max Evans non lo trasse in inganno,
né gli sfuggì la durezza nei suoi occhi. Quel ragazzo era un lottatore, e se
avesse deciso di reagire avrebbe di sicuro dato un bel po’ di filo da torcere.
In casi come quello aveva imparato che era meglio accontentarsi piuttosto che
rischiare di perdere tutto, così fece cenno ai suoi compagni di lasciar andare
la donna, che si dileguò all’istante. - Dottor Burton, è stato un piacere -
Girò sui tacchi e s’incamminò dietro il giovane Evans e la sua scorta.
Ammutoliti dallo stupore il direttore e Linda Hathaway rimasero a guardare la
porta che Roich aveva lasciato aperta.
- Che diavolo significa tutto questo? -
- Non ne ho idea. Guarda se Isabel Evans se n’è già andata - Burton si grattò
pensoso una tempia. - Non posso credere che si siano portati via uno dei miei
collaboratori! E’ inaudito! -
La donna fu di ritorno dopo pochi minuti. - La sua auto non c’è più. Vuole che
la segua? -
- No, non importa. Passerò io da lei tornando a casa... Vattene anche tu,
Linda, è stata una giornata faticosa per tutti... -
- Grazie, dottore. Ci vediamo domani, allora. -
Lui la salutò con un sorriso stanco poi si mise a riordinare le carte sulla
scrivania e un’ora più tardi spense il computer e le luci e se ne andò dopo
aver salutato Nicole Bentley, di turno quella notte. Lavorava all’osservatorio
di Roswell da dodici anni e mai, prima di allora, era capitato qualcosa del
genere... Non riusciva a capire perché quell’uomo avesse voluto portare con sé
Max Evans. Per quanto avesse dimostrato ben presto di essere molto in gamba, si
trovava lì soltanto da poche settimane e quindi avrebbe avuto più senso che
fosse Ernie Langdon, ad andare a Washington... Ma Roich aveva subito chiesto
dei due Evans. Perché? Non vedeva l’ora di arrivare a casa di Isabel per
saperne qualcosa di più.
Quando giunse davanti all’elegante villetta in cui viveva la giovane donna
scoprì che non c’era nessuno. Si guardò intorno indeciso poi risalì in
macchina. “Bene, a quanto pare non mi rimane altra scelta che parlare con sua
moglie. Accidenti, questa storia non mi va proprio giù!”
Una decina di minuti più tardi veniva fatto accomodare in casa da una bella
brunetta dall’aria seria e risoluta. - Signora Evans? - la salutò incerto. Vero
che Max era molto giovane, ma quella ragazza sembrava poco più che
adolescente...
- Sì, sono io. Lei è il dottor Burton, se non erro? -
- Infatti - rispose l’uomo, vagamente sorpreso.
- Mia cognata mi ha spiegato cos’è successo, e immaginavo che sarebbe venuto
qui... - Lo invitò a seguirla nel soggiorno, dove si trovavano anche Morgan ed
Isabel, e dopo aver fatto le dovute presentazioni sedette sul divano e fissò i
suoi grandi occhi scuri sul nuovo arrivato. - Mi può dire con esattezza che
tipo di ricerca aveva affidato a Max e al suo collega? - chiese, la voce ferma
e le mani serrate in grembo. Era pallida, tesa, ma niente altro tradiva
l’enorme angoscia che le attanagliava il cuore.
- I rilevatori della Nasa sono rimasti accecati da una tempesta
elettromagnetica di grandissima potenza, la notte di capodanno, e tutti gli
osservatori radioastronomici sul territorio statunitense che hanno continuato a
funzionare devono far pervenire copia di ogni dato a Washington. Quello di
Roswell non è uno degli impianti più grandi del paese, certo, ma un evento di
tale portata richiede necessariamente l’ausilio di ogni risorsa disponibile e
così anche noi abbiamo fatto la nostra parte. -
- Anche negli altri casi è stato uno dei ricercatori a portare personalmente le
informazioni a Washington? Non sarebbe stato più semplice mettere tutto in
rete? -
- Certo, e anche più rapido, ma a quanto pare hanno preferito fare in questo
modo, penso per ragioni di sicurezza. E presumo che abbiano seguito la stessa
procedura ovunque. L’unico fatto strano è che abbiano chiesto proprio di suo
marito e di Isabel. In fin dei conti era Ernie Langdon il responsabile della
ricerca... -
- Sapevano i nostri nomi. Sapevano che lavoriamo lì - precisò Isabel,
strofinandosi nervosamente i palmi delle mani sulle cosce avvolte in un morbido
tessuto di lana grigio scuro.
- Com’è possibile? - domandò Liz guardando Burton dritto negli occhi.
- Non ne ho idea, davvero. Comunque, ho avuto la netta impressione che non
abbiano gradito il rifiuto di Max a far andare anche la sorella, con loro. -
- Posso immaginarlo... - borbottò la ragazza passandosi le dita fra i capelli.
- Se le cose stanno come credo, posso proprio immaginarlo... - Si alzò di
scatto, costringendo l’uomo a fare altrettanto. - Grazie, dottor Burton, per
essere venuto. E’ stato davvero molto gentile. Buona sera. -
- Buona sera, signora Evans. Isabel, signor Coltrane... -
Non appena ebbe richiuso la porta alle sue spalle Liz si volse a guardare la
coppia. - Dietro tutta questa storia c’è l’FBI, ne sono sicura. Non può essere
altrimenti -
Isabel si morse nervosa il labbro inferiore. - Sono dei veri bastardi. Per quel
che ne sanno, può essersi trattato di un fenomeno naturale eppure la prima cosa
che hanno fatto è stata prelevare Max! Alla faccia della democrazia! -
- Nessuno di noi verrà mai trattato con giustizia, e tu lo sai perfettamente.
Ma non gli permetterò di prendersela con lui come e quando gli pare! Max non ha
fatto niente e loro devono lasciarlo andare. Subito, adesso! - Liz si diresse
in cucina e sorrise suo malgrado nel vedere Jason pulire col bavaglino il mento
di Ethan sporco di crema di verdure. - Ragazzi, venite di là. Voglio che ci
siate anche voi mentre decidiamo cosa fare... -
Shiri, con Claudia saldamente tenuta sul fianco, stava riempiendo d’acqua un
biberon e nell’udire la voce della madre si volse di scatto. - Allora... papà è
nei guai? - chiese preoccupata.
- Spero di no, ma saperlo a Washington non mi piace per niente -
- Lo zio Michael è arrivato? -
- Dovrebbe essere qui a momenti... -
Si erano appena messi tutti a sedere quando udirono la porta aprirsi. Era
Maria, con Mathias che gorgogliava allegro nel suo passeggino mentre scalciava
la coperta in cui era avvolto. - Ciao, Liz. - Diede una rapida occhiata oltre
le sue spalle. - Michael non c’è? -
Liz l’aiutò a togliersi il cappotto. - Lo stiamo aspettando da un momento
all’altro: mezz’ora fa ha chiamato avvertendo Morgan che si era fermato ad
Elkins per fare benzina. -
- E tu come stai? -
La ragazza scosse leggermente la testa. - Sono furibonda, ma a parte questo sto
bene. E’ venuto il capo di Max e ci ha spiegato come sono andate le cose,
confermando i nostri sospetti. Adesso dobbiamo decidere in che modo riportarlo
a Roswell... - Riepilogò rapidamente quanto avevano detto Isabel ed Andrew
Burton, e quando ebbe terminato il resoconto Maria la fissò perplessa.
- Senti, tutto sommato potrebbe anche essere vero. Voglio dire, magari non
vogliono altro da Max che essere a loro disposizione per qualsiasi chiarimento
su quei dati... -
- Maria, Max lavora all’osservatorio da poco più di un mese, Ernie da nove
anni! Se davvero avessero avuto bisogno di qualcuno avrebbero preso lui, non
credi? -
A quell’osservazione Maria non seppe cosa obiettare e con un sospiro rassegnato
sospinse il passeggino verso il divano, dove si lasciò cadere stancamente. -
Che intendete fare? -
- Non lo sappiamo, ancora. Ma una cosa è certa: bisogna andare a Washington e
fargli sapere che non possono prelevare uno di noi in questo modo e pensare di
passarla liscia! - fu la pronta risposta di Isabel.
- Washington è una città piuttosto grande. Come pensi di riuscire a trovare Max
e quelli che lo tengono prigioniero? -
- Per questo abbiamo bisogno di Michael. Lui può sentirlo e individuare il
punto esatto in cui si trova... -
- E poi? Fa saltare in aria il palazzo e tutto quello che c’è dentro, compreso
Max? - commentò sarcastica Maria.
Isabel la guardò come se fosse stupida. - Una volta ho detto a mio fratello che
non poteva pensare di risolvere ogni problema distruggendo fisicamente i
responsabili, quindi non oserei mai suggerire una cosa del genere! -
- E allora cosa dovrebbe fare Michael? Entrare e dire: Ehi, liberatelo e
prendete me al suo posto?!? -
Stavolta fu Liz a fissarla incredula. - Maria! No! Nessuno di noi lo vorrebbe!
E se anche lui decidesse di farlo glielo impediremmo! - Le prese una mano e la
strinse ansiosa. - Maria, credimi, non potrei mai permettere un simile
scambio... -
Due grosse lacrime rotolarono lungo le guance della ragazza, che tirò su col
naso senza neppure rendersene conto. - E allora perché Michael mi ha telefonato
per dirmi di prenotargli un biglietto aereo di sola andata per Washington? -
chiese con voce spezzata.
Quella domanda lasciò Liz interdetta. - Io... non ne ho idea... - mormorò, poi
un lampo le attraversò le iridi vellutate. - Forse ritiene che, una volta
lasciato andare Max, quella gente potrebbe bloccarli di nuovo all’aeroporto, e
quindi pensa di tornare a Roswell usando... usando i graniliti! In questo modo
nessuno potrebbe impedire la loro fuga! - Man mano che parlava il suo volto
andò illuminandosi. - Sì, certo! Se riesce a rintracciare Max e ad allontanarsi
dai federali insieme a lui, possono teletrasportarsi a casa! E dubito
fortemente che l’FBI oserebbe presentarsi qui per protestare!... -
- Giusto! - Jason la guardò eccitato, dopodiché si grattò pensoso il mento. Ma
se io andassi con lo zio Michael faremmo ancora prima... Per arrivare a
Washington ci vorranno almeno tre ore di volo, mentre io... -
- No, Jason, non pensarci neppure. - lo ammonì la madre. - Non ho alcuna
intenzione di dovermi preoccupare anche per te! Sono sicura che Michael sarà
capacissimo di cavarsela da solo! -
- Puoi sempre tenerti in contatto mentale con lui ed intervenire soltanto in
caso di necessità ... - suggerì Shiri.
- E io mi collegherò a Max! Sì, mi sembra un’ottima idea! - esclamò Isabel
soddisfatta.
Morgan le diede un’occhiata di sbieco. A lui non sembrava un’ottima idea,
invece, tutt’altro... Aveva cominciato a capire come l’uso dei poteri mentali
di cui quei ragazzi erano dotati non fosse poi così semplice e non voleva che
Isabel, nelle particolari condizioni in cui si trovava, potesse risentirne. Per
quanto sicuramente non le facesse bene neanche lo stato di stress in cui
l’aveva gettata quella faccenda!
- Maria, stai tranquilla, spiegheremo ogni cosa a Michael e lo convinceremo a
non fare nulla di impulsivo. Finché si tratterà di cercare Max non correrà
alcun pericolo, e quando poi lo avrà trovato sarà lui stesso ad impedirgli di
commettere sciocchezze!... - Liz cercò di calmare l’amica.
- Michael si sente terribilmente responsabile della sicurezza di Max. Tutta
questa storia dell’essere il suo braccio destro, il suo generale... è come se
avesse infine scoperto il motivo della sua esistenza, il perché è stato mandato
qui, sulla Terra, insieme a lui e ad Isabel - “e a Tess” aggiunse dentro di sé
con disgusto. Anche se non lo dà a vedere, si sente investito della protezione
di tutti quanti noi esattamente come fa Max, e io so che sarebbe disposto a
qualsiasi cosa pur di salvarlo... -
Le sue parole accorate fecero fremere Isabel, che abbassò gli occhi sulle
proprie mani ora intrecciate in grembo. - Maria ha ragione - ammise. -
Quando... quando io e Michael ci rifiutammo di seguire Max su Antar, e lui
venne catturato da Volnis e poi finì con lo sposare Tess, noi... ecco... ci
sentimmo in colpa per quello che era successo e... E’ vero, per impedire che a
Max venga fatto del male faremmo di tutto... anche... anche scambiare la nostra
vita per la sua... -
- Tu sei pazza! - escalmò Morgan inorridito. - No, tu non puoi davvero pensare
di poter fare una cosa simile! Soprattutto adesso che sei incinta! Non puoi
sacrificare anche nostra figlia! -
La giovane donna si raddrizzò bruscamente e gli pose una mano sul braccio. -
Non permetterò che accada mai niente a Natalie! - disse affranta. - Ma non
posso neppure starmene ferma a guardar soffrire le persone che amo! Incluso
te... - Accennò un debole sorriso. - Io posso connettermi a Max senza alcun
pericolo, credimi, e Shiri controllerà sia me che Jason. E ti prometto che non
appena sentirò che qualcosa non va per il verso giusto tornerò indietro... -
L’uomo la fissò a lungo negli occhi, consapevole della lotta interiore che la
stava dilaniando. Per lei il fratello era sempre stato molto importante, il
punto di riferimento della sua vita, e non poteva sopportare che stesse male. E
al contempo voleva proteggere Natalie e... lui. Non era facile amare una
ragazza come Isabel, ma gli era impossibile farne a meno. - D’accordo -
cedette.
- Grazie. - Si protese a baciarlo, teneramente ma con passione, sentendo come
propri i suoi timori, le sue incertezze. E ancora una volta provò un’enorme
riconoscenza per il destino che l’aveva condotta da lui.
Aveva quasi smesso di nevicare quando l’aereo rullò sulla pista di atterraggio.
Non appena i segnalatori delle cinture di sicurezza si spensero tutti i
passeggeri si alzarono e cominciarono a radunare i loro bagagli. A dire il vero
non c’era molta gente, ma alcuni avevano così tante buste piene di
cianfrusaglie che Michael dovette aspettare quasi un quarto d’ora prima di
poter scendere dal velivolo. Nonostante le condizioni del tempo il viaggio si
era svolto senza problemi e lui ne aveva approfittato per riflettere su quello
che avrebbe dovuto fare. In realtà, finché non avesse scoperto in quale palazzo
fosse stato condotto Max, c’era ben poco da pianificare, però aveva pensato ad
alcune interessanti soluzioni e ora smaniava dal desiderio di passare
all’azione. Il fatto di non avere alcuna valigia con sé gli permise di lasciare
l’aeroporto in pochissimo tempo e riuscì a prendere l’ultima navetta per la
capitale risparmiando così un bel po’ di soldi, dato che il taxi gli sarebbe
costato di sicuro una discreta cifra.
Decise di scendere al capolinea, la stazione dei pullman, e di cominciare a
monitorare la zona da lì. Non conosceva affatto la città quindi un posto valeva
l’altro, in ogni caso la stazione si trovava in centro e dunque era un ottimo
punto da cui avviare la ricerca.
Camminò lentamente, badando a non dare nell’occhio, la mente concentrata al
massimo per avvertire la pur minima emissione di energia, che lo avrebbe
avvertito della vicinanza del suo amico. Quando si ritrovò a passare davanti
alla Casa Bianca gli venne quasi da ridere. La maggioranza della gente credeva
davvero che il presidente degli Stati Uniti fosse il capo del mondo libero, e
non sapeva che - al contrario - i reali detentori del potere erano i componenti
del suo staff, persone che se ne infischiavano delle sue direttive e
continuavano a tessere i loro meschini intrighi... Oh, sì, le cose andavano
nello stesso modo un po’ ovunque, era successo perfino su Antar!, ma
ciononostante non poteva non disprezzare l’incapacità, spesso mescolata
all’indifferenza, con la quale uomini posti ai massimi vertici si occupavano
della vita di milioni di esseri. Insomma, possibile che l’unica leva in grado
di muovere anche il più piccolo ingranaggio fosse il potere personale?!? Ma in
fin dei conti, se ci pensava bene, cos’avevano ricavato tutti quelli che
avevano messo da parte i propri interessi per aiutare gli altri? Solo dolore e
morte. Bisognava essere davvero santi, o idioti, per lottare per qualcuno
sapendo di ricevere questo in cambio! Bisognava essere come Max, o come lui...
Sogghignò amaramente dentro di sé. Ma loro due non erano né santi né idioti:
erano ibridi, metà alieni e metà umani, e la Terra doveva ancora capire con chi
aveva a che fare!
L’inconfondibile formicolìo mentale che percepì nel passare nei pressi di un
tozzo edificio quasi del tutto immerso nel buio, al contrario degli slanciati
grattacieli che lo affiancavano, lo fece fermare di colpo. “Max!” Si affrettò a
ritrarsi sul marciapiedi opposto, volendo capire bene quale fosse la mossa
migliore da fare, quando vide una porta laterale aprirsi ed una persona uscire.
“Max?!?” Incredulo, fece un giro su se stesso temendo un agguato ma poi, visto
che non c’era nessun altro, attraversò di nuovo la strada e raggiunse l’uomo. -
Max? - chiamò sottovoce.
Nell’udire il proprio nome il giovane s’irrigidì. - Michael! Che diamine ci
fai, qui? -
- Non lo immagini? Rappresento i rinforzi!... - Si guardò di nuovo intorno,
sconcertato. - Ti hanno lasciato andare così? Come se niente fosse? - chiese
sospettoso.
- Già. Senti, sono molto stanco, ti spiace se andiamo da qualche parte? Ho
bisogno di almeno un litro di caffè... -
- Figurati. Ho percorso non so quante centinaia di miglia per raggiungerti e
salvarti, quindi il minimo che possa fare è cercare con te un bar e tenerti
compagnia finché potremo tornare a casa! -
Il tono acre di Michael fu come una frustata per Max, che spinse più a fondo le
mani nelle tasche del giaccone che indossava. - Scusami, sono davvero stanco ma
non appena saremo lontani da qui ti racconterò tutto... -
- Sì, sarà meglio che tu lo faccia. Vieni, c’è un bar proprio laggiù, dietro
l’angolo. Ci sono passato davanti meno di dieci minuti fa -
Poco dopo sedevano uno di fronte all’altro ad uno dei tanti tavolini di un bar
aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Niente di elegante, ma era confortevole
e offriva un ottimo riparo dall’aria gelida che c’era fuori. Era presente solo
un altro avventore, e una radio trasmetteva musica a basso volume. Con un
sospiro di sollievo Max si portò alle labbra la tazza colma fino all’orlo di
caffè bollente e ne bevve un lungo sorso.
- Tieni, prova questi - Michael spinse verso di lui il piatto con sopra dei
muffins ai mirtilli e la bottiglia di salsa piccante. - Sembri sfinito... -
disse vagamente sorpreso. Non riusciva a capire cosa potesse essergli accaduto.
Non aveva l’aria di essere stato sottoposto a torture, né fisiche né psichiche,
eppure poteva sentire la sua intima stanchezza. Che diavolo gli avevano fatto?
Grato, Max mangiò piano i dolcetti e quando ebbe finito la sua tazza di caffè
la riempì di nuovo e bevve con avidità.
- Allora? Isabel era sconvolta per la tua partenza, e Liz... beh, puoi
immaginare benissimo come stesse... -
- Ce l’hai... ce l’hai il cellulare? Così la chiamo... -
- Non preoccuparti, sanno già che ti ho trovato. Io sono in contatto con Jason,
e Isabel con te. Che cosa ti hanno fatto? - domandò pressante.
- Domande. Una quantità allucinante di domande - fu la laconica risposta.
- Tutto qui?!? - fu la prima reazione di Michael, prima di mordersi la lingua.
Non dovevano essere state domande semplici, visto come lo avevano ridotto... Ma
accidenti, tutti loro avevano temuto chissà quali orribili sevizie e invece...
Domande. Nient’altro che domande. Avrebbe voluto fargliene un po’ anche lui, a
dire il vero, però forse era il caso di rinviare a dopo. - Ehm... senti, Max,
noi... noi avevamo pensato che fosse più sicuro andarcene... ecco, andarcene da
soli... io e te... Sai, nel caso avessero bloccato tutte le vie di fuga... Ma
se non te la senti possiamo anche tornare in aeroporto e vedere quando c’è il
primo volo per il New Mexico... -
- No, non ce n’è bisogno. Anch’io voglio andare a casa il prima possibile...
Fammi soltanto finire il caffè, ok? -
- Ok - Michael lo guardò da sotto le ciglia. Forse anche Max aveva avuto paura
di venire maltrattato, e il fatto che si fossero limitati a fargli delle
domande poteva averlo esaurito per la tensione... Dio, avrebbe dato non sapeva
cosa pur di scoprire la verità! Ma se Max aveva deciso di non dirgli niente,
almeno per il momento, beh, non c’era nulla che potesse fargli cambiare idea e
lo sapeva benissimo! Attese quindi che finisse di sorseggiare la bevanda
dopodiché mise alcuni dollari sul tavolo e si alzò.
Max lo seguì in silenzio poi, quando furono al sicuro in una pozza di buio, lo
abbracciò forte. - Grazie per essere venuto a cercarmi, Michael. Non puoi
capire cos’abbia provato nel trovarti accanto a me... Sei un vero amico... -
Sorpreso e commosso il giovane lo strinse a sua volta. Poteva sentire il suo
corpo tremare debolmente e avrebbe tanto voluto fare qualcosa per aiutarlo a
riprendersi. Ma sì, c’era una cosa che poteva fare! Riportarlo indietro, da
Liz. Era Liz la migliore medicina per lui... Lo trattenne ancora per qualche
secondo contro di sé poi fece un passo indietro. - Ce la fai a richiamare i
graniliti? Si torna a casa, Spock! -
Il ragazzo sorrise a quella battuta, poi chiuse gli occhi e si concentrò finché
sotto le sue dita poté avvertire la presenza dei lisci ovali pieni di una
quantità incalcolabile di energia.
Nel momento stesso in cui apparvero al centro del soggiorno Liz emise un gemito
e si slanciò verso di loro. - Max! - Gli prese il volto fra le mani e lo baciò
con tutta l’anima, senza neppure lasciargli il tempo di far scomparire i
graniliti.
Ancora seduta accanto a Morgan Isabel si abbandonò contro la sua spalla,
sentendosi come svuotata per il sollievo. - Signore, ti ringrazio... - mormorò
con un filo di voce mentre il marito le accarezzava piano la nuca.
- Michael? - Maria si avvicinò trepidante al ragazzo. Apparentemente sembrava
tutto a posto. - Michael, stai bene? - chiese.
- Sì. Sì, sto bene. Non ho dovuto fare niente, in realtà... - ammise prima di
prenderla fra le braccia.
- Niente... - ripeté lei, tra il riso e il pianto. - Santo cielo, Michael, mi è
bastato saperti a Washington per farmi stare male! - bisbigliò stringendolo.
Quando Max e Liz si separarono per respirare Isabel si schiarì la gola con
intenzione. - Max, perché non vieni a sederti qui e ci racconti come sono
andate le cose? Roich e gli altri erano agenti dell’FBI, vero? -
- Già - Niente affatto sorpreso per il fatto che la sorella avesse intuito la
reale identità degli uomini che si erano presentati all’osservatorio, il
giovane si accomodò sulla poltrona e passò le braccia intorno alla vita di Liz,
accovacciatasi sulle sue ginocchia. - Volevano sapere se fossi in qualche modo
coinvolto in quello che era successo. La tempesta elettromagnetica che ha
oscurato i rilevatori di Cape Canaveral e di Houston è stata così forte da
disturbare perfino i segnali dai satelliti, e volevano accertarsi che non
stessimo combinando qualcosa. Volevano essere sicuri che non si trattasse di
qualche... qualche trucco alieno per nascondere chissà che. Ma si sono limitati
alle domande. Davvero, non mi hanno fatto niente. Sono... solo stanco, tutto
qui. Mi hanno interrogato ininterrottamente per più di cinque ore, poi è
arrivata una telefonata. E a quel punto è finita. Sono stato accompagnato fino
ad una porta di servizio, mi è stato tolto il cartellino da visitatore, e
poi... fuori. Così, senza alcuna spiegazione né tanto meno delle scuse. Però...
questo è servito a ricordarmi che ci tengono sempre sotto controllo. Sanno dove
lavoriamo, cosa facciamo... Non conoscono la reale portata dei nostri poteri,
ma sono intenzionati a non perderci di vista. Mai. Sono in pochissimi a sapere
di noi, eppure non si lasciano sfuggire niente. Sanno che eravamo in Florida. -
- E allora? C’erano migliaia di turisti, oltre a noi! - protestò Isabel.
Max sorrise davanti alla reazione della sorella. - A loro è sembrata una strana
coincidenza, tutto qui. -
- Tutto qui. Sì, certo, come al solito. Alla fine tutto riconduce a noi...
Forse dovrei cominciare a sentirmi importante -
- Isabel, non c’è niente che possiamo fare se non continuare ad andare avanti e
vivere la nostra vita, per quanto grande sia il loro desiderio di rinchiuderci
da qualche parte e buttare via la chiave... Solo così potremo vincere... -
La voce pacata di Liz fece sospirare rumorosamente la ragazza. - E’ inutile
discutere con voi. Vi basta essere di nuovo insieme e riuscite a perdonare
qualsiasi torto vi abbiano fatto! -
- Non è così - la rimproverò l’amica con dolcezza. - Anche io vorrei che ci
lasciassero in pace, ma siccome so che non lo faranno mai non intendo sprecare
la mia esistenza odiandoli... Preferisco dedicare le mie energie a Max e ai
nostri figli. Credo che sia molto più costruttivo. Non trovi? -
Isabel si toccò delicatamente il ventre arrotondato dalla gravidanza. - Non
sopporto l’idea che possano fare quello che vogliono senza che nessuno glielo
impedisca! Qualcosa mi dice che non hanno chiesto alcuna autorizzazione prima
di prelevarti, Max... -
- Lo penso anch’io. E posso soltanto ringraziare il cielo che mi abbiano
rilasciato. Vivo. Non ero certo che lo avrebbero fatto, e temevo che venissero
a prenderti per confrontare le tue risposte con le mie. Solo quando ho visto
Michael ho capito che ero libero, che era davvero finita. Che sarei tornato a
casa - Strinse maggiormente i fianchi di Liz, la cui testa poggiava contro il
suo petto. - Ma ogni volta è più difficile - aggiunse con un filo di voce, -
temo di non farcela... -
- E’ normale avere paura, Max - intervenne Morgan guardandolo con compassione.
- Avete dovuto affrontare così tanto orrore, tanta violenza, che mi sorprende
sempre vedervi ancora capaci di scherzare, di amare... Di sperare... Siete dei
ragazzi incredibili, e sono sicuro che continuerete a lottare comunque e in
ogni caso. Perché avete... abbiamo... molto da perdere. Potete contare su di
me, per qualsiasi cosa, lo sapete, vero? -
Max annuì lentamente, subito imitato da Liz e Maria. Michael si strinse nelle
spalle con fare indifferente, e Isabel sorrise suo malgrado. Lavorare fianco a
fianco aveva portato i due a conoscersi e a rispettarsi, lo sapeva benissimo.
Come sapeva che quello che aveva fatto per Max Michael lo avrebbe fatto anche
per Morgan. Non lo avrebbe mai ammesso, ne era più che certa, ma ormai lo
considerava parte della famiglia e quindi lo avrebbe protetto allo stesso modo
in cui cercava di proteggere tutti loro. Certo che fra lui e Max c’era di che
sentirsi soffocare! Eppure i pericoli che li circondavano erano tali e tanti
che era impossibile prendersela con quei due... Avevano ragione a preoccuparsi,
e a cercare di difendere le persone che amavano. Erano così pochi quelli di cui
potevano fidarsi...
Alla fine fu Shiri a spezzare il pesante silenzio venutosi a creare. Accennò a
Ethan e Claudia, addormentatisi sulla trapunta in mezzo ai loro giocattoli. -
Forse dovremmo andare tutti a dormire, adesso. E’ molto tardi, e almeno io ho
bisogno di riposare un poco... -
Isabel la guardò, la fronte corrugata. - Sì, hai ragione. Ma... vedi di seguire
il tuo stesso consiglio, tesoro. Stamattina Max si è sentito male per te. E non
credo che gli serva qualche altro choc. Limitati a sognare, stavolta, ok? -
Shiri impallidì. Non sapeva che il suo malessere si fosse riflesso sul padre,
evidentemente il trauma per la fatica era stato maggiore di quanto avesse
immaginato... E Jason non le aveva detto nulla, il disgraziato! Si girò verso
la madre, preoccupata, e difatti Liz la stava fissando con espressione
sconvolta. - Shiri! -
- Io... io dormirò, questa notte. Ve lo prometto! Non... cercherò di
raggiungerlo da sola, mai più. Io non voglio causare guai a nessuno... - Due
lacrimoni le scivolarono lungo le guance, e Max protese una mano verso di lei.
- Lo so, amore. Ma cerca di dormire, questa volta, e lascia che anche Bren
riposi. Il suo non è un compito facile, e ha bisogno di tutte le proprie forze
per portarlo avanti. Sa che tu ci sei, e questo è sufficiente. Credimi, Shiri,
quando sarà il momento starete insieme, e niente potrà separarvi... -
- Come tu e la mamma? - bisbigliò lei con le labbra tremanti.
Max le accarezzò il viso asciugandole le lacrime con la punta delle dita. - Se
è quello che vorrete, sì. -
Tirando su col naso la ragazzina annuì poi si alzò in piedi per dargli il bacio
della buona notte prima di fare la stessa cosa con la madre. - Scusami... -
sussurrò. Senza darle il tempo di rispondere passò a salutare anche gli altri
e, dopo aver lanciato un’occhiata di sfuggita al fratello, se ne andò in camera
sua.
- Cos’è successo, stamattina? - chiese Liz guardando dal marito al figlio
maggiore.
- Shiri è entrata nei sogni di Bren senza l’aiuto di Jason, e lo sforzo è stato
più grande di quanto potesse sopportare. In qualche modo ha cercato di attirare
l’attenzione di qualcuno perché l’aiutasse, col risultato che Jason l’ha
sentita e le ha dato una mano a tornare indietro mentre Max ha dato di stomaco
nello stesso momento in cui lo ha fatto anche lei. Ma adesso spero abbia
imparato la lezione. L’uso intensivo dei nostri poteri può esserci fatale,
Jason, e tu lo sai benissimo -
Davanti al tono sommesso di Isabel il ragazzo chinò la testa, imbarazzato. -
Lei voleva solamente stare con Bren. Pensava di essere in grado di farcela da
sola... -
- D’accordo, allora è stato un errore di giudizio. Cercate di essere più
prudenti, la prossima volta, d’accordo? -
Jason fece cenno di sì dopodiché mormorò un saluto e si ritirò nella propria
stanza.
Liz si tirò un poco indietro per guardare il marito. - Perché non mi avete
detto niente? Se lo avessi saputo non le avrei permesso di tenere sotto
controllo Jason ed Isabel... -
- Lo avrebbe fatto ugualmente - le rispose Michael stesso. - Quella ragazzina
sa essere testarda come voi due messi insieme. Quindi, se avete qualcosa da
rimproverarle, mettetevi davanti allo specchio e pensateci su -
Maria lo fissò sbalordita. Il suo uomo dello spazio stava diventando davvero
intuitivo! Incredibile!
- E sono curioso di scoprire cosa farà Max dopo la nascita di Natalie. - Si
rivolse all’amico. - Prenderai i tuoi graniliti e scomparirai come al solito
oppure lascerai che venga con te per guardarti le spalle? -
- Ci penserò quando sarà il momento - fu la secca risposta del giovane.
- Tipico... - borbottò Michael, poi si curvò sul passeggino e controllò Mathias.
- Dorme ancora. Andiamo, Maria, prima che decida di svegliarsi per mangiare...
-
- Anche noi ce ne torniamo a casa. Buona notte, Max, Liz... - Isabel strinse
con affetto una spalla del fratello e sorrise alla cognata. - Ciao. -
- Ciao - Liz ricambiò il sorriso incerta. L’accenno ad Antar le aveva rovinato
il piacere di riavere avuto Max. Era consapevole del fatto che in quell’occasione
lui non le avrebbe permesso di seguirla, e odiava il pensiero di dover stare
separati. Ma non quella notte, no. Per il momento, Max era tutto suo...
Dopo aver portato i gemelli nei loro lettini i due ragazzi si ritrovarono
infine sotto le coperte. Max giaceva semisdraiato su Liz, con la testa poggiata
sul suo cuore. Le aveva passato le braccia sotto la schiena e si teneva stretto
a lei quasi temesse che qualcuno venisse a dividerli. I suoi occhi erano
offuscati per la pena ed il respiro estremamente rallentato.
Liz aveva infilato una mano tra i suoi folti capelli e con l’altra gli
accarezzava la pelle liscia e calda del dorso. Soffriva per lui, per le nuove
ferite che quell’esperienza gli aveva inferto, e avrebbe voluto poter
cancellare tutti i ricordi tristi dalla sua mente. Ma sapeva che non c’era
altro che potesse fare se non fargli sentire il suo amore, la profonda
tenerezza che provava per lui, e aspettare.
Non seppe dire quanto tempo fosse trascorso quando qualcosa le fece capire che
Max stava per rivelarle la causa del suo turbamento. Forse un’impercettibile
variazione nel suo respiro, oppure il modo in cui le sue dita le strinsero le
spalle. Comunque fosse, concentrò tutta se stessa su di lui e ascoltò le parole
appena sussurrate.
- Non c’era odio, in loro... né timore... Soltanto... indifferenza... Mi
vedevano come... un oggetto... Non un essere umano, ma... una cosa... Da usare,
e scartare quando non serve più... Era come se... se non esistessi realmente,
ai loro occhi... Dovevo solo rispondere alle domande... sapendo che se non lo
avessi fatto sarebbero venuti a prendere Isabel... - Emise un sospiro
soffocato, quasi un singhiozzo. Rispondere sempre, senza mai contraddirmi...
senza dire la verità ma sembrando sincero... Non ce la facevo più... Quando
hanno smesso sono quasi svenuto per il sollievo... -
La ragazza abbassò le palpebre per trattenere le lacrime. Perché continuavano a
fargli del male? Perché si rifiutavano di tener conto dei suoi sentimenti,
delle sue emozioni? Max aveva i suoi difetti, certo, ma possedeva un’anima
gentile e generosa, e non meritava tutta quella sofferenza...
- Stringimi, Liz... Ho bisogno di sentirti... -
- Certo, amore mio... Io sono qui per te... - Piegò un poco la testa verso di
lui facendo scivolare al contempo le dita dalla sua nuca alla mascella
costringendolo dolcemente a sollevare il viso e gli sorrise. Sono qui con te...
- disse piano prima di baciarlo.
Le labbra di Max si schiusero e accolsero con avidità il suo bacio.
Un turbine di immagini fluì fra i due giovani, e molto più tardi, quando si
addormentarono, le loro posizioni si erano invertite: stavolta era Liz a
giacere sul corpo di Max, le cui braccia l’avvolgevano come un cerchio
protettivo, e nei punti di contatto la loro pelle brillava di luminosità dorata
rischiarando il buio della stanza.
Nel suo letto, Shiri spalancò gli occhi e rimase a fissare a lungo l’oscurità
oltre la finestra. Poteva avvertire la sensazione di languido abbandono che
avvolgeva le menti dei suoi genitori, la quieta rilassatezza di Jason, la cui
capacità di assorbire senza apparenti conseguenze ogni avversità continuava a
sorprenderla, il placido riposo di Claudia ed Ethan, beati nella loro
innocenza. E poi il ricordo del suo sonno, leggero e raramente tranquillo, lo
scintillìo dei suoi occhi quando si incontravano nel mondo dei sogni, e sentì
un terribile vuoto nel cuore. - Bren... - Affondò il viso nel cuscino mentre
rivedeva con la mente ogni minimo particolare di quei tratti forti e virili.
Avrebbe voluto avere il coraggio di chiedere a Jason di accompagnarla da lui,
di aiutarla a superare le infinite distanze che li separavano ma stranamente,
da un po’ di tempo, la sua discreta presenza aveva cominciato a farla sentire a
disagio. Per questo la notte prima aveva provato a raggiungerlo da sola. Aveva
bisogno di lui, di sentirlo accanto a sé, di ascoltare il battito del suo
cuore, il tepore delle sue mani sulla schiena... Cominciava a capire che i
sentimenti che la spingevano verso Bren erano gli stessi che univano i suoi
genitori ma non ne era spaventata, tutt’altro. Però c’erano delle volte in cui
si sentiva sola e triste perché lui era così lontano, e forse avrebbe finito
col dimenticarla oppure avrebbe incontrato qualcun’altra, o peggio ancora
poteva succedergli qualcosa di brutto e lei non sarebbe stata al suo fianco per
aiutarlo, per guarirlo... Non ce la faceva, no, non ce la faceva proprio a
riaddormentarsi... Attenta a non far rumore si alzò, prese un pezzo di carta e
una penna e scrisse poche parole prima di rivestirsi e uscire in punta di
piedi.
L’aria gelida della notte fece condensare il suo fiato e pizzicare
piacevolmente le guance. Camminò a passo svelto finché ebbe raggiunto la casa
dei nonni e, dopo aver guardato con una smorfia l’orologio, si avvicinò alla
porta d’ingresso e pose la mano sulla serratura. Quando fu all’interno si
diresse senza esitare verso la camera da letto dove dormivano Diane e Phillip e
si accovacciò accanto alla donna fissandola intensamente. Nonna... - la chiamò
piano, per non spaventarla.
Diane Evans si mosse un poco nel sonno, quasi l’avesse sentita, ma non aprì gli
occhi finché lei non la chiamò di nuovo. - Shiri! - Tese una mano per toccarla,
quasi ad accertarsi che fosse davvero lì. - Tesoro, cosa ci fai qui, in piena
notte?! -
- Io... avevo bisogno di parlare con te. Comunque... sono le tre e mezza del
mattino. Mi dispiace averti svegliata ma... ho proprio bisogno di parlarti... -
- Certo, cara. Ecco, prendo la vestaglia e ce ne andiamo giù in cucina, così
Phillip non si sveglia e noi ci possiamo preparare una bella tazza di tè. Che
ne dici? -
La ragazzina mosse la testa in un rapido cenno affermativo prima di scostarsi
per lasciarla scendere dal letto, poi la precedette giù per le scale e andò ad
accendere la piccola luce sopra i fornelli anziché il lampadario centrale.
- Oh, grazie, Shiri, sei stata molto gentile a pensarci... Vieni, siediti e
raccontami. Intanto metto su l’acqua, che ne dici? -
- Mm - Shiri si tolse il giaccone e fece come le era stato detto poi, quando la
nonna si fu accomodata davanti a lei, abbozzò un sorriso di scusa. - Mi rendo
conto che venire qui a quest’ora possa sembrarti una cosa un po’... folle...
però... -
- Non preoccuparti, cara. Tuo padre e Isabel ne hanno fatte di molto più
strane... - Le batté affettuosamente sulla mano. - Avanti, dimmi tutto... -
- Nonna, io... credo di essere innamorata. -
Quella confessione fatta con tono serio, come se si trattasse di chissà quale
tragedia, fece sorridere dentro di sé la donna. - Ah, è una cosa bellissima...
E... chi è? Un compagno di classe? -
Shiri la osservò con occhi colmi di tristezza. - No. Si tratta di Bren. Lui...
è così... speciale... Sento la sua mancanza e... ho tanta paura di perderlo...
-
Ci vollero diversi secondi perché Diane ricordasse il bel giovane dai lunghi
capelli castani, e una ruga le segnò la fronte. Non era un po’ troppo grande
per Shiri? E poi, un momento... - Non è di Roswell, vero? - chiese, già
prevedendo la risposta.
La ragazzina scosse il capo e i lucidi capelli scuri le ondeggiarono
morbidamente sulle spalle.
- Santo cielo... - Diane poggiò il mento nel cavo della mano. - Tesoro, sei
sicura che si tratti di amore? Sei molto giovane e non hai esperienza di queste
cose. Magari si tratta semplicemente di affetto... -
Shiri la guardò dubbiosa. - Ho sentito le mie amiche parlare dei ragazzi, di
quello che pensano di loro, che provano per loro. A Tanya piace Glen perché
gioca bene a basket, e Sabrina si è comprata le lenti a contatto colorate
perché ha sentito Mark dire che preferisce gli occhi chiari. Io... so che Bren
vuole molto bene a sua sorella e che ha sofferto terribilmente per il
tradimento del padre. So che è contento quando ci incontriamo nei sogni e gli
dispiace vedermi andare via, e sa cosa provo io ogni volta che ci separiamo...
- Si mordicchiò il labbro inferiore in una inconsapevole imitazione della
madre. - Alexandra, invece, non parla mai di nessuno in particolare. Non lo so,
nonna... Io... vorrei tanto che Bren fosse qui... vorrei andare al cinema con
lui, vorrei fargli assaggiare il gelato con il tabasco, o semplicemente
parlargli... Forse hai ragione tu, forse non è amore, ma... comunque sia,
vorrei che non fosse così lontano... -
Davanti alla sua espressione mesta la donna si intenerì. Quella bambina era
talmente dolce... - Shiri, non è facile definire l’amore, e non è facile
riconoscerlo. A volte lo si confonde con l’affetto, o con un’amicizia molto
profonda. Per questo ti consiglio di prendere tempo, di crescere ancora un
poco, così da capire meglio cosa provi per lui... -
- Anche mamma e papà mi hanno detto di aspettare... di fare un passo alla
volta, finché sarò in grado di stargli accanto. Però... questo significa un
sacco di tempo e invece... - S’interruppe, imbarazzata.
- E invece tu vorresti farlo adesso, subito - Diane terminò per lei. - Non è
mai saggio forzare le cose, credimi. Tu... sembri così grande e invece sei solo
una bimba. Dai retta ai tuoi genitori, non correre... Se davvero Bren è
destinato ad essere il tuo compagno... beh, lo sarà, vedrai! -
- Ma potrebbe conoscere qualcun’altra... Potrebbe... potrebbe cambiare idea...
-
- Tesoro, possono succedere molte cose. Ad esempio, potresti essere tu quella
che cambia idea! Io spero vivamente che i tuoi desideri si avverino, ma
soprattutto che tu sia felice. Accanto a Bren o ad un’altra persona, non ha
importanza, purché ti renda felice... -
Shiri si guardò le mani con esagerata attenzione. - Io non voglio perderlo -
mormorò.
- Se i sentimenti che provate l’uno per l’altro sono davvero forti non vi
perderete. Ricorda quello che hanno dovuto patire i tuoi genitori, eppure
niente è riuscito a separarli... -
Dopo un lungo silenzio la ragazzina emise un sospiro. - Loro sono... speciali.
-
- Sì, come te e Jason. Siete tutti molto speciali, e meritate di essere amati
sinceramente e profondamente. Non avere fretta, Shiri, e usa questi anni per
diventare una giovane donna. Non lo rimpiangerai... -
Consapevole della verità contenuta in quelle parole Shiri annuì poi si alzò e
andò a sedersi sulle sue ginocchia. - Ti voglio bene, nonna... - bisbigliò.
- Anch’io, piccola. - La donna se la strinse al petto e le diede un bacio sulla
fronte, lo sguardo perduto sulle due tazze dimenticate, il tè ormai freddo.
Rimasero così finché Diane sentì che le si erano intorpidite le gambe, allora
strofinò forte una mano sulla schiena della nipote e le sorrise. - Che ne dici
di andare a dormire un po’, adesso? Puoi usare la stanza di Isabel, se vuoi...
-
- Preferirei... andare in quella di papà. Posso? -
- Certo, tesoro. Vieni, andiamo di sopra. - Mentre la accompagnava su per le
scale si premurò di farsi dire se Max e Liz sapessero dov’era, dopodiché le
fece segno di entrare nella piccola camera ancora piena delle cose appartenute
al giovane.
- E’ stato difficile, per papà, essere... essere come tutti gli altri? -
Prima di rispondere Diane ci pensò un poco. - Sì, suppongo di sì. Vedi, lui non
aveva amici, o perlomeno non parlava mai di loro. In realtà, credo che passasse
tutto il suo tempo libero soltanto in compagnia di Michael. Isabel, invece,
aveva il suo giro di amicizie. Ma... anche lei, alla fine, si ritrovò ad uscire
solamente con Max e Michael. Poi arrivarono Liz, Maria ed Alex. Venivano molto
di rado a casa nostra, però Max ed Isabel restavano spesso a mangiare fuori e...
immagino andassero al Crashdown, dove Liz lavorava. - Sorrise divertita al
ricordo - Anzi, ne sono certa. Non è che Max ci avesse detto qualcosa, ma
bastava vedere come gli si illuminavano gli occhi ogni volta che pronunciava il
suo nome... -
Shiri le sorrise di rimando. - Gli si illuminano ancora. E devi vedere
l’espressione della mamma quando lo guarda... -
La donna dovette battere forte le palpebre per trattenere la commozione. Sapeva
quanto quei due ragazzi si amassero, e sapeva come quell’amore li avesse
aiutati a sopravvivere nei momenti più duri, quando chiunque altro si sarebbe
arreso. E sapeva anche che un legame come quello richiedeva il suo prezzo.
Ciononostante, non poteva che essere felice per Max, per la gioia che Liz gli
dava, e si augurò che Shiri avesse la stessa fortuna.
Verso le otto, quando scese in cucina per preparare la colazione, Diane trovò
la nipote intenta ad apparecchiare la tavola. - Tesoro, sei già in piedi?! -
Shiri si volse a guardarla sorridendo un poco imbarazzata. - Ecco, io... volevo
chiederti se puoi accompagnarmi alla stazione dei pullman... -
- E dove vorresti andare? -
- A Santa Fe. - Davanti alla sua espressione sbigottita si passò una ciocca di
capelli dietro l’orecchio per darsi un contegno. - Mi piacerebbe vedere Kyle,
parlare con lui - disse in fretta, temendo di ricevere un no come risposta.
Invece la donna la sorprese annuendo affettuosamente. - D’accordo, ma solo dopo
che avrai ottenuto il permesso dei tuoi genitori. -
La ragazzina si schiarì la gola. - Va bene. Allora... vado a telefonargli... -
mormorò.
- Brava. Ah, quando hai finito passami Max, per favore, voglio salutarlo. -
- Certo - Le guance di Shiri si colorarono leggermente di rosa. Avrebbe
preferito non dire nulla a suo padre perché non era sicura di come avrebbe
reagito, ma allo stesso tempo non voleva che stesse in pensiero per lei. Sperò
con tutte le sue forze che capisse e la lasciasse partire: in fin dei conti si
trattava solo di poche ore...
Le prime luci dell’alba stavano cominciando a rischiarare la stanza quando Liz
si svegliò e rimase a guardare il bel volto del marito, ancora immerso nel
sonno. Con fare sognante gli sfiorò la fronte e le guance con la punta delle
dita. Dio, quanto lo amava... quanto amava sentire il suo calore... Non riuscì
a trattenersi dal baciarlo leggermente sulle labbra, e sorridendo osservò le
sue ciglia palpitare. Poi le palpebre si sollevarono rivelando il caldo color
nocciola spruzzato di verde degli occhi e per un attimo il tempo si fermò.
- Va meglio? - chiese la ragazza sommessa.
Lui annuì appena mentre sollevava una mano per scostarle i capelli dal viso. -
Sì. Dormire accanto a te mi rilassa sempre... -
- Però oggi dovresti rimanere a casa. Burton capirà, ne sono sicura -
Max le toccò le labbra morbide. - Penso che lo farò. Ho voglia di stare un po’
con i bambini. -
- Bene. Allora li lascio qui con te... -
- Perché non rimani anche tu? -
- Devo finire una ricerca, ma farò di tutto per rientrare prima del solito. -
Gli passò le braccia intorno al collo e lo baciò sul mento. - Claudia si è
svegliata - disse con rammarico.
- Il che vuol dire che fra un attimo comincerà a reclamare la sua pappa. Sai,
quella bambina sta diventando una vera peste... -
Liz scoppiò a ridere poi, nell’udire le grida imperiose della piccola, roteò
gli occhi. - Concordo in pieno! -
Quando si ritrovarono tutti in cucina per la colazione la ragazza guardò
incuriosita Jason. - Shiri non è ancora pronta? -
Lui si strinse nelle spalle senza sapere cosa rispondere, ed in preda ad uno
strano presentimento Liz corse al piano superiore. - Shiri? - Spalancò la porta
della sua stanza e trasalì nel vedere il letto vuoto. Gli occhi le corsero al
foglio di carta sul cuscino e si affrettò a prenderlo. Incredula, lesse attenta
le poche parole vergate con una grafia elegante e svelta. “Oh, Shiri,
piccola...” In silenzio tornò di sotto e porse il biglietto a Max, che serrò
brevemente le labbra. - Vado a riprenderla - disse soltanto.
- No, aspetta! Forse è meglio lasciarla dai tuoi, così potrà stare un po’
tranquilla. Stanno succedendo troppe cose, e troppo in fretta, e lei è
comprensibilmente preoccupata per quello che potrebbe capitare a Bren. Credo
che tua madre sia la compagnia più adatta a lei, in questo momento... Diane è
una persona... normale... e vive in un mondo... normale... - terminò con voce
bassa e malinconica.
- Anche noi siamo persone normali! - protestò veemente Jason.
- Certo, tesoro, ma a volte si ha bisogno di... maggiore normalità. E io non
posso fare niente per aiutarla - Liz si avvicinò ai fornelli e prese il bricco
del caffè cominciando a versare il liquido scuro e profumato nelle tazze già
preparate sulla tavola.
- Forse la verità è che di certe cose non è facile parlare coi propri genitori.
- cercò di consolarla Max - Io non l’ho mai fatto con i miei, finché non ci
sono stato costretto... -
- Tu avevi molti segreti da proteggere, Shiri no. Io... credevo che si fidasse
di me... di noi... -
- Non è questione di fiducia, Liz. Qui si tratta di quello che Shiri teme possa
capitare a Bren perché vede quello che succede a noi, e ha bisogno di sfogarsi
con qualcuno. Lei... cerca soltanto di proteggerci... -
Jason guardò il padre con un certo disagio. Era vero, Shiri voleva proteggere
la sua famiglia, e decidere di rivolgersi alla nonna era stata di sicuro la
mossa migliore. Però, anche lui era rimasto ferito per non essere stato scelto
come confidente e quindi poteva capire lo stato d’animo di Liz e Max. Provò
l’improvviso desiderio di uscire, di vedere i suoi amici, di distogliere la
mente da tutta quella situazione. - Io... credo che andrò al Crashdown, più
tardi. Probabilmente resterò fuori per pranzo... -
A quelle parole Liz fece un cenno impercettibile col capo. - Va bene. Max, sei
sicuro di voler restare da solo a casa coi gemelli? -
- Sì, amore. E non preoccuparti: dubito che ci annoieremo. Vero, piccoli
birbanti? - diede un buffetto sulla guancia tonda di Ethan, che emise un
gorgoglìo soddisfatto.
- Bene, allora... allora ci vediamo dopo... - Incerta, la ragazza finì di bere
il proprio caffè poi, incapace di mandare giù altro, andò a prendere il
cappotto e la borsa ed uscì dopo aver dato un rapido bacio sulle labbra a Max.
Con una smorfia Jason versò una generosa dose di salsa tabasco sui cereali che
aveva appena messo nella ciotola davanti a sé. - Penso... penso che Shiri non
desideri più avermi nei paraggi, quando sta con Bren... mormorò.
- E’ comprensibile. Neanche tu la vorresti accanto se fossi insieme alla tua
ragazza... -
- Io non ho una ragazza - obiettò lui. Tuttavia, mentre pronunciava quelle
parole, il pensiero gli corse ad Alexandra, ai suoi occhi verdissimi e alle
incredibili treccine che le incorniciavano il volto.
- Ma succederà, e credimi: in quel momento non vorrai avere vicino nessuno
della tua famiglia! -
- Se lo dici tu... -
Max sorrise divertito suo malgrado. - Jason, è così - ripeté.
In quel momento si udì lo squillo del cellulare di Max, che scattò in piedi e
si precipitò in salotto, dove lo aveva lasciato la sera prima. - Pronto?! -
Poco dopo era di nuovo in cucina. - Era Shiri. Mi ha chiesto di poter andare a
Santa Fe. -
- Kyle - dedusse subito Jason.
- Già. Per via di Lhara, immagino... - Continuò a giocherellare con l’omelette
che aveva nel piatto, lo stomaco ormai chiuso.
L’adolescente terminò in silenzio di fare colazione, non sapendo cosa dire per
distogliere il padre dai suoi mesti pensieri, dopodiché si alzò e gli diede un
rapido abbraccio. - A più tardi... - mormorò, sentendosi un po’ in colpa per il
fatto di lasciarlo da solo.
- Ciao, coniglietto. - Max ricambiò la stretta poi, con un sospiro, riordinò la
cucina e prese in braccio i gemelli. Sentendo le loro piccole mani toccargli
curiose i capelli e le spalle non poté impedirsi di sorridere. Avrebbe voluto
poter fare di più per Shiri, per aiutarla a venire a patti con i suoi
sentimenti, ma sapeva che non era possibile. Lei doveva trovare in se stessa la
forza per affrontare la situazione nel migliore dei modi, e lui e Liz potevano
soltanto starle accanto e darle amore e sostegno. Solo, avrebbe preferito che
quel genere di sofferenza non fosse arrivato così presto... La sua piccola
Shiri era cresciuta troppo in fretta, e questo a causa sua, per via di quello
che era... Con un sospiro si sforzò di concentrarsi sui figli più giovani.
Anche loro avevano bisogno del suo amore e delle sue attenzioni... Una volta in
salotto si sistemò sulla trapunta e si appoggiò con la schiena al divano. -
Bene, che cosa ne dite di una bella favola, per cominciare? -
Claudia lo guardò con gli occhioni scuri spalancati e sorrise prima di
divincolarsi dalla sua presa e scivolare a terra per andare ad aggrapparglisi
saldamente alla gamba che teneva flessa. Ethan, invece, si accovacciò felice
sul suo torace ed emise una serie di borbottìi.
- Ok, dunque... C’era una volta un principe... e questo principe aveva un
anello magico... - Così dicendo Max sollevò una mano e creò un piccolo cerchio
di energia. Entrambi i bambini lo fissarono incantati. L’anello poteva
diventare piccolissimo... - Il cerchio si restrinse - oppure grandissimo... -
Le dimensioni cambiarono ancora. - Il mago che aveva regalato l’anello al
principe aveva predetto che un giorno lui avrebbe incontrato una principessa, e
se ne sarebbe innamorato. E più i due si fossero amati, più l’anello sarebbe
diventato grande... Passò del tempo, e la profezia si avverò. Il principe
conobbe la sua principessa e... l’anello cominciò a crescere... a crescere... -
Davanti agli sguardi affascinati dei figli Max fece allargare il cerchio di
energia fino a raggiungere un considerevole diametro. - Poi la principessa mise
al mondo un bimbo e ci fu così tanto amore che l’anello, non potendo più
crescere, si riempì formando un cuscino. Un cuscino magico, caldo e
confortevole come l’amore di cui era fatto... - Trasformò il cerchio di energia
in un piccolo scudo, che Ethan riconobbe con un gridolino di gioia e vi si
arrampicò sopra cominciando a dondolarsi piano.
Incuriosita, Claudia lasciò andare il tessuto jeans dei pantaloni del padre e
imitò il fratello.
Ben presto i due piccoli iniziarono ad esplorare la consistenza dello scudo e
le loro dita si accesero di riflessi verdastri.
Max li osservò sorridendo e, senza darlo a vedere, iniziò ad insegnargli il
controllo dell’energia.
Quando divenne evidente che l’interesse per quel nuovo gioco stava scemando il
giovane abbassò il campo di forze fino a sfiorare il pavimento prima di
annullarlo e lasciò che i figli si sistemassero di nuovo su di lui. - Ehi, mi
avete scambiato per una montagna? -
Ethan rise contento e cominciò a battere le manine sul suo braccio.
Intenerito Max si piegò un poco in avanti per baciarlo sulla fronte,
completamente aperto alle sensazioni che il bimbo stava provando. Affetto,
gioia, sicurezza, e d’istinto mosse la mano ad incontrare il suo minuscolo
palmo. Un debole chiarore dorato brillò dove la loro pelle era a contatto,
rivelando la profondità dell’interazione fra i due. Quasi sentendosi esclusa,
Claudia si mise carponi al fianco del padre cominciando a tirargli la camicia.
Con una risata Max l’afferrò per la vita e se la piazzò sul petto, accanto ad
Ethan. - Siete entrambi i miei angioletti, piccola peste... - Le diede un bacio
sulla punta del nasino facendola rimanere come imbambolata a guardarlo prima di
emettere un allegro ciangottìo. Le mise allora la propria grande mano davanti e
lei la prese con forza. La bimba era evidentemente soddisfatta e Max non si
stupì nel vedere l’alone luminoso sotto le loro dita. Ma all’improvviso
s’irrigidì ed il bagliore scomparve come d’incanto. “Maledizione!” Chiuse per
un istante gli occhi ed emise un potente richiamo mentale. Poi, cercando di
tenere a bada l’ansia che lo agitava, riprese a giocare coi figli. Continuava
però a lanciare frequenti occhiate verso la porta di casa, e quando infine
Michael arrivò emise un profondo sospiro di sollievo.
- Che cos’è successo? - chiese il ragazzo raggiungendolo e fissandolo
preoccupato.
- Michael, l’impronta argentata! I medici che si sono occupati di me e di Liz
devono averla sicuramente vista! -
- Vuoi dire all’ospedale di Miami?! -
- Sì. Michael, devi andare a controllare! Non possiamo permetterci che anche
laggiù comincino a indagare su di noi... -
- Ci manca solo questo! Ok, avverto Maria e Morgan e parto subito. Sai il loro
nome? -
Max scosse la testa.
- D’accordo, cercherò di scoprire qualcosa. Allora vado! - Si piegò a dare un
bacetto sulle gote paffute dei gemelli. - Ciao, principini. Abbiate cura di
vostro padre, non fa altro che cacciarsi nei guai! -
**********
- Non avrei mai pensato che saremmo incappati in una cosa simile... -
- E lo dici a me! Santo cielo, mi è quasi venuto un infarto quando ho visto
quel segno! Dopo tutto questo tempo... -
- Sì, anch’io non riesco ancora a crederci! -
Laura Baker si massaggiò il collo con una smorfia. - Il guaio è che sono
spariti tutti e due, e non ho assolutamente idea di come fare a rintracciarli.
Non avevano documenti, e probabilmente erano qui a Miami in vacanza quindi
possono essere andati ovunque... Anche fuori degli Stati Uniti, per quel che ne
so... -
- Comunque, l’importante è rintracciare il mutaforma che li ha attaccati. E’
lui che ci serve, è lui che ci permetterà di ritrovare il signore di Antar, non
quel povero ragazzo, che probabilmente non ha nessuna idea di cosa gli sia
successo! -
- Certo, hai ragione, ma mi spieghi come faremo a scoprire che fine ha fatto un
essere capace di assumere qualsiasi aspetto? -
- Che ne dici di cominciare a cercare in città e nei dintorni? Quel tipo di
contatto può uccidere un essere umano in pochi secondi, quindi il mutaforma
deve essere per forza qui vicino - L’uomo la fissò pensieroso. - Senti, capisco
il tuo desiderio di ritrovare Zan e proteggerlo, è il motivo per cui siamo
stati mandati su questo pianeta, ma finora non abbiamo ricevuto alcun ordine.
Magari perché lui è morto e la nostra missione è stata annullata, solo che non
sono riusciti a comunicarcelo... -
- E gli altri? Dimentichi che c’erano anche sua sorella, sua moglie e il suo
secondo. Non possono essere morti tutti quanti! -
- No, certo, ma noi dobbiamo aspettare il segnale prima di entrare in azione,
e... -
- E se non lo ricevessimo mai? - lo interruppe lei stancamente. - Se su Antar
pensano che la nostra nave sia andata distrutta nell’impatto con l’atmosfera
terrestre? Che poi è quello che è successo... - Ricordò come fosse il giorno
prima il momento in cui il velivolo, assunta un’inclinazione di orbita
sbagliata, si era incendiato come una torcia mentre precipitava al suolo. Loro
due si erano salvati perché si trovavano nella cabina di pilotaggio, il cuore
dell’astronave, il punto più sicuro dell’intera struttura, ma gli altri non ce
l’avevano fatta, e quasi tutta l’attrezzatura era andata distrutta. Con i pochi
strumenti ancora funzionanti a loro disposizione erano riusciti a stabilire il
punto approssimativo in cui doveva essere atterrata la navicella contenente i
bozzoli e la squadra di protezione. Soltanto la regina e il comandante della
squadra sapevano della seconda spedizione, e il fatto che per tutti quegli anni
nessuno avesse cercato di contattarli era un pessimo segno. Che fine avevano
fatto i reali e i loro custodi?
- Allora cosa vorresti fare? -
- Non lo so. Ti giuro, non ne ho alcuna idea... Il guaio è che con la nave
abbiamo perduto la copia del codice di riconoscimento e quindi non siamo in
grado di individuarli, per quanto... -
- Per quanto? - la sollecitò incuriosito il suo compagno.
- Zan ha il simbolo reale impresso dentro di sé. Potremmo modificare le
impostazioni del rilevatore e controllare con discrezione tutte le persone con
cui entriamo in contatto, anche se mi rendo conto che sia come cercare un ago
in un pagliaio... -
- A dir poco! Laura, il tuo è un piano disperato! Senti, dammi retta, lascia
perdere! Siamo sulla Terra da quasi cinquant’anni e nessuno si è ancora fatto
vivo con noi. Secondo me, non succederà mai. Rassegnati, ragazza, ci hanno
dimenticati quaggiù e ci resteremo per il resto dei nostri giorni! -
- Lo so, altrimenti perché credi che mi sarei costruita un’identità del genere?
Ma ora che abbiamo la conferma che c’è ancora qualcuno dei nostri, da qualche
parte, beh, non voglio continuare a restarmene con le mani in mano ad aspettare
chissà cosa! -
- Veramente abbiamo fatto quello che ci era stato detto. Il nostro compito era
di intervenire su chiamata del comandante della nave che aveva a bordo le
incubatrici, per cui si potrebbe anche dedurre che non abbia avuto bisogno di
noi... - Dal suo tono quasi monocorde si capiva che si trattava di un argomento
affrontato centinaia di volte.
- Però tre anni fa abbiamo percepito qualcosa, e ancora mi domando perché mi
sia lasciata convincere a non rispondere! - obiettò la donna.
- Non era il segnale giusto, quindi poteva trattarsi di una trappola. Ne
abbiamo discusso per una settimana intera, se ben ricordi, prima di decidere...
Laura, finora ce la siamo cavata perfettamente, mescolandoci agli umani senza
dare nell’occhio, e tutto sommato credo che l’unica cosa da farsi sia
continuare in questo modo. A quest’ora il destino di Antar si è compiuto, nel
bene o nel male - Davanti all’espressione assorta di lei corrugò la fronte. -
Cosa c’è? -
- Non so. E’... qualcosa che mi ha detto Monroe a proposito di quel ragazzo. Il
fatto che sia riuscito ad alzarsi e andarsene, addirittura portando via con sé
la sua compagna... Era stato colpito da un mutaforma, era... era quasi
moribondo! Eppure... - Scosse la testa incredula. - Non riesco a capire. E’
tutto così strano... Da qualche tempo a questa parte stanno succedendo davvero
troppe cose strane. -
- E il tuo addestramento ti spinge ad indagare... -
Laura si avvicinò all’uomo e gli carezzò affettuosamente un braccio. Karòlyan
non era uscito del tutto indenne dal violentissimo impatto col suolo terrestre
e aveva dovuto far ricorso a notevoli quantità di energia per mantenere il
controllo dei corpi di cui aveva assunto di volta in volta le sembianze.
Adesso, a distanza di tanto tempo, le sue forze si erano quasi esaurite ed
entrambi erano consapevoli della fine ormai prossima. Questo era stato il
motivo principale per cui aveva accettato di ignorare quell’insolita
percezione, ma il fatto che proprio ora che lui stava morendo le fosse capitato
di vedere l’impronta argentea lasciata da un mutaforma le sembrava un segno del
destino.
E così dovette apparire anche a Karòlyan, i cui occhi ebbero uno strano
scintillio. - Pazienta ancora un poco, mia cara, e poi sarai libera di fare
come credi... - disse con un sorrisetto malizioso.
- Mi mancherai... - mormorò Laura.
- Parli come un umano. Ma non lo sei, non dimenticarlo mai! -
Lei annuì con una scrollata di spalle. Sapeva che la sua decisione di lavorare
in un ospedale, a contatto con la gente, lo aveva sempre infastidito, però dopo
tutti quegli anni aveva finito con l’apprezzare la vivace diversità delle varie
razze che popolavano il continente nordamericano e così aveva scelto di
rinunciare al discreto isolamento in cui erano sempre vissuti.
- Spero che riuscirai a trovare quel che cerchi, e se un giorno tornerai su
Antar saluta il suo sole per me... -
- Stai diventando melodrammatico, te ne rendi conto? Non ti si addice! - lo
prese in giro Laura.
- Scusa, mi ero distratto. Bene, allora vedi di darti da fare: hai una missione
da compiere! Ah, e il tuo collega? Sospetta di nulla? -
- No, sono riuscita a convincerlo che si trattava di un semplice tatuaggio. Non
preoccuparti, il nostro segreto è al sicuro. -
- Ottimo. Mi seccherebbe davvero lasciarti da sola nei guai... -
Laura sorrise divertita. Aveva conosciuto Karòlyan durante il suo ultimo anno
in accademia, e si era subito resa conto delle sue notevoli doti. Le aveva
fatto piacere incontrarlo di nuovo e lavorare al suo fianco, soprattutto
quando, come lei, era stato scelto dalla regina per quell’ultimo, fatale
incarico. Guarda che sono perfettamente in grado di cavarmela, sai? Comunque ti
ringrazio del pensiero -
Lui la guardò impassibile. - Sì, sai cavartela. Però hai fatto tuoi molti
tratti umani e non sono sicuro che questo sia del tutto positivo... -
- Sta’ tranquillo: non ho dimenticato chi sono davvero e a chi devo la mia
lealtà. Se Zan di Antar è vivo lo troverò. -
- Bene - L’uomo fece un piccolo cenno col capo poi chiuse gli occhi e si
rilassò. La forma che aveva assunto si dissolse quasi istantaneamente lasciando
il posto ad una sagoma umanoide luminosissima, prima di trasformarsi in una
manciata di polvere biancastra.
Laura Baker emise un profondo sospiro e rimase a fissare a lungo gli
impalpabili resti dell’amico. Nonostante sapesse che il momento stava
arrivando, la morte di Karòlyan la colpì come una pugnalata. Lui era stato il
suo unico legame col mondo cui appartenevano, il solo essere vivente che
conoscesse la sua vera natura. E adesso era rimasta sola. Un’altra fase della
sua vita si era conclusa e ora non le restava che riprendere la discreta
ricerca della famiglia reale di Antar. Fino a quel momento si era limitata alla
consultazione dell’enorme banca dati rappresentata dalla biblioteca comunale di
Miami prima e dall’inesauribile fonte di Internet poi, e sapeva già da dove
iniziare. Non ne aveva mai parlato con Karòlyan perché non lo aveva ritenuto
necessario, dato che non spettava a loro fare la prima mossa, però adesso le
cose erano cambiate. Adesso aveva la prova certa che almeno un mutaforma era
ancora vivo, e forse anche uno o tutti i reali. E lei doveva ritrovarli.
- Baker non era di turno stamattina? - chiese Jackson Monroe all’infermiera
dietro il bancone.
- Ha fatto un cambio con Reese - fu la stanca risposta della donna. Era stata
una giornata a dir poco infernale e tutto quello che desiderava era tornarsene
a casa e fare un bel bagno caldo.
- Grazie. - Mordendosi pensieroso il labbro inferiore Monroe andò negli
spogliatoi e si tolse il camice. Il pensiero del ragazzo fuggito dall’ospedale
il giorno prima non lo aveva lasciato un attimo. Se n’era andato nonostante la
febbre altissima portandosi via quella ragazzina dal corpo martoriato,
riuscendo ad eludere il nutrito gruppo di agenti che aveva cercato di fermarlo,
e, per quanto la breve inchiesta cui sia lui che Laura Baker erano stati
sottoposti li avesse visti entrambi liberati da ogni responsabilità, non poteva
impedirsi di provare un senso di colpa. Era quasi certo che quel povero ragazzo
avesse perso la testa a causa della febbre e non riusciva a darsi pace per aver
sottovalutato i suoi sintomi. Se solo lo avesse immobilizzato al letto con
delle cinghie di contenzione sicuramente sarebbe riuscito a curarlo, o se non
altro gli avrebbe impedito di fare del male alla sua compagna che, con le
ferite che aveva, doveva aver sofferto moltissimo mentre veniva sballottata
come una bambola di pezza... Anche se, a dire la verità, gli era sembrato che
lui la stringesse con grande attenzione, quasi fosse consapevole del suo stato.
No, aveva assoluto bisogno di parlare con Laura. Se non altro perché sapeva che
non sarebbe riuscito a dormire neppure quella notte...
Arrivò davanti casa sua mentre stava salendo in macchina. Frenò di colpo e
spalancò lo sportello della propria vettura chiamandola a gran voce. - Laura,
aspetta! -
Lei si volse stupita. - Jack? Cosa c’è? -
- Si tratta di ieri, io... io devo capire che è successo davvero ieri, con quei
due ragazzi... Laura, lui non avrebbe dovuto avere la forza di stare in piedi,
figuriamoci di correre per tutti quei corridoi tenendo in braccio qualcuno! Sei
l’unica con cui possa parlarne... -
La donna si scostò una ciocca di capelli castano dorati dal viso e richiuse
dietro di sé lo sportello sapendo che il collega non l’avrebbe lasciata andare
finché non gli avesse dato retta. - Jackson, cosa vuoi che ti dica? La ragazza
aveva una bella collezione di fratture ma non era in pericolo di vita, e per
quel che riguarda lui... beh, ne sai sicuramente più tu di me! -
- Laura, io sono convinto che quel segno argentato sul suo petto non fosse un
semplice tatuaggio... Quando l’ho toccato... scottava, e sembrava che sotto la
pelle pulsasse... -
- Forse era stato fatto di recente e aveva provocato un’infezione. A volte
succede, sai, quando non vengono usati strumenti adeguatamente sterilizzati! -
L’uomo fece una smorfia. - Ok, vedo che non la pensiamo allo stesso modo. Però
devi convenire con me che quei due ragazzi stavano molto male quando se ne sono
andati, e io mi sento in dovere di rintracciarli e curarli... -
- Che ne dici di darti al volontariato? Magari potresti lavorare con Medici
senza frontiere, sono sicura che ti accoglierebbero a braccia aperte! E adesso
scusami ma devo proprio andare: si sta facendo tardi - Con un sorriso luminoso
Laura gli volse le spalle e montò in macchina.
Rimasto solo Monroe socchiuse gli occhi. Aveva la netta sensazione che gli
fosse sfuggito qualcosa. Laura Baker era sempre stata una persona tranquilla e
discreta, sapeva gestire i momenti di stress con grande abilità e a detta di
tutti era un ottimo medico. Però, in quel caso, gli era sembrata eccessivamente
distaccata. Anzi, no, si corresse. Quando aveva scoperto la fuga dei due
giovani pazienti l’aveva vista molto turbata, anche se quell’espressione era
durata solo pochi istanti... Perplesso e confuso, decise d’impulso di andare a
cenare in un ristorante poco lontano da lì perché era troppo stanco per
mettersi a cucinare e soprattutto non aveva alcuna voglia di stare da solo in
quel momento.
L’indomani mattina fece in modo di arrivare in ospedale molto presto sperando
di incrociare Laura prima che se ne andasse e fu con suo grande stupore che
scoprì che nessuno l’aveva vista. Quella notizia lo lasciò molto scosso e per
tutta la giornata si mosse come un automa. Alla fine decise che aveva bisogno
di distrarsi o avrebbe finito col commettere qualche errore irreparabile. Era
da parecchio che non si prendeva un periodo di ferie e non ebbe alcuna
difficoltà ad ottenerlo, così preparò una valigia con poche cose essenziali e
l’indomani mattina prese il primo aereo per Santa Fe. Uno dei suoi più cari
amici, un ex compagno di studi, viveva lì e ogni volta che sentiva il bisogno
di allontanarsi dal frenetico caos della metropoli andava a trovarlo.
Il New Mexico era infatti molto diverso dalla Florida, e Jackson sentiva la
necessità di un drastico cambiamento per cui accolse con sollievo il delicato
tepore del pallido sole invernale. Doveva smetterla di arrovellarsi su Laura e
quella storia strampalata, così raddrizzò le spalle e scese la scaletta
aspirando la frizzante aria profumata di pini. Amava il sud-ovest, forse lo
preferiva addirittura alla Florida, ma temeva che se ci si fosse trasferito
tutta quella magia sarebbe scomparsa. Le cose belle non dovevano diventare
un’abitudine... Senza perdere tempo andò a noleggiare una vettura solida e
robusta e con un sorriso soddisfatto prese la strada per la capitale, i
finestrini abbassati e la radio sintonizzata su un canale di musica country.
Quando arrivò al grazioso cottage poco fuori città Trent lo accolse con una
pacca cordiale sulla schiena ed un grande sorriso. - Non si direbbe proprio che
vivi a Miami! Sei pallido da far paura! -
- Forse è perché passo le giornate dentro un ospedale e non a rosolarmi sulla
spiaggia, come invece qualcuno si ostina a credere... -
- Dai, vieni dentro! Ho appena preparato il caffè, poi potrai rinfrescarti e
raccontarmi come ti vanno le cose. Mi sembri piuttosto teso, sai? -
- Non sarei venuto qui, altrimenti. - ammise lui prima di voltarsi a recuperare
la valigia. - In realtà ho soltanto bisogno di un po’ di riposo. -
- Allora anziché sederci davanti al fuoco ce ne andremo a fare un giro in
città. Che ne pensi? -
- Fantastico -
- Mm, che entusiasmo! - Trent scosse ridendo la testa. - Ok, cominciamo dal
caffè... - E lo precedette dentro casa.
Alla fine optarono per una lunga passeggiata lungo la riva del ruscello che
scorreva poco distante da lì, durante la quale si aggiornarono su quello che
avevano fatto dall’ultima volta che si erano visti.
Jackson Monroe era una persona abitualmente socievole, portata al dialogo, e
sapeva ascoltare, e per questo i due erano rimasti in ottimi rapporti anche
dopo che le loro strade si erano divise. Si limitò quindi a spiegare in breve
quello che lo crucciava, commentando che i periodi festivi erano i più duri da
affrontare, dopodiché investì l’amico con una valanga di domande. Non voleva
continuare a rimuginare sullo strano comportamento di Laura e sui due ragazzi
ricoverati all’alba del nuovo anno, e si lasciò avvolgere dall’atmosfera di
pace che regnava in quei luoghi.
L’indomani, come promesso, Trent lo portò a Santa Fe e fecero una veloce ma
accurata ricognizione di tutti i negozi di artigianato del centro. Jackson
comperò una stampa che rappresentava un gruppo di cowboys attorno ad un falò ed
una piccola ciotola di terracotta dipinta con motivi geometrici in tipico stile
indiano.
Poi si fermarono a mangiare in un simpatico locale western e l’uomo si guardò
intorno con curiosità. Come mai tutta questa gente? -
- E’ per l’accademia. Ci sono un sacco di amici e parenti venuti a trovare gli
allievi per le feste di Natale. Aspetta ancora un paio di giorni e vedrai come
tutto sarà più tranquillo... -
Stavano tornando verso il furgoncino di Trent quando vennero quasi travolti da
un giovane in uniforme che stava discutendo animatamente con una ragazza.
- Vuoi dire che sei salita su quel maledetto pullman da sola?!? -
- Ho avuto il permesso di papà, e la nonna mi ha accompagnato alla stazione! -
- Scommetto che lui non lo sa che intendevi viaggiare da sola, vero? Sei
completamente matta! -
- Kyle, avevo bisogno di vederti! Tu sei l’unica persona che possa capire
quello che... -
- No, e sai perché? Perché io sono un uomo e tu una bambina. E viziata, per
giunta! - la rimproverò lui con asprezza.
Il vivace scambio di battute fra i due, che si erano addirittura fermati e si
stavano fronteggiando come se fossero avversari, attirò la loro attenzione.
Trent sorrise divertito. Non era certo la prima volta che gli capitava di
assistere ad una scena del genere, e di sicuro non sarebbe stata l’ultima...
La ragazza respirava affannosamente e sembrava sull’orlo delle lacrime, poi il
suo compagno tacque all’improvviso e spalancò le braccia. - Su, vieni qui! Mi
spiace averti aggredita in questo modo... -
Lei non si fece pregare e si slanciò in avanti stringendoglisi al collo.
Il movimento dei suoi lucenti capelli scuri, lunghi e morbidi come una piccola
cascata di seta, attirò lo sguardo di Monroe. L’uomo era rimasto a fissare la
ragazza incerto, cercando di capire perché gli sembrasse così familiare. Poi i
capelli fluttuanti sulla spalla del giovane fecero scattare qualcosa nella sua
mente. - Santo cielo, ma è lei! - Senza riflettere fece un passo verso di loro.
- Scusa, mi sembra di averti già visto... A Miami, qualche giorno fa... -
Shiri si volse di scatto sgranando i bellissimi occhi nocciola, e Jackson
trasalì. Sì, poteva essere davvero lei! In ogni caso, le somigliava in maniera
incredibile... E se lei era lì, apparentemente in ottima salute, forse anche il
suo compagno stava bene! Doveva saperlo, doveva potersi guardare di nuovo nello
specchio senza provare disprezzo per se stesso...
- Cosa vuole? - gli chiese Kyle cingendo con fare protettivo la schiena della
ragazza.
- Ho bisogno di sapere se eri tu, all’ospedale di Miami Beach, il primo
dell’anno... C’era anche tuo marito... - Quell’ultima parola risuonò assurda
alle sue stesse orecchie. Come faceva una ragazzina così giovane ad essere
sposata? - Volevo sapere se sta bene, tutto qui... -
- Io... Mi spiace, mi ha scambiata per qualcun’altra... Non sono mai stata a
Miami... -
- Ah... Allora... vi chiedo scusa. - Jackson Monroe tornò accanto a Trent e con
lui riprese a camminare verso il parcheggio ma di tanto in tanto si volse a
guardare la coppia allontanarsi nella direzione opposta.
- Jack, è tutto a posto? Devo ammettere che ti sei comportato in modo alquanto
strano... -
L’uomo scrollò le spalle con fare stanco. - Non lo so... Non sono più sicuro di
niente... Eppure sembrava proprio lei... -
- Quella portata via dall’ospedale? -
- Sì. Oddio, Trent, credo di essere vicino all’esaurimento nervoso... -
- Non esagerare, adesso! Sei solo un po’ sotto pressione, ma se impari a
prendertela con più calma vedrai che andrà meglio. Su, adesso torniamo a casa.
Ho nel congelatore un paio di bistecche alte tre centimetri: le facciamo alla
brace e ti giuro che leccherai il piatto! -
Nel frattempo Kyle e Shiri avevano girato l’angolo, e la ragazzina tirò un
sospiro di sollievo.
- Posso sapere cosa sta succedendo? -
- E’ pazzesco, semplicemente pazzesco... - mormorò lei. - Capisci? Quello deve
essere uno dei dottori che ha curato papà e mamma, quando siamo stati in
vacanza, e di tutti i posti che ci sono doveva capitare proprio qui, adesso!
Secondo te sono stata convincente? -
Il giovane si grattò una tempia. - Perlomeno lo hai confuso. Non lo so... Sì,
penso di sì. Questo fa parte del tuo problema, se ho capito bene... -
- Già. - Shiri affondò le mani nelle tasche del giaccone. - I miei genitori
rischiano di continuo la vita eppure restano qui, sulla Terra. Bren e Lhara,
invece, sono su Rènida, un mondo ancora sconvolto dalla guerra civile, in mezzo
a pericoli che non conosciamo... Io vorrei essere certa che stiano bene, che
siano al sicuro... Ma Bren ritiene che ci vorrà ancora molto tempo prima che la
sua gente accetti la partenza di Lhara senza interpretarla come un tentativo di
sostituirsi a lei, e io so che si sentono soli, travolti da un’infinità di cose
da fare... -
- E quale sarebbe il tuo piano? Rubare una delle navicelle nascoste nelle
caverne del New Mexico? -
- Perché dovrei rubarla? -
- Non credo che tua madre, o tuo padre, se è per questo, ti permetterebbero di
andartene a zonzo per lo spazio... -
Shiri arricciò il naso. - No, ma neanche lo farei. Io... avevo pensato di
chiedere a Jason di venire con me. -
- Spero che abbia abbastanza buonsenso da rifiutare! Insomma, ti rendi conto
dell’assurdità di quello che stai dicendo? -
La ragazza lo guardò ferita. - Credevo che almeno tu saresti stato dalla mia
parte, che mi avresti capito perché provi la stessa cosa... -
Il giovane si fermò in mezzo al marciapiedi e le mise le mani sulle spalle. -
Shiri, lo so cosa provi. E’ vero, Lhara mi manca e vorrei che fosse qui con me,
però adesso non è possibile. Sono sicuro che i tuoi genitori e Jason stesso,
per non parlare di tutti gli altri, te lo avranno detto e ripetuto fino alla
nausea, ed hanno perfettamente ragione. C’è un momento per sognare, e c’è un
momento per aspettare -
- E ora io devo aspettare... -
- Infatti. - Kyle le sfiorò una guancia con la punta del pollice. - Shiri, c’è
stato un tempo in cui la mia più grande aspirazione era portare Liz al cinema.
Poi arrivò Max e da quel momento le mie speranze di una storia con lei si
ridussero a zero. Capisco che quello che temi, in realtà, è che Bren incontri
un’altra ragazza e se ne innamori, ma questa è la vita. Se siete destinati a
stare insieme, allora è fatta! Nessuno potrà mai mettersi tra di voi! -
- Nonna Diane mi ha detto più o meno la stessa cosa. -
- A ragion veduta, direi. Max e Liz sono l’esempio vivente di cosa significhi
incontrare l’anima gemella... Dammi retta, Shiri, se loro sono davvero l’altra
parte di noi... ecco, possiamo aspettare tutto il tempo necessario. Altrimenti
è inutile agitarsi tanto... -
- Mi sembra una cosa molto triste -
Il giovane fece una spallucciata. - Certo. Però è quello che ho visto succedere
attorno a me. Prendi Alex, per esempio. Lui ha sempre cercato di attirare
l’attenzione di Isabel, ne era innamorato alla follia, e per un periodo sono
anche stati insieme. Solo che alla fine lei lo ha lasciato e poi si è sposata
con Morgan. Mentre Michael ha fatto di tutto per stare lontano da Maria, e
adesso hanno un bambino! Dammi retta, piccola, quei due sono nostri. Non hanno
alcuna possibilità di sfuggirci... -
Alle sue inattese parole Shiri scoppiò a ridere sollevata. - Kyle, sei grande!
- Lo abbracciò forte e gli diede un bacio sulla guancia.
- Ok, ok, piccola, adesso basta. Ti porto a mangiare qualcosa e poi ti
riaccompagno alla stazione degli autobus. Voglio che torni a Roswell prima che
faccia buio -
- D’accordo. - convenne subito lei.
Kyle sollevò gli occhi al cielo esasperato. “Oh, Shiri, questo pianeta non sarà
mai in grado di sopportare un’intera tribù di alieni!”
- Kyle? -
- Sì? -
- Quando tornerai a casa? -
Lui la guardò con affetto e le scompigliò i capelli. - Il corso è quasi finito
e dovremmo avere l’assegnazione definitiva entro metà febbraio. E siccome
naturalmente non sono in molti quelli che vogliono venire a Roswell, penso di
avere buone possibilità di farcela... Che ne dici? Mi ci vedi a girare con
l’auto di pattuglia e la divisa da aiutante sceriffo? -
Shiri lo studiò per un attimo poi sorrise. - Sì, e credo che ti verranno dietro
un sacco di ragazze!... -
- Ma non Lhara - si lasciò sfuggire il giovane.
La ragazza si morse le labbra tornando seria. - No, lei... no... - Con un
sospiro gli passò un braccio intorno alla vita e ripresero a camminare.
Nello stesso momento, a bordo di un’aereo diretto verso la Florida, Michael
tamburellava nervosamente con le dita sul proprio ginocchio. Ogni tanto
lanciava uno sguardo accigliato alla persona seduta accanto a lui, che sembrava
assorta nello studio delle nuvole sopra cui stavano viaggiando.
Sentendosi osservato, l’altro passeggero sospirò e si volse. - Allora? Cosa
c’è? -
- Cosa c’è? E me lo chiedi?!? - Il giovane tornò a guardare fisso davanti a sé.
- Dovevi rimanere a casa - brontolò scuro in volto.
Maria fece un sorrisetto sarcastico. - E lasciarti andare da solo a Miami? In
mezzo a tutte quelle ragazze seminude, con la pelle lucida di olio solare, che
fanno su e giù lungo la spiaggia per farsi notare?!? -
- Devo andare a controllare in ospedale, non in riva all’oceano -
- Non fa differenza -
- Non ti fidi di me, insomma... -
La ragazza fece una smorfia. - Non è che non mi fidi di te. Non mi fido di
loro! -
- Di loro... chi? - indagò lui, non riuscendo a seguirla.
- Di quelle bambole siliconate - confessò alla fine lei.
Michael rimase per un attimo interdetto, poi comprese. E si mise a ridere. -
Hai paura che decidano di assalirmi? Me?!? Dico, ma mi hai visto bene? Cosa
vuoi che possa attirarle? Guarda, ancora non ho capito perché “tu” abbia deciso
di metterti con me! -
A quelle parole Maria cercò i suoi occhi, quegli occhi così espressivi, e
accennò un sorriso. - Perché quando metti da parte l’atteggiamento da duro che
non ha bisogno di nessuno sei il ragazzo più dolce del mondo... - Si protese
per baciarlo sulle labbra, e rimase piacevolmente sorpresa per l’appassionata
risposta.
Poi Michael si tirò indietro e cercò di ricomporsi. - Forse è meglio che ci
siate anche tu e Mathias. In questo modo nessuno si insospettirà vedendoci.
Penseranno che siamo andati a trovare qualcuno... -
Per nascondere il sorriso che le incurvava la bella bocca Maria si concentrò
sul bimbo addormentato che stringeva fra le braccia. Era stata una vera impresa
riuscire a convincerlo a portarli con sé, ma alla fine aveva vinto. Anche se
aveva continuato a tenerle il broncio fino a quel momento... Però davvero non
avrebbe mai sopportato di restare ad aspettarlo a Roswell temendo che potesse
capitargli chissà che cosa! Lì non si stava parlando di semplici ladri e
assassini, ma di alieni. Alieni ostili e molto cattivi che non avevano alcuna
intenzione di lasciarli in pace. E lei doveva vegliare su Mathias e Michael,
gli uomini più importanti della sua vita...
Arrivarono a Miami nel primo pomeriggio e si recarono subito all’ospedale di
Miami Beach dove erano stati ricoverati Liz e Max.
Mentre Maria distraeva l’infermiere di turno all’accettazione Michael,
modificato l’aspetto dei propri abiti, si avvicinò con disinvoltura al registro
e diede una rapida occhiata ai turni del pronto soccorso, poi fece un cenno
d’intesa alla ragazza e se ne andò.
- Oh, beh, allora se proprio non può aiutarmi vado a cercare qualcun altro. E’
stato davvero gentile - Le ultime parole furono pronunciate con ironia. Aveva
sfoderato tutto il suo fascino ma quell’uomo si era rivelato un vero mastino!
Fortuna che Michael era riuscito lo stesso a passare inosservato... Bene, a
quel punto non le restava che raggiungerlo e proseguire insieme le loro
indagini.
Trovò il giovane che gironzolava nei pressi del reparto del pronto soccorso. -
Allora? - gli chiese subito.
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