Roswell.it - Fanfiction

QUANDO I NODI VENGONO AL PETTINE


Riassunto: All’osservatorio astronomico di Roswell viene fatta una strana richiesta. Allo stesso tempo, si apre una vera e propria caccia al mutaforma che ha lasciato l’impronta sul corpo di un giovane umano.

Data di stesura: dal 26 ottobre 2003 al 4 aprile 2004.

Valutazione: adatto a tutti. Insomma, in certi momenti è meglio che i più piccoli vadano a giocare da qualche parte...

Diritti: Tutti i diritti dei personaggi appartengono alla WB e alla UPN, e il racconto è di proprietà del sito Roswell.it. Batman appartiene alla Marvel Comics e Spock ai creatori della serie "Star Trek".

Indirizzo e-mail: ellis@roswellit.zzn.com

Note: Questa storia è dedicata a Monica, che con le sue acute osservazioni riesce a dare sempre nuovo vigore alla mia vena creativa. Anche se poi mettere il tutto per iscritto è una faticaccia! E con questa ultima revisione pongo definitivamente la parola BASTA! Non voglio più metterci mano!!!


- Ti prego! -
Sorda alla nota implorante nella voce di Maria, Liz incrociò le caviglie e continuò a guardare Jason, Shiri, Max e Michael che giocavano a basket nonostante la pioggia sottile che aveva cominciato a cadere ormai da alcuni minuti.
- Per favore! - ripeté la ragazza chinandosi un poco verso di lei.
Senza neppure voltarsi Liz infilò ostentatamente le mani nelle tasche del giaccone. - Dillo ancora una volta e la nostra amicizia finisce qui -
A quelle parole Maria spalancò gli occhi sbigottita. - Oh, beh... se la metti in questo modo... - disse, e si concentrò sul rettangolino di carta che stringeva fra le dita iniziando a sminuzzarlo con esagerata precisione.
Solo allora Liz si girò e sorrise dolcemente alla ragazza. - Maria, sono stata io ad insistere perché tu e Michael veniste con noi in Florida... Consideralo il mio regalo per Capodanno!... -
- Non si fanno regali per Capodanno - obiettò la giovane imbronciata, - e me ne avevi già fatto uno stupendo per Natale. - Così dicendo si sfiorò il bavero del cappotto, un originale modello molto elegante nella sua estrosità, di un bel color prugna, che Maria aveva notato nella vetrina di Claire’s ma non aveva osato comperare per via del prezzo.
- Non fare la stupida, Maria! - la riprese l’amica. - Lo sai benissimo che i soldi non sono un problema, per me, e poi volevo davvero che ci foste anche voi! E se questo può farti star meglio, sappi che abbiamo offerto la vacanza anche agli altri... -
Maria socchiuse gli occhi sospettosa. - Anche a Isabel e Morgan? -
Liz si strinse nelle spalle. - Ci ho provato, ma non l’ho spuntata - ammise.
La sua confessione risollevò lo spirito di Maria. - Allora c’è una giustizia, a questo mondo... -
L’amica alzò lo sguardo al cielo esasperata. - Se questo ti fa star meglio... - borbottò.
- Oh sì, molto meglio! - rispose Maria ridendo. - Ok, adesso sarà bene che torni dentro. Ormai è quasi ora della poppata... -
Proprio in quel momento la porta di casa si aprì ed apparve lo sceriffo. - Maria, ti spiace venire un attimo? Mathias sta cominciando ad agitarsi, e tua madre più di lui!... -
A quelle parole la ragazza fece una buffa smorfia. - Che ti avevo detto? - mormorò lanciando una rapida occhiata a Liz prima di seguire l’uomo.
Rimasta sola Liz si mise le mani fra le ginocchia per riscaldarle un poco poi vide Claudia avvicinarsi carponi e tese le braccia per prenderla. - Vieni, amore, vieni dalla mamma! -
La bimba si accoccolò contro di lei, la testolina reclinata sulla sua spalla, e chiuse gli occhi scivolando subito nel sonno.
Liz se la strinse affettuosamente al petto. Quanto amava il profumo dolce e infantile della sua pelle soffice... Diede uno sguardo ad Ethan, intento a giocare con la macchinina che gli aveva regalato Michael per Natale e che era la perfetta riproduzione in scala di una Ferrari da corsa. “I miei bambini... I figli che ho avuto da Max...” Si volse poi ad osservare il gruppo che ancora correva e saltava sotto la pioggia. “Max... mio marito... Non avrei mai osato sperare che ci saremmo sposati, un giorno... Che mi avresti amato così tanto...”
Quasi avesse sentito i suoi pensieri il giovane afferrò la palla senza rilanciarla. - Ragazzi, ora piove decisamente forte! Su, rincasiamo! - E senza attendere risposta si diresse verso Liz, che lo stava guardando con un accenno di sorriso sulle labbra. - Ciao - Si chinò a baciarla, un bacio breve ma profondo ed intenso che fece rabbrividire entrambi. - Sta dormendo? - chiese accennando a Claudia.
- E’ venuta da me pochi minuti fa. Si vede che era stanca e aveva voglia di fare un pisolino... -
Liz aveva parlato sommessamente per non svegliare la piccola, e Max non poté fare a meno di pensare a quanto anche lui amasse dormire fra le sue braccia. C’erano delle notti in cui si svegliava di colpo, temendo di aver solo sognato di stringere contro di sé il suo corpo tiepido, e allora restava a guardarla finché il sonno lo vinceva di nuovo. Altre volte, invece, erano gli incubi a ridestarlo, incubi che lo lasciavano coperto di sudore gelido e con gli occhi ancora pieni delle immagini di lei priva di vita. In quei casi non poteva fare a meno di serrarla forte e concentrarsi sul suo lento respiro, rimanendo sveglio fino a quando giungeva l’ora di alzarsi. Solamente vedendola sollevare le palpebre e sorridergli riusciva a convincersi che stava bene, che era tutto a posto, quindi premeva la fronte nell’incavo del suo collo e aspirava grato la fragranza di quei capelli di seta. Non sapeva che Liz riusciva a percepire la sua disperazione e, lottando per ricacciare indietro le lacrime, ricambiava l’abbraccio con altrettanta forza nel tentativo di placarlo, mentre lui assorbiva il calore del suo tocco con dolorosa bramosia.
Ed erano momenti come quelli, quando poteva riempirsi gli occhi ed il cuore della tenera vista di sua moglie coi bambini, che gli davano la forza di continuare a vivere giorno dopo giorno, lasciandosi dietro le spalle la paura, il dolore e la sofferenza, che sembravano essere diventati i suoi fidi compagni. Erano momenti come quelli che, nonostante tutto, davano un senso alla stranezza di un destino che lo aveva condotto fin lì da distanze troppo grandi per essere calcolate...
Con un nodo in gola passò le dita tra i morbidi riccioli di Claudia poi si avvicinò ad Ethan, che gli sorrise contento e alzò le manine verso di lui. - Su! Su! - ciangottò, e lanciò un gridolino entusiasta quando si sentì sollevare in aria. Poi Max se lo mise a cavalcioni sulle spalle e precedette Liz in casa, seguita a ruota da Michael e i ragazzi, ancora intenti a discutere di tattiche di gioco.
Il fatto che Max avesse permesso a Jason di entrare nella squadra di basket della scuola, per non parlare del nutrito giro di amicizie che frequentavano lui e la sorella, non aveva troppo convinto Michael, che con un certo sarcasmo si domandò cosa sarebbe successo ad aprile, quando sicuramente sarebbe stata organizzata la festa di compleanno per Shiri. Quante candeline avrebbero messo sulla sua torta: una o quindici?!? Tuttavia comprendeva il bisogno dei suoi amici di una parvenza di normalità nella loro vita. Del resto non era quello che faceva anche lui quando si recava ogni giorno in ufficio e con Morgan controllava il lavoro da svolgere? Non era ciò che desiderava offrire a Maria, in un inconfessato desiderio di farle dimenticare la particolarità delle sue origini, pur avendo smesso già da molto tempo di pensare ad Antar come alla casa cui agognava tornare? Anzi, ad essere sinceri, ormai lo vedeva solo come una grande rottura di scatole da cui venivano esclusivamente rogne e nemici! Non che Roswell fosse molto meglio, in realtà, perfino Maria aveva sognato di fuggire dalle sue limitazioni... Ma lì c’era l’astronave, l’unico legame con il passato, e soprattutto gli altri avevano scelto di rimanervi, così lui si era sentito costretto ad adeguarsi. Certo, gli faceva piacere stare vicino a Max e ad Isabel, però a volte aveva l’impressione di sentirsi in gabbia, con l’FBI e gli avversari di Zan sempre pronti a balzargli addosso non appena gliene avesse fornito la possibilità... E poi, forse... non esisteva un luogo dove potersi dire al sicuro, e tutto sommato la scelta dei suoi amici fermarsi e costruire qualcosa - era la più giusta. Quando guardava Maria allattare il loro bambino poteva sentire l’incredulità sommergerlo. Non era possibile che lui, proprio lui, l’alieno, il duro, il guerriero, avesse sposato quella ragazzetta insopportabile e appassionata e ne avesse avuto un figlio!... Al contrario di Max, che aveva sempre spasimato dietro Liz sperando prima o poi di riuscire ad agganciarla, lui era convinto che il loro dovere fosse di tenersi alla larga dagli umani e cercare di scoprire la verità nascosta dietro gli straordinari poteri di cui erano dotati. E invece, quando Maria lo aveva fissato con quegli occhioni verdi pieni di paura, si era sentito punto sul vivo. Non gli era piaciuto essere guardato come un mostro, soprattutto non da quello scricciolo biondo, e da allora era stato un continuo susseguirsi di sentimenti contrastanti. Se qualcuno gli avesse detto che avrebbe finito col legare la propria esistenza alla sua sarebbe scoppiato a ridere, e invece adesso si ritrovava marito e padre di famiglia. Il destino sapeva essere davvero strano...
Ora riusciva a capire l’iperprotettività di Max: quello che avevano trovato era troppo grande, troppo importante, per permettere a qualcuno di distruggerlo, ed era inevitabile che fossero disposti a tutto pur di difenderlo! Persino a cercare di condurre una banalissima vita in una città altrettanto banale... Ma... era saggio mescolarsi in quel modo con gli altri? Sapeva, comunque, che parlarne non sarebbe servito a niente e che tutto ciò che poteva fare era osservare e sperare. In effetti Jason e Shiri non avevano mai creato problemi, però quella breve vacanza in Florida sembrava aver lasciato in loro segni profondi. Apparentemente erano allegri e sereni come al solito, disposti a fare una partita di basket sotto la pioggia, eppure poteva percepire il senso di inquietudine, di allarme sotterraneo che li animava. In fin dei conti erano soltanto dei bambini, anche se avevano l’aspetto di adolescenti, e l’ultimo incidente capitato a Max e Liz non poteva non averli segnati. Sarebbero riusciti a mantenere il loro equilibrio? Oppure la loro apparente spensieratezza si sarebbe infranta causando danni che nessuno poteva immaginare? O forse si trattava semplicemente della sua solita paranoia che gli faceva vedere cose che non c’erano?... Bah, facile che fosse così!
Si guardò attorno con curiosità. - Dov’è Maria? -
- In camera da letto con Mathias. - Liz lo guardò indulgente. - Vai su a farle compagnia: io devo occuparmi della cena per Claudia ed Ethan... -
Mentre Michael si avviava verso le scale dopo essersi passato una mano sul torace per asciugarsi i vestiti Max depose sul divano Ethan e si avvicinò alla moglie per prendere la bimba. - Vuoi che ti aiuti? - le chiese osservandola attento. Liz sembrava molto stanca.
- Mi basta che ti occupi di loro. Mia madre ci ha lasciato nel frigo un sacco di roba da mangiare e devo solo scaldarla nel microonde, però vorrei prima mettere i gemelli a letto: sono sfiniti... -
- Anche tu - obiettò lui.
La ragazza accennò un sorriso. - Il viaggio è stato un po’ faticoso - ammise.
- Liz, Jim ed io torniamo a casa. Siamo tutti piuttosto stanchi, e ci sono le valigie da disfare. Non è il caso che restiamo qui a darti altro disturbo... - Amy le si avvicinò e le carezzò con affetto una spalla. - Di’ a Maria che ai loro bagagli ci pensiamo noi, d’accordo? -
- No, Amy, non c’è bisogno che ve ne andiate! Davvero, devo solo far mangiare i bambini e metterli a dormire. -
- Liz, credimi, hai già fatto molto! Max ha ragione, sei stravolta e devi riposarti, e noi siamo decisamente di troppo! - La donna la strinse in un rapido abbraccio, subito imitata da James Valenti, poi se ne andò lasciandola confusa. - Perché mi trattate tutti come se fossi di vetro? -
- Forse perché dal momento in cui siamo tornati in albergo dopo la fuga dalla base non hai chiuso occhio, neppure durante il volo di ritorno... Hai l’aria disfatta, amore mio, e non voglio vederti crollare. Per cui adesso preparerai qualcosa per i gemelli e poi ti siederai su quel divano. Al resto ci penso io. -
- Ma anche tu non hai dormito, la notte scorsa! - protestò lei.
- Liz, per favore, limitati alla cena dei bambini, ok? - Si chinò a darle un bacio sulla fronte prima di tornare da Ethan. - Su, giovanotto, vieni qui: dobbiamo andare a fare il bagnetto! - Prese il bimbo col braccio libero dopodiché salì al piano di sopra e con rapida efficienza lavò e cambiò i figlioletti.
Quando fu di ritorno in cucina trovò la tavola apparecchiata e una serie di vassoi e ciotole fumanti. Michael era seduto accanto a Maria e teneva in grembo il piccolo Mathias placidamente addormentato. Liz, accomodatasi vicino all’amica, sembrava ascoltare con attenzione quello che stava dicendo Michael.
- Ehi, è già tutto pronto?! Fantastico, in effetti ho una gran fame! - Sfiorò la nuca di Liz con una carezza gentile poi sedette al suo fianco e le mise un po’ di spezzatino e di piselli nel piatto. - Cerca di mangiare qualcosa e vai a letto, o domani non avrai la forza di andare in ospedale... -
La ragazza si strinse nelle spalle e iniziò a mangiare senza molta convinzione. Max aveva ragione, si sentiva a pezzi e voleva solo andare a dormire ma sapeva che senza di lui non sarebbe riuscita a chiudere occhio. Se non lo avesse tenuto stretto contro di sé non ce l’avrebbe fatta a prendere sonno, ne era più che certa.
- Se vuoi il mio umile parere, giovanotto, farai bene a seguire il tuo stesso consiglio! - lo prese amichevolmente in giro Maria. - Ti sei visto allo specchio, di recente? - Agitò davanti a lui la forchetta. Siete tutti e due stanchi morti, e quindi vi dirò io cosa dovete fare: finite di mangiare e poi andate a ninna. Ci pensiamo Michael ed io a rimettere a posto, e guai a voi se osate protestare! -
Sia Max che Liz tentarono di parlare ma lei agitò ancora di più la posata. - Alt, ho detto zitti! E siccome voglio portare Mathias a casa prima delle nove, cercate di darvi una mossa, per piacere! -
Max guardò da lei a Michael, che si strinse nelle spalle, poi scosse la testa e versò altro Tabasco sui suoi piselli mentre Liz, sconcertata per l’esplosione dell’amica, fece per aprire la bocca ma ci ripensò e continuò a mangiare.
- Ottimo! Ah, Liz, fai i complimenti a tua madre: questo spezzatino è davvero squisito!... -
A quel punto Michael non si trattenne più e scoppiò in una fragorosa risata che fece svegliare Mathias. Il bimbo spalancò gli occhi chiari e mosse piano i piccoli pugni prima di voltare il visetto contro la felpa del padre e riaddormentarsi.
- Michael, ti prego, evita di svegliarlo di nuovo, se ci riesci! - lo redarguì Maria.
Un sorriso divertito illuminò il volto di Liz. “Oh, Maria, sei davvero incredibile! Grazie! Grazie per essere la mia meravigliosa amica!”
Dieci minuti dopo era in bagno a lavarsi i denti. Max, accanto a lei, aspettava il proprio turno e nel frattempo la guardava. Sembrava così fragile, così indifesa... e invece era dotata di una insospettabile forza d’animo e fisica. Santo cielo, solo il giorno prima gli aveva salvato la vita, pur avendo due costole rotte, una incrinata, e una montagna di lividi, tagli e graffi. Eppure era riuscita a sottrarlo alla presa mortale del mutaforma e, veicolando la sua energia, lo aveva distrutto. Liz continuava a sorprenderlo, e l’amore, il rispetto e l’ammirazione che provava per lei non facevano che aumentare.
Poco più tardi erano entrambi sotto le coperte, strettamente abbracciati, e sospirando di sollievo la ragazza si sistemò con la testa nell’incavo della spalla di Max. - Non lasciarmi, amore mio, non lasciarmi mai... - bisbigliò con voce insonnolita.
- No, tesoro, sarò sempre con te - Il giovane la baciò sui capelli poi le posò una mano sulla nuca e si addormentò a sua volta.

- Ciao, tutto bene? -
- Sì, grazie. - Così dicendo Isabel fece una piccola smorfia. - Per l’esattezza il mio problema è Morgan. Quando ha saputo come sono andate esattamente le cose la notte di Capodanno si è... agitato, a dir poco... -
Max si allacciò la cintura di sicurezza e la guardò mentre sterzava per reimmettersi nella strada principale. - E tu perché gliel’hai detto? -
- Era convinto che tu e Liz ve ne foste andati a fare baldoria chissà dove, e non mi piacevano i suoi commenti. Lui... è un po’ geloso di te - confessò la ragazza.
Il giovane osservò per alcuni secondi la strada scorrere davanti a sé, poi si volse di nuovo verso di lei. Non devi difendermi, Isabel. Non è necessario. Non m’importa cosa pensa Morgan di me, m’importa che non ti faccia soffrire... -
- Tu sei mio fratello, e non voglio che lui ti creda un irresponsabile o un farabutto. Perché non lo sei, tutt’altro! E quando fa delle insinuazioni nei tuoi confronti io ci sto male. Mi dispiace ma non posso farci niente! -
Sentendo il suo turbamento Max le sfiorò le dita strette intorno al volante. - Grazie per la tua lealtà, però ricorda che lui è tuo marito e ti ama. E’ naturale che a volte possa pesargli il legame che ci unisce, quindi cerca di essere paziente... Vedrai che col tempo gli passerà. - Un pensiero improvviso gli fece corrugare la fronte. - Cosa gli hai raccontato per farlo... agitare...? -
Isabel si morse le labbra, imbarazzata. - Quando... quando mi hai controllata prima che tornassimo a casa nostra ho avuto dei flash attraverso Natalie. E... immagino di averli trasmessi a Morgan mentre... beh, insomma... -
- Sì, capisco - Max tolse la mano un po’ a disagio. Non aveva idea che Natalie fosse in grado di percepire visioni mentre verificava che stesse bene, ma a quanto pareva stava diventando abbastanza grande e sensibile da assorbirle. Quello poteva essere un guaio, considerando l’insofferenza di Morgan nei confronti del suo ruolo di supervisore della salute di Isabel e della bambina...
- Max, tu sei e rimarrai la persona più importante della mia vita, subito dopo mio marito. E mia figlia - aggiunse. Fece una spallucciata. - Questa cosa non cambierà mai, noi siamo uniti in un modo speciale. Quello che condividiamo coi nostri compagni è diverso e mi sembra... stupido... fare dei paragoni. Liz non è mai stata gelosa di me, semmai è vero il contrario... - concluse sorridendo.
- Liz è... -
- Perfetta, lo so - lo interruppe lei. - Santo cielo, Max, a volte mi sembra impossibile tutto quello che avete dovuto sopportare... che siamo costretti a sopportare... Perché non possiamo vivere normalmente? -
- Perché siamo diversi dagli altri. Ma abbiamo trovato delle persone stupende, che hanno scelto di rimanere al nostro fianco nonostante questa diversità, e per loro, per proteggerle, siamo disposti a fare qualsiasi cosa. Parla con Morgan, fagli capire che non deve temere l’affetto che ci unisce, e soprattutto che non ho alcuna intenzione di portargli via Natalie. -
Isabel si girò di scatto a fissarlo. - Perché dici questo? -
- Hai notato come mi guarda ogni volta che ti controllo? -
Lei scosse un poco la testa. - Ha solo paura che possa succederci qualcosa. -
- Appunto. Non si fida di me -
- No, non è vero. E’ preoccupato per il fatto che non posso partorire in ospedale, ma per il resto si fida di te. Ha messo la vita di David nelle tue mani. Mi sembra che questo significhi qualcosa, no? -
- Morgan è un uomo orgoglioso. Ti ama, e ama sua figlia, e non gradisce intromissioni da parte mia. Vuole essere lui ad occuparsi di voi, e lo capisco. E’ normale che non gli vada giù il fatto di sentirsi impotente in certi casi... -
- Ad esempio se si trovasse davanti un mutaforma deciso a cuocermi? -
- Qualcosa del genere... -
- Beh, tutto questo è stupido. Neppure tu sei onnipotente! -
- No, però lui non la vede così. E questa è un po’ anche colpa tua. -
- Che vuoi dire? -
- Smettila di fare dei confronti fra di noi -
- Non ne faccio!
- Davvero? - Lui le diede un’occhiata penetrante. - Ne sei sicura? -
Isabel distolse lo sguardo senza replicare.
- Isabel, ti rendi conto che così gli fai del male? -
La ragazza rimase in silenzio e Max si abbandonò contro lo schienale chiudendo gli occhi. - Accosta. Devo scendere un attimo... -
- Perché? -
Max non rispose, e senza dire altro Isabel fece come le era stato chiesto.
Non appena la vettura si fermò il giovane scese e, dopo aver fatto alcuni profondi respiri, crollò in ginocchio. Ebbe appena il tempo di chinarsi in avanti sostenendosi con le mani prima di dare violentemente di stomaco.
- Accidenti, Max, che diavolo ti succede?! - La sorella si affrettò a raggiungerlo, spaventatissima.
- Ho... bisogno di un fazzoletto di carta... - riuscì soltanto a mormorare lui.
Isabel tornò al posto di guida e frugò nella sua borsetta alla ricerca dei fazzoletti umidificati. - Ecco, tieni! disse porgendogli il pacchetto.
Mentre lui si puliva la bocca e si rinfrescava il viso la ragazza lo prese con dolce fermezza per una spalla. Ti riporto a casa. Non mi sembra opportuno che venga all’osservatorio in queste condizioni... -
- No, non preoccuparti. Io... sto meglio, davvero... - Ma proprio in quel momento venne colto da un’altra serie di conati.
- Max! -
Quando anche quell’attacco ebbe termine il giovane si raddrizzò appoggiandosi sui talloni e si pulì di nuovo.
- Vieni, torniamo indietro - insisté allora Isabel passandogli un braccio dietro la schiena.
- No, ormai siamo quasi arrivati. Andiamo avanti, per favore. -
- Ma tu... -
- Ti prego! -
- Sei un vero testardo! -
Lui le fece uno dei suoi teneri sorrisi che gli illuminavano gli occhi, e lei capitolò. - Ok, vada per l’osservatorio. Comunque, se ti senti male un’altra volta si fa come dico io! -
Max lasciò che l’aiutasse ad alzarsi e a rimontare in auto poi abbassò il finestrino ed inspirò lentamente e con avidità l’aria frizzante.
- Va meglio? -
- Mm -
- Allora? -
- Cosa? -
- Perché ti sei sentito male? -
- Isabel, non ne ho idea. Non lo so, e non ho la forza di controllarmi, in questo momento... -
- Sei forse in dolce attesa? - lo prese in giro lei nel tentativo di alleggerire la tensione.
A quelle parole Max rise piano. - A dire la verità... sì -
La ragazza gli diede un affettuoso buffetto sulla guancia. - Sciocco! Però... mi hai messo una paura del diavolo. Finora avevi vomitato solamente una volta, a otto anni, dopo aver mangiato sei mele candite una dietro l’altra insieme ad un’intera bottiglia di Tabasco... -
Al ricordo Max fece una smorfia. - E’ stato altrettanto sgradevole, credimi. -
- Oh, sì, posso immaginarlo -
Percorsero le ultime due miglia senza altri inconvenienti e quando varcarono la soglia dell’edificio Max aveva riacquistato un po’ di colore.
- Chiamami se hai bisogno di aiuto, d’accordo? -
- Certo. Grazie, Isabel... -
Lei lo strinse in un rapido abbraccio. - Figurati! -
Quando entrò nella stanza laboratorio in cui lavorava Max venne accolto dal caloroso saluto dei suoi colleghi. - Incredibile! Max Evans in ritardo! -
Il giovane sorrise e diede un’occhiata al grande orologio appeso alla parete. - Di otto minuti, hai ragione - riconobbe.
- Come sono andate le vacanze? -
- Bene, grazie. E tu? -
- Non mi lamento. Però adesso dovrò sudare sette camicie per eliminare i chili di troppo!... -
La porta si aprì ed apparve Linda Hathaway, una delle coordinatrici del progetto cui il gruppo stava lavorando. - Invece c’è qualcuno, qui, che non ne ha alcun bisogno... - disse lanciando un’occhiata di apprezzamento al corpo asciutto e muscoloso di Max. Sapeva che lui era sposato e con figli, però non si poteva mai dire. A volte anche i matrimoni all’apparenza saldi potevano incrinarsi, e a lei non sarebbe dispiaciuto raccogliere i pezzi del suo. Con un sospiro andò a sedersi davanti ad un monitor e verificò i dati con quanto riportato sul blocco che aveva in mano. - Dannazione, che caspita è successo? Questi valori sono completamente sballati! Ernie, passami le registrazioni della notte del trenta dicembre! -
Quella richiesta incuriosì l’alieno. - Cosa stai verificando? - chiese con fare noncurante.
- Il capo vuole un controllo accurato dei dati degli ultimi quattro giorni. E lo vuole subito. Quindi, per favore, tu ed Ernie datevi da fare con i valori dell’attività cosmica di quel periodo -
- Dobbiamo cercare qualcosa di particolare? - indagò Ernie.
- Qualsiasi cosa. Tutto quello che è stato registrato dal telescopio -
- Ai tuoi ordini. Max, prego, accòmodati pure accanto a me! -
La donna guardò Max dirigersi verso la postazione di lavoro del collega e corrugò la fronte. - Mi serve entro stasera - precisò.
- Ok - rispose Ernie dando un’occhiata divertita al giovane, che ricambiò con un sorriso distratto.
Esteriormente tranquillo, Max era in realtà in preda ad una vaga inquietudine. Non solo avrebbe dovuto lasciare indietro le cose di cui si occupava di norma e un paio di ricerche urgenti che aveva trovato nel suo raccoglitore, ma l’incarico di Linda aveva fatto scattare nella sua testa un campanello d’allarme. Quella richiesta era certamente da ricollegarsi all’incidente in Florida, per cui era più che sicuro che non avrebbero trovato alcuna anomalia. Però gli dava da pensare il fatto che il direttore volesse quelle informazioni. Chi gliele aveva chieste? La Nasa no di certo, loro avevano mezzi molto più potenti del piccolo osservatorio di Roswell, e i militari avrebbero fatto riferimento alla Nasa. L’FBI? No, non aveva senso. Anche loro si sarebbero rivolti alla Nasa... Chissà, forse si trattava solo di una coincidenza... Però non poteva rischiare: doveva scoprire chi aveva fatto pressione su Burton.
Mentre cominciava a richiamare i files che gli occorrevano sentì il leggero tocco della mente di Jason. D’istinto si concentrò per percepire meglio quella sensazione tuttavia non avvertì niente altro. Perplesso e vagamente preoccupato fece ruotare un poco la sedia. - Devo fare una telefonata ma torno subito - avvertì Ernie prima di alzarsi ed uscire dalla stanza.
Una volta in corridoio tirò fuori il cellulare e compose il numero di casa. Dovette aspettare nove squilli prima che qualcuno rispondesse. Era Jason, che lo salutò con tono forzato.
- Jason, ti ho sentito. Cosa c’è? -
“- Niente, papà. Volevo solo sapere come stavi... -”
Max si strofinò la fronte. - Sicuro che sia tutto qui? -
“- Sì. Sì, certo. -”
- Jason... -
Davanti all’insistenza del padre il ragazzino esitò e alla fine cedette. “- Shiri si è sentita poco bene. Ha... ha vomitato un paio di volte. Ma ora sta meglio, davvero. Io... mi ero spaventato e così... -” disse piano.
- Sai perché è stata male? -
“- No, almeno... non ne sono sicuro. -”
- Che vuoi dire? Lo sai o non lo sai? -
“- Beh, ecco... credo che sia entrata nei sogni di... di qualcuno -”
- Bren? -
“- Io... forse -”
- Jason, vuoi dire che tua sorella si è concentrata da sola per raggiungere la mente di un uomo che si trova dall’altra parte dell’universo?!? -
“- Non me ne sono reso conto finché non mi ha chiamato. Era allo stremo delle forze... -”
- Maledizione! - Ora sapeva il motivo del suo malessere. In qualche modo Shiri doveva aver capito di essere nei guai e aveva aperto la propria mente in cerca di aiuto. Il che aveva portato Jason ad accorgersi delle sue difficoltà e lui a provare le stesse sensazioni di debolezza che l’avevano sommersa. - Sei certo che stia meglio? -
“- Sì. Sta facendo colazione. -”
- Dille di tornare a letto, quando ha finito, e guai a lei se si azzarda a fare altre cose del genere. Può essere pericoloso, soprattutto ora che è stanca. Dirò a Michael di passare a dare un’occhiata appena possibile. Shiri... Santo cielo, si rende conto dei rischi che ha corso?! -
“- Credo di sì, papà. Solo che... tiene davvero molto a Bren, e... le manca... -”
- Siete ancora troppo giovani per queste cose. Bren ha dei doveri da rispettare, ma quando sarà il momento giusto sono certo che si farà vivo. Shiri deve imparare ad avere pazienza... -
“- Già, hai ragione. -” Jason ridacchiò e Max sorrise di rimando, sentendosi un poco sollevato.
“- Papà? -”
- Sì? -
“- Non mandare lo zio Michael. Non ce n’è bisogno, davvero... -”
Dopo un breve silenzio il giovane emise un sospiro. - D’accordo. Ma guarda che non combini altri scherzi del genere! -
“- Va bene. Grazie, papà. -”
- Di niente, coniglietto. Prendetevela con calma, ok? -
“- Ok -”
Scuotendo leggermente la testa Max interruppe la comunicazione e prima di tornare al lavoro si diresse verso il laboratorio dove si trovava Isabel. Voleva tranquillizzarla, spiegarle la vera causa dei suoi disturbi, ma soprattutto voleva riprendere il controllo delle proprie emozioni. Sapeva che Shiri non era nuova a quel tipo di esperienze, ma fino a quel momento c’era sempre stato Jason con lei. Il fatto che avesse deciso di raggiungere Bren da sola era semplicemente pazzesco. Non capiva che sforzi del genere potevano costarle la vita?!?
Nel sentire il conciso resoconto di Max Isabel sbuffò e distolse lo sguardo da lui. - No, non ci posso credere! Quella ragazzina è... è peggio di te! - commentò incredula. Tornò a studiare il suo volto teso. Probabilmente non si è nemmeno accorta di essersi connessa con te. Certo che deve essersi sentita davvero male per averti fatto dare di stomaco a quel modo... -
- Non mi ci far pensare, ti prego! - Il giovane si passò una mano fra i capelli con fare nervoso. - Vorrei tanto fare una scappata a casa e vedere come stanno veramente le cose... -
- Chiedi un permesso, no? -
- Non posso, Linda ci ha appena affidato un lavoro alquanto pesante. E ad essere sinceri anche quello mi preoccupa un bel po’... -
- Perché? -
- Vuole che raccogliamo tutti i dati degli ultimi quattro giorni e ne facciamo un’analisi comparata entro stasera. Sono sicuro che non è stata un’idea del direttore... -
Isabel lo osservò con ansia. - Credi che possa essere a causa di quello che...? -
Lui scrollò le spalle. - Non vedo altro motivo. Non dobbiamo cercare qualcosa di specifico, vuole tutto. Tutto. -
La ragazza serrò le mani a pugno, spazientita. - E cosa pensa di scoprire? Il segnale di Batman? -
Suo malgrado Max sorrise. - Chi lo sa? In fin dei conti, io non avevo alcuna idea che esistesse un meccanismo di trasporto come quello che hanno usato per prelevarci... -
- Vorrei tanto sapere perché nessuno ci ha mai parlato di quella maledetta base! -
- Piacerebbe saperlo anche a me. E questo è un altro motivo per cui dovrò andare a... casa... quanto prima. - Le accarezzò una guancia col dorso della mano. - Ma solo dopo la nascita di Natalie. Non voglio mancare l’arrivo di mia nipote... -
Lei ricambiò il sorriso, grata, poi il suo sguardo si spostò oltre le spalle del fratello. - La virago ti sta cercando. Ci vediamo più tardi a pranzo -
- Certo. Virago? - chiese un attimo dopo, senza capire.
- Linda Hathaway. Ti divora con gli occhi, non te n’eri accorto? - Con un sorrisetto malizioso agitò la mano in segno di saluto e rientrò nel locale che condivideva insieme ad altri due ricercatori.
L’assistente osservò Max varcare la soglia del laboratorio e lo seguì chiudendosi la porta alle spalle. - Non abbiamo molto tempo per questo lavoro, quindi spero che tu abbia finito con le telefonate personali - Calcò sull’ultima parola ed il giovane le diede un rapido sguardo.
- Scusa, ho i nervi a fior di pelle... - Linda Hathaway scosse leggermente la testa. - C’è stato un guasto ai rilevatori della Nasa, qualche giorno fa, e adesso hanno bisogno delle registrazioni di tutti gli osservatori radioastronomici del paese per poter ricostruire i dati mancanti di quel periodo. E naturalmente abbiamo soltanto poche ore a disposizione per mettere insieme ogni cosa e consegnarla a quelli di Washington... -
Nell’udire le sue ultime parole Ernie si girò di scatto verso di lei. - Vuoi dire che vengono a prenderle di persona?!? E da quando in qua usano i fattorini? Se hanno tanta fretta di ricevere quei dati perché non possiamo metterli in rete? Santo cielo, hanno un sistema di protezione uguale a quello della Casa Bianca!!! -
La donna si strinse nelle spalle. - Non so che dirti, a parte il fatto che da qualche tempo le misure di sicurezza sembrano non essere mai sufficienti... -
- Sì, l’avevo notato - fu la secca risposta di lui.
Max assistette in silenzio al rapido scambio di frasi, cercando di digerire le informazioni appena fornitegli. A quanto sembrava la distruzione della base aliena sottomarina aveva avuto delle conseguenze inaspettate, e probabilmente la cosa aveva messo in allarme la ristretta cerchia di persone che conoscevano la verità. Poteva ritenersi fortunato per il fatto che nessuno fosse venuto a prelevarlo...
Da quel momento né lui né gli altri ebbero un attimo di respiro. Il lavoro era lungo e richiedeva molta attenzione, e l’unica pausa che riuscirono a concedersi fu mezz’ora per il pranzo a turni alternati.
Isabel ascoltò attenta la succinta spiegazione di Max mentre, come di consuetudine, sedevano nel loro angoletto preferito mangiando i tramezzini presi al distributore automatico. Avevano trovato per caso quella panchina mezza sgangherata ad un centinaio di metri dall’ingresso dell’osservatorio, un po’ nascosta dietro alcuni cespugli, e ci andavano sempre, a meno che non piovesse a dirotto. Era l’unico luogo in cui si sentissero sicuri di poter parlare senza il timore di venire ascoltati, e inoltre nessuno avrebbe notato l’incredibile quantità di tabasco consumata da Isabel. Da quando era rimasta incinta, infatti, la ragazza aveva aumentato notevolmente l’uso di salsa piccante e più di una volta si era resa conto di essere oggetto di strane occhiate da parte di chi la vedeva mangiare...
- Mi dispiace ma devo rientrare. Abbiamo davvero pochissimo tempo per finire quel lavoro... - disse Max togliendo dalle mani della sorella il cellophane che aveva avvolto il suo tramezzino e buttandolo nel bicchiere di carta ormai vuoto.
Isabel seguì distrattamente i suoi gesti. - Pensi davvero che la causa di tutto sia stata l’esplosione nella base? - chiese con voce sommessa.
- Mi sembra abbastanza probabile. Io non so quanto fosse grande né cosa sia accaduto con esattezza, ma di sicuro deve essere stata liberata un’enorme quantità di energia... Dio, non posso pensare a quante persone siano morte... -
- Non sei stato tu ad ucciderle... - cercò di consolarlo lei.
- Ma sono morte perché io ero lì! -
- Max, smettila! - Isabel gli prese le mani e le strinse forte tra le proprie. - Sono stati loro a catturarti, a prendere te e Liz! Volevano uccidervi, lo hai dimenticato? E se quell’uomo ha deciso di salvarvi e, allo stesso tempo, distruggere tutto quanto, cos’avresti potuto fare per fermarlo? E poi, ammettilo: per impedire la morte di Liz l’avresti distrutta tu stesso, quella base, e senza il minimo rimorso! Quindi adesso vedi di farla finita, ok? -
Il giovane chinò il capo e rimase a lungo a fissare le loro mani intrecciate. Poi rialzò la testa ed incontrò i suoi occhi. - Sono davvero così spietato? - chiese sottovoce. Prima che lei potesse rispondergli abbassò le palpebre e una lacrima brillò tra le sue ciglia. - Sì, hai ragione, lo avrei fatto... - ammise con tono di sconfitta.
- E ne avresti sofferto, e il senso di colpa ti avrebbe perseguitato per il resto della vita. E’ per questo che sei un grande re, Max. Perché non ti tiri indietro quando si tratta di prendere decisioni difficili, e sei disposto a pagare il prezzo delle tue scelte. -
- Questo non cambia il fatto che molta gente sia morta a causa mia... - bisbigliò lui.
- E altra ancora ne morirà, stanne certo! Ma è inevitabile. Perché tu rappresenti il potere, e per questo ci sarà sempre qualcuno che cercherà di eliminarti. In tutti i modi possibili, senza preoccuparsi di fare vittime innocenti... La tua, la nostra, è una lotta senza quartiere che non avrà mai fine. Su Antar, e perfino qui! E’ triste, certo, ma noi abbiamo il diritto di sopravvivere, e di difendere le persone che ci sono care... -
Max serrò le labbra in una linea sottile e annuì lentamente. Sì, Isabel aveva ragione. Il loro era un destino di morte, comunque e in ogni caso, e tutto quello che poteva fare era cercare di agire nel migliore dei modi, proteggendo la sua gente e la sua famiglia con ogni mezzo possibile.
La ragazza si piegò in avanti e gli diede un bacio sulla guancia. - Te la stai cavando benissimo, credimi... - disse piano, poi lasciò andare le sue mani e radunò i resti del loro pranzo. - Avanti, si torna al lavoro! -
Poco prima delle quattro e mezza Linda Hathaway consegnò al direttore dell’osservatorio una piccola pila di cd. - Ecco, qui sono raccolte tutte le registrazioni e le analisi dei dati che ci hanno chiesto. E’ stata dura ma ce l’abbiamo fatta: Langdon ed Evans sono una grande squadra... -
- Sì, lo so. Ah, questo deve essere il fattorino! - Così dicendo Burton ammiccò alla sua assistente. Anche lui era rimasto sconcertato alla notizia che avrebbe dovuto consegnare i dischi ad una persona venuta appositamente da Washington, e la definizione che ne aveva fatto Ernie gli era sembrata molto appropriata... Controllò l’orologio a parete. Sì, esattamente l’ora indicata. Quelli di Washington dovevano essere davvero impazienti... Premette il pulsante dell’interfono e la segretaria gli confermò i suoi sospetti. “- Dottor Burton, è arrivato il signor Roich -”
- Bene, Donna, lo faccia accomodare, grazie. -
Quando la porta si aprì apparvero tre uomini molto alti e ben piazzati, che lasciarono perplesso il direttore.
- Roich - si presentò il più anziano del gruppetto, che tuttavia non doveva superare la quarantina.
- Salve. Sono Andrew Burton, e lei è la mia assistente, Linda Hathaway -
Per tutta risposta Roich fece un piccolo cenno del capo e fissò i dischi che Burton teneva ancora in mano.
Accortosi della direzione del suo sguardo l’uomo si affrettò a porgerglieli. - Ecco, qui c’è tutto quello che i nostri strumenti hanno registrato dal 30 dicembre al 2 gennaio e un’analisi comparata dei dati. Abbiamo fatto del nostro meglio col poco tempo che ci avete messo a disposizione... -
- Ne sono certo. Adesso, per favore, faccia venire qui Max e Isabel Evans -
La richiesta lo lasciò di stucco. - Scusi? -
Accanto a lui Linda sentì il cuore mancarle un battito. Come facevano a sapere di loro? E perché volevano vederli? -
- Lei si limiti a chiamarli -
Un po’ risentito per il tono di comando usato da Roich, Burton attivò di nuovo l’interfono e avvertì la segretaria.
Pochi minuti dopo i due fratelli fecero il loro ingresso ma, nel vedere gli uomini in piedi davanti alla scrivania del direttore, Max si spostò di lato in modo da coprire Isabel. - Dottor Burton... - disse fingendo una calma che non provava.
- Max, questi signori hanno chiesto di voi. Prego, accomodatevi... - li invitò ad avanzare, tuttavia Max rimase immobile davanti alla sorella.
- Abbiamo avuto l’incarico di portarvi con noi - disse Roich senza accennare a presentarsi.
- Davvero? - mormorò Max con tono sarcastico.
- Occorre qualcuno che interpreti i dati -
- Allora non c’è bisogno che venga anche mia sorella, dal momento che non ha lavorato a questa ricerca... - obiettò prontamente lui.
- Dovete venire tutti e due -
- Ho detto di no. Isabel, vai via - Si rivolse a lei senza distogliere lo sguardo dall’uomo che era evidentemente al comando, un’espressione di gelida sfida negli occhi.
Roich s’irrigidì. Aveva ricevuto l’ordine di prelevare i fratelli Evans, ed era stato avvertito di usare grande cautela perché potevano essere molto pericolosi. L’apparente aspetto innocuo di Max Evans non lo trasse in inganno, né gli sfuggì la durezza nei suoi occhi. Quel ragazzo era un lottatore, e se avesse deciso di reagire avrebbe di sicuro dato un bel po’ di filo da torcere. In casi come quello aveva imparato che era meglio accontentarsi piuttosto che rischiare di perdere tutto, così fece cenno ai suoi compagni di lasciar andare la donna, che si dileguò all’istante. - Dottor Burton, è stato un piacere - Girò sui tacchi e s’incamminò dietro il giovane Evans e la sua scorta.
Ammutoliti dallo stupore il direttore e Linda Hathaway rimasero a guardare la porta che Roich aveva lasciato aperta.
- Che diavolo significa tutto questo? -
- Non ne ho idea. Guarda se Isabel Evans se n’è già andata - Burton si grattò pensoso una tempia. - Non posso credere che si siano portati via uno dei miei collaboratori! E’ inaudito! -
La donna fu di ritorno dopo pochi minuti. - La sua auto non c’è più. Vuole che la segua? -
- No, non importa. Passerò io da lei tornando a casa... Vattene anche tu, Linda, è stata una giornata faticosa per tutti... -
- Grazie, dottore. Ci vediamo domani, allora. -
Lui la salutò con un sorriso stanco poi si mise a riordinare le carte sulla scrivania e un’ora più tardi spense il computer e le luci e se ne andò dopo aver salutato Nicole Bentley, di turno quella notte. Lavorava all’osservatorio di Roswell da dodici anni e mai, prima di allora, era capitato qualcosa del genere... Non riusciva a capire perché quell’uomo avesse voluto portare con sé Max Evans. Per quanto avesse dimostrato ben presto di essere molto in gamba, si trovava lì soltanto da poche settimane e quindi avrebbe avuto più senso che fosse Ernie Langdon, ad andare a Washington... Ma Roich aveva subito chiesto dei due Evans. Perché? Non vedeva l’ora di arrivare a casa di Isabel per saperne qualcosa di più.
Quando giunse davanti all’elegante villetta in cui viveva la giovane donna scoprì che non c’era nessuno. Si guardò intorno indeciso poi risalì in macchina. “Bene, a quanto pare non mi rimane altra scelta che parlare con sua moglie. Accidenti, questa storia non mi va proprio giù!”
Una decina di minuti più tardi veniva fatto accomodare in casa da una bella brunetta dall’aria seria e risoluta. - Signora Evans? - la salutò incerto. Vero che Max era molto giovane, ma quella ragazza sembrava poco più che adolescente...
- Sì, sono io. Lei è il dottor Burton, se non erro? -
- Infatti - rispose l’uomo, vagamente sorpreso.
- Mia cognata mi ha spiegato cos’è successo, e immaginavo che sarebbe venuto qui... - Lo invitò a seguirla nel soggiorno, dove si trovavano anche Morgan ed Isabel, e dopo aver fatto le dovute presentazioni sedette sul divano e fissò i suoi grandi occhi scuri sul nuovo arrivato. - Mi può dire con esattezza che tipo di ricerca aveva affidato a Max e al suo collega? - chiese, la voce ferma e le mani serrate in grembo. Era pallida, tesa, ma niente altro tradiva l’enorme angoscia che le attanagliava il cuore.
- I rilevatori della Nasa sono rimasti accecati da una tempesta elettromagnetica di grandissima potenza, la notte di capodanno, e tutti gli osservatori radioastronomici sul territorio statunitense che hanno continuato a funzionare devono far pervenire copia di ogni dato a Washington. Quello di Roswell non è uno degli impianti più grandi del paese, certo, ma un evento di tale portata richiede necessariamente l’ausilio di ogni risorsa disponibile e così anche noi abbiamo fatto la nostra parte. -
- Anche negli altri casi è stato uno dei ricercatori a portare personalmente le informazioni a Washington? Non sarebbe stato più semplice mettere tutto in rete? -
- Certo, e anche più rapido, ma a quanto pare hanno preferito fare in questo modo, penso per ragioni di sicurezza. E presumo che abbiano seguito la stessa procedura ovunque. L’unico fatto strano è che abbiano chiesto proprio di suo marito e di Isabel. In fin dei conti era Ernie Langdon il responsabile della ricerca... -
- Sapevano i nostri nomi. Sapevano che lavoriamo lì - precisò Isabel, strofinandosi nervosamente i palmi delle mani sulle cosce avvolte in un morbido tessuto di lana grigio scuro.
- Com’è possibile? - domandò Liz guardando Burton dritto negli occhi.
- Non ne ho idea, davvero. Comunque, ho avuto la netta impressione che non abbiano gradito il rifiuto di Max a far andare anche la sorella, con loro. -
- Posso immaginarlo... - borbottò la ragazza passandosi le dita fra i capelli. - Se le cose stanno come credo, posso proprio immaginarlo... - Si alzò di scatto, costringendo l’uomo a fare altrettanto. - Grazie, dottor Burton, per essere venuto. E’ stato davvero molto gentile. Buona sera. -
- Buona sera, signora Evans. Isabel, signor Coltrane... -
Non appena ebbe richiuso la porta alle sue spalle Liz si volse a guardare la coppia. - Dietro tutta questa storia c’è l’FBI, ne sono sicura. Non può essere altrimenti -
Isabel si morse nervosa il labbro inferiore. - Sono dei veri bastardi. Per quel che ne sanno, può essersi trattato di un fenomeno naturale eppure la prima cosa che hanno fatto è stata prelevare Max! Alla faccia della democrazia! -
- Nessuno di noi verrà mai trattato con giustizia, e tu lo sai perfettamente. Ma non gli permetterò di prendersela con lui come e quando gli pare! Max non ha fatto niente e loro devono lasciarlo andare. Subito, adesso! - Liz si diresse in cucina e sorrise suo malgrado nel vedere Jason pulire col bavaglino il mento di Ethan sporco di crema di verdure. - Ragazzi, venite di là. Voglio che ci siate anche voi mentre decidiamo cosa fare... -
Shiri, con Claudia saldamente tenuta sul fianco, stava riempiendo d’acqua un biberon e nell’udire la voce della madre si volse di scatto. - Allora... papà è nei guai? - chiese preoccupata.
- Spero di no, ma saperlo a Washington non mi piace per niente -
- Lo zio Michael è arrivato? -
- Dovrebbe essere qui a momenti... -
Si erano appena messi tutti a sedere quando udirono la porta aprirsi. Era Maria, con Mathias che gorgogliava allegro nel suo passeggino mentre scalciava la coperta in cui era avvolto. - Ciao, Liz. - Diede una rapida occhiata oltre le sue spalle. - Michael non c’è? -
Liz l’aiutò a togliersi il cappotto. - Lo stiamo aspettando da un momento all’altro: mezz’ora fa ha chiamato avvertendo Morgan che si era fermato ad Elkins per fare benzina. -
- E tu come stai? -
La ragazza scosse leggermente la testa. - Sono furibonda, ma a parte questo sto bene. E’ venuto il capo di Max e ci ha spiegato come sono andate le cose, confermando i nostri sospetti. Adesso dobbiamo decidere in che modo riportarlo a Roswell... - Riepilogò rapidamente quanto avevano detto Isabel ed Andrew Burton, e quando ebbe terminato il resoconto Maria la fissò perplessa.
- Senti, tutto sommato potrebbe anche essere vero. Voglio dire, magari non vogliono altro da Max che essere a loro disposizione per qualsiasi chiarimento su quei dati... -
- Maria, Max lavora all’osservatorio da poco più di un mese, Ernie da nove anni! Se davvero avessero avuto bisogno di qualcuno avrebbero preso lui, non credi? -
A quell’osservazione Maria non seppe cosa obiettare e con un sospiro rassegnato sospinse il passeggino verso il divano, dove si lasciò cadere stancamente. - Che intendete fare? -
- Non lo sappiamo, ancora. Ma una cosa è certa: bisogna andare a Washington e fargli sapere che non possono prelevare uno di noi in questo modo e pensare di passarla liscia! - fu la pronta risposta di Isabel.
- Washington è una città piuttosto grande. Come pensi di riuscire a trovare Max e quelli che lo tengono prigioniero? -
- Per questo abbiamo bisogno di Michael. Lui può sentirlo e individuare il punto esatto in cui si trova... -
- E poi? Fa saltare in aria il palazzo e tutto quello che c’è dentro, compreso Max? - commentò sarcastica Maria.
Isabel la guardò come se fosse stupida. - Una volta ho detto a mio fratello che non poteva pensare di risolvere ogni problema distruggendo fisicamente i responsabili, quindi non oserei mai suggerire una cosa del genere! -
- E allora cosa dovrebbe fare Michael? Entrare e dire: Ehi, liberatelo e prendete me al suo posto?!? -
Stavolta fu Liz a fissarla incredula. - Maria! No! Nessuno di noi lo vorrebbe! E se anche lui decidesse di farlo glielo impediremmo! - Le prese una mano e la strinse ansiosa. - Maria, credimi, non potrei mai permettere un simile scambio... -
Due grosse lacrime rotolarono lungo le guance della ragazza, che tirò su col naso senza neppure rendersene conto. - E allora perché Michael mi ha telefonato per dirmi di prenotargli un biglietto aereo di sola andata per Washington? - chiese con voce spezzata.
Quella domanda lasciò Liz interdetta. - Io... non ne ho idea... - mormorò, poi un lampo le attraversò le iridi vellutate. - Forse ritiene che, una volta lasciato andare Max, quella gente potrebbe bloccarli di nuovo all’aeroporto, e quindi pensa di tornare a Roswell usando... usando i graniliti! In questo modo nessuno potrebbe impedire la loro fuga! - Man mano che parlava il suo volto andò illuminandosi. - Sì, certo! Se riesce a rintracciare Max e ad allontanarsi dai federali insieme a lui, possono teletrasportarsi a casa! E dubito fortemente che l’FBI oserebbe presentarsi qui per protestare!... -
- Giusto! - Jason la guardò eccitato, dopodiché si grattò pensoso il mento. Ma se io andassi con lo zio Michael faremmo ancora prima... Per arrivare a Washington ci vorranno almeno tre ore di volo, mentre io... -
- No, Jason, non pensarci neppure. - lo ammonì la madre. - Non ho alcuna intenzione di dovermi preoccupare anche per te! Sono sicura che Michael sarà capacissimo di cavarsela da solo! -
- Puoi sempre tenerti in contatto mentale con lui ed intervenire soltanto in caso di necessità ... - suggerì Shiri.
- E io mi collegherò a Max! Sì, mi sembra un’ottima idea! - esclamò Isabel soddisfatta.
Morgan le diede un’occhiata di sbieco. A lui non sembrava un’ottima idea, invece, tutt’altro... Aveva cominciato a capire come l’uso dei poteri mentali di cui quei ragazzi erano dotati non fosse poi così semplice e non voleva che Isabel, nelle particolari condizioni in cui si trovava, potesse risentirne. Per quanto sicuramente non le facesse bene neanche lo stato di stress in cui l’aveva gettata quella faccenda!
- Maria, stai tranquilla, spiegheremo ogni cosa a Michael e lo convinceremo a non fare nulla di impulsivo. Finché si tratterà di cercare Max non correrà alcun pericolo, e quando poi lo avrà trovato sarà lui stesso ad impedirgli di commettere sciocchezze!... - Liz cercò di calmare l’amica.
- Michael si sente terribilmente responsabile della sicurezza di Max. Tutta questa storia dell’essere il suo braccio destro, il suo generale... è come se avesse infine scoperto il motivo della sua esistenza, il perché è stato mandato qui, sulla Terra, insieme a lui e ad Isabel - “e a Tess” aggiunse dentro di sé con disgusto. Anche se non lo dà a vedere, si sente investito della protezione di tutti quanti noi esattamente come fa Max, e io so che sarebbe disposto a qualsiasi cosa pur di salvarlo... -
Le sue parole accorate fecero fremere Isabel, che abbassò gli occhi sulle proprie mani ora intrecciate in grembo. - Maria ha ragione - ammise. - Quando... quando io e Michael ci rifiutammo di seguire Max su Antar, e lui venne catturato da Volnis e poi finì con lo sposare Tess, noi... ecco... ci sentimmo in colpa per quello che era successo e... E’ vero, per impedire che a Max venga fatto del male faremmo di tutto... anche... anche scambiare la nostra vita per la sua... -
- Tu sei pazza! - escalmò Morgan inorridito. - No, tu non puoi davvero pensare di poter fare una cosa simile! Soprattutto adesso che sei incinta! Non puoi sacrificare anche nostra figlia! -
La giovane donna si raddrizzò bruscamente e gli pose una mano sul braccio. - Non permetterò che accada mai niente a Natalie! - disse affranta. - Ma non posso neppure starmene ferma a guardar soffrire le persone che amo! Incluso te... - Accennò un debole sorriso. - Io posso connettermi a Max senza alcun pericolo, credimi, e Shiri controllerà sia me che Jason. E ti prometto che non appena sentirò che qualcosa non va per il verso giusto tornerò indietro... -
L’uomo la fissò a lungo negli occhi, consapevole della lotta interiore che la stava dilaniando. Per lei il fratello era sempre stato molto importante, il punto di riferimento della sua vita, e non poteva sopportare che stesse male. E al contempo voleva proteggere Natalie e... lui. Non era facile amare una ragazza come Isabel, ma gli era impossibile farne a meno. - D’accordo - cedette.
- Grazie. - Si protese a baciarlo, teneramente ma con passione, sentendo come propri i suoi timori, le sue incertezze. E ancora una volta provò un’enorme riconoscenza per il destino che l’aveva condotta da lui.

Aveva quasi smesso di nevicare quando l’aereo rullò sulla pista di atterraggio. Non appena i segnalatori delle cinture di sicurezza si spensero tutti i passeggeri si alzarono e cominciarono a radunare i loro bagagli. A dire il vero non c’era molta gente, ma alcuni avevano così tante buste piene di cianfrusaglie che Michael dovette aspettare quasi un quarto d’ora prima di poter scendere dal velivolo. Nonostante le condizioni del tempo il viaggio si era svolto senza problemi e lui ne aveva approfittato per riflettere su quello che avrebbe dovuto fare. In realtà, finché non avesse scoperto in quale palazzo fosse stato condotto Max, c’era ben poco da pianificare, però aveva pensato ad alcune interessanti soluzioni e ora smaniava dal desiderio di passare all’azione. Il fatto di non avere alcuna valigia con sé gli permise di lasciare l’aeroporto in pochissimo tempo e riuscì a prendere l’ultima navetta per la capitale risparmiando così un bel po’ di soldi, dato che il taxi gli sarebbe costato di sicuro una discreta cifra.
Decise di scendere al capolinea, la stazione dei pullman, e di cominciare a monitorare la zona da lì. Non conosceva affatto la città quindi un posto valeva l’altro, in ogni caso la stazione si trovava in centro e dunque era un ottimo punto da cui avviare la ricerca.
Camminò lentamente, badando a non dare nell’occhio, la mente concentrata al massimo per avvertire la pur minima emissione di energia, che lo avrebbe avvertito della vicinanza del suo amico. Quando si ritrovò a passare davanti alla Casa Bianca gli venne quasi da ridere. La maggioranza della gente credeva davvero che il presidente degli Stati Uniti fosse il capo del mondo libero, e non sapeva che - al contrario - i reali detentori del potere erano i componenti del suo staff, persone che se ne infischiavano delle sue direttive e continuavano a tessere i loro meschini intrighi... Oh, sì, le cose andavano nello stesso modo un po’ ovunque, era successo perfino su Antar!, ma ciononostante non poteva non disprezzare l’incapacità, spesso mescolata all’indifferenza, con la quale uomini posti ai massimi vertici si occupavano della vita di milioni di esseri. Insomma, possibile che l’unica leva in grado di muovere anche il più piccolo ingranaggio fosse il potere personale?!? Ma in fin dei conti, se ci pensava bene, cos’avevano ricavato tutti quelli che avevano messo da parte i propri interessi per aiutare gli altri? Solo dolore e morte. Bisognava essere davvero santi, o idioti, per lottare per qualcuno sapendo di ricevere questo in cambio! Bisognava essere come Max, o come lui... Sogghignò amaramente dentro di sé. Ma loro due non erano né santi né idioti: erano ibridi, metà alieni e metà umani, e la Terra doveva ancora capire con chi aveva a che fare!
L’inconfondibile formicolìo mentale che percepì nel passare nei pressi di un tozzo edificio quasi del tutto immerso nel buio, al contrario degli slanciati grattacieli che lo affiancavano, lo fece fermare di colpo. “Max!” Si affrettò a ritrarsi sul marciapiedi opposto, volendo capire bene quale fosse la mossa migliore da fare, quando vide una porta laterale aprirsi ed una persona uscire. “Max?!?” Incredulo, fece un giro su se stesso temendo un agguato ma poi, visto che non c’era nessun altro, attraversò di nuovo la strada e raggiunse l’uomo. - Max? - chiamò sottovoce.
Nell’udire il proprio nome il giovane s’irrigidì. - Michael! Che diamine ci fai, qui? -
- Non lo immagini? Rappresento i rinforzi!... - Si guardò di nuovo intorno, sconcertato. - Ti hanno lasciato andare così? Come se niente fosse? - chiese sospettoso.
- Già. Senti, sono molto stanco, ti spiace se andiamo da qualche parte? Ho bisogno di almeno un litro di caffè... -
- Figurati. Ho percorso non so quante centinaia di miglia per raggiungerti e salvarti, quindi il minimo che possa fare è cercare con te un bar e tenerti compagnia finché potremo tornare a casa! -
Il tono acre di Michael fu come una frustata per Max, che spinse più a fondo le mani nelle tasche del giaccone che indossava. - Scusami, sono davvero stanco ma non appena saremo lontani da qui ti racconterò tutto... -
- Sì, sarà meglio che tu lo faccia. Vieni, c’è un bar proprio laggiù, dietro l’angolo. Ci sono passato davanti meno di dieci minuti fa -
Poco dopo sedevano uno di fronte all’altro ad uno dei tanti tavolini di un bar aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Niente di elegante, ma era confortevole e offriva un ottimo riparo dall’aria gelida che c’era fuori. Era presente solo un altro avventore, e una radio trasmetteva musica a basso volume. Con un sospiro di sollievo Max si portò alle labbra la tazza colma fino all’orlo di caffè bollente e ne bevve un lungo sorso.
- Tieni, prova questi - Michael spinse verso di lui il piatto con sopra dei muffins ai mirtilli e la bottiglia di salsa piccante. - Sembri sfinito... - disse vagamente sorpreso. Non riusciva a capire cosa potesse essergli accaduto. Non aveva l’aria di essere stato sottoposto a torture, né fisiche né psichiche, eppure poteva sentire la sua intima stanchezza. Che diavolo gli avevano fatto?
Grato, Max mangiò piano i dolcetti e quando ebbe finito la sua tazza di caffè la riempì di nuovo e bevve con avidità.
- Allora? Isabel era sconvolta per la tua partenza, e Liz... beh, puoi immaginare benissimo come stesse... -
- Ce l’hai... ce l’hai il cellulare? Così la chiamo... -
- Non preoccuparti, sanno già che ti ho trovato. Io sono in contatto con Jason, e Isabel con te. Che cosa ti hanno fatto? - domandò pressante.
- Domande. Una quantità allucinante di domande - fu la laconica risposta.
- Tutto qui?!? - fu la prima reazione di Michael, prima di mordersi la lingua. Non dovevano essere state domande semplici, visto come lo avevano ridotto... Ma accidenti, tutti loro avevano temuto chissà quali orribili sevizie e invece... Domande. Nient’altro che domande. Avrebbe voluto fargliene un po’ anche lui, a dire il vero, però forse era il caso di rinviare a dopo. - Ehm... senti, Max, noi... noi avevamo pensato che fosse più sicuro andarcene... ecco, andarcene da soli... io e te... Sai, nel caso avessero bloccato tutte le vie di fuga... Ma se non te la senti possiamo anche tornare in aeroporto e vedere quando c’è il primo volo per il New Mexico... -
- No, non ce n’è bisogno. Anch’io voglio andare a casa il prima possibile... Fammi soltanto finire il caffè, ok? -
- Ok - Michael lo guardò da sotto le ciglia. Forse anche Max aveva avuto paura di venire maltrattato, e il fatto che si fossero limitati a fargli delle domande poteva averlo esaurito per la tensione... Dio, avrebbe dato non sapeva cosa pur di scoprire la verità! Ma se Max aveva deciso di non dirgli niente, almeno per il momento, beh, non c’era nulla che potesse fargli cambiare idea e lo sapeva benissimo! Attese quindi che finisse di sorseggiare la bevanda dopodiché mise alcuni dollari sul tavolo e si alzò.
Max lo seguì in silenzio poi, quando furono al sicuro in una pozza di buio, lo abbracciò forte. - Grazie per essere venuto a cercarmi, Michael. Non puoi capire cos’abbia provato nel trovarti accanto a me... Sei un vero amico... -
Sorpreso e commosso il giovane lo strinse a sua volta. Poteva sentire il suo corpo tremare debolmente e avrebbe tanto voluto fare qualcosa per aiutarlo a riprendersi. Ma sì, c’era una cosa che poteva fare! Riportarlo indietro, da Liz. Era Liz la migliore medicina per lui... Lo trattenne ancora per qualche secondo contro di sé poi fece un passo indietro. - Ce la fai a richiamare i graniliti? Si torna a casa, Spock! -
Il ragazzo sorrise a quella battuta, poi chiuse gli occhi e si concentrò finché sotto le sue dita poté avvertire la presenza dei lisci ovali pieni di una quantità incalcolabile di energia.

Nel momento stesso in cui apparvero al centro del soggiorno Liz emise un gemito e si slanciò verso di loro. - Max! - Gli prese il volto fra le mani e lo baciò con tutta l’anima, senza neppure lasciargli il tempo di far scomparire i graniliti.
Ancora seduta accanto a Morgan Isabel si abbandonò contro la sua spalla, sentendosi come svuotata per il sollievo. - Signore, ti ringrazio... - mormorò con un filo di voce mentre il marito le accarezzava piano la nuca.
- Michael? - Maria si avvicinò trepidante al ragazzo. Apparentemente sembrava tutto a posto. - Michael, stai bene? - chiese.
- Sì. Sì, sto bene. Non ho dovuto fare niente, in realtà... - ammise prima di prenderla fra le braccia.
- Niente... - ripeté lei, tra il riso e il pianto. - Santo cielo, Michael, mi è bastato saperti a Washington per farmi stare male! - bisbigliò stringendolo.
Quando Max e Liz si separarono per respirare Isabel si schiarì la gola con intenzione. - Max, perché non vieni a sederti qui e ci racconti come sono andate le cose? Roich e gli altri erano agenti dell’FBI, vero? -
- Già - Niente affatto sorpreso per il fatto che la sorella avesse intuito la reale identità degli uomini che si erano presentati all’osservatorio, il giovane si accomodò sulla poltrona e passò le braccia intorno alla vita di Liz, accovacciatasi sulle sue ginocchia. - Volevano sapere se fossi in qualche modo coinvolto in quello che era successo. La tempesta elettromagnetica che ha oscurato i rilevatori di Cape Canaveral e di Houston è stata così forte da disturbare perfino i segnali dai satelliti, e volevano accertarsi che non stessimo combinando qualcosa. Volevano essere sicuri che non si trattasse di qualche... qualche trucco alieno per nascondere chissà che. Ma si sono limitati alle domande. Davvero, non mi hanno fatto niente. Sono... solo stanco, tutto qui. Mi hanno interrogato ininterrottamente per più di cinque ore, poi è arrivata una telefonata. E a quel punto è finita. Sono stato accompagnato fino ad una porta di servizio, mi è stato tolto il cartellino da visitatore, e poi... fuori. Così, senza alcuna spiegazione né tanto meno delle scuse. Però... questo è servito a ricordarmi che ci tengono sempre sotto controllo. Sanno dove lavoriamo, cosa facciamo... Non conoscono la reale portata dei nostri poteri, ma sono intenzionati a non perderci di vista. Mai. Sono in pochissimi a sapere di noi, eppure non si lasciano sfuggire niente. Sanno che eravamo in Florida. -
- E allora? C’erano migliaia di turisti, oltre a noi! - protestò Isabel.
Max sorrise davanti alla reazione della sorella. - A loro è sembrata una strana coincidenza, tutto qui. -
- Tutto qui. Sì, certo, come al solito. Alla fine tutto riconduce a noi... Forse dovrei cominciare a sentirmi importante -
- Isabel, non c’è niente che possiamo fare se non continuare ad andare avanti e vivere la nostra vita, per quanto grande sia il loro desiderio di rinchiuderci da qualche parte e buttare via la chiave... Solo così potremo vincere... -
La voce pacata di Liz fece sospirare rumorosamente la ragazza. - E’ inutile discutere con voi. Vi basta essere di nuovo insieme e riuscite a perdonare qualsiasi torto vi abbiano fatto! -
- Non è così - la rimproverò l’amica con dolcezza. - Anche io vorrei che ci lasciassero in pace, ma siccome so che non lo faranno mai non intendo sprecare la mia esistenza odiandoli... Preferisco dedicare le mie energie a Max e ai nostri figli. Credo che sia molto più costruttivo. Non trovi? -
Isabel si toccò delicatamente il ventre arrotondato dalla gravidanza. - Non sopporto l’idea che possano fare quello che vogliono senza che nessuno glielo impedisca! Qualcosa mi dice che non hanno chiesto alcuna autorizzazione prima di prelevarti, Max... -
- Lo penso anch’io. E posso soltanto ringraziare il cielo che mi abbiano rilasciato. Vivo. Non ero certo che lo avrebbero fatto, e temevo che venissero a prenderti per confrontare le tue risposte con le mie. Solo quando ho visto Michael ho capito che ero libero, che era davvero finita. Che sarei tornato a casa - Strinse maggiormente i fianchi di Liz, la cui testa poggiava contro il suo petto. - Ma ogni volta è più difficile - aggiunse con un filo di voce, - temo di non farcela... -
- E’ normale avere paura, Max - intervenne Morgan guardandolo con compassione. - Avete dovuto affrontare così tanto orrore, tanta violenza, che mi sorprende sempre vedervi ancora capaci di scherzare, di amare... Di sperare... Siete dei ragazzi incredibili, e sono sicuro che continuerete a lottare comunque e in ogni caso. Perché avete... abbiamo... molto da perdere. Potete contare su di me, per qualsiasi cosa, lo sapete, vero? -
Max annuì lentamente, subito imitato da Liz e Maria. Michael si strinse nelle spalle con fare indifferente, e Isabel sorrise suo malgrado. Lavorare fianco a fianco aveva portato i due a conoscersi e a rispettarsi, lo sapeva benissimo. Come sapeva che quello che aveva fatto per Max Michael lo avrebbe fatto anche per Morgan. Non lo avrebbe mai ammesso, ne era più che certa, ma ormai lo considerava parte della famiglia e quindi lo avrebbe protetto allo stesso modo in cui cercava di proteggere tutti loro. Certo che fra lui e Max c’era di che sentirsi soffocare! Eppure i pericoli che li circondavano erano tali e tanti che era impossibile prendersela con quei due... Avevano ragione a preoccuparsi, e a cercare di difendere le persone che amavano. Erano così pochi quelli di cui potevano fidarsi...
Alla fine fu Shiri a spezzare il pesante silenzio venutosi a creare. Accennò a Ethan e Claudia, addormentatisi sulla trapunta in mezzo ai loro giocattoli. - Forse dovremmo andare tutti a dormire, adesso. E’ molto tardi, e almeno io ho bisogno di riposare un poco... -
Isabel la guardò, la fronte corrugata. - Sì, hai ragione. Ma... vedi di seguire il tuo stesso consiglio, tesoro. Stamattina Max si è sentito male per te. E non credo che gli serva qualche altro choc. Limitati a sognare, stavolta, ok? -
Shiri impallidì. Non sapeva che il suo malessere si fosse riflesso sul padre, evidentemente il trauma per la fatica era stato maggiore di quanto avesse immaginato... E Jason non le aveva detto nulla, il disgraziato! Si girò verso la madre, preoccupata, e difatti Liz la stava fissando con espressione sconvolta. - Shiri! -
- Io... io dormirò, questa notte. Ve lo prometto! Non... cercherò di raggiungerlo da sola, mai più. Io non voglio causare guai a nessuno... - Due lacrimoni le scivolarono lungo le guance, e Max protese una mano verso di lei. - Lo so, amore. Ma cerca di dormire, questa volta, e lascia che anche Bren riposi. Il suo non è un compito facile, e ha bisogno di tutte le proprie forze per portarlo avanti. Sa che tu ci sei, e questo è sufficiente. Credimi, Shiri, quando sarà il momento starete insieme, e niente potrà separarvi... -
- Come tu e la mamma? - bisbigliò lei con le labbra tremanti.
Max le accarezzò il viso asciugandole le lacrime con la punta delle dita. - Se è quello che vorrete, sì. -
Tirando su col naso la ragazzina annuì poi si alzò in piedi per dargli il bacio della buona notte prima di fare la stessa cosa con la madre. - Scusami... - sussurrò. Senza darle il tempo di rispondere passò a salutare anche gli altri e, dopo aver lanciato un’occhiata di sfuggita al fratello, se ne andò in camera sua.
- Cos’è successo, stamattina? - chiese Liz guardando dal marito al figlio maggiore.
- Shiri è entrata nei sogni di Bren senza l’aiuto di Jason, e lo sforzo è stato più grande di quanto potesse sopportare. In qualche modo ha cercato di attirare l’attenzione di qualcuno perché l’aiutasse, col risultato che Jason l’ha sentita e le ha dato una mano a tornare indietro mentre Max ha dato di stomaco nello stesso momento in cui lo ha fatto anche lei. Ma adesso spero abbia imparato la lezione. L’uso intensivo dei nostri poteri può esserci fatale, Jason, e tu lo sai benissimo -
Davanti al tono sommesso di Isabel il ragazzo chinò la testa, imbarazzato. - Lei voleva solamente stare con Bren. Pensava di essere in grado di farcela da sola... -
- D’accordo, allora è stato un errore di giudizio. Cercate di essere più prudenti, la prossima volta, d’accordo? -
Jason fece cenno di sì dopodiché mormorò un saluto e si ritirò nella propria stanza.
Liz si tirò un poco indietro per guardare il marito. - Perché non mi avete detto niente? Se lo avessi saputo non le avrei permesso di tenere sotto controllo Jason ed Isabel... -
- Lo avrebbe fatto ugualmente - le rispose Michael stesso. - Quella ragazzina sa essere testarda come voi due messi insieme. Quindi, se avete qualcosa da rimproverarle, mettetevi davanti allo specchio e pensateci su -
Maria lo fissò sbalordita. Il suo uomo dello spazio stava diventando davvero intuitivo! Incredibile!
- E sono curioso di scoprire cosa farà Max dopo la nascita di Natalie. - Si rivolse all’amico. - Prenderai i tuoi graniliti e scomparirai come al solito oppure lascerai che venga con te per guardarti le spalle? -
- Ci penserò quando sarà il momento - fu la secca risposta del giovane.
- Tipico... - borbottò Michael, poi si curvò sul passeggino e controllò Mathias. - Dorme ancora. Andiamo, Maria, prima che decida di svegliarsi per mangiare... -
- Anche noi ce ne torniamo a casa. Buona notte, Max, Liz... - Isabel strinse con affetto una spalla del fratello e sorrise alla cognata. - Ciao. -
- Ciao - Liz ricambiò il sorriso incerta. L’accenno ad Antar le aveva rovinato il piacere di riavere avuto Max. Era consapevole del fatto che in quell’occasione lui non le avrebbe permesso di seguirla, e odiava il pensiero di dover stare separati. Ma non quella notte, no. Per il momento, Max era tutto suo...
Dopo aver portato i gemelli nei loro lettini i due ragazzi si ritrovarono infine sotto le coperte. Max giaceva semisdraiato su Liz, con la testa poggiata sul suo cuore. Le aveva passato le braccia sotto la schiena e si teneva stretto a lei quasi temesse che qualcuno venisse a dividerli. I suoi occhi erano offuscati per la pena ed il respiro estremamente rallentato.
Liz aveva infilato una mano tra i suoi folti capelli e con l’altra gli accarezzava la pelle liscia e calda del dorso. Soffriva per lui, per le nuove ferite che quell’esperienza gli aveva inferto, e avrebbe voluto poter cancellare tutti i ricordi tristi dalla sua mente. Ma sapeva che non c’era altro che potesse fare se non fargli sentire il suo amore, la profonda tenerezza che provava per lui, e aspettare.
Non seppe dire quanto tempo fosse trascorso quando qualcosa le fece capire che Max stava per rivelarle la causa del suo turbamento. Forse un’impercettibile variazione nel suo respiro, oppure il modo in cui le sue dita le strinsero le spalle. Comunque fosse, concentrò tutta se stessa su di lui e ascoltò le parole appena sussurrate.
- Non c’era odio, in loro... né timore... Soltanto... indifferenza... Mi vedevano come... un oggetto... Non un essere umano, ma... una cosa... Da usare, e scartare quando non serve più... Era come se... se non esistessi realmente, ai loro occhi... Dovevo solo rispondere alle domande... sapendo che se non lo avessi fatto sarebbero venuti a prendere Isabel... - Emise un sospiro soffocato, quasi un singhiozzo. Rispondere sempre, senza mai contraddirmi... senza dire la verità ma sembrando sincero... Non ce la facevo più... Quando hanno smesso sono quasi svenuto per il sollievo... -
La ragazza abbassò le palpebre per trattenere le lacrime. Perché continuavano a fargli del male? Perché si rifiutavano di tener conto dei suoi sentimenti, delle sue emozioni? Max aveva i suoi difetti, certo, ma possedeva un’anima gentile e generosa, e non meritava tutta quella sofferenza...
- Stringimi, Liz... Ho bisogno di sentirti... -
- Certo, amore mio... Io sono qui per te... - Piegò un poco la testa verso di lui facendo scivolare al contempo le dita dalla sua nuca alla mascella costringendolo dolcemente a sollevare il viso e gli sorrise. Sono qui con te... - disse piano prima di baciarlo.
Le labbra di Max si schiusero e accolsero con avidità il suo bacio.
Un turbine di immagini fluì fra i due giovani, e molto più tardi, quando si addormentarono, le loro posizioni si erano invertite: stavolta era Liz a giacere sul corpo di Max, le cui braccia l’avvolgevano come un cerchio protettivo, e nei punti di contatto la loro pelle brillava di luminosità dorata rischiarando il buio della stanza.
Nel suo letto, Shiri spalancò gli occhi e rimase a fissare a lungo l’oscurità oltre la finestra. Poteva avvertire la sensazione di languido abbandono che avvolgeva le menti dei suoi genitori, la quieta rilassatezza di Jason, la cui capacità di assorbire senza apparenti conseguenze ogni avversità continuava a sorprenderla, il placido riposo di Claudia ed Ethan, beati nella loro innocenza. E poi il ricordo del suo sonno, leggero e raramente tranquillo, lo scintillìo dei suoi occhi quando si incontravano nel mondo dei sogni, e sentì un terribile vuoto nel cuore. - Bren... - Affondò il viso nel cuscino mentre rivedeva con la mente ogni minimo particolare di quei tratti forti e virili. Avrebbe voluto avere il coraggio di chiedere a Jason di accompagnarla da lui, di aiutarla a superare le infinite distanze che li separavano ma stranamente, da un po’ di tempo, la sua discreta presenza aveva cominciato a farla sentire a disagio. Per questo la notte prima aveva provato a raggiungerlo da sola. Aveva bisogno di lui, di sentirlo accanto a sé, di ascoltare il battito del suo cuore, il tepore delle sue mani sulla schiena... Cominciava a capire che i sentimenti che la spingevano verso Bren erano gli stessi che univano i suoi genitori ma non ne era spaventata, tutt’altro. Però c’erano delle volte in cui si sentiva sola e triste perché lui era così lontano, e forse avrebbe finito col dimenticarla oppure avrebbe incontrato qualcun’altra, o peggio ancora poteva succedergli qualcosa di brutto e lei non sarebbe stata al suo fianco per aiutarlo, per guarirlo... Non ce la faceva, no, non ce la faceva proprio a riaddormentarsi... Attenta a non far rumore si alzò, prese un pezzo di carta e una penna e scrisse poche parole prima di rivestirsi e uscire in punta di piedi.
L’aria gelida della notte fece condensare il suo fiato e pizzicare piacevolmente le guance. Camminò a passo svelto finché ebbe raggiunto la casa dei nonni e, dopo aver guardato con una smorfia l’orologio, si avvicinò alla porta d’ingresso e pose la mano sulla serratura. Quando fu all’interno si diresse senza esitare verso la camera da letto dove dormivano Diane e Phillip e si accovacciò accanto alla donna fissandola intensamente. Nonna... - la chiamò piano, per non spaventarla.
Diane Evans si mosse un poco nel sonno, quasi l’avesse sentita, ma non aprì gli occhi finché lei non la chiamò di nuovo. - Shiri! - Tese una mano per toccarla, quasi ad accertarsi che fosse davvero lì. - Tesoro, cosa ci fai qui, in piena notte?! -
- Io... avevo bisogno di parlare con te. Comunque... sono le tre e mezza del mattino. Mi dispiace averti svegliata ma... ho proprio bisogno di parlarti... -
- Certo, cara. Ecco, prendo la vestaglia e ce ne andiamo giù in cucina, così Phillip non si sveglia e noi ci possiamo preparare una bella tazza di tè. Che ne dici? -
La ragazzina mosse la testa in un rapido cenno affermativo prima di scostarsi per lasciarla scendere dal letto, poi la precedette giù per le scale e andò ad accendere la piccola luce sopra i fornelli anziché il lampadario centrale.
- Oh, grazie, Shiri, sei stata molto gentile a pensarci... Vieni, siediti e raccontami. Intanto metto su l’acqua, che ne dici? -
- Mm - Shiri si tolse il giaccone e fece come le era stato detto poi, quando la nonna si fu accomodata davanti a lei, abbozzò un sorriso di scusa. - Mi rendo conto che venire qui a quest’ora possa sembrarti una cosa un po’... folle... però... -
- Non preoccuparti, cara. Tuo padre e Isabel ne hanno fatte di molto più strane... - Le batté affettuosamente sulla mano. - Avanti, dimmi tutto... -
- Nonna, io... credo di essere innamorata. -
Quella confessione fatta con tono serio, come se si trattasse di chissà quale tragedia, fece sorridere dentro di sé la donna. - Ah, è una cosa bellissima... E... chi è? Un compagno di classe? -
Shiri la osservò con occhi colmi di tristezza. - No. Si tratta di Bren. Lui... è così... speciale... Sento la sua mancanza e... ho tanta paura di perderlo... -
Ci vollero diversi secondi perché Diane ricordasse il bel giovane dai lunghi capelli castani, e una ruga le segnò la fronte. Non era un po’ troppo grande per Shiri? E poi, un momento... - Non è di Roswell, vero? - chiese, già prevedendo la risposta.
La ragazzina scosse il capo e i lucidi capelli scuri le ondeggiarono morbidamente sulle spalle.
- Santo cielo... - Diane poggiò il mento nel cavo della mano. - Tesoro, sei sicura che si tratti di amore? Sei molto giovane e non hai esperienza di queste cose. Magari si tratta semplicemente di affetto... -
Shiri la guardò dubbiosa. - Ho sentito le mie amiche parlare dei ragazzi, di quello che pensano di loro, che provano per loro. A Tanya piace Glen perché gioca bene a basket, e Sabrina si è comprata le lenti a contatto colorate perché ha sentito Mark dire che preferisce gli occhi chiari. Io... so che Bren vuole molto bene a sua sorella e che ha sofferto terribilmente per il tradimento del padre. So che è contento quando ci incontriamo nei sogni e gli dispiace vedermi andare via, e sa cosa provo io ogni volta che ci separiamo... - Si mordicchiò il labbro inferiore in una inconsapevole imitazione della madre. - Alexandra, invece, non parla mai di nessuno in particolare. Non lo so, nonna... Io... vorrei tanto che Bren fosse qui... vorrei andare al cinema con lui, vorrei fargli assaggiare il gelato con il tabasco, o semplicemente parlargli... Forse hai ragione tu, forse non è amore, ma... comunque sia, vorrei che non fosse così lontano... -
Davanti alla sua espressione mesta la donna si intenerì. Quella bambina era talmente dolce... - Shiri, non è facile definire l’amore, e non è facile riconoscerlo. A volte lo si confonde con l’affetto, o con un’amicizia molto profonda. Per questo ti consiglio di prendere tempo, di crescere ancora un poco, così da capire meglio cosa provi per lui... -
- Anche mamma e papà mi hanno detto di aspettare... di fare un passo alla volta, finché sarò in grado di stargli accanto. Però... questo significa un sacco di tempo e invece... - S’interruppe, imbarazzata.
- E invece tu vorresti farlo adesso, subito - Diane terminò per lei. - Non è mai saggio forzare le cose, credimi. Tu... sembri così grande e invece sei solo una bimba. Dai retta ai tuoi genitori, non correre... Se davvero Bren è destinato ad essere il tuo compagno... beh, lo sarà, vedrai! -
- Ma potrebbe conoscere qualcun’altra... Potrebbe... potrebbe cambiare idea... -
- Tesoro, possono succedere molte cose. Ad esempio, potresti essere tu quella che cambia idea! Io spero vivamente che i tuoi desideri si avverino, ma soprattutto che tu sia felice. Accanto a Bren o ad un’altra persona, non ha importanza, purché ti renda felice... -
Shiri si guardò le mani con esagerata attenzione. - Io non voglio perderlo - mormorò.
- Se i sentimenti che provate l’uno per l’altro sono davvero forti non vi perderete. Ricorda quello che hanno dovuto patire i tuoi genitori, eppure niente è riuscito a separarli... -
Dopo un lungo silenzio la ragazzina emise un sospiro. - Loro sono... speciali. -
- Sì, come te e Jason. Siete tutti molto speciali, e meritate di essere amati sinceramente e profondamente. Non avere fretta, Shiri, e usa questi anni per diventare una giovane donna. Non lo rimpiangerai... -
Consapevole della verità contenuta in quelle parole Shiri annuì poi si alzò e andò a sedersi sulle sue ginocchia. - Ti voglio bene, nonna... - bisbigliò.
- Anch’io, piccola. - La donna se la strinse al petto e le diede un bacio sulla fronte, lo sguardo perduto sulle due tazze dimenticate, il tè ormai freddo.
Rimasero così finché Diane sentì che le si erano intorpidite le gambe, allora strofinò forte una mano sulla schiena della nipote e le sorrise. - Che ne dici di andare a dormire un po’, adesso? Puoi usare la stanza di Isabel, se vuoi... -
- Preferirei... andare in quella di papà. Posso? -
- Certo, tesoro. Vieni, andiamo di sopra. - Mentre la accompagnava su per le scale si premurò di farsi dire se Max e Liz sapessero dov’era, dopodiché le fece segno di entrare nella piccola camera ancora piena delle cose appartenute al giovane.
- E’ stato difficile, per papà, essere... essere come tutti gli altri? -
Prima di rispondere Diane ci pensò un poco. - Sì, suppongo di sì. Vedi, lui non aveva amici, o perlomeno non parlava mai di loro. In realtà, credo che passasse tutto il suo tempo libero soltanto in compagnia di Michael. Isabel, invece, aveva il suo giro di amicizie. Ma... anche lei, alla fine, si ritrovò ad uscire solamente con Max e Michael. Poi arrivarono Liz, Maria ed Alex. Venivano molto di rado a casa nostra, però Max ed Isabel restavano spesso a mangiare fuori e... immagino andassero al Crashdown, dove Liz lavorava. - Sorrise divertita al ricordo - Anzi, ne sono certa. Non è che Max ci avesse detto qualcosa, ma bastava vedere come gli si illuminavano gli occhi ogni volta che pronunciava il suo nome... -
Shiri le sorrise di rimando. - Gli si illuminano ancora. E devi vedere l’espressione della mamma quando lo guarda... -
La donna dovette battere forte le palpebre per trattenere la commozione. Sapeva quanto quei due ragazzi si amassero, e sapeva come quell’amore li avesse aiutati a sopravvivere nei momenti più duri, quando chiunque altro si sarebbe arreso. E sapeva anche che un legame come quello richiedeva il suo prezzo. Ciononostante, non poteva che essere felice per Max, per la gioia che Liz gli dava, e si augurò che Shiri avesse la stessa fortuna.
Verso le otto, quando scese in cucina per preparare la colazione, Diane trovò la nipote intenta ad apparecchiare la tavola. - Tesoro, sei già in piedi?! -
Shiri si volse a guardarla sorridendo un poco imbarazzata. - Ecco, io... volevo chiederti se puoi accompagnarmi alla stazione dei pullman... -
- E dove vorresti andare? -
- A Santa Fe. - Davanti alla sua espressione sbigottita si passò una ciocca di capelli dietro l’orecchio per darsi un contegno. - Mi piacerebbe vedere Kyle, parlare con lui - disse in fretta, temendo di ricevere un no come risposta.
Invece la donna la sorprese annuendo affettuosamente. - D’accordo, ma solo dopo che avrai ottenuto il permesso dei tuoi genitori. -
La ragazzina si schiarì la gola. - Va bene. Allora... vado a telefonargli... - mormorò.
- Brava. Ah, quando hai finito passami Max, per favore, voglio salutarlo. -
- Certo - Le guance di Shiri si colorarono leggermente di rosa. Avrebbe preferito non dire nulla a suo padre perché non era sicura di come avrebbe reagito, ma allo stesso tempo non voleva che stesse in pensiero per lei. Sperò con tutte le sue forze che capisse e la lasciasse partire: in fin dei conti si trattava solo di poche ore...

Le prime luci dell’alba stavano cominciando a rischiarare la stanza quando Liz si svegliò e rimase a guardare il bel volto del marito, ancora immerso nel sonno. Con fare sognante gli sfiorò la fronte e le guance con la punta delle dita. Dio, quanto lo amava... quanto amava sentire il suo calore... Non riuscì a trattenersi dal baciarlo leggermente sulle labbra, e sorridendo osservò le sue ciglia palpitare. Poi le palpebre si sollevarono rivelando il caldo color nocciola spruzzato di verde degli occhi e per un attimo il tempo si fermò.
- Va meglio? - chiese la ragazza sommessa.
Lui annuì appena mentre sollevava una mano per scostarle i capelli dal viso. - Sì. Dormire accanto a te mi rilassa sempre... -
- Però oggi dovresti rimanere a casa. Burton capirà, ne sono sicura -
Max le toccò le labbra morbide. - Penso che lo farò. Ho voglia di stare un po’ con i bambini. -
- Bene. Allora li lascio qui con te... -
- Perché non rimani anche tu? -
- Devo finire una ricerca, ma farò di tutto per rientrare prima del solito. - Gli passò le braccia intorno al collo e lo baciò sul mento. - Claudia si è svegliata - disse con rammarico.
- Il che vuol dire che fra un attimo comincerà a reclamare la sua pappa. Sai, quella bambina sta diventando una vera peste... -
Liz scoppiò a ridere poi, nell’udire le grida imperiose della piccola, roteò gli occhi. - Concordo in pieno! -
Quando si ritrovarono tutti in cucina per la colazione la ragazza guardò incuriosita Jason. - Shiri non è ancora pronta? -
Lui si strinse nelle spalle senza sapere cosa rispondere, ed in preda ad uno strano presentimento Liz corse al piano superiore. - Shiri? - Spalancò la porta della sua stanza e trasalì nel vedere il letto vuoto. Gli occhi le corsero al foglio di carta sul cuscino e si affrettò a prenderlo. Incredula, lesse attenta le poche parole vergate con una grafia elegante e svelta. “Oh, Shiri, piccola...” In silenzio tornò di sotto e porse il biglietto a Max, che serrò brevemente le labbra. - Vado a riprenderla - disse soltanto.
- No, aspetta! Forse è meglio lasciarla dai tuoi, così potrà stare un po’ tranquilla. Stanno succedendo troppe cose, e troppo in fretta, e lei è comprensibilmente preoccupata per quello che potrebbe capitare a Bren. Credo che tua madre sia la compagnia più adatta a lei, in questo momento... Diane è una persona... normale... e vive in un mondo... normale... - terminò con voce bassa e malinconica.
- Anche noi siamo persone normali! - protestò veemente Jason.
- Certo, tesoro, ma a volte si ha bisogno di... maggiore normalità. E io non posso fare niente per aiutarla - Liz si avvicinò ai fornelli e prese il bricco del caffè cominciando a versare il liquido scuro e profumato nelle tazze già preparate sulla tavola.
- Forse la verità è che di certe cose non è facile parlare coi propri genitori. - cercò di consolarla Max - Io non l’ho mai fatto con i miei, finché non ci sono stato costretto... -
- Tu avevi molti segreti da proteggere, Shiri no. Io... credevo che si fidasse di me... di noi... -
- Non è questione di fiducia, Liz. Qui si tratta di quello che Shiri teme possa capitare a Bren perché vede quello che succede a noi, e ha bisogno di sfogarsi con qualcuno. Lei... cerca soltanto di proteggerci... -
Jason guardò il padre con un certo disagio. Era vero, Shiri voleva proteggere la sua famiglia, e decidere di rivolgersi alla nonna era stata di sicuro la mossa migliore. Però, anche lui era rimasto ferito per non essere stato scelto come confidente e quindi poteva capire lo stato d’animo di Liz e Max. Provò l’improvviso desiderio di uscire, di vedere i suoi amici, di distogliere la mente da tutta quella situazione. - Io... credo che andrò al Crashdown, più tardi. Probabilmente resterò fuori per pranzo... -
A quelle parole Liz fece un cenno impercettibile col capo. - Va bene. Max, sei sicuro di voler restare da solo a casa coi gemelli? -
- Sì, amore. E non preoccuparti: dubito che ci annoieremo. Vero, piccoli birbanti? - diede un buffetto sulla guancia tonda di Ethan, che emise un gorgoglìo soddisfatto.
- Bene, allora... allora ci vediamo dopo... - Incerta, la ragazza finì di bere il proprio caffè poi, incapace di mandare giù altro, andò a prendere il cappotto e la borsa ed uscì dopo aver dato un rapido bacio sulle labbra a Max.
Con una smorfia Jason versò una generosa dose di salsa tabasco sui cereali che aveva appena messo nella ciotola davanti a sé. - Penso... penso che Shiri non desideri più avermi nei paraggi, quando sta con Bren... mormorò.
- E’ comprensibile. Neanche tu la vorresti accanto se fossi insieme alla tua ragazza... -
- Io non ho una ragazza - obiettò lui. Tuttavia, mentre pronunciava quelle parole, il pensiero gli corse ad Alexandra, ai suoi occhi verdissimi e alle incredibili treccine che le incorniciavano il volto.
- Ma succederà, e credimi: in quel momento non vorrai avere vicino nessuno della tua famiglia! -
- Se lo dici tu... -
Max sorrise divertito suo malgrado. - Jason, è così - ripeté.
In quel momento si udì lo squillo del cellulare di Max, che scattò in piedi e si precipitò in salotto, dove lo aveva lasciato la sera prima. - Pronto?! -
Poco dopo era di nuovo in cucina. - Era Shiri. Mi ha chiesto di poter andare a Santa Fe. -
- Kyle - dedusse subito Jason.
- Già. Per via di Lhara, immagino... - Continuò a giocherellare con l’omelette che aveva nel piatto, lo stomaco ormai chiuso.
L’adolescente terminò in silenzio di fare colazione, non sapendo cosa dire per distogliere il padre dai suoi mesti pensieri, dopodiché si alzò e gli diede un rapido abbraccio. - A più tardi... - mormorò, sentendosi un po’ in colpa per il fatto di lasciarlo da solo.
- Ciao, coniglietto. - Max ricambiò la stretta poi, con un sospiro, riordinò la cucina e prese in braccio i gemelli. Sentendo le loro piccole mani toccargli curiose i capelli e le spalle non poté impedirsi di sorridere. Avrebbe voluto poter fare di più per Shiri, per aiutarla a venire a patti con i suoi sentimenti, ma sapeva che non era possibile. Lei doveva trovare in se stessa la forza per affrontare la situazione nel migliore dei modi, e lui e Liz potevano soltanto starle accanto e darle amore e sostegno. Solo, avrebbe preferito che quel genere di sofferenza non fosse arrivato così presto... La sua piccola Shiri era cresciuta troppo in fretta, e questo a causa sua, per via di quello che era... Con un sospiro si sforzò di concentrarsi sui figli più giovani. Anche loro avevano bisogno del suo amore e delle sue attenzioni... Una volta in salotto si sistemò sulla trapunta e si appoggiò con la schiena al divano. - Bene, che cosa ne dite di una bella favola, per cominciare? -
Claudia lo guardò con gli occhioni scuri spalancati e sorrise prima di divincolarsi dalla sua presa e scivolare a terra per andare ad aggrapparglisi saldamente alla gamba che teneva flessa. Ethan, invece, si accovacciò felice sul suo torace ed emise una serie di borbottìi.
- Ok, dunque... C’era una volta un principe... e questo principe aveva un anello magico... - Così dicendo Max sollevò una mano e creò un piccolo cerchio di energia. Entrambi i bambini lo fissarono incantati. L’anello poteva diventare piccolissimo... - Il cerchio si restrinse - oppure grandissimo... - Le dimensioni cambiarono ancora. - Il mago che aveva regalato l’anello al principe aveva predetto che un giorno lui avrebbe incontrato una principessa, e se ne sarebbe innamorato. E più i due si fossero amati, più l’anello sarebbe diventato grande... Passò del tempo, e la profezia si avverò. Il principe conobbe la sua principessa e... l’anello cominciò a crescere... a crescere... - Davanti agli sguardi affascinati dei figli Max fece allargare il cerchio di energia fino a raggiungere un considerevole diametro. - Poi la principessa mise al mondo un bimbo e ci fu così tanto amore che l’anello, non potendo più crescere, si riempì formando un cuscino. Un cuscino magico, caldo e confortevole come l’amore di cui era fatto... - Trasformò il cerchio di energia in un piccolo scudo, che Ethan riconobbe con un gridolino di gioia e vi si arrampicò sopra cominciando a dondolarsi piano.
Incuriosita, Claudia lasciò andare il tessuto jeans dei pantaloni del padre e imitò il fratello.
Ben presto i due piccoli iniziarono ad esplorare la consistenza dello scudo e le loro dita si accesero di riflessi verdastri.
Max li osservò sorridendo e, senza darlo a vedere, iniziò ad insegnargli il controllo dell’energia.
Quando divenne evidente che l’interesse per quel nuovo gioco stava scemando il giovane abbassò il campo di forze fino a sfiorare il pavimento prima di annullarlo e lasciò che i figli si sistemassero di nuovo su di lui. - Ehi, mi avete scambiato per una montagna? -
Ethan rise contento e cominciò a battere le manine sul suo braccio.
Intenerito Max si piegò un poco in avanti per baciarlo sulla fronte, completamente aperto alle sensazioni che il bimbo stava provando. Affetto, gioia, sicurezza, e d’istinto mosse la mano ad incontrare il suo minuscolo palmo. Un debole chiarore dorato brillò dove la loro pelle era a contatto, rivelando la profondità dell’interazione fra i due. Quasi sentendosi esclusa, Claudia si mise carponi al fianco del padre cominciando a tirargli la camicia. Con una risata Max l’afferrò per la vita e se la piazzò sul petto, accanto ad Ethan. - Siete entrambi i miei angioletti, piccola peste... - Le diede un bacio sulla punta del nasino facendola rimanere come imbambolata a guardarlo prima di emettere un allegro ciangottìo. Le mise allora la propria grande mano davanti e lei la prese con forza. La bimba era evidentemente soddisfatta e Max non si stupì nel vedere l’alone luminoso sotto le loro dita. Ma all’improvviso s’irrigidì ed il bagliore scomparve come d’incanto. “Maledizione!” Chiuse per un istante gli occhi ed emise un potente richiamo mentale. Poi, cercando di tenere a bada l’ansia che lo agitava, riprese a giocare coi figli. Continuava però a lanciare frequenti occhiate verso la porta di casa, e quando infine Michael arrivò emise un profondo sospiro di sollievo.
- Che cos’è successo? - chiese il ragazzo raggiungendolo e fissandolo preoccupato.
- Michael, l’impronta argentata! I medici che si sono occupati di me e di Liz devono averla sicuramente vista! -
- Vuoi dire all’ospedale di Miami?! -
- Sì. Michael, devi andare a controllare! Non possiamo permetterci che anche laggiù comincino a indagare su di noi... -
- Ci manca solo questo! Ok, avverto Maria e Morgan e parto subito. Sai il loro nome? -
Max scosse la testa.
- D’accordo, cercherò di scoprire qualcosa. Allora vado! - Si piegò a dare un bacetto sulle gote paffute dei gemelli. - Ciao, principini. Abbiate cura di vostro padre, non fa altro che cacciarsi nei guai! -

**********

- Non avrei mai pensato che saremmo incappati in una cosa simile... -
- E lo dici a me! Santo cielo, mi è quasi venuto un infarto quando ho visto quel segno! Dopo tutto questo tempo... -
- Sì, anch’io non riesco ancora a crederci! -
Laura Baker si massaggiò il collo con una smorfia. - Il guaio è che sono spariti tutti e due, e non ho assolutamente idea di come fare a rintracciarli. Non avevano documenti, e probabilmente erano qui a Miami in vacanza quindi possono essere andati ovunque... Anche fuori degli Stati Uniti, per quel che ne so... -
- Comunque, l’importante è rintracciare il mutaforma che li ha attaccati. E’ lui che ci serve, è lui che ci permetterà di ritrovare il signore di Antar, non quel povero ragazzo, che probabilmente non ha nessuna idea di cosa gli sia successo! -
- Certo, hai ragione, ma mi spieghi come faremo a scoprire che fine ha fatto un essere capace di assumere qualsiasi aspetto? -
- Che ne dici di cominciare a cercare in città e nei dintorni? Quel tipo di contatto può uccidere un essere umano in pochi secondi, quindi il mutaforma deve essere per forza qui vicino - L’uomo la fissò pensieroso. - Senti, capisco il tuo desiderio di ritrovare Zan e proteggerlo, è il motivo per cui siamo stati mandati su questo pianeta, ma finora non abbiamo ricevuto alcun ordine. Magari perché lui è morto e la nostra missione è stata annullata, solo che non sono riusciti a comunicarcelo... -
- E gli altri? Dimentichi che c’erano anche sua sorella, sua moglie e il suo secondo. Non possono essere morti tutti quanti! -
- No, certo, ma noi dobbiamo aspettare il segnale prima di entrare in azione, e... -
- E se non lo ricevessimo mai? - lo interruppe lei stancamente. - Se su Antar pensano che la nostra nave sia andata distrutta nell’impatto con l’atmosfera terrestre? Che poi è quello che è successo... - Ricordò come fosse il giorno prima il momento in cui il velivolo, assunta un’inclinazione di orbita sbagliata, si era incendiato come una torcia mentre precipitava al suolo. Loro due si erano salvati perché si trovavano nella cabina di pilotaggio, il cuore dell’astronave, il punto più sicuro dell’intera struttura, ma gli altri non ce l’avevano fatta, e quasi tutta l’attrezzatura era andata distrutta. Con i pochi strumenti ancora funzionanti a loro disposizione erano riusciti a stabilire il punto approssimativo in cui doveva essere atterrata la navicella contenente i bozzoli e la squadra di protezione. Soltanto la regina e il comandante della squadra sapevano della seconda spedizione, e il fatto che per tutti quegli anni nessuno avesse cercato di contattarli era un pessimo segno. Che fine avevano fatto i reali e i loro custodi?
- Allora cosa vorresti fare? -
- Non lo so. Ti giuro, non ne ho alcuna idea... Il guaio è che con la nave abbiamo perduto la copia del codice di riconoscimento e quindi non siamo in grado di individuarli, per quanto... -
- Per quanto? - la sollecitò incuriosito il suo compagno.
- Zan ha il simbolo reale impresso dentro di sé. Potremmo modificare le impostazioni del rilevatore e controllare con discrezione tutte le persone con cui entriamo in contatto, anche se mi rendo conto che sia come cercare un ago in un pagliaio... -
- A dir poco! Laura, il tuo è un piano disperato! Senti, dammi retta, lascia perdere! Siamo sulla Terra da quasi cinquant’anni e nessuno si è ancora fatto vivo con noi. Secondo me, non succederà mai. Rassegnati, ragazza, ci hanno dimenticati quaggiù e ci resteremo per il resto dei nostri giorni! -
- Lo so, altrimenti perché credi che mi sarei costruita un’identità del genere? Ma ora che abbiamo la conferma che c’è ancora qualcuno dei nostri, da qualche parte, beh, non voglio continuare a restarmene con le mani in mano ad aspettare chissà cosa! -
- Veramente abbiamo fatto quello che ci era stato detto. Il nostro compito era di intervenire su chiamata del comandante della nave che aveva a bordo le incubatrici, per cui si potrebbe anche dedurre che non abbia avuto bisogno di noi... - Dal suo tono quasi monocorde si capiva che si trattava di un argomento affrontato centinaia di volte.
- Però tre anni fa abbiamo percepito qualcosa, e ancora mi domando perché mi sia lasciata convincere a non rispondere! - obiettò la donna.
- Non era il segnale giusto, quindi poteva trattarsi di una trappola. Ne abbiamo discusso per una settimana intera, se ben ricordi, prima di decidere... Laura, finora ce la siamo cavata perfettamente, mescolandoci agli umani senza dare nell’occhio, e tutto sommato credo che l’unica cosa da farsi sia continuare in questo modo. A quest’ora il destino di Antar si è compiuto, nel bene o nel male - Davanti all’espressione assorta di lei corrugò la fronte. - Cosa c’è? -
- Non so. E’... qualcosa che mi ha detto Monroe a proposito di quel ragazzo. Il fatto che sia riuscito ad alzarsi e andarsene, addirittura portando via con sé la sua compagna... Era stato colpito da un mutaforma, era... era quasi moribondo! Eppure... - Scosse la testa incredula. - Non riesco a capire. E’ tutto così strano... Da qualche tempo a questa parte stanno succedendo davvero troppe cose strane. -
- E il tuo addestramento ti spinge ad indagare... -
Laura si avvicinò all’uomo e gli carezzò affettuosamente un braccio. Karòlyan non era uscito del tutto indenne dal violentissimo impatto col suolo terrestre e aveva dovuto far ricorso a notevoli quantità di energia per mantenere il controllo dei corpi di cui aveva assunto di volta in volta le sembianze. Adesso, a distanza di tanto tempo, le sue forze si erano quasi esaurite ed entrambi erano consapevoli della fine ormai prossima. Questo era stato il motivo principale per cui aveva accettato di ignorare quell’insolita percezione, ma il fatto che proprio ora che lui stava morendo le fosse capitato di vedere l’impronta argentea lasciata da un mutaforma le sembrava un segno del destino.
E così dovette apparire anche a Karòlyan, i cui occhi ebbero uno strano scintillio. - Pazienta ancora un poco, mia cara, e poi sarai libera di fare come credi... - disse con un sorrisetto malizioso.
- Mi mancherai... - mormorò Laura.
- Parli come un umano. Ma non lo sei, non dimenticarlo mai! -
Lei annuì con una scrollata di spalle. Sapeva che la sua decisione di lavorare in un ospedale, a contatto con la gente, lo aveva sempre infastidito, però dopo tutti quegli anni aveva finito con l’apprezzare la vivace diversità delle varie razze che popolavano il continente nordamericano e così aveva scelto di rinunciare al discreto isolamento in cui erano sempre vissuti.
- Spero che riuscirai a trovare quel che cerchi, e se un giorno tornerai su Antar saluta il suo sole per me... -
- Stai diventando melodrammatico, te ne rendi conto? Non ti si addice! - lo prese in giro Laura.
- Scusa, mi ero distratto. Bene, allora vedi di darti da fare: hai una missione da compiere! Ah, e il tuo collega? Sospetta di nulla? -
- No, sono riuscita a convincerlo che si trattava di un semplice tatuaggio. Non preoccuparti, il nostro segreto è al sicuro. -
- Ottimo. Mi seccherebbe davvero lasciarti da sola nei guai... -
Laura sorrise divertita. Aveva conosciuto Karòlyan durante il suo ultimo anno in accademia, e si era subito resa conto delle sue notevoli doti. Le aveva fatto piacere incontrarlo di nuovo e lavorare al suo fianco, soprattutto quando, come lei, era stato scelto dalla regina per quell’ultimo, fatale incarico. Guarda che sono perfettamente in grado di cavarmela, sai? Comunque ti ringrazio del pensiero -
Lui la guardò impassibile. - Sì, sai cavartela. Però hai fatto tuoi molti tratti umani e non sono sicuro che questo sia del tutto positivo... -
- Sta’ tranquillo: non ho dimenticato chi sono davvero e a chi devo la mia lealtà. Se Zan di Antar è vivo lo troverò. -
- Bene - L’uomo fece un piccolo cenno col capo poi chiuse gli occhi e si rilassò. La forma che aveva assunto si dissolse quasi istantaneamente lasciando il posto ad una sagoma umanoide luminosissima, prima di trasformarsi in una manciata di polvere biancastra.
Laura Baker emise un profondo sospiro e rimase a fissare a lungo gli impalpabili resti dell’amico. Nonostante sapesse che il momento stava arrivando, la morte di Karòlyan la colpì come una pugnalata. Lui era stato il suo unico legame col mondo cui appartenevano, il solo essere vivente che conoscesse la sua vera natura. E adesso era rimasta sola. Un’altra fase della sua vita si era conclusa e ora non le restava che riprendere la discreta ricerca della famiglia reale di Antar. Fino a quel momento si era limitata alla consultazione dell’enorme banca dati rappresentata dalla biblioteca comunale di Miami prima e dall’inesauribile fonte di Internet poi, e sapeva già da dove iniziare. Non ne aveva mai parlato con Karòlyan perché non lo aveva ritenuto necessario, dato che non spettava a loro fare la prima mossa, però adesso le cose erano cambiate. Adesso aveva la prova certa che almeno un mutaforma era ancora vivo, e forse anche uno o tutti i reali. E lei doveva ritrovarli.

- Baker non era di turno stamattina? - chiese Jackson Monroe all’infermiera dietro il bancone.
- Ha fatto un cambio con Reese - fu la stanca risposta della donna. Era stata una giornata a dir poco infernale e tutto quello che desiderava era tornarsene a casa e fare un bel bagno caldo.
- Grazie. - Mordendosi pensieroso il labbro inferiore Monroe andò negli spogliatoi e si tolse il camice. Il pensiero del ragazzo fuggito dall’ospedale il giorno prima non lo aveva lasciato un attimo. Se n’era andato nonostante la febbre altissima portandosi via quella ragazzina dal corpo martoriato, riuscendo ad eludere il nutrito gruppo di agenti che aveva cercato di fermarlo, e, per quanto la breve inchiesta cui sia lui che Laura Baker erano stati sottoposti li avesse visti entrambi liberati da ogni responsabilità, non poteva impedirsi di provare un senso di colpa. Era quasi certo che quel povero ragazzo avesse perso la testa a causa della febbre e non riusciva a darsi pace per aver sottovalutato i suoi sintomi. Se solo lo avesse immobilizzato al letto con delle cinghie di contenzione sicuramente sarebbe riuscito a curarlo, o se non altro gli avrebbe impedito di fare del male alla sua compagna che, con le ferite che aveva, doveva aver sofferto moltissimo mentre veniva sballottata come una bambola di pezza... Anche se, a dire la verità, gli era sembrato che lui la stringesse con grande attenzione, quasi fosse consapevole del suo stato. No, aveva assoluto bisogno di parlare con Laura. Se non altro perché sapeva che non sarebbe riuscito a dormire neppure quella notte...
Arrivò davanti casa sua mentre stava salendo in macchina. Frenò di colpo e spalancò lo sportello della propria vettura chiamandola a gran voce. - Laura, aspetta! -
Lei si volse stupita. - Jack? Cosa c’è? -
- Si tratta di ieri, io... io devo capire che è successo davvero ieri, con quei due ragazzi... Laura, lui non avrebbe dovuto avere la forza di stare in piedi, figuriamoci di correre per tutti quei corridoi tenendo in braccio qualcuno! Sei l’unica con cui possa parlarne... -
La donna si scostò una ciocca di capelli castano dorati dal viso e richiuse dietro di sé lo sportello sapendo che il collega non l’avrebbe lasciata andare finché non gli avesse dato retta. - Jackson, cosa vuoi che ti dica? La ragazza aveva una bella collezione di fratture ma non era in pericolo di vita, e per quel che riguarda lui... beh, ne sai sicuramente più tu di me! -
- Laura, io sono convinto che quel segno argentato sul suo petto non fosse un semplice tatuaggio... Quando l’ho toccato... scottava, e sembrava che sotto la pelle pulsasse... -
- Forse era stato fatto di recente e aveva provocato un’infezione. A volte succede, sai, quando non vengono usati strumenti adeguatamente sterilizzati! -
L’uomo fece una smorfia. - Ok, vedo che non la pensiamo allo stesso modo. Però devi convenire con me che quei due ragazzi stavano molto male quando se ne sono andati, e io mi sento in dovere di rintracciarli e curarli... -
- Che ne dici di darti al volontariato? Magari potresti lavorare con Medici senza frontiere, sono sicura che ti accoglierebbero a braccia aperte! E adesso scusami ma devo proprio andare: si sta facendo tardi - Con un sorriso luminoso Laura gli volse le spalle e montò in macchina.
Rimasto solo Monroe socchiuse gli occhi. Aveva la netta sensazione che gli fosse sfuggito qualcosa. Laura Baker era sempre stata una persona tranquilla e discreta, sapeva gestire i momenti di stress con grande abilità e a detta di tutti era un ottimo medico. Però, in quel caso, gli era sembrata eccessivamente distaccata. Anzi, no, si corresse. Quando aveva scoperto la fuga dei due giovani pazienti l’aveva vista molto turbata, anche se quell’espressione era durata solo pochi istanti... Perplesso e confuso, decise d’impulso di andare a cenare in un ristorante poco lontano da lì perché era troppo stanco per mettersi a cucinare e soprattutto non aveva alcuna voglia di stare da solo in quel momento.
L’indomani mattina fece in modo di arrivare in ospedale molto presto sperando di incrociare Laura prima che se ne andasse e fu con suo grande stupore che scoprì che nessuno l’aveva vista. Quella notizia lo lasciò molto scosso e per tutta la giornata si mosse come un automa. Alla fine decise che aveva bisogno di distrarsi o avrebbe finito col commettere qualche errore irreparabile. Era da parecchio che non si prendeva un periodo di ferie e non ebbe alcuna difficoltà ad ottenerlo, così preparò una valigia con poche cose essenziali e l’indomani mattina prese il primo aereo per Santa Fe. Uno dei suoi più cari amici, un ex compagno di studi, viveva lì e ogni volta che sentiva il bisogno di allontanarsi dal frenetico caos della metropoli andava a trovarlo.
Il New Mexico era infatti molto diverso dalla Florida, e Jackson sentiva la necessità di un drastico cambiamento per cui accolse con sollievo il delicato tepore del pallido sole invernale. Doveva smetterla di arrovellarsi su Laura e quella storia strampalata, così raddrizzò le spalle e scese la scaletta aspirando la frizzante aria profumata di pini. Amava il sud-ovest, forse lo preferiva addirittura alla Florida, ma temeva che se ci si fosse trasferito tutta quella magia sarebbe scomparsa. Le cose belle non dovevano diventare un’abitudine... Senza perdere tempo andò a noleggiare una vettura solida e robusta e con un sorriso soddisfatto prese la strada per la capitale, i finestrini abbassati e la radio sintonizzata su un canale di musica country.
Quando arrivò al grazioso cottage poco fuori città Trent lo accolse con una pacca cordiale sulla schiena ed un grande sorriso. - Non si direbbe proprio che vivi a Miami! Sei pallido da far paura! -
- Forse è perché passo le giornate dentro un ospedale e non a rosolarmi sulla spiaggia, come invece qualcuno si ostina a credere... -
- Dai, vieni dentro! Ho appena preparato il caffè, poi potrai rinfrescarti e raccontarmi come ti vanno le cose. Mi sembri piuttosto teso, sai? -
- Non sarei venuto qui, altrimenti. - ammise lui prima di voltarsi a recuperare la valigia. - In realtà ho soltanto bisogno di un po’ di riposo. -
- Allora anziché sederci davanti al fuoco ce ne andremo a fare un giro in città. Che ne pensi? -
- Fantastico -
- Mm, che entusiasmo! - Trent scosse ridendo la testa. - Ok, cominciamo dal caffè... - E lo precedette dentro casa.
Alla fine optarono per una lunga passeggiata lungo la riva del ruscello che scorreva poco distante da lì, durante la quale si aggiornarono su quello che avevano fatto dall’ultima volta che si erano visti.
Jackson Monroe era una persona abitualmente socievole, portata al dialogo, e sapeva ascoltare, e per questo i due erano rimasti in ottimi rapporti anche dopo che le loro strade si erano divise. Si limitò quindi a spiegare in breve quello che lo crucciava, commentando che i periodi festivi erano i più duri da affrontare, dopodiché investì l’amico con una valanga di domande. Non voleva continuare a rimuginare sullo strano comportamento di Laura e sui due ragazzi ricoverati all’alba del nuovo anno, e si lasciò avvolgere dall’atmosfera di pace che regnava in quei luoghi.
L’indomani, come promesso, Trent lo portò a Santa Fe e fecero una veloce ma accurata ricognizione di tutti i negozi di artigianato del centro. Jackson comperò una stampa che rappresentava un gruppo di cowboys attorno ad un falò ed una piccola ciotola di terracotta dipinta con motivi geometrici in tipico stile indiano.
Poi si fermarono a mangiare in un simpatico locale western e l’uomo si guardò intorno con curiosità. Come mai tutta questa gente? -
- E’ per l’accademia. Ci sono un sacco di amici e parenti venuti a trovare gli allievi per le feste di Natale. Aspetta ancora un paio di giorni e vedrai come tutto sarà più tranquillo... -
Stavano tornando verso il furgoncino di Trent quando vennero quasi travolti da un giovane in uniforme che stava discutendo animatamente con una ragazza.
- Vuoi dire che sei salita su quel maledetto pullman da sola?!? -
- Ho avuto il permesso di papà, e la nonna mi ha accompagnato alla stazione! -
- Scommetto che lui non lo sa che intendevi viaggiare da sola, vero? Sei completamente matta! -
- Kyle, avevo bisogno di vederti! Tu sei l’unica persona che possa capire quello che... -
- No, e sai perché? Perché io sono un uomo e tu una bambina. E viziata, per giunta! - la rimproverò lui con asprezza.
Il vivace scambio di battute fra i due, che si erano addirittura fermati e si stavano fronteggiando come se fossero avversari, attirò la loro attenzione. Trent sorrise divertito. Non era certo la prima volta che gli capitava di assistere ad una scena del genere, e di sicuro non sarebbe stata l’ultima...
La ragazza respirava affannosamente e sembrava sull’orlo delle lacrime, poi il suo compagno tacque all’improvviso e spalancò le braccia. - Su, vieni qui! Mi spiace averti aggredita in questo modo... -
Lei non si fece pregare e si slanciò in avanti stringendoglisi al collo.
Il movimento dei suoi lucenti capelli scuri, lunghi e morbidi come una piccola cascata di seta, attirò lo sguardo di Monroe. L’uomo era rimasto a fissare la ragazza incerto, cercando di capire perché gli sembrasse così familiare. Poi i capelli fluttuanti sulla spalla del giovane fecero scattare qualcosa nella sua mente. - Santo cielo, ma è lei! - Senza riflettere fece un passo verso di loro. - Scusa, mi sembra di averti già visto... A Miami, qualche giorno fa... -
Shiri si volse di scatto sgranando i bellissimi occhi nocciola, e Jackson trasalì. Sì, poteva essere davvero lei! In ogni caso, le somigliava in maniera incredibile... E se lei era lì, apparentemente in ottima salute, forse anche il suo compagno stava bene! Doveva saperlo, doveva potersi guardare di nuovo nello specchio senza provare disprezzo per se stesso...
- Cosa vuole? - gli chiese Kyle cingendo con fare protettivo la schiena della ragazza.
- Ho bisogno di sapere se eri tu, all’ospedale di Miami Beach, il primo dell’anno... C’era anche tuo marito... - Quell’ultima parola risuonò assurda alle sue stesse orecchie. Come faceva una ragazzina così giovane ad essere sposata? - Volevo sapere se sta bene, tutto qui... -
- Io... Mi spiace, mi ha scambiata per qualcun’altra... Non sono mai stata a Miami... -
- Ah... Allora... vi chiedo scusa. - Jackson Monroe tornò accanto a Trent e con lui riprese a camminare verso il parcheggio ma di tanto in tanto si volse a guardare la coppia allontanarsi nella direzione opposta.
- Jack, è tutto a posto? Devo ammettere che ti sei comportato in modo alquanto strano... -
L’uomo scrollò le spalle con fare stanco. - Non lo so... Non sono più sicuro di niente... Eppure sembrava proprio lei... -
- Quella portata via dall’ospedale? -
- Sì. Oddio, Trent, credo di essere vicino all’esaurimento nervoso... -
- Non esagerare, adesso! Sei solo un po’ sotto pressione, ma se impari a prendertela con più calma vedrai che andrà meglio. Su, adesso torniamo a casa. Ho nel congelatore un paio di bistecche alte tre centimetri: le facciamo alla brace e ti giuro che leccherai il piatto! -

Nel frattempo Kyle e Shiri avevano girato l’angolo, e la ragazzina tirò un sospiro di sollievo.
- Posso sapere cosa sta succedendo? -
- E’ pazzesco, semplicemente pazzesco... - mormorò lei. - Capisci? Quello deve essere uno dei dottori che ha curato papà e mamma, quando siamo stati in vacanza, e di tutti i posti che ci sono doveva capitare proprio qui, adesso! Secondo te sono stata convincente? -
Il giovane si grattò una tempia. - Perlomeno lo hai confuso. Non lo so... Sì, penso di sì. Questo fa parte del tuo problema, se ho capito bene... -
- Già. - Shiri affondò le mani nelle tasche del giaccone. - I miei genitori rischiano di continuo la vita eppure restano qui, sulla Terra. Bren e Lhara, invece, sono su Rènida, un mondo ancora sconvolto dalla guerra civile, in mezzo a pericoli che non conosciamo... Io vorrei essere certa che stiano bene, che siano al sicuro... Ma Bren ritiene che ci vorrà ancora molto tempo prima che la sua gente accetti la partenza di Lhara senza interpretarla come un tentativo di sostituirsi a lei, e io so che si sentono soli, travolti da un’infinità di cose da fare... -
- E quale sarebbe il tuo piano? Rubare una delle navicelle nascoste nelle caverne del New Mexico? -
- Perché dovrei rubarla? -
- Non credo che tua madre, o tuo padre, se è per questo, ti permetterebbero di andartene a zonzo per lo spazio... -
Shiri arricciò il naso. - No, ma neanche lo farei. Io... avevo pensato di chiedere a Jason di venire con me. -
- Spero che abbia abbastanza buonsenso da rifiutare! Insomma, ti rendi conto dell’assurdità di quello che stai dicendo? -
La ragazza lo guardò ferita. - Credevo che almeno tu saresti stato dalla mia parte, che mi avresti capito perché provi la stessa cosa... -
Il giovane si fermò in mezzo al marciapiedi e le mise le mani sulle spalle. - Shiri, lo so cosa provi. E’ vero, Lhara mi manca e vorrei che fosse qui con me, però adesso non è possibile. Sono sicuro che i tuoi genitori e Jason stesso, per non parlare di tutti gli altri, te lo avranno detto e ripetuto fino alla nausea, ed hanno perfettamente ragione. C’è un momento per sognare, e c’è un momento per aspettare -
- E ora io devo aspettare... -
- Infatti. - Kyle le sfiorò una guancia con la punta del pollice. - Shiri, c’è stato un tempo in cui la mia più grande aspirazione era portare Liz al cinema. Poi arrivò Max e da quel momento le mie speranze di una storia con lei si ridussero a zero. Capisco che quello che temi, in realtà, è che Bren incontri un’altra ragazza e se ne innamori, ma questa è la vita. Se siete destinati a stare insieme, allora è fatta! Nessuno potrà mai mettersi tra di voi! -
- Nonna Diane mi ha detto più o meno la stessa cosa. -
- A ragion veduta, direi. Max e Liz sono l’esempio vivente di cosa significhi incontrare l’anima gemella... Dammi retta, Shiri, se loro sono davvero l’altra parte di noi... ecco, possiamo aspettare tutto il tempo necessario. Altrimenti è inutile agitarsi tanto... -
- Mi sembra una cosa molto triste -
Il giovane fece una spallucciata. - Certo. Però è quello che ho visto succedere attorno a me. Prendi Alex, per esempio. Lui ha sempre cercato di attirare l’attenzione di Isabel, ne era innamorato alla follia, e per un periodo sono anche stati insieme. Solo che alla fine lei lo ha lasciato e poi si è sposata con Morgan. Mentre Michael ha fatto di tutto per stare lontano da Maria, e adesso hanno un bambino! Dammi retta, piccola, quei due sono nostri. Non hanno alcuna possibilità di sfuggirci... -
Alle sue inattese parole Shiri scoppiò a ridere sollevata. - Kyle, sei grande! - Lo abbracciò forte e gli diede un bacio sulla guancia.
- Ok, ok, piccola, adesso basta. Ti porto a mangiare qualcosa e poi ti riaccompagno alla stazione degli autobus. Voglio che torni a Roswell prima che faccia buio -
- D’accordo. - convenne subito lei.
Kyle sollevò gli occhi al cielo esasperato. “Oh, Shiri, questo pianeta non sarà mai in grado di sopportare un’intera tribù di alieni!”
- Kyle? -
- Sì? -
- Quando tornerai a casa? -
Lui la guardò con affetto e le scompigliò i capelli. - Il corso è quasi finito e dovremmo avere l’assegnazione definitiva entro metà febbraio. E siccome naturalmente non sono in molti quelli che vogliono venire a Roswell, penso di avere buone possibilità di farcela... Che ne dici? Mi ci vedi a girare con l’auto di pattuglia e la divisa da aiutante sceriffo? -
Shiri lo studiò per un attimo poi sorrise. - Sì, e credo che ti verranno dietro un sacco di ragazze!... -
- Ma non Lhara - si lasciò sfuggire il giovane.
La ragazza si morse le labbra tornando seria. - No, lei... no... - Con un sospiro gli passò un braccio intorno alla vita e ripresero a camminare.

Nello stesso momento, a bordo di un’aereo diretto verso la Florida, Michael tamburellava nervosamente con le dita sul proprio ginocchio. Ogni tanto lanciava uno sguardo accigliato alla persona seduta accanto a lui, che sembrava assorta nello studio delle nuvole sopra cui stavano viaggiando.
Sentendosi osservato, l’altro passeggero sospirò e si volse. - Allora? Cosa c’è? -
- Cosa c’è? E me lo chiedi?!? - Il giovane tornò a guardare fisso davanti a sé. - Dovevi rimanere a casa - brontolò scuro in volto.
Maria fece un sorrisetto sarcastico. - E lasciarti andare da solo a Miami? In mezzo a tutte quelle ragazze seminude, con la pelle lucida di olio solare, che fanno su e giù lungo la spiaggia per farsi notare?!? -
- Devo andare a controllare in ospedale, non in riva all’oceano -
- Non fa differenza -
- Non ti fidi di me, insomma... -
La ragazza fece una smorfia. - Non è che non mi fidi di te. Non mi fido di loro! -
- Di loro... chi? - indagò lui, non riuscendo a seguirla.
- Di quelle bambole siliconate - confessò alla fine lei.
Michael rimase per un attimo interdetto, poi comprese. E si mise a ridere. - Hai paura che decidano di assalirmi? Me?!? Dico, ma mi hai visto bene? Cosa vuoi che possa attirarle? Guarda, ancora non ho capito perché “tu” abbia deciso di metterti con me! -
A quelle parole Maria cercò i suoi occhi, quegli occhi così espressivi, e accennò un sorriso. - Perché quando metti da parte l’atteggiamento da duro che non ha bisogno di nessuno sei il ragazzo più dolce del mondo... - Si protese per baciarlo sulle labbra, e rimase piacevolmente sorpresa per l’appassionata risposta.
Poi Michael si tirò indietro e cercò di ricomporsi. - Forse è meglio che ci siate anche tu e Mathias. In questo modo nessuno si insospettirà vedendoci. Penseranno che siamo andati a trovare qualcuno... -
Per nascondere il sorriso che le incurvava la bella bocca Maria si concentrò sul bimbo addormentato che stringeva fra le braccia. Era stata una vera impresa riuscire a convincerlo a portarli con sé, ma alla fine aveva vinto. Anche se aveva continuato a tenerle il broncio fino a quel momento... Però davvero non avrebbe mai sopportato di restare ad aspettarlo a Roswell temendo che potesse capitargli chissà che cosa! Lì non si stava parlando di semplici ladri e assassini, ma di alieni. Alieni ostili e molto cattivi che non avevano alcuna intenzione di lasciarli in pace. E lei doveva vegliare su Mathias e Michael, gli uomini più importanti della sua vita...
Arrivarono a Miami nel primo pomeriggio e si recarono subito all’ospedale di Miami Beach dove erano stati ricoverati Liz e Max.
Mentre Maria distraeva l’infermiere di turno all’accettazione Michael, modificato l’aspetto dei propri abiti, si avvicinò con disinvoltura al registro e diede una rapida occhiata ai turni del pronto soccorso, poi fece un cenno d’intesa alla ragazza e se ne andò.
- Oh, beh, allora se proprio non può aiutarmi vado a cercare qualcun altro. E’ stato davvero gentile - Le ultime parole furono pronunciate con ironia. Aveva sfoderato tutto il suo fascino ma quell’uomo si era rivelato un vero mastino! Fortuna che Michael era riuscito lo stesso a passare inosservato... Bene, a quel punto non le restava che raggiungerlo e proseguire insieme le loro indagini.
Trovò il giovane che gironzolava nei pressi del reparto del pronto soccorso. - Allora? - gli chiese subito.
-