
Memento mori
Riassunto: se la serie si fosse conclusa dopo la terza stagione questo sarebbe stato un finale. Il mio.
Periodo di composizione: dal 7 marzo 2001 (così dice il mio computer) al 14 luglio 2002 (perché non ho avuto solo questo da fare)
Adatto: a chi ha voglia e pazienza di leggerlo; niente scene di sesso violento, per stavolta vi lascio a bocca asciutta. Giusto un po’ di sangue… non siate impressionabili: è tutto finto!
Disclaimer: ovviamente
nessuno dei personaggi della serie o la serie stessa è di mia proprietà, li ho
usati senza il permesso degli autori e non a fini di lucro… etc… etc… Ragazzi è
davvero deprimente! Quale diavolo sborserebbe un centesimo per leggere i deliri
di una fan di Jarod?!
Tutti i diritti del racconto sono di proprietà del sito "Jarod il Camaleonte
Italia".
NOTA DELL’AUTRICE: il racconto è stato scritto in fasi diverse della mia vita, durante le quali si sono susseguiti stati d’animo e sensazioni contrastanti. Vogliate tener presente che ho scritto questo racconto per me personalmente in primo luogo, per mantenere una parvenza di sanità mentale, ma spero comunque che vi piaccia, e che non vi annoi troppo. So che alcune parti vi ricorderanno alcune scene della quarta serie, ma la storia era stata sviluppata molto prima che cominciasse. Mi scuso se troverete patetiche certe cose, ma cercate di capire il mio punto di vista, dopotutto sono una ragazza e questa è la mia prima fanfiction. La storia si svolge come se la conclusione della terza stagione fosse la conclusione della serie intera e questo è il finale mancante. Buona lettura.
Prologo
«Jarod!» gridò Miss Parker «Fermati!»
Ma lui non le dava retta, anzi, correva più veloce che poteva, schivando e
scartando gli alberi uno dopo l'altro.
«Jarod!»
Jarod non si voltò, continuando dritto davanti a sé, fuggendo da quella voce
tanto perentoria quanto minacciosa.
«Jarod!»
Con la pistola in pugno Miss Parker seguitava a non perderlo di vista. Era la
sua grande occasione, come non ne aveva mai avute in passato: oramai mancavano
davvero pochi metri alla libertà, all'addio al Centro...
«Jarod!» Ma non serviva a nulla gridare, doveva prenderlo, afferrarlo,
atterrarlo, riportarlo al Centro. Doveva.
Era così vicina da sentire il fruscio della sua giacca ed il suo incessante
ansimare.
Da quanto tempo lo stava inseguendo nel bosco?
«Jarod!»
Una buca. Jarod la saltò, Miss Parker fece lo stesso.
Una radice. Jarod la evitò, Miss Parker fece lo stesso.
Gli alberi si facevano via, via meno fitti, segno che il bosco avrebbe in breve
lasciato il posto a... un dirupo non previsto nel piano di fuga di Jarod.
«Jarod!» Miss Parker lo aveva quasi raggiunto sull'orlo dello strapiombo, con un
sorriso di trionfo gli afferrò il braccio.
«Sei mio, genio! Ora si torna a casa.»
Ma lui non era dello stesso avviso.
Un elicottero sbucò sopra le cime degli alberi: un elicottero nero, senza
scritte o insegne, un elicottero del Centro, che non esitò a fare fuoco su di
loro.
Esistono tra noi individui straordinari,
dei simulatori, capaci di diventare chiunque vogliano essere.
Un'organizzazione chiamata "Il Centro"
ha isolato un giovane simulatore di nome Jarod
e ha sfruttato le sue capacità per le proprie ricerche.
Ma un giorno, Jarod fugge...
«Ma che diamine sta succedendo?»
«Chiedilo ai tuoi amici, Miss Parker!» le rispose Jarod spingendola all'interno
della boscaglia più fitta. Sentivano il ronzio assordante dell'elicottero sopra
di loro che li seguiva a vista e ogni qual volta ne aveva occasione sparava
qualche pallottola nelle loro vicinanze, ed ogni volta mirava sempre più vicino.
Si era alzato un vento gelido, e lo spostamento d'aria dell'elicottero spazzava
a terra i rami secchi, le foglie, le pigne, facendo paurosamente oscillare le
cime degli alberi.
«Jarod!»
«Per di qua!» Jarod la trascinò sulla destra.
«Che cosa hai in mente?»
Ad un tratto si fermò. L'elicottero si stava allontanando, ne era certo.
«Ma che ti prende?»
«Sh!» la zittì lui «Perché se ne vanno?»
Purtroppo la sua domanda non tardò a ricevere risposta: una decina di uomini
armati si facevano largo tra la boscaglia, pronti a sparare a vista, ed il loro
bersaglio era un simulatore fuggito dal Centro quattro anni prima.
«Miss Parker…»
«Si?!»
«… scappa!»
Tornarono entrambi sui loro passi in una corsa frenetica sino al dirupo. L'unica
loro possibilità di fuga era saltare. E lo fecero.
Jarod la afferrò per il braccio e la trascinò con sé, senza esitazione; sotto di
loro il pendio scosceso, gli alberi, i rami, le foglie, …
Ruzzolarono assieme lungo l’irta discesa, senza possibilità di arresto.
L’elicottero era ormai volato via, e ora si potevano distintamente udire i
rumori e gli ordini dei cecchini del Centro che gridavano, e nella foresta
riecheggiò la condanna: «Uccideteli! Non devono uscire vivi da questo bosco!»
La caduta si arrestò poco più giù, sotto le fronde degli abeti, su di uno
spinoso tappeto d’aghi.
«Tutto bene?» Se le fosse successo qualcosa per colpa sua non se lo sarebbe mai
perdonato.
«Si…» Si alzarono in piedi, entrambi apparentemente incolumi, a parte
escoriazioni varie, i capelli arruffati ed i vestiti infangati.
«Andiamo via di qui.»
Saggia decisione: pochi secondi dopo la squadra di cecchini era sulle loro
tracce nel bosco sottostante. Potevano sentire il loro scalpiccio alle loro
spalle, le considerazioni, gli ordini impartiti, sempre più vicini. Jarod e Miss
Parker non potevano far altro che correre dritto davanti a loro, cercando di non
lasciare tracce del loro passaggio, senza farsi scoprire. Corsero a perdifiato
finché non si sentirono al sicuro, lontani dagli spazzini, dal Centro, da tutto
ciò che era civiltà, in mezzo alla foresta, in mezzo al nulla.
Ansimando forte e senza più la forza di proseguire giunsero nei pressi di una
stradina sterrata che costeggiava un fiume di montagna. Era il crepuscolo. Miss
Parker si sedette sulla sponda erbosa del fiume, abbracciando le ginocchia e
sospirando: «Che cosa è successo? Per quale assurda ragione dovrebbero volere la
mia morte? … La tua poi?! Il Centro ti rivuole indietro vivo, o non se ne
farebbe nulla di un simulatore inutilizzabile!»
«Mpf… “simulatore inutilizzabile”?» replicò Jarod andandosi a sedere al suo
fianco.
Miss Parker si voltò divertita: «Scusa, non volevo degradarti, io… mi sono
espressa male.»
«È così che mi hai sempre considerato: una cavia da laboratorio? Un computer? …»
«Non avrei potuto dirlo meglio! … Non essere così melodrammatico! Jarod, so
quanto il Centro ti abbia fatto soffrire, la conosco la tua triste storia, -
commentò sarcastica - ma il mio compito è quello di riportarti al Centro, nulla
di più, nulla di meno, e non c’è niente di personale devi credermi!»
«Già, chi meglio di te?!»
Miss Parker sospirò: «Il tuo posto è al Centro.»
«Io non ti capisco: Sydney mi ha detto che volevi liberare Gemini, perché con me
dovrebbe essere diverso?»
Miss Parker non rispose. Strinse le labbra.
Trrrr. Trrrr. Trrrr. Entrambi scattarono in piedi. Trrrr. Trr… «Pronto?»
«Miss Parker,» bisbigliò la voce all’altro capo del telefonino cellulare.
«Broots! Che cosa fai? Dov’eravate tu e Sydney mentre ci sparavano addosso?»
«Perdonaci, ma ci siamo trovati davanti gli spazzini del Centro, ci hanno
puntato le armi contro, e ora stiamo viaggiando su di un furgone anonimo, e Dio
solo sa dove ci stanno portando! … Jarod è con te, state bene?»
«Si. Che cosa sta succedendo?»
«Vorremmo tanto saperlo anche noi, ma… ora ti devo lasciare… Ah, state attenti
a…»
«Broots! Broots! … Ma che ha questo coso?!» infuriata iniziò a sbattere il suo
telefono contro la mano.
«Finirai per romperlo, e ho l’impressione che ci servirà ancora.»
«È caduta la linea. Chissà cosa ha combinato quell’idiota di Broots.»
Jarod rise della cattiveria con cui trattava il suo povero collaboratore. Sapeva
che in fondo lo stimava molto per il suo prezioso aiuto e che avevano instaurato
una sorta di rapporto di amicizia, ma Miss Parker doveva pur sempre mantenere la
sua posizione di “donna di ghiaccio”.
Si guardarono intorno. Alberi, alberi, alberi, una stretta stradina sterrata che
si perdeva nel nulla in entrambe le direzioni perseguibili.
Un lontano cinguettio. Fruscii. Fruscii alle loro spalle. Silenzio.
Jarod sussultò. «Giù!» gridò, solo qualche istante prima che la sparatoria
avesse inizio. Si tuffarono nelle acque gelide del fiume quasi simultaneamente,
cercando di raggiungere l’altra sponda prima che la corrente li trascinasse via,
e fuggire nuovamente tra le protettrici fronde della macchia.
I proiettili sibilavano accanto alle loro tempie come aliti di morte e bucavano
l’acqua facendo tremare ogni loro speranza di salvezza.
La corrente li trasportava lontano, a valle. Erano salvi, almeno per ora.
Miss Parker conquistò la sponda, traendosi a fatica sulle rocce coperte di
muschio scivoloso che in quel tratto avevano occupato il posto dell’erba. Aiutò
Jarod.
Tossendo si trascinarono nel più fitto del verde.
«Dove siamo?»
«Più a valle di quanto non fossimo prima.»
«Grande intuizione ragazzo prodigio!» sbraitò con una smorfia.
«Stai perdendo sangue.»
«Dove?» fece stupita Miss Parker.
Jarod si avvicinò, prendendole il viso tra le mani e rigirandolo delicatamente:
«Hai una ferita sulla fronte, poco sopra il sopracciglio… devono averti colpito
di striscio con una pallottola. Ti fa male la testa?»
«No.» rispose liberandosi dalla presa e tastandosi la fronte. Si sporcò le dita
di sangue, con l’unico risultato che il dolce liquido purpureo scese più
copiosamente e un dolore lancinante le invase l’emisfero destro.
«Lasciati stare, non è molto grave, ma dovremmo disinfettarla e fasciarla.»
«Ah, si?! E con che cosa, genio?»
Miss Parker tornò al fiume, non prima di essersi assicurata che gli assassini
del Centro non fossero nei paraggi, ed immerse il viso nell’acqua gelata.
Il tramonto era passato da quasi un’ora e l’aria iniziava a farsi pungente.
Nell’agguato il telefono cellulare era andato perso e Jarod e Miss Parker non
avevano più smesso di camminare, in silenzio, l’uno accanto all’altra. Ogni
tanto sbirciavano alle loro spalle, ma Jarod era quasi convinto che la squadra
di spazzini avesse abbandonato l’inseguimento. Almeno per quella notte.
«Dove stiamo andando?»
«Incontro al destino, Miss Parker»
«…»
Jarod si voltò a guardarla. Era pallida.
«Non hai la minima idea di dove siamo?» chiese lei.
Jarod pensò un istante. «Probabilmente dietro quella montagna c’è una strada
statale, non credo che ci passino molte auto e comunque non è consigliabile
andarci, rischieremmo di trovarci in una nuova imboscata. Ma da qualche parte
qui intorno c’è una baita: il mio rifugio per questa settimana; se riuscissimo a
raggiungerla potremmo medicarti la ferita alla testa e mettere un po’ d’ordine a
tutta questa… strana faccenda.»
«È così buio.» mormorò Miss Parker scavalcando un ramo caduto.
“Già” pensò Jarod.
L’aria della sera spazzava le cime degli alberi lasciando scivolare al suolo
foglie ed aghi che andavano a coprire il loro cammino.
Erano tutti bagnati e gocciolanti, infreddoliti e disorientati. Dove e a che
cosa li avrebbe portati quell’inutile fuga? La ricerca della libertà, la volontà
di vivere, la speranza di una vita normale, sembravano ogni giorno sempre più
irraggiungibili, sia per l’uno che per l’altra. Erano stanchi di attendere il
destino. Ora stava solo a loro decidere se fuggirlo o inseguirlo.
La tenue luce lunare che riusciva a filtrare tra il fitto dei rami permetteva
ben poca chiarezza nella traduzione dei segnali che Jarod aveva lasciato
nascosti sui tronchi per ritrovare la baita. E alla luce lunare appariva così
fragile Miss Parker.
«Ci siamo quasi! È laggiù!» esultò Jarod.
Miss Parker sorrise inconsapevolmente ascoltando l’infantile entusiasmo che solo
Jarod riusciva a trasmetterle. Per un istante tornò bambina. E mentre Jarod già
si affrettava verso la piccola costruzione di legno, la sua vista venne meno, le
girava la testa, fece un passo in avanti, barcollò, cadde.
Le tenui ombre dipinte sul suo viso lasciavano trasparire dalla sua espressione
una spontanea gentilezza, che non le apparteneva abitualmente; ma quel candido
pallore l’aveva trasformata. Sembrava così graziosa, e fragile.
Tentò delicatamente di disinfettarle la ferita con un batuffolo di cotone, ma
Miss Parker girò il capo di scatto al primo contatto. Strizzando gli occhi
gemette di dolore.
«Scusa. Stai ferma, farò in un attimo.»
«Brucia.» si lamentò.
«Resisti.» Lentamente le pose una benda attorno alla testa, fermandola con un
paio di garze a cerotto.
«Ahi!»
«Ho fatto!»
Miss Parker era stesa sul divanetto accanto al fuoco che Jarod aveva acceso nel
camino della baita. Era ancora scossa da brividi. Jarod sparì per pochi minuti
nella penombra, e tornò con un paio di jeans ed una felpa che le porse,
indicandole il bagno: «Sistemati, togliti i vestiti bagnati e… metti questi. Non
sono di Armani, ma è il meglio che ti posso offrire.»
Miss Parker si alzò e raggiunse faticosamente la porta del bagno.
«Vuoi una mano?» chiese Jarod
«No, grazie!» rispose acida lei. Ma sorrise maliziosamente chiudendosi la porta
alle spalle.
Non era stato prudente accendere il fuoco, i cecchini del Centro avrebbero
potuto localizzarli, ma si era alzato il vento, e qualche goccia già iniziava a
cadere. Molto presto si sarebbe trasformato in un grosso temporale, a giudicare
dai lampi e dai tuoni che ne anticipavano l’arrivo. La luna aveva ceduto il
posto a dense nubi opprimenti che schiacciavano al suolo le svettanti e
ondeggianti cime dei pini. La montagna si preparava ad essere investita da un
diluvio.
Con uno scricchiolio sinistro si riaperse la porta del bagno. Jarod sorrise.
«È enorme.» sentenziò Miss Parker cercando di raggruppare le maniche della felpa
al di sopra delle dita, mentre i pantaloni le scivolavano dai fianchi ed era
costretta a sostenerli con una mano.
Jarod le si avvicinò portandole sulle spalle una coperta di lana. Si accorse che
tremava, e che faceva un enorme sforzo a reggersi in piedi.
«Ti fa male la testa?»
«No!» rispose lei, forse un po’ troppo in fretta: Jarod comprese il suo vano
tentativo di salvare la sua fama di imperturbabile, ed era riuscita ad
ingannarlo per tutta la sera, ma ora, era evidente, la febbre stava salendo.
«È solo un capogiro.» continuò Miss Parker mentre le sue gote si tingevano.
«Faresti meglio a stenderti.» la accompagnò al divano. Un sereno tepore e uno
strepitio appena accennato e il profumo del legno. Ma non riusciva a godere di
nulla in quel momento: qualcuno voleva ucciderla; e, cosa ancora più
impensabile, volevano uccidere Jarod contravvenendo alle direttive del
Triumvirato.
La testa le doleva terribilmente, ma non voleva che Jarod se ne accorgesse, non
voleva che se ne preoccupasse. Non riusciva a credere di trovarsi con lui dopo
tanto tempo, dopo che aveva cercato di catturarlo tante volte senza successo;
ora, quando meno se lo sarebbe aspettato, Jarod era lì tutto per lei.
«Chi sapeva che saresti venuta qui a cercarmi?»
«Lo sapeva… bhè, credo che lo sapessero tutti.»
«Tutti chi?»
«Mio padre, Raines, Brigitte, Lyle, … Sydney e Broots erano con me quando siamo
arrivati, poi sei scappato per il bosco, ti ho inseguito e… non c’erano più.»
Jarod pensò per qualche istante: «Forse sono stati fermati dagli uomini del
Centro prima di noi, e quindi portati via. Spero solo che stiano bene.»
«Chi credi che sia il mandante?»
Miss Parker ritirò i piedi lasciando a Jarod lo spazio per sedersi.
«Non so chi, ognuno di loro ha un valido motivo per eliminarci, ed è proprio
questo che dobbiamo inquadrare: il perché.»
«Come facevano a sapere che eravamo in riva al fiume? Credi che ci abbiano
seguito in silenzio per coglierci di sorpresa?»
«Non ha alcun senso: se ci volevano uccidere, perché aspettare?! … a meno che
non sapessero esattamente la nostra posizione in qualunque momento.»
«Come?»
Il sospetto s’insinuò nel loro pensiero deridendo la loro ingenuità.
««Una spia. Una cimice!»
«Nei miei abiti?! E come avrebbero fatto?»
Jarod recuperò in bagno il tailleur grigio fumo, frugando le tasche, i risvolti
del collo, gli orli, … Una piccola, minuscola spia infilata in un bottone rivelò
la sua presenza svelando il mistero.
«Jarod… allora anche adesso sanno dove siamo!»
Però avevano il tempo dalla loro parte: nessun elicottero avrebbe potuto alzarsi
da terra con quelle condizioni atmosferiche, si stava scatenando una vera e
propria tempesta là fuori, nessuno si sarebbe avventurato per il bosco al loro
inseguimento.
Potevano davvero stare tranquilli?
D’altra parte nemmeno loro potevano muoversi; erano costretti nella piccola
costruzione in legno protetta tra gli alberi. All’esterno il vento gelido
scuoteva i rami e qualcuno di questi franava al suolo, sguazzando sul terreno
fangoso.
«Siamo sicuri che questa baracca reggerà?» chiese la donna guardandosi intorno
non troppo fiduciosa.
Miss Parker stava male, Jarod lo leggeva nel suo sguardo.
C’era freddo, il fuoco non bastava a scaldare l’ambiente, anche se piccolo.
Jarod si alzò e raggiunse la finestra. Se la febbre di Miss Parker fosse
peggiorata non avrebbe avuto nulla con cui curarla, inoltre nella sua scatola
per le emergenze non rimaneva garza a sufficienza per una nuova fasciatura alla
testa. Doveva portarla all’ospedale. Come?
Jarod osservava i fusti degli alberi tremolare come fili d’erba piegati dal
vento, la pioggia si scaraventava furente sui vetri e sul tetto, guidata dalle
folate che si facevano via, via più violente.
Tornò a posare lo sguardo sul viso di Miss Parker, le gote rosse per la febbre.
Tremava. Gli occhi chiusi. Rannicchiata in un canto del divanetto. Avvolta in
una coperta di lana. Sembrava una bimba, la stessa che aveva incontrato per la
prima volta al Centro.
Chi poteva essere tanto crudele da volere la sua morte?! Miss Parker non era
cattiva come voleva far credere, e Jarod questo lo aveva sempre saputo. E forse
era per questo che ora rischiava la vita.
Le si avvicinò lentamente sfiorandole la fronte calda. Doveva trovare il modo di
proteggerla… e di salvare sé stesso dal Centro.
La pioggia cadeva ancora incessantemente al suolo, quando Jarod e Miss Parker si
avventurarono tra i boschi dopo un’intera notte di tempesta passata nella baita
scricchiolante. Ovunque c’erano arbusti e rami spezzati, fango, melma, acqua;
lentamente superarono la cima della montagna sotto la pioggia battente,
arrampicandosi su scivolosi pendii o rocce coperte dal muschio.
Erano in cammino dall’alba, vale a dire da quando Jarod aveva costretto Miss
Parker a trascinarsi fuori.
Miss Parker non stava affatto meglio della sera precedente, non riusciva a
reggersi in piedi, le girava la testa, aveva la febbre alta, la ferita alla
testa le sanguinava ancora, tremava ed era pallidissima. Jarod la teneva per
mano per aiutarla nella salita.
Il Centro li avrebbe trovati. Dovevano fare presto, raggiungere il motel sulla
statale il più in fretta possibile: la padrona li avrebbe di sicuro nascosti,
Jarod l’aveva aiutata una settimana prima a ritrovare il figlio scomparso.
«Jarod…»
«Si?»
«Io… aspetta, non ce la faccio più.»
Miss Parker non aveva la forza di guardarlo negli occhi. Era un’ammissione
dolorosa per lei, così orgogliosa, ma ciò significava che era davvero allo
strenuo delle forze.
Jarod si fermò di fronte a lei. Una sosta avrebbe comportato la perdita di un
po’ di quel vantaggio che avevano accumulato. Erano entrambi bagnati da capo a
piedi, gocciolanti ed infreddoliti.
«Ti prego.» implorò la donna.
«Ormai manca davvero poco…»
Jarod la guardò negli occhi. Due lucidi occhioni grigio-azzurri, severi e
sconsolati allo stesso tempo. Come poteva rifiutarsi?!
Dopo aver trovato la cimice nel vestito di Miss Parker, Jarod aveva staccato il
bottone e l’aveva legato con dello spago alla zampa di un uccellino che aveva
poi lasciato libero nella foresta. Sperava così di guadagnare qualche minuto, ma
non sarebbe servito più di tanto, avrebbero scoperto in fretta il trucco.
Dovevano sbrigarsi.
Impiegarono più di due ore per raggiungere la strada statale di cui Jarod aveva
parlato. E non erano ancora in salvo.
Tremavano entrambi, lui per il freddo, lei per la febbre. Non c’era nessuno in
vista, ma era sempre meglio essere prudenti: si mantenevano un po’ scostati dal
ciglio della strada, tra la vegetazione, più riparati dalla pioggia dagli
alberi, camminavano in mezzo alla fanghiglia, con zaino ed impermeabile sulle
spalle.
«Sei stanca?»
«Un po’.»
«Vuoi che ci fermiamo di nuovo? tanto ormai manca poco.»
«No, no… tanto ormai manca poco.» ripeté.
Ed era vero, mancavano solo un paio di miglia al motel, quando qualcuno sparò
nella loro direzione.
Erano di nuovo i cecchini del Centro.
Si accucciarono tra l’erba, cercando di capire la provenienza della pallottola,
ma altre pallottole piovvero loro addosso, da tutte le parti. Era il caso di
mettersi al riparo, ma dove? Non c’era nulla lì attorno!
Miss Parker estrasse la pistola dalla fondina e si preparò a rispondere al fuoco
cercando di mantenere lucida la sua vista. Jarod le teneva stretto il braccio
sinistro, e lentamente scivolavano verso l’interno del bosco.
Ancora spari, si misero a correre. Sempre più veloce, per quanto potevano. La
volontà di vivere superava ogni stanchezza e ogni malattia, e li spingeva ad una
impossibile sfida intrapresa contro la morte, una lotta sfrenata al destino che
inesorabile si sarebbe abbattuto su di loro impugnando una falce. L’ultimo
giorno era stato segnato. Ma non volevano ancora arrendersi all’evidenza.
«Fermi!» gridò uno dei cecchini parandosi di fronte a loro con l’arma in pugno.
Jarod e Miss Parker si bloccarono. Uno sparo.
«No!» mentre un secondo sparo riecheggiava nell’aria schiumosa del bosco.
Broots passeggiava nervosamente su e giù per la cella nella quale erano
rinchiusi lui e Sydney, impaziente di sapere che cosa stava succedendo
all’esterno e preoccupato per ciò che sarebbe accaduto loro nei prossimi minuti.
Sydney era pazientemente seduto su una branda sfondata.
«Ma come fai ad essere tanto calmo? - sbraitò Broots - È incredibile, potrebbero
anche ucciderci e tu te ne stai lì come se niente fosse a rigirarti i pollici!»
«Chi ha detto che ci uccideranno?»
«Nessuno, ma… Ci hanno sequestrato in un bosco, caricati come merce su un
furgone anonimo, sballottati chissà dove, e rinchiusi in questa… come la
chiameresti? Cella?! Prigione?! - riassunse - E tu insisti ancora a
tranquillizzarmi dicendomi che non ci uccideranno?! E invece è proprio ciò che
faranno! - fece sconsolato - È incredibile: non rivedrò mai più la mia Debbie!»
e così dicendo si sedette accanto a Sydney con le mani fra i capelli, quelli che
gli rimanevano.
Sydney sospirò: «Non essere tanto tragico.»
«Ah no! Perché diavolo ci avrebbero… rapito se…»
«Stia tranquillo signor Broots.» rantolò un’ombra sulla soglia della cella.
Broots e Sydney si voltarono di scatto verso la porta che si era improvvisamente
aperta. Mr Raines entrò lentamente trascinandosi dietro la sua fidata bombola
d’ossigeno.
«Mr Raines!» esclamò.
«Sorpresa.» fece con poco entusiasmo.
Dietro di lui si schierarono in fila a scudo della porta tre dei suoi uomini.
«Che cosa significa tutto questo? Dove sono Jarod e Miss Parker?» domandò Sydney
alzandosi.
«Oh, non si preoccupi di Jarod e Miss Parker, in questo momento ha cose molto
più importanti a cui badare. E in ogni caso presto ci raggiungeranno: i miei
uomini se ne stanno già occupando.» Detto questo, con un cenno dell’indice
destro chiamò avanti uno degli spazzini e gli impartì segreti comandi. L’uomo se
ne andò.
«Ora voglio sapere esattamente che cosa sa Jarod di Adam.»
Jarod era a terra, ma incolume, invece il cecchino del Centro aveva un braccio
grondante di sangue e gridava per il dolore.
«Jarod?» Miss Parker gli si avvicinò per aiutarlo ad alzarsi.
«Che dire… sono felice che ora tu sia dalla mia parte! - commentò sfilando dalle
mani insanguinate dell’uomo la pistola che gli era stata puntata contro: -
Questa la prendo io!»
Continuarono la loro frenetica fuga per i boschi trascinandosi dietro lo
spazzino ferito.
Camminarono lungo il fiume che li aveva salvati la sera prima tenendo l’ostaggio
sotto tiro: «Chi ti manda? Per chi lavori?»
Silenzio.
«Non ti conviene fingere il muto, perché rischi di diventarlo realmente! Parla!»
L’uomo strinse i denti. Se avesse parlato lo avrebbero ucciso.
«Lasciami indovinare: Raines?» ipotizzò Miss Parker.
«Perché ci vuole uccidere?»
«Non servite più.»
Che cosa significava? Che cosa intendeva dire con “Non servite più”?
«Adam…?» bisbigliò fra sé Jarod. Mai come prima d’allora si era sentito
arrabbiato.
«Allora avevo ragione: quel verme, … cadavere ambulante di Raines! Asmatico
figlio di…! - lo maledisse Miss Parker - Sdraiati qui!» ordinò al cecchino.
«Che cosa vuole fare?» fece allarmato l’uomo vestito di nero.
«Non preoccuparti per il tuo fondoschiena, pivello, voglio solo che ora tu ti
metta sdraiato a pancia in giù.»
L’uomo eseguì riluttante. Si sdraiò lentamente sulla sponda del fiume con le
mani alzate sulla nuca, infangandosi i vestiti e sporcandosi la faccia. Miss
Parker lo osservò divertita per qualche istante, poi gli posò un piede sulla
schiena e lo spinse con un calcio deciso di fronte e sé. La melma la aiutò e un
istante dopo lo spazzino era scivolato dritto nell’acqua schiumosa e gelida del
fiume.
Jarod rise: «Speriamo che sappia nuotare. Miss Parker, andiamo.»
«Hai qualche idea per sfuggire al blocco?»
«Non possiamo fare altro che tenerci nel bosco, per ora.» La pioggia non era di
grande aiuto; certo, non era una tempesta come quella della sera prima, ma di
sicuro non era di alcun giovamento per la febbre di Miss Parker.
«Ci troveranno.»
«Non pensarci.»
«Come sarebbe a dire, Jarod!?»
Lui camminava velocemente, spostando i rami degli alberi che pendevano
sgocciolando sulla sua persona; e tutti i rami che così scostava finivano
immancabilmente per arrivare sulla faccia di lei, che arrancava alle sue spalle.
Avrebbe voluto tirargli un pugno in viso dalla rabbia, lo odiava quando assumeva
quell’aria di superiorità.
«Jarod!»
Lui si voltò di scatto nello stesso istante in cui un lampo ruppe il silenzio
della foresta che li circondava: nella luce bianca che illuminò tutto d’un
tratto il suo sguardo Jarod apparve incredibilmente imponente e severo, quasi
indemoniato. I suoi occhi ed il suo viso, bagnati di pioggia, lasciavano
trasparire una dolce vena di follia, che, per quanto potesse ricordare, gli era
sempre appartenuta, e che costituiva una parte importante del suo fascino. Jarod
la trasse a sé stringendole le spalle: «Non capisci perché non hanno più bisogno
di noi?! Perché hanno trovato qualcun altro! Un altro simulatore! Un altro
bambino strappato alla sua infanzia! Un’altra vita distrutta!» gridò
scuotendola.
Miss Parker rabbrividì, di freddo, di paura, di tensione. «Come lo sai Jarod?»
Lui la lasciò. Ora il suo sguardo era di nuovo quello sornione di sempre, con
circospezione si guardava attorno. Alberi.
«… Lo so perché mi sono imbattuto in un file protetto tra le cartelle di Raines,
l’ultima volta che sono entrato nel sistema del Centro: cercavo notizie sul mio
passato e ho trovato un file denominato “Adam”, e che per quanto sono riuscito a
capire riguarda un bambino di tre anni con doti particolari.»
«Doti che Raines ha intenzione di sfruttare per creare un suo simulatore?»
concluse Miss Parker.
Jarod asserì silenziosamente. Non poteva assolutamente permettere che ciò che
gli era successo si ripetesse. Aveva giurato che nessuno più avrebbe vissuto
come lui.
Miss Parker lo guardava in silenzio.
«Ti prego, … ti prego dimmi che tu non lo permetteresti mai.» la supplicò.
«Jarod…»
«Tua madre non l’avrebbe mai accettato. Lei voleva liberare me ed altri sette
bambini, e avrebbe cercato di impedirlo anche stavolta, ne sono certo… Dimmi che
sei con me.»
«Ma certo.»
«Glielo ripeto, Raines, non sappiamo nemmeno di che cosa stia parlando!» sbottò
Sydney.
L’uomo si ergeva minaccioso su di lui, coprendo la luce con la sua ombra: «Non
ti credo. So per certo che hai avuto una conversazione telefonica con Jarod la
sera che è penetrato nel computer centrale del Centro. Ora voglio sapere che
cosa vi siete detti?»
«Jarod non mi ha parlato del Centro.»
«Sei un bugiardo Sydney. Stai solo cercando di proteggere il tuo pupillo, ma non
ti servirà a nulla, perché ormai è troppo tardi, per lui e per Miss Parker.»
«Che cosa intende con “troppo tardi”? cosa vuole fare?» intervenne Broots
alzandosi in piedi.
«Lo scoprirete presto… se non vi deciderete a collaborare.»
Sydney rimase pensieroso sulla branda disfatta. Jarod era in pericolo, e si era
trascinato dietro anche Miss Parker. La situazione si delineava sempre più
delicata. Jarod rischiava di essere ucciso, Raines sapeva che aveva scoperto
Adam, e gli avrebbe impedito di salvarlo, anche a costo di ucciderlo: ora aveva
la possibilità di crearsi un simulatore tutto suo, libero da vincoli con il
Triumvirato poiché esterno al Centro. Sebbene avesse intenzione di adoperarne le
strutture, il suo lavoro con Adam non avrebbe figurato tra i suoi esperimenti
per il Centro. Adam sarebbe stato una sua creazione.
Adam era soltanto suo.
«Non ti illudere Sydney. Questa volta Jarod non ha scampo: non riuscirà a
rubarmi anche Adam.»
«Ne parli come se ti appartenesse. Dì, Raines, che cosa vuoi realizzare con
Adam?»
«Dunque tu conosci Adam!» sorrise l’uomo spalancando i suoi occhi grigi a palla.
«Io non ho detto questo, ma suppongo che si tratti di un nuovo simulatore:
siccome Jarod è riuscito a sottrarti, o a “rubarti” il suo clone hai intenzione
di riprovare con un altro bambino. Dico bene?»
«Jarod non mi avrebbe mai sottratto il ragazzo se tutti voi, compresa Miss
Parker, non lo aveste aiutato. E ora voglio impedire a voi tutti di ripetere una
simile sciocchezza.»
Broots sbiadì paurosamente e tornò a sedersi accanto a Sydney. Ora tremava di
paura e di rabbia: non avrebbe più rivisto la sua cara Debbie.
Raines si diresse verso la porta della cella con passo lento ed affaticato,
trascinando con sé la bombola d’ossigeno che cigolava fastidiosamente.
«Quando Adam sarà qui Jarod e la Parker saranno solo un doloroso ricordo… grazie
a voi.»
Uscì facendo chiudere a chiave la stanza da uno dei suoi uomini in nero.
«Sydney! - fece concitatamente Broots - Che cosa vuol dire “grazie a noi”? Jarod
e Miss Parker… Loro…» Non riuscì a concludere la frase.
«Raines li vuole morti.»
«Ci riuscirà?»
«Non lo so. Non dobbiamo sottovalutare Jarod, ma Raines sembra davvero pronto a
tutto. … “grazie a noi”… che cosa avrà voluto dire?»
«Sei pronta?»
Miss Parker fece cenno affermativo col capo.
Erano sul ciglio della statale, di fronte ad una diramazione stradale che li
avrebbe condotti dalla signora che Jarod aveva aiutato la settimana prima.
Avevano evitato accuratamente le sentinelle del Centro camminando tra la
boscaglia più fitta. Aveva da poco smesso di piovere, e dagli alberi ancora
gocciolava acqua piovana, che scendeva a carezzare fastidiosamente la loro
figura.
Il bendaggio sulla fronte di Miss Parker era oramai zuppo di sangue. La ferita
le faceva girare la testa, ma non potevano fermarsi, nemmeno un istante.
Dovevano attraversare la strada e raggiungere il motel in fondo al sentiero
sterrato, pochi metri più a sud. Allora e solo allora avrebbero tirato un
sospiro di sollievo. Ma non potevano rischiare di farsi scoprire proprio ora.
«Jarod, …»
«Manca poco.»
Rapidamente lui la prese per mano e la trattenne al suo fianco, spingendola
delicatamente.
Con pochi passi furono dalla parte opposta. Intrapresero la camminata
costeggiando il sentiero all’interno del bosco, coperti dagli alberi, e giunsero
finalmente al motel.
Era segnalato da una striscia luminosa posta sulla tettoia del porticato, e
pubblicizzato qualche chilometro prima sulla statale. Si avvicinarono
cautamente: c’erano delle auto nere parcheggiate nel piazzale, auto del Centro.
«Adesso che facciamo genio?»
«Sono sicuro che la signora Dealy ci coprirà.»
Pochi secondi più tardi una squadra di spazzini uscì dal locale, salì in auto e
se ne andò sgommando.
Jarod e Miss Parker uscirono furtivamente, sbirciando all’interno della
reception. Nessuno.
«Jarod!» gridò una voce alle loro spalle.
Si voltarono di scatto: «Mikey! - Un bimbetto color cioccolato gli corse
incontro tuffandosi a braccia aperte su di lui. Jarod lo afferrò al volo: -
Mikey! Dov’è la mamma?»
«Sono qui Jarod.»
La madre era una giovane donna di colore, con i capelli neri raccolti in tante
minuscole treccioline che aveva legato in una coda morbida. Aveva un’espressione
dolcissima e sorrideva.
«Grazie al cielo stai bene, sono così felice di rivederti! - continuò
raggiungendo il figlio - Sono passati alcuni signori a cercarti, proprio come mi
avevi detto, li ho mandati via.»
«Hai fatto bene, Michelle.»
La ragazza squadrò Miss Parker: «Ma che cosa vi è successo?»
Miss Parker le lanciò un’occhiataccia.
«Ci siamo imbattuti in quelli che hai mandato via. - spiegò Jarod - Michelle, ci
potresti aiutare?»
«Certo.»
Entrarono.
La stanza era piccola, ma confortevole ed accogliente, con carta da parati rosa
antico ed un motivo floreale in rosso scuro, e mobili in legno di quercia. Un
letto a due piazze, una scrivania, una poltrona e un armadio. Il bagno era sulla
destra.
«Scusatemi, non è molto, ma è l’unica stanza con due uscite, se… per caso
dovesse servire… Io sono sempre a disposizione, sopra la reception.»
«Non preoccuparti Michelle, è perfetta.» rispose Jarod osservando sorridendo la
stanza da letto.
«Certo, se non c’è di meglio.» bisbigliò acidamente Miss Parker con le mani
incrociate sul petto.
Dopo essersi asciugati e cambiati con alcuni vestiti che molto gentilmente aveva
prestato loro Michelle, Jarod sistemò il suo portatile sulla scrivania e la
Parker si coricò finalmente sul letto.
«Aspetta, fammi vedere prima quella ferita.»
Sospirando Jarod le tolse il bendaggio sporco di sangue. La pallottola non era
stata devastante, ma nemmeno troppo gentile: la cute era lacerata abbastanza in
profondità da richiedere l’intervento di punti di sutura. Sfortunatamente Jarod
non aveva il necessario alla baita, e trascorse più di sei ore dall’incidente il
rischio di infezione non consentiva l’applicazione di tali punti. Jarod le
fasciò la testa con della garza pulita, dopodiché le provò la temperatura
corporea. La febbre non la abbandonava un istante, e aumentava di ora in ora.
«Resterà la cicatrice?» chiese allarmata Miss Parker.
«No… o per lo meno non si vedrà molto. - la rassicurò - Perché non prendi un po’
d’antibiotico prima di dormire?»
«Non voglio nessuna medicina: voglio essere sveglia e lucida quando ammazzerò
quel figlio di un cane di Raines!»
Jarod sorrise amaramente.
«Se non ti curerai non riuscirai a muovere un solo passo fuori di qui.»
Spazientita si girò dall’altra parte. Aveva ragione, forse, ma… Cedette: afferrò
il bicchiere che lui le porgeva e trangugiò tutto il liquido rossastro con una
smorfia di disgusto.
«Ah, ah! - rise Jarod - Ora dormi, ti farà bene.»
«E tu, cosa farai?»
«Cercherò informazioni su Adam, e vedrò cosa fare per non incorrere più nei
cecchini di Raines.»
Miss Parker si sistemò meglio tra le coperte.
«Che cosa intendi fare? Vuoi salvare il bambino?»
«Non possiamo fare altro.»
Sbuffando Miss Parker si rigirò nel letto.
Jarod alzò gli occhi dal computer per osservarla. Era stata irriconoscibile in
quelle ore trascorse, distesa tra le coperte con gli occhi chiusi e
l’espressione rilassata non sembrava affatto la donna di ghiaccio che aveva
sempre dimostrato di essere. Qualcosa lampeggiò sullo schermo, attirò di nuovo
l’attenzione su di sé: la ricerca aveva dato i suoi frutti ed aveva incontrato
un file protetto denominato “Adam”.
«Bingo!» sussurrò.
Purtroppo il file era stato inserito in un programma di protezione ideato da
Broots che faceva scattare un allarme al primo tentativo di apertura. Una volta
scoperta la sua presenza nel sistema il Centro l’avrebbe estromesso entro pochi
minuti, ma poteva contare sulla momentanea mancanza dell’ideatore, e senza di
lui sicuramente avrebbe avuto più tempo per curiosare tra le pagine di Adam.
«Che cosa stai facendo?»
«Ben svegliata, Miss Parker. Vieni a vedere, ho appena trovato la gallina dalle
uova d’oro!»
«Adam?» Si mise a sedere sul letto rovesciando le coperte.
Jarod voltò leggermente lo schermo verso di lei.
«Che aspetti, aprilo!»
La pagina iniziale di Adam apparì sotto i loro occhi: una fotografia a colori di
un bambino, di poco più di tre anni, occhi verdi vivacissimi, pelle chiara,
capelli castani scompigliati, sorridente.
«Ma è piccolissimo!» costatò Miss Parker.
«Addestrali sin da piccoli e ti obbediranno meglio. Credi che a Raines importi
qualcosa di lui?! Io avevo quattro anni quando mi hanno sottratto ai miei
genitori.»
Una brevissima biografia collocava la sua nascita nello stato del Montana, da
madre Veronica e padre Joshua, entrambi deceduti il mese scorso.
«Opera del Centro, scommetto.» commentò Jarod guardando Miss Parker con la coda
dell’occhio. Lei inarcò le sopracciglia e continuò a leggere: “ospite
dell’orfanotrofio di Whitehall sino al 10/15…”
«…Che giorno è oggi?»
«Giovedì 15 ottobre.»
Si guardarono negli occhi, pensando entrambi la medesima cosa, e cioè che se non
si fossero mossi per tempo quel bambino sorridente sarebbe stato perso per
sempre.
In quel mentre il terminale di Jarod fu estromesso dal sistema.
Il Centro aspettava già Adam. A che ora avevano appuntamento gli uomini di
Raines a Whitehall? E dove l’avrebbero portato dopo?
«Jarod si è inserito nuovamente nel computer centrale del Centro. Vogliamo
sapere come ha fatto, e che cosa può avere scoperto.»
Broots era legato mani e piedi ad uno scomodissimo sgabello di ferro, con la
pancia contro le gambe e le ginocchia sotto il mento. Gocciolava abbondantemente
di sudore per i soffioni di aria calda che aveva puntati addosso. L’odore fetido
di fogna e rifiuti invadeva la stanza e pungeva le sue narici ogni qual volta il
lento roteare delle pale di uno stanco ventilatore mandava nella sua direzione
folate di asfissiante aria calda. Si sentiva prigioniero di un phon. Aveva i
pantaloni bagnati e la gola secca. In più non sapeva come giustificare il
fallimento del suo programma di sicurezza senza offenderli; la colpa era stata
principalmente loro se Jarod era in qualche modo riuscito a carpire informazioni
dal computer centrale. Soprattutto la sua mancanza aveva contribuito a far sì
che avesse più tempo a disposizione, … ma come dirlo a qualcuno che potrebbe
ucciderti all’istante, o peggio ancora potrebbe uccidere tua figlia?
Broots tossì raucamente: «Dunque… avrei bisogno di un po’ d’acqua… se… se non vi
dispiace… troppo.»
Lo spazzino del Centro si sollevò dal muro e gli andò alle spalle con passo
pesantemente minaccioso. Si chinò su di lui per gridargli nell’orecchio: «Ah!
Vuoi dell’acqua?! Danny, il pidocchio vuole dell’acqua!» ridacchiò.
Danny era evidentemente fuori della porta alle sue spalle e poco dopo la aprì
con un cigolio acusticamente insopportabile.
L’acqua arrivò: una secchiata atterrò sulla sua spina dorsale con tutta la
violenza necessaria ad annullare ogni effetto di sollievo che in quelle
condizioni il ricevere una rinfrescata comportava.
«Ti è bastata l’acqua?» chiese sarcastico l’uomo in nero.
Broots fece cenno affermativo colla testa, tentando di raccogliere con la lingua
le gocce che cadevano dal naso e dalle gote. Jarod era entrato nel computer
centrale. Perché?
«Allora, ti vuoi decidere a collaborare?»
«Che cosa volete sapere?»
«Che cosa sa Jarod?»
Broots tremava di paura e timidamente azzardò: «Ma come faccio io a saperlo?!»
L’uomo sorrise e sparì alle sue spalle. Pochi istanti dopo fu di ritorno con un
carrello ed un computer su di esso.
«Ora rispondimi: che cosa sa Jarod?»
«Sai, Miss Parker, ci ho pensato parecchio mentre dormivi…»
«A cosa?» gli chiese lei mantenendo lo sguardo sulla carta stradale.
Si stavano dirigendo a nord, a Whitehall, sulla strada statale che secondo loro
era la più diretta.
«A tutta questa faccenda: se davvero mi vogliono ammazzare per quel bambino…
bhè, posso anche capirli, dopotutto ho sottratto loro me stesso, Davy Simpkins e
Gemini, sono decisamente scomodo, ma… tu invece, che cosa hai fatto per farti
odiare tanto?»
«Bhè, che motivo ha Raines per fare quello che fa?!»
«Non credo che Raines voglia ucciderti per divertimento. - un breve sguardo a
destra: Miss Parker seguitava a fissare la carta - La mia sensazione è che tu
non me la racconti giusta: c’è di più sotto, e voglio sapere cosa!»
Silenzio. Miss Parker piegò in malo modo la mappa stradale e sospirò voltandosi
verso il guidatore: «Sentiamo, ragazzo d’oro, che cosa credi che nasconda?»
«Dimmelo tu»
«…» Miss Parker esitò, rimase a labbra semichiuse, nell’intento di esprimersi,
ma senza successo. Alla fine rinunciò e si rimise appoggiata allo schienale.
Jarod rallentò improvvisamente.
«Ma che fai!?»
«C’è una pattuglia, dietro quel cespuglio, se ci ferma la polizia addio Adam!»
«… Jarod, … si, hai ragione, il motivo per cui quello schifoso residuo d’umano
mi vuole morta… non è il bambino, né una sua vendetta personale… o almeno non
solo.»
Jarod riprese a schiacciare sull’acceleratore. La strada era sgombra e umida per
il violento temporale della notte precedente. Erano le due e venti del
pomeriggio, ed un pallido sole faceva capolino tra le nubi solo da pochi minuti.
L’aria era fresca, all’esterno.
«Il bambino non c’entra.»
«Questo l’hai già detto.»
Miss Parker si sforzò di non tossire. Non voleva che Jarod si preoccupasse della
sua salute nuovamente. La febbre era sparita da sole due ore, e Jarod sapeva
perfettamente che non poteva sentirsi bene, ma fece finta di niente. Ora la loro
priorità era Adam.
«Ho detto a mio padre che voglio andarmene dal Centro.»
Silenzio.
«Ovviamente non me lo permetterà mai, ma non mi importa più. Questa volta non mi
tiro indietro. Non voglio passare il resto della mia vita a rincorrere te! Non
riuscirei mai a riportarti al Centro.»
«Se ne sei tanto sicura perché non te ne sei andata prima?»
Un cartello con la scritta “Welcome to Whitehall” comparve in lontananza.
Miss Parker lo guardava avvicinarsi sempre di più. Voleva… anzi, doveva trovare
quel piccolo simulatore prima che Raines ci mettesse le grinfie. Non poteva
permettergli di rovinare un altro essere umano.
Sua madre avrebbe fatto lo stesso, ne era certa.
«Sono contento che tu voglia andartene dal Centro, davvero, ma… ancora non
capisco perché Raines voglia eliminarti. E nemmeno perché tuo padre glielo lasci
fare!»
«Non sono affari tuoi Jarod.»
«Ah, davvero?!»
«Già!» scattò Miss Parker. Tossì. E tossì di nuovo.
«C’è una bottiglia d’acqua nella borsa, sul sedile posteriore…»
«Non ne ho bisogno.»
L’orfanotrofio di Whitehall era a soli due isolati.
«Hai freddo?» le chiese.
«No»
«Allora perché stai tremando?»
Spazientita lo freddò con una gelida occhiataccia. «Fermati qui. Che cosa
facciamo se il bambino non c’è?»
Slacciando la cintura di sicurezza Jarod le rispose: «Prega che ci sia ancora.»
Raggiunsero un edificio di cinque piani, in pietra a vista, finestre alte ad
arco, adiacente ad una chiesa. Un convento: l’orfanotrofio di Whitehall.
Entrarono da una minuscola porticina sul lato ovest e si ritrovarono in
un’entrata rettangolare, di fronte a loro un enorme portone di legno intagliato
con due sottili feritoie. Bussarono.
«Chi è?» si sentì dalla parte opposta. Mentre ad una feritoia si affacciava
l’occhio miope di una suora.
«Jarod Heye, assistente sociale.»
L’anziana suora aprì lentamente il pesante portone, indietreggiando e
zoppicando.
«Assistente sociale?!» fece stupita.
«Si, Jarod Heye - ribadì mostrando alla donna il tesserino che lo qualificava -
lei è la mia collega.» Miss Parker strinse le labbra incrociando le mani dietro
la schiena.
«In che cosa posso esservi utile?»
«Siamo qui per Adam. - Jarod lesse l’incomprensione negli occhi miopi della
suora - Doveva essere trasferito oggi, vero?!»
«Si, certo, ma sono già venuti.»
«Quando?» domandò istintivamente Miss Parker.
«Chi?» la corresse Jarod
«Gli assistenti sociali, pochi minuti fa.»
Jarod avrebbe voluto dare sfogo alla rabbia e frustrazione che tentava di
reprimere di fronte alla suora, ma i suoi sentimenti vennero pienamente espressi
dal viso di Miss Parker, tanto che la povera anziana suora si fece prendere dal
panico: «Oh mio Dio! Il bambino! … non erano assistenti sociali?»
«No!» sbraitò Miss Parker spaventando ancor più la già atterrita suora.
«Dove lo stanno portando?»
«I… io non lo so.»
«Da che parte sono andati?»
«A destra, si, a destra, verso l’autostrada, già,…»
«Prendi l’auto!» ordinò Jarod
«Devo chiamare la polizia?»
«Ci pensiamo noi, sorella, non si preoccupi.» intervenne Miss Parker avviandosi
di corsa a recuperare la berlina rossa. “Meglio non avere la polizia tra i
piedi” pensò.
«Oh, che cosa ho fatto! Che cosa ho fatto! Il bambino!» continuava a disperarsi
la donna.
Accorsero altre consorelle allarmate dai lamenti.
Jarod le lasciò nell’atrio a consolare l’anziana suora, salì in macchina
velocemente e Miss Parker voltò bruscamente a destra in direzione
dell’autostrada.
«Come facciamo a rintracciarli?»
«Non lo so.»
«Ah! E tu saresti un genio!» ironizzò
Raggiunsero l’autostrada quasi subito, non c’era praticamente nessuno.
L’adrenalina doveva aver miracolosamente acuito i sensi di Miss Parker, Jarod se
ne accorse dal modo in cui schiacciava il pedale dell’acceleratore. Scartava e
seminava le altre automobili, incurante di tutto. La sua espressione accigliata
era divenuta più intensa ed arrabbiata. “Stupida suora,” pensò Miss Parker “come
ha potuto scambiare degli assassini del Centro per assistenti sociali!?”
«Eccoli!» gridò Jarod puntando l’indice verso un’auto grigio antracite che
viaggiava a poca distanza.
Miss Parker sterzò improvvisamente, mettendosi alla sinistra dell’auto dei
“rapitori”.
Immediatamente riconosciuti, ricevettero il saluto che spettava loro: il
finestrino oscurato si abbassò lentamente e una mano armata emerse dal nulla,
scaricando sulla fiancata della berlina rossa un intero caricatore costringendo
Miss Parker a tornare in carreggiata dietro l’auto.
«Ma porca…! - imprecò Jarod - È la macchina di Michelle!»
Miss Parker sembrava davvero spazientita; si riportò sulla sinistra e sterzò
violentemente. Il contatto produsse scintille e lasciò sgommate sull’asfalto. Le
due auto procedettero affiancate in una danza scricchiolante di lamiere e
scintille, con un assordante rumore di contatto indesiderato.
«Vacci piano, è la macchina di Michelle!» ripeté Jarod
La loro corsa ebbe termine nel canaletto che costeggiava la strada statale da un
paio di chilometri. L’auto scura aveva accartocciato il suo muso sulla sponda
opposta, mentre la berlina rossa era riuscita a rimanere parzialmente sulla
strada.
Miss Parker slacciò la cintura e scese, Jarod fece lo stesso, con un po’ più di
difficoltà. Il suono lamentoso di un clacson proveniva incessante dall’auto dei
rapitori.
«Maledetti bastardi!» sbraitò uno dei due spazzini uscendo a fatica dal posto di
passeggero. Miss Parker lo raggiunse puntandogli la pistola alla tempia
sinistra. «Dammi la tua e non ti ucciderò.» gli intimò. Lo sventurato obbedì
imprecando. «La mamma non ti ha insegnato a non offendere chi ha in mano
un’arma?!»
Jarod scostò il guidatore dal volante e il fastidioso sibilo del clacson cessò.
Una piccola contusione al naso: se la sarebbe cavata. L’acqua aveva invaso
rapidamente l’abitacolo, sebbene non fosse più alta che mezzo metro era meglio
prendere il bambino subito.
Il sedile posteriore era vuoto. “Adam!”
«Jarod…» fece Miss Parker per attirare la sua attenzione sul bambino.
Spostandosi un po’ più a destra Jarod scorse una piccola ombra che si nascondeva
sotto il sedile del passeggero, sperando di non essere scovata.
«Adam?»
Jarod aprì la portiera posteriore e scivolò lentamente accanto al bimbo.
«Adam, mi chiamo Jarod, non avere paura, è tutto passato.»
Il bambino stranamente non piangeva, né dava segno di insicurezza o
preoccupazione, semplicemente osservava inespressivo quel volto nuovo che gli
tendeva una mano per aiutarlo ad uscire dal suo nascondiglio. Lentamente si
trasse fuori, Jarod lo prese in braccio e lo fece salire sull’altra auto.
Miss Parker intanto continuava a tenere sotto tiro il rapitore e con passo
malfermo si allontanò, salì in macchina accanto al bambino.
«Grazie ragazzi, alla prossima. Ah, dimenticavo, questo è per Raines,
assicuratevi che lo riceva, - Jarod gettò all’uomo un dischetto per computer -
un regalino da parte mia. Non fare quella faccia, non sempre si vince!»
Dopodiché se ne andarono rapidamente ripercorrendo il tragitto d’andata.
Un uomo in nero entrò sbattendo bruscamente la porta.
Broots sobbalzò aspettandosi un’altra dolorosa ed inarrestabile secchiata
d’acqua, che però non arrivò mai: il nuovo arrivato si era avvicinato al suo
torturatore e gli bisbigliava qualche segreta informazione nell’orecchio; magari
proprio ora giungeva la notizia che sua figlia era stata presa in ostaggio e che
poteva utilizzare quella carta, o che avevano invece ucciso Jarod e Miss Parker
e che la sua collaborazione non era più richiesta, che potevano procedere al suo
assassinio quindi, … forse. O forse no, forse lo avrebbero torturato ancora per
tutto il giorno o tutta la notte, tanto non aveva idea dell’ora che fosse.
Ma invece l’uomo in nero se ne andò pochi istanti dopo e l’altro, sorridendo
malignamente al povero ostaggio fece lo stesso.
Broots era rimasto solo col computer nella stanzetta puzzolente, legato come un
salame, infastidito da orribili pensieri e dal calore insopportabile.
E vi sarebbe rimasto ancora per parecchio tempo.
Dalla sua stanza al primo piano Michelle vide arrivare in lontananza la berlina
rossa che aveva gentilmente prestato a Jarod. Scese sotto il portico ad
attenderli con un sorriso, sollevata che fossero tornati: Jarod le aveva
raccontato tutto.
Man mano che si avvicinava l’auto riuscì a scorgere la sagoma al volante in
controluce, poi la figura di Miss Parker, poi la testolina di un bambino. Ciò
significava “missione compiuta con successo”. Ma man mano che si avvicinavano,
che proseguivano per la strada sterrata, man mano che le figure non erano più
solo sagome e volumi, ma diventavano dettagliatamente visibili, Michelle scorse
l’irreparabile danno arrecato alla fiancata destra: sedici fori di pallottola e
due enormi squarci sulla portiera anteriore.
«Jarod!… ma… la macchina!» balbettò sconsolata con le mani nei capelli non
appena l’uomo parcheggiò.
«Scusami, te la riparerò io.» fece scendendo dall’auto.
«Dovevo ancora finire di pagarla!»
«Non preoccuparti, tornerà come nuova, promesso. Sono stato anche meccanico,
sai?!»
«Davvero?» Miss Parker tese la mano ad Adam per aiutarlo a scendere.
«Si, due mesi fa. A San Francisco.»
Michelle osservò garbatamente sorridendo al nuovo ospite: «Così è questo, Adam.»
Entrarono.
«Non possiamo stare qui.» sussurrò Miss Parker.
«Non hai nulla da temere, Michelle è una brava persona.»
«Io non temo un accidente!… ma troveranno l’auto prima o poi e verranno a
riprendersi il bambino, io dico che è meglio tagliare la corda prima di mettere
la tua cara Michelle e suo figlio ulteriormente in pericolo.»
Non aveva tutti i torti.
Mikey stava giocando con Adam nella stanza accanto. Michelle stava preparando la
cena.
«Dove andiamo? - le chiese - e come?»
Miss Parker sospirò. Il suo mal di testa non faceva che peggiorare. Si strofinò
il dorso della mano sull’occhio sinistro con fare stanco; erano solo le sei del
pomeriggio ma l’adrenalina di quelle ultime ore l’aveva sfinita. Tornando si
erano fermati un istante all’orfanotrofio, accolti apprensivamente dalla miope
suora e dalle consorelle preoccupate; mostrato ancora una volta il tesserino di
assistente sociale Jarod aveva rassicurato le povere donne che stavolta
avrebbero lasciato Adam in buone mani. Miss Parker aveva atteso in auto onde
evitare di compromettere tutta la commedia. Dopodiché se ne erano andati. Adam
non aveva mai parlato, non aveva mai nemmeno mostrato alcun segno di paura,
stupore, curiosità o qualunque altro sentimento ammissibile in quella
straordinaria circostanza. Le suore sostenevano che fosse così da quando era
stato portato loro. Era comprensibile, dopotutto, che un bambino di soli tre
anni che aveva assistito alla morte di entrambi i genitori fosse rimasto
shockato e…
«Non so, Jarod, forse…»
Passeggiava nervosamente in cerchio da quando aveva messo piede di nuovo nella
cucina di Michelle.
«Non avete nessuno che vi possa ospitare per un po’ in un’altra città?» domandò
la donna continuando a mescolare la minestra in brodo che stava preparando per
la cena.
Miss Parker le gettò un’occhiata gelida: non sopportava essere interrotta, meno
che meno da lei; anche se li aveva aiutati non poteva sopportare la confidenza
che dava a Jarod e soprattutto che Jarod la tenesse tanto in considerazione.
La donna si accorse del notevole risentimento di Miss Parker e pensò bene di
cambiare aria per un po’: «Ah, io vado a vedere che cosa combinano i bambini.»
Si allontanò asciugandosi le mani in uno strofinaccio che portò con sé oltre la
porta. Un istante dopo il suo braccio si affacciò dallo stipite e lo gettò sul
tavolo.
Finalmente soli. «Jarod, dobbiamo trovare Sydney e Broots e portare via da qui
Adam… non sei d’accordo anche tu? … Potremmo anche, che ne so… girare un po’ per
il Paese e…» Lui la guardava senza convinzione.
«E su, Jarod! Sei tu l’esperto! Come facciamo a far perdere le nostre tracce?»
«Che cosa credi che facessero quegli spazzini sulla strada statale questa
mattina presto?»
«Aspettavano noi?!»
«Come sapevano che saremmo venuti da quella parte? E perché non ci hanno seguito
lungo tutta la strada e nel bosco?»
Miss Parker lo guardò con aria interrogativa, come per chiedergli spiegazioni
riguardo quel repentino cambiamento d’argomento. Quella mattina non avevano
certo avuto troppo tempo per pensare alla dislocazione degli spazzini lungo la
via statale, o in un suo tratto, l’unico loro pensiero era rivolto alla
salvaguardia della loro vita.
«Non stavano aspettando noi.» concluse infine con più incertezza che
convinzione.
Sydney era seduto su di una branda da carcerato in una vuota, anonima, piccola
stanza nel seminterrato di un edificio sconosciuto. Uno spazzino passeggiava
lentamente e sicuro di sé accanto alla porta chiusa a chiave. Impugnava la
pistola che teneva nella fondina sotto la giacca e si lisciava la barbetta
incolta.
Aveva rivolto a Sydney le stesse domande che erano state rivolte a Broots,
ricevendo analoghe risposte.
I due non sapevano nulla di concreto. Stando alle loro affermazioni.
Sydney sospirò stropicciandosi gli occhi stanchi. Sperava ardentemente che Jarod
e Miss Parker fossero entrambi in salvo, lontani dal Centro e lontani da quel
pazzo di Raines.
Lo spazzino passò di fronte alla stanza e sbirciò dalla feritoia verticale sul
lato della porta e scomparve oltre il cemento armato. Sydney lo guardò truce e
tornò ai suoi pensieri; un’ombra strisciò fulminea fuori della porta e catturò
la sua attenzione. Il corridoio era semibuio e Sydney si avvicinò alla porta
arrugginita per vedere meglio. Accanto al muro due piccoli occhietti vispi e
chiari lo fissavano incuriositi. Sydney si appoggiò alla porta e alla fioca luce
di una lampadina scorse una manina bianca, stretta a pugno sulla gonna a pieghe
blu.
«Ciao!»
La bambina non rispose.
«Io mi chiamo Sydney, e tu?»
Dalla penombra la bambina lo osservava zitta stropicciando la gonna a pieghe con
le manine.
«Che cosa ci fai qui sotto?» chiese Sydney gentilmente.
Silenzio.
«Chi sei?» chiese di nuovo.
«Eve.» rispose flebile una vocina.
Dei passi risuonarono minacciosi sul cemento del corridoio di là dalla porta. La
bambina impaurita sparì nell’oscurità. Avvicinandosi i passi divennero più
chiari e più forti, distinti, e Sydney sentì anche il cigolio che li
accompagnava ritmicamente. L’attesa fu rotta dall’apertura della porta
arrugginita; Raines si affacciò trascinandosi dietro quella sua inseparabile
bombola dell’ossigeno, il suo viso illuminato da uno sguardo di superiore
consapevolezza.
«Non è più necessario, oramai Jarod è nostro.» sentenziò.
«Stavano aspettando il bambino?»
«Non credo, sono venuti a prenderlo solo questo pomeriggio, …»
Miss Parker passeggiava massaggiandosi le meningi doloranti col pensiero che
forse la minaccia della febbre o, peggio ancora, di un’infezione non era del
tutto archiviata.
«Non stavano aspettando noi, non aspettavano Adam, non aspettavano nessuno, in
fondo perché avrebbero dovuto aspettare qualcuno armati fino ai denti?!» sbottò
lei.
Jarod sospirò.
Michelle si affacciò alla porta della cucina. La minestra stava bollendo e
nessuno si era preoccupato di spegnere il fuoco. Bisbigliando azzardò un cenno a
Jarod che si affrettò a spegnere i fornelli sotto lo sguardo critico di Miss
Parker a cui non importava nulla della cena.
«Ah! - sobbalzò improvvisamente - Sydney e Broots! Ma certo, quei cecchini non
stavano cercando, ma vigilando, proteggendo qualcosa!»
«Sydney e Broots?! Chi sono? Altri bambini?» chiese timidamente Michelle.
«No, - le spiegò Jarod versando nei piatti la minestra col mestolo - sono due
collaboratori di Miss Parker.»
«Lavorano per il Centro?»
«Si.»
«Ma certo! Lì nei dintorni ci devono essere Sydney e Broots! E non cercavano
noi, ci stavano solo tenendo lontani.»
Jarod approvò la sua intuizione, dopotutto era plausibile anche se un po’
azzardata.
Miss Parker uscì dalla stanza e trovò Mikey davanti a lei con le braccia tese e
i palmi aperti, Adam lo imitava, in attesa di qualcosa. Li squadrò per qualche
istante, poi incrociò le braccia sul petto ed inarcò le sopracciglia. Mikey si
guardò le mani, poi disse debolmente: «Ci siamo lavati le mani, guarda.»
«Oh si, davvero perfetto.» rispose acidamente andandosene.
«Credi di poterti fidare di lei?» chiese Michelle.
«Credo di si, in fondo è fuggita dal Centro e dai suoi sicari con me, non vedo
perché dovrebbe rischiare di farsi uccidere.» le rispose Jarod.
Michelle terminò di sistemare i piatti in tavola e chiamò i bambini.
«Non so, Jarod, è molto fredda e… se devo essere sincera quella donna mi fa un
po’ paura.»
Jarod sorrise.
La prima volta che aveva incontrato Miss Parker era stata al Centro, quando
entrambi erano ancora bambini. Crescendo aveva imparato a conoscerla e, anche se
era molto cambiata nel corso degli anni, Jarod non poteva non pensare che in
fondo avesse solo dimenticato la sua dolcezza al Centro, senza mai perderla.
Certamente Miss Parker non era cattiva, non c’era cattiveria nelle sue azioni.
La sua vita sino a quel momento era stata difficile e la prospettiva che la
situazione rimanesse tale non era facile da sopportare.
«Miss Parker è molte cose, ma non è senza cuore.»
L’aria fresca della sera le accarezzava timidamente il viso e il pungente odore
dei pini le attraversava l’anima. Quell’ebbrezza la faceva sentire carica di
forza e determinazione. A braccia conserte in piedi rimase per qualche istante
ferma nella penombra del crepuscolo, ad ammirare lo splendido paesaggio del
bosco che si stendeva sulla vallata nel retro del motel. Poteva chiaramente
sentire l’adrenalina scorrerle nelle vene come un brivido elettrizzante ad ogni
respiro.
Chiuse gli occhi e le parve di cadere in un vortice; li riaprì. Inspirò
profondamente di nuovo socchiuse gli occhi, ma di nuovo quella sensazione di
vuoto si impadronì di lei, lasciandola senza fiato. Ora le girava la testa, le
facevano male gli occhi e il sangue nelle vene scorreva più velocemente. Con lo
sguardo severo rivolto al tramonto di una estenuante giornata Miss Parker si
chiese come sarebbe stato il domani. Avrebbe dovuto fuggire per sempre dai
cecchini del Centro? Avrebbe continuamente rischiato la propria vita per la
libertà, come Jarod? Che cosa ne era stato di Sydney e Broots? E che cosa ne
sarebbe stato del bambino, di Adam? Ponendosi tali domande il suo mal di testa
aumentò. Avrebbe voluto chiamare suo padre, magari avrebbe chiarito tutto, ma…
era troppo rischioso.
L’odore dei pini ebbe la meglio e quell’attimo di frenesia la rese ebbra al
punto che vacillò reggendosi a stento sulle gambe, e quando quella intensa
sensazione si dileguò improvvisamente non le restò se non il nulla. La desolante
solitudine di quel posto e il flusso dei suoi incerti pensieri fu interrotto:
«Miss Parker.»
Si voltò di scatto. Troppo in fretta forse per il suo equilibrio compromesso e
la sua ormai fragile stabilità. Dovette fare un passo indietro per non cadere.
Jarod le tese una mano che lei prontamente scostò fulminandolo con uno sguardo
più freddo del ghiaccio.
«Non vieni a mangiare qualcosa?»
Ancora infastidita dal suo evidente mancamento Miss Parker scosse la testa
lievemente indietreggiando.
«Sei pallida.»
«…» non lo guardò.
Jarod le passò una mano delicatamente tra i capelli neri, scostando il ciuffo.
Lei si ritrasse, troppo tardi.
«Ti è tornata la febbre!»
«No!»
«Vieni dentro.» le ordinò.
Rimase immobile a fissare la distesa delle cime degli alberi che si ergevano a
perdita d’occhio nella valle sotto il pendio. Gli occhi lucidi, si sentiva
svenire, se solo avesse azzardato un passo era sicura che le sue gambe non
avrebbero retto.
Jarod la prese in braccio.
Broots e Sydney si trovavano ora in celle contigue, separate da una parete di
sbarre.
Broots se ne stava chiuso nelle spalle avvolto in un panno e rannicchiato sulla
sua branda accanto al muro, ancora tremolante per lo spavento.
Sydney sedeva a braccia conserte sempre pensieroso.
Nessuno dei due sapeva dove si trovava e se ne sarebbe uscito.
Broots, rimasto solo nella puzzolente stanzetta delle torture, aveva preso il
computer accanto a lui sul carrello e con fatica aveva scritto e spedito
un’e-mail all’indirizzo “Refuge”, ovvero “Rifugio”: la posta elettronica che
utilizzavano Sydney e Jarod. Sperava così che Jarod o Miss Parker in qualche
modo li avrebbe rintracciati e fosse venuto a liberarli dallo sguardo vigile e
minaccioso degli spazzini fuori della porta. A dire il vero non sapeva nemmeno
lui dove si trovasse in realtà, ma nel messaggio aveva indicato alcuni
particolari che avrebbero potuto aiutarli a rintracciarli, come il rumore di un
fiume che aveva sentito distintamente mentre erano sul furgone, il fatto che
dovesse essere una struttura abbastanza grande e che si estendeva anche nel
sottosuolo a un’ora circa di viaggio in macchina dal luogo in cui erano stati
prelevati; sempre che non avessero fatto deviazioni per disorientarli.
Comunque il messaggio era stato inviato. Ora Broots contava su Jarod e Miss
Parker, sempre che fossero ancora vivi.
In fondo al corridoio si aperse una porta e il carrello col computer venne
spinto all’interno da uno spazzino di Raines. Si fermò di fronte alla cella di
Broots e con voce roca gli ordinò di controllare che cosa conteneva il dischetto
che Jarod aveva consegnato loro. Una squadra di impiegati aveva tentato
inutilmente fino a quel momento di aprire il file ma senza successo. Broots si
avvicinò lentamente e timidamente infilò le braccia tra le sbarre. Il file
necessitava di una password nascosta, ma non era inaccessibile e in pochi minuti
Broots lo aprì. Il suo aiuto era davvero prezioso, comunque pensasse Lyle. Una
volta aperto, il file lanciò un programma e una traccia audio con la
registrazione della voce di Jarod: «Salve! Spero che non vi arrabbierete troppo
se salvo un bambino dalle vostre torture mentali, ma ho altri progetti per lui.
Ora, il programma che si è lanciato all’apertura del file è un virus ideato da
me. Scommetto che vi dispiace non avermi dalla vostra parte! Comunque, il virus
attaccherà principalmente il programma di sicurezza del Centro, dopodiché
passerà alla distruzione dei dati e se ci arriverà manderà in tilt il vostro
computer centrale. Buona fortuna!» Broots rimase a fissare lo schermo senza
parole. E ora? Lo spazzino sgranò gli occhi e si mise a gridare: «Fermalo!
Brutto idiota, fa qualcosa!» Broots non sapeva che fare il terminale si era
oscurato, evidentemente il virus aveva già iniziato la sua opera estromettendo
tutti i computer collegati al Centro ed impedirlo era davvero impossibile senza
un accesso al computer del Centro, che era appena stato disconnesso dalla rete.
Jarod era davvero un genio.
Miss Parker era distesa sul letto con aria avvilita. La sudorazione era intensa
e non riusciva a mettere a fuoco la vista. L’unica cosa di cui era certa era la
presenza di Jarod nella stanza: la sua colonia la inebriava come l’odore dei
pini. Avrebbe voluto parlare ma le parole le si strozzavano in gola. Non era una
piacevole sensazione.
«Jarod, - chiamò Michelle affacciandosi alla porta della stanza - il tuo
computer in cucina lampeggia. Che cosa significa?»
Jarod alzò lo sguardo dalla cartina che stava consultando nell’intento di
individuare il luogo in cui Sydney e Broots potevano essere prigionieri. Pensò
per qualche istante. «È arrivata un’e-mail.»
Michelle rimase sola con Miss Parker nella stanza. Timidamente si guardò intorno
e si avvicinò al letto cercando di capire se la ragazza stesse dormendo oppure
no. Miss Parker si scostò una ciocca dal viso infastidita e Michelle si ritrasse
improvvisamente.
«Vuoi un po’ d’acqua?» fece sorridendo mesta.
Miss Parker agitò una mano nella sua direzione e mormorò qualcosa.
«Come?!»
«Dov’è… - ripeté sforzandosi - …»
«Jarod?! È in cucina ha ricevuto un’e-mail. Adam e Mikey sono qui fuori che
giocano. Aspetta… - si avvicinò di nuovo e le rinfrescò il viso con un
fazzoletto bagnato - Jarod dice che è necessario abbassare la temperatura.»
Strizzando gli occhi Miss Parker si voltò dall’altra parte.
«Jarod mi ha parlato molto di te, sai?»
Miss Parker sospirò e le rivolse uno sguardo che parlava da solo: “Ma davvero?!
Sentiamo un po’!”
Michelle sorrise: «Si, quando è stato qui la prima volta. Credo che lui ti stimi
molto, ma che non voglia dirtelo apertamente. - mestamente inclinò la testa e
chiuse gli occhi per un istante - Jarod è un uomo magnifico, sei davvero
fortunata ad averlo incontrato; riesce a far sentire le persone importanti, non
trovi?! È una di quelle persone che è raro trovare sul tuo cammino, e io… bhè,
se non fosse stato per Jarod credo che Mikey non sarebbe qui ora, io gli devo
molto, e farò il possibile per aiutarlo, come lui ha aiutato me.» si tacque
soprappensiero. Miss Parker la guardava febbricitante. Ormai la voce angelica
della negretta assomigliava molto più ad un’eco lontana, ma percepiva
ciononostante il senso languido e malinconico di quelle parole quasi sussurrate,
ed il tepore del corpo di Michelle la fece rabbrividire.
In quel mentre Jarod rientrò di corsa: «Broots mi ha inviato un’e-mail! - gridò
- Avevi ragione Miss Parker, sono più o meno là dove ci hanno assaliti.»
Miss Parker tossì faticosamente tentando di alzarsi sui gomiti, ma era talmente
debole che non poté neppure sollevare la testa dal cuscino.
«Michelle, che cosa c’è in questa zona abbastanza grande da poter nascondere un
laboratorio, o qualcosa del genere?» le chiese porgendole la carta stradale che
aveva consultato sino a poco prima. Michelle osservò attentamente: «Non so, qui
dovrebbe esserci una fattoria abbandonata, ma dubito che nascondano qualcosa lì
dentro, ma… forse qui: la vecchia cartiera è in disuso da anni ed è una
struttura abbastanza grande.»
Jarod segnò il punto sulla mappa. Una vecchia cartiera…
Jarod le si avvicinò e le chiese a bassa voce: «Michelle, ho bisogno del tuo
aiuto: prepara una borsa con un paio di vestiti, prendi dell’acqua fresca e
porta Miss Parker all’ospedale più vicino. Registrala sotto un nome falso,
inventalo, poi aspetta lì finché non sarò tornato con Sydney e Broots. Ok!? … -
Michelle asserì colla testa e lo guardò dritto negli occhi con sguardo
preoccupato; Jarod strinse le labbra e per tranquillizzarla ripeté: - Tornerò
presto, vedrai, è una promessa.»
Michelle sapeva che le promesse di Jarod venivano regolarmente mantenute e voltò
il viso sull’esile figura di Miss Parker che si agitava tra le coperte.
«Porta sempre con te Adam e Mikey, mi raccomando, non perderli mai d’occhio.
Conto su di te.» aggiunse.
«Va bene.»
Michelle si ritirò al piano di sopra e Jarod si sedette accanto a Miss Parker.
«Jarod… - bisbigliò - che cosa hai in mente di fare?»
«Ancora non lo so, ma a qualcosa penserò. Il dischetto che ho dato agli spazzini
di Raines conteneva un virus, se lo hanno portato a Broots a quest’ora avrà già
cominciato ad agire, pensavo di usarlo per inserirmi di nuovo nel loro computer,
ma ci sarà più utile del previsto, ora.»
Miss Parker si strofinò gli occhi con il palmo della mano.
«Ho già chiesto a Michelle di portarti all’ospedale, vedrai che con una flebo
d’antibiotico e un paio di giorni di riposo ti sentirai meglio.»
Adam si tirò faticosamente sul letto e camminando a gattoni raggiunse Miss
Parker.
«Non voglio andare in ospedale!»
«Non puoi fare niente in queste condizioni e questi continui sbalzi di
temperatura non fanno di certo bene al tuo fisico, mi sarà più utile saperti in
un posto sicuro che con me.»
«Non dire idiozie, non puoi farcela da solo! Dammi quella roba rossa che mi hai
fatto bere stamattina, ha funzionato!»
«No! Ora tu vai in ospedale con Michelle e i bambini, e guai a te se non ti
trovo in perfetta salute quando ritorno.»
Adam si accoccolò sul cuscino di Miss Parker e si mise a giocare con i suoi
capelli. Jarod le sentì la fronte bollente e sospirò impaziente.
«Non mi piace Michelle, non mi fido di lei.»
«Cosa?! E perché?»
«Fa troppe domande e non… non mi piace come mi guarda! Potrebbe anche lavorare
per il Centro, in fondo cosa ne sappiamo noi!»
Jarod rise, ricordandosi della conversazione che aveva avuto con Michelle prima
di cena a proposito di Miss Parker. «Non temere, è un’amica.» concluse.
Lei scostò nervosamente le manine di Adam che le attorcigliavano i capelli neri.
Forse Jarod aveva ragione, ma non le andava di essere accudita da quella donna.
Si sentiva pateticamente inerme.
«Da bravo Adam, lascia stare Miss Parker.» Jarod lo prese in braccio e lo posò a
terra mentre Adam salutava con la mano Miss Parker. Lei sorrise amaramente.
«Che cosa ne sarà di lui, ora?»
«Per ora è affidato alle tue “amorevoli” cure finché non torno… mi raccomando.»
Miss Parker sorrise di nuovo, ma senza convinzione e tossì debolmente un paio di
volte: «Non ci posso credere, che cosa diavolo mi sta succedendo: la febbre deve
avermi fatto impazzire. Fare da mammina ad un moccioso che ho salvato dal
Centro!… E pensare che il mio compito è di riportartici… Come ho potuto scappare
insieme a te! Avrei dovuto consegnarti a loro invece di aiutarti a fuggire!»
strizzò gli occhi, le girava la testa.
«Ma ci stavano sparando addosso.» obiettò.
«Non avresti dovuto trascinarmi con te!» fece lei.
«Non avresti dovuto inseguirmi.»
«E tu non avresti dovuto fuggire dal Centro!» replicò spazientita.
«Non avrei mai dovuto nemmeno mettere piede al Centro!» la zittì.
Miss Parker si tacque fissandolo negli occhi. Il suo dolce sguardo era pieno di
triste consapevolezza.
«Come avete fatto a rintracciarmi, in mezzo al bosco, ieri?» chiese Jarod.
«Angelo. - rispose Miss Parker sospirando - Ci ha segnalato un ritaglio di
giornale che riportava la notizia di un salvataggio nel bosco di un bambino da
parte di un forestiero. Ho pensato di venire a controllare.»
Jarod strinse le labbra maledicendo tra sé i giornalisti.
«Angelo… non vi avrebbe mai mostrato quell’articolo perché voi mi catturaste.»
«Che vuoi dire?»
«Forse lo ha fatto perché sapeva che il Centro voleva uccidermi.»
«E io?! Che cosa avrei dovuto fare, io?! Salvarti?!» commentò scetticamente.
Jarod sbatté le palpebre scacciando un raggio di sole infiltrato tra le tende.
«È proprio quello che hai fatto.» rispose quasi sussurrando.
Miss Parker spostò il suo sguardo sul bambino che la guardava con occhi verdi
curiosi e vispi.
«Sai, credo che lui si sia già affezionato: mentre dormivi si è seduto qui
accanto e mi ha chiesto che cosa avevi; ti ha anche lasciato il suo pupazzetto
sotto le coperte per aiutarti a guarire.» Miss Parker tirò fuori un coniglietto
bianco spelacchiato che il bambino si era portato dietro dall’orfanotrofio.
«Perfetto.» commentò in tono acido. Chiuse gli occhi stanchi stropicciando le
lenzuola.
Jarod contemplò il pezzo di cielo che si riusciva a scorgere dalla finestra; le
nubi si stavano diradando, sarebbe stata una notte serena, forse, e l’indomani
una giornata impegnativa. Meglio agire in fretta, prima che il Centro corresse
ai ripari.
«Non c’è niente da fare, non funziona più nulla, telecamere, sistema
antincendio, cancelli elettrici, interfono, niente…»
«Non è possibile! Riprova!» ordinò lo spazzino puntandogli la pistola alla
testa.
«Ma non so cosa fare, il computer è andato, si è come bloccato, non posso fare
niente!» cercò di giustificarsi Broots alzando le spalle.
«Che cosa sta succedendo?» tuonò una voce rauca e minacciosa avvicinandosi con
un cigolio.
«Bhè, ecco, si tratta del dischetto che vi ha consegnato Jarod. - spiegò -
Dunque, io non sapevo che fosse un virus, e… mi hanno chiesto di aprire il file
e…» cercando le parole più adatte Broots si impappinò e balbettò
involontariamente.
«Ripari a questo imperdonabile errore signor Broots!» ordinò Raines perentorio.
Voltandosi lentamente squadrò Sydney che sorrideva sornione senza farsi notare
troppo.
«Che altri scherzetti ci ha preparato il tuo pupillo, Syd?»
«Non saprei, Jarod è davvero imprevedibile.» rispose con quel suo mezzo sorriso
sulle labbra Sydney.
Raines si voltò. Il suo spettro si trascinava per i corridoi del Centro da quasi
tutta la vita, quei corridoi erano diventati casa sua e si sentiva Dracula nella
sua bara: perfettamente a suo agio; ma ora, tra le spesse mura di una cartiera
abbandonata era diverso; Sydney osservò la sua sagoma agghiacciante sparire
nell’ombra di quel tetro magazzino, scivolare scricchiolando verso una tana più
sicura. Si sentiva vulnerabile, ne era certo.
«Non cantare vittoria Sydney, non hai ancora visto di che cosa sono capace.»
mormorò chiudendosi la porta di ferro alle spalle con un pesante frastuono.
La foschia mattutina si stava gravemente infiltrando tra gli alberi svettanti.
La tensione di quelle ultime ore stava via via raggiungendo il suo culmine.
Dipendeva tutto da lui. Si era alzato un po’ di vento e gli aghi e le foglie si
sollevavano da terra volteggiando lentamente sopra la sua ombra. Jarod si
incamminò velocemente in mezzo al bosco in direzione ovest, parallelamente alla
strada statale costeggiando il fiume, armato di una torcia elettrica, del suo
portatile e della pistola di Miss Parker. La visibilità era poca, ma non sarebbe
stato un viaggio molto lungo, giusto un paio di miglia.
Se l’intuizione di Miss Parker fosse stata giusta Broots e Sydney non erano
lontani. Sperava che stessero bene. Il Centro aveva tentato di ammazzare lui,
perché con loro avrebbe dovuto essere più clemente?! Pensò che se davvero quella
cartiera abbandonata era un laboratorio segreto di Raines da quelle parti
avrebbe dovuto essere pieno di cecchini, specialmente dopo lo scherzetto del
virus.
Scorse in lontananza la sagoma nera e massiccia dell’edificio che si ergeva tra
gli alberi a una ventina di metri di distanza dalla strada statale; un posto
riparato dalle attenzioni dei passanti, che non dovevano essere molti comunque.
Jarod spense la torcia e si fece largo tra i rami dei pini a tentoni. A
quest’ora Miss Parker e Michelle dovevano aver raggiunto l’ospedale.
Con il binocolo sbirciò lungo il perimetro: tre cecchini armati di mitra e in
assetto da combattimento passeggiavano burberi accanto al cancello e a turno
facevano il giro della recinzione. Aspettavano lui. Riconobbe Willy, lo spazzino
di Raines che aveva sparato a Miss Parker tentando di colpire il padre, e Sam,
lo spazzino di Miss Parker. Il terzo non lo conosceva. Si avvicinò ancora un po’
e aspettò. Il perimetro della cancellata esterna era controllato da tre spazzini
su ogni lato, ciò significava che Broots aveva aperto il file e lanciato il
virus. Jarod aprì il suo portatile e digitò qualcosa. E attese.
La sirena scattò pochi secondi dopo, alzando il suo lamento al cielo nero e
singhiozzando una luce rossa irradiò il cortile d’entrata ed i corridoi
dell’edificio. Jarod sorrise sornione. I tre spazzini si posizionarono intorno
alla recinzione guardinghi, pistola in pugno. Willy fece cenno silenzioso agli
altri due di controllare in giro.
«Che cos’è, Sydney?» fece allarmato Broots scattando in piedi al primo lamento
della sirena.
«Jarod.»
Lo spazzino accanto alle celle afferrò la sua arma pronto ad utilizzarla sul
simulatore e chiese istruzioni via radio. “Sparate a vista” fu la risposta.
Raines ansimò nei tubicini che gli occupavano le narici. Cominciava la
battaglia, anche se questa volta era sicuro di vincere. Doveva, a tutti i costi
o il Triumvirato gli avrebbe sottratto la paternità dell’operazione, e questo
significava perdere ogni potere di controllo sugli esperimenti futuri del
Centro. Jarod non aveva scampo. Stavolta aveva pensato a tutto.
«Voglio che lo prendiate, sono stato chiaro!?» sibilò alla radio.
Jarod scese silenziosamente il pendio e sottraendosi rapidamente alla luce dei
fari si avvicinò alla recinzione.
Raines rimase immobile in piedi nella stanza della sorveglianza, lo sguardo
fisso sul monitor spento, sembrava una statua di sale, la pelle raggrinzita e
gli occhi infossati rispecchiavano l’aspetto demoniaco del suo carattere. Ma
nonostante la sua impassibile figura il suo nervosismo aumentava di minuto in
minuto. Infilò la mano nella tasca della giacca nera e prese fuori un pacchetto
di sigarette già parzialmente consumato. Uno degli spazzini che lo attorniavano
gli porse l’accendino. Il primo tiro diede seguito ad una serie di spasmi
polmonari che fecero contrarre l’uomo come fosse epilettico. Ripresosi, Raines
inspirò più profondamente dai tubicini e ripeté.
«Questa roba mi ucciderà Grey.» ansimò tossendo soddisfatto.
«Sempre che prima non ti uccida io!»
Raines ed i tre spazzini si voltarono improvvisamente.
«Jarod! Come hai fatto ad arrivare fin qui?» rantolò Raines gettando la
sigaretta ai sui piedi e schiacciandola con piacere perverso.
«Non lo immagini? Mi deludi.»
I tre spazzini estrassero le loro armi automatiche e uno di loro prese in mano
la radio per richiedere rinforzi.
«Ah, se stai cercando Willy e gli altri… mi spiace ma credo che non siano in
condizioni di risponderti ora.»
«Che cosa ne hai fatto?»
«Io?! Io non ho fatto nulla, hanno fatto tutto da soli. - commentò sorridendo e
ripensando ai tre uomini ammanettati tra loro con le loro stesse manette - Non
vi pare strano che servano tante persone per uccidere un uomo solo?»
«Infatti, ne basta una sola!» fece uno degli spazzini alzando la pistola.
«Ah-ah, attenzione, non è così facile…»
Lo spazzino si fermò. Jarod sospirò divertito e con una fulminea mossa gli
sottrasse la pistola dalle mani colpendolo ai polsi. L’uomo gridò e gli altri
spazzini alzarono le armi di riflesso in difesa.
«Sparategli!» gridò Raines indietreggiando.
Ma Jarod era già sparito oltre la porta che si chiuse alle sue spalle.
«Maledetto… prendetelo!»
Gli uomini in nero gli corsero appresso, ma la porta era bloccata: Jarod li
aveva intrappolati.
Sydney aspettava pazientemente nella sua cella con un mezzo sorriso stampato in
faccia guardando divertito lo spazzino di guardia che girava su sé stesso
guardingo, pistola in pugno e radio nell’altra mano. Broots era sempre più
sconvolto, gli occhi sbarrati e l’espressione atterrita, se ne stava tremante
con le mani strette alle sbarre della sua cella.
«Signor Raines, qui è tutto normale, passo.»
«Assicurati che i due prigionieri non fuggano. - ordinò dalla sala di controllo
- Danny, dammi la situazione.»
Danny non rispose. «Ripeto, Danny, dammi la situazione!» gridò spazientito al
microfono della radio sibilando.
«Scusalo, ma ora ha da fare. - ridacchiò Jarod all’altro capo del microfono -
Passo e chiudo!» scherzò.
Raines era su tutte le furie: «È nel settore otto, ha neutralizzato Danny!
Prendetelo, vivo o morto!» sentenziò.
Scese i pochi gradini che precedevano la porta con passo felpato, stringendo
saldamente la sua pistola. Seguiva le grida. Quei lamenti erano terrificanti,
atrocemente pietrificanti. Un brivido scosse la sua schiena mentre tendeva una
mano alla maniglia in ferro della porta. Era spessa, ma ciononostante i lamenti
di dolore laceravano i suoi timpani e la sua coscienza. Si sentiva responsabile,
anche se non si rendeva ancora conto per che cosa. Lentamente afferrò la
maniglia e la spinse, uno spiffero gelato la investì e l’odore del sangue le
invase le narici. Chiuse gli occhi schifata. Un altro brivido la fece vacillare,
riaprì gli occhi e spinse la porta. Entrò.
«Jarod… Jarod!» mormorò rigirandosi nel letto.
Michelle le si fece accanto e le carezzò una guancia per svegliarla: «Miss
Parker… era solo un sogno.» disse dolcemente guardandola in viso.
Miss Parker si guardò intorno sbattendo le palpebre e cercando di mettere a
fuoco l’immagine di una minuscola stanzetta dall’aspetto asettico e pulito:
niente quadri, niente colori, niente luce, solo un letto vuoto accanto al suo e
due sedie di plastica all’apparenza scomode.
«Dove siamo?»
«Saint Catherine’s Memorial Hospital di Whitehall, Montana.» rispose.
Miss Parker gemette ricordandosi la dolorosa esperienza di quegli ultimi due
giorni. Lentamente i suoi occhi si abituarono al buio.
«Devi essere molto legata a Jarod, se chiedi di lui anche nel sonno.» commentò
Michelle ridacchiando.
«Non sono legata a Jarod in nessun modo!» sbraitò più sveglia di prima.
«Ora so che ti stai davvero rimettendo: questa è la Miss Parker che ho
conosciuto.»
«Tu non mi conosci affatto!»
Michelle sorrise bonariamente. Il leggero colorito che già cominciava a
dipingersi sulle gote della donna la faceva apparire molto meno fragile di
quanto le era sembrata prima. «Lui mi ha molto parlato di te, te l’ho già detto,
no?! Io non volevo farti arrabbiare, credimi.»
Miss Parker strinse le labbra e sussurrò minacciosamente: «Ma tu non mi hai
ancora vista arrabbiata.»
«Miss Parker sta male?» chiese una vocina dal pavimento.
Si sporse oltre la sponda del letto e vide Adam che se ne stava seduto su di un
tappeto con il coniglio bianco e Mikey, e la guardava curioso.
«No, Adam, ora sta già meglio.»
«Io… Ahm, … ho avuto un incubo, tutto qui.» confermò.
«Ah! Ricordati Miss Parker, tu ora ti chiami Catherine.» le bisbigliò
all’orecchio Michelle.
«Cosa?!» gridò.
La ragazza sembrò imbarazzata, si ritrasse timidamente e balbettò in segno di
scusa: «Bhè, io non ho molta immaginazione, e quando ho dovuto registrarti con
un falso nome ho visto quello dell’ospedale e… non ti piace?»
Miss Parker arrossì violentemente. Era imbarazzante sentirsi chiamare col nome
di sua madre; era così strano come tutti le dicessero che era proprio uguale a
lei. Rimase in silenzio per qualche istante nel ricordo della sua mamma
scomparsa e si sentì le lacrime salire agli occhi. Si scrollò improvvisamente
quell’immagine dalla mente e riprese: «No, va bene.» In realtà pensò che
l’averla registrata sotto il nome di Catherine Parker avrebbe sicuramente
aiutato il Centro a rintracciarla, se lo avesse voluto.
Michelle le prese una mano tra le sue, era calda e rassicurante.
«Il dottore assicura che starai molto meglio dopo qualche giorno di riposo, ma
vorrebbe tenerti in osservazione in ospedale per via dell’ulcera, potrebbero
sorgere complicazioni.»
Miss Parker rimase sdraiata a letto per qualche secondo senza dire nulla, poi
improvvisamente si alzò a sedere e si strappò i tubi della flebo che aveva
attaccati alle braccia e subito cominciò a sanguinare.
«Ma che fai?»
«Devo andare da Jarod.» rispose tranquillamente tastandosi la testa fasciata.
Michelle le afferrò il polso tenendola seduta. Miss Parker si voltò di scatto e
la fissò negli occhi con uno sguardo gelido.
«Sei impazzita, che cosa vorresti fare?!» insisté strattonandola.
Miss Parker si liberò dalla presa e scese dal letto. Michelle le si parò
davanti.
«Non puoi uscire, non stai ancora bene!»
«Me ne infischio, Jarod si farà ammazzare! Devo andare da lui.»
«No! - gridò - Non devi! Jarod mi ha chiesto di tenerti qui e io farò
esattamente come ha detto.»
«Ma chi sei tu, il suo cagnolino?»
Michelle imbarazzata fece un passo indietro e distolse lo sguardo. «S… smettila!
- balbettò - Stai spaventando i bambini.»
Lei si voltò e posò l’attenzione su Adam e Mikey che si erano nel frattempo
andati a sedere accanto alla finestra e assistevano alla scena con attenzione.
Fuori c’era vento e le pesanti persiane nere sbattevano con violenza, lasciando
a tratti intravedere come un lampo le fronde degli alberi nel cortile agitarsi e
frusciare contro il muro dell’imponente edificio.
«Io mi fido di Jarod. Mi ha promesso che tornerà!»
«E Jarod mantiene sempre le promesse, non è vero?!»
Michelle tentennò, non capiva l’assurda ostinazione di Miss Parker: «Certamente.
Miss Parker, se non ti fiderai di lui non potrà mai aiutarti!»
Lei sospirò spazientita e scosse la testa.
«Credimi! - Michelle le prese di nuovo il polso e la spinse indietro verso il
letto - Se Mikey è qui con me è unicamente merito di Jarod.»
«Smettila con questa commedia! Non ti sopporto! - gridò - Piantala di fare
l’innocentina!»
«Ma che dici?!» balbettò Michelle.
«Tira fuori le unghie invece di appoggiarti a Jarod come una stupida, ho visto
come lo guardi, ti sei innamorata di lui!» fece in tono tagliente.
Michelle sbarrò gli occhi sorpresa: «Allora è questo…?»
«Questo cosa!?» scattò Miss Parker.
«È gelosia! Sei gelosa, è per questo che mi odi tanto!»
Miss Parker impallidì, avvicinò il suo viso a quello di Michelle e con uno
sguardo più freddo del ghiaccio, tagliente e arrogante, le sibilò: «Non dire
sciocchezze ragazzina.»
«Ti prego… ti prego aspetta. Jarod tornerà! Me lo ha promesso e io gli credo!»
Miss Parker si guardò le braccia: due rivoli di sangue sgorgavano dai buchi
degli aghi delle flebo. Alcune gocce erano già cadute a terra e aveva sporcato
il camice bianco e azzurro dell’ospedale. “Ma che diavolo ci faccio qui?” si
chiese. Strinse le labbra e tornò a sedersi sul letto.
«Si era perso nel bosco, non è vero?»
«… »
«Tuo figlio Mikey.»
«Già. Una sera è uscito in cortile a giocare; non era la prima volta, quando ho
guardato fuori e non l’ho visto ho pensato che fosse andato sull’amaca nel
retro, ma venti minuti dopo sono uscita e… e il mio bambino non c’era più. -
singhiozzò - Jarod era un cliente del motel… - riprese - … lui e Mikey avevano
fatto amicizia. Jarod si offerse di organizzare le ricerche, ma dopo tre giorni
non c’era alcuna traccia di Mikey. Ero disperata! E Jarod mi consolò
assicurandomi che sarebbe andato tutto bene, e che se avessi avuto fiducia in
lui sarebbe riuscito a trovare il mio bambino sano e salvo. Il giorno dopo Jarod
e la sua squadra tornarono con Mikey… - Michelle prese in braccio il figlio e lo
coccolò con tanti baci - Devi fidarti di Jarod.»
Adam li osservava inespressivo, ma le sue manine strette alla pelliccia
consumata del coniglio fecero sentire Miss Parker terribilmente in colpa per non
averlo affatto considerato.
Doveva fare qualcosa per porre fine a tutta quella storia, impedire a Raines di
fare una strage e liberarsi del Centro una volta per tutte: doveva chiamare suo
padre.
«Siamo al settore otto…» annunciò un uomo in nero correndo per il corridoio buio
seguito da altri sei spazzini.
«Sparategli, non deve uscire vivo da qui, intesi!?» gridò Raines alla radio.
«Signore, qui non c’è.»
«Trovatelo, era lì un secondo fa, trovatelo!» ripeté spazientito.
Gli spazzini si aggirarono guardinghi agitando le pistole e controllando le
stanze del corridoio male illuminato dalla luce intermittente delle sirene che
ululavano alla notte nera.
Jarod sorrise loro sornione da dietro l’angolo e sparì nel buio senza che
nessuno dei sette uomini si fosse accorto di lui.
Lo spazzino di guardia osservava severo Sydney che aspettava seduto sulla sua
branda con fare rilassato, stoico, quasi irritante. Jarod era ancora vivo e non
si era dimenticato di loro. Presto sarebbero stati liberi.
Con un preciso colpo alla base del collo Jarod atterrò l’uomo di fronte alle
celle prima che lo stesso potesse accorgersene. Emerse dall’ombra come un
vendicatore e si chinò a prendere le chiavi dalla tasca della giacca dello
spazzino sotto gli occhi increduli di Broots e quelli divertiti di Sydney.
«Che piacere rivederti Jarod! Credevamo fossi morto! Meno male… hai ricevuto
l’e-mail?» chiese felice Broots non appena la cella fu aperta.
«Si, ora fuori di qui.» suggerì.
«E Miss Parker?» domandò Sydney.
«È all’ospedale… vi spiegherò più tardi.»
«Già, meglio andarcene da qui.»
«Troppo tardi Sydney.» tuonò una voce dal fondo del corridoio.
«Raines! Come avete fatto a sbloccare le porte?» Jarod si voltò di scatto con la
pistola alzata.
Avvicinandosi scricchiolando lentamente la figura arcigna e spiritata si delineò
in controluce come la sagoma di un mostro.
«Ora sei tu che mi deludi, Jarod, io credevo che fossi un genio, invece sei solo
uno stupido incosciente. Credevi davvero di poter uscire da qui con tanta
facilità? Pensavi forse che ti avrei lasciato andare perdendo questa grande
occasione?»
Jarod mantenne la mira della sua arma sulla fronte del mostro. Era solo, niente
spazzini, a parte l’uomo svenuto a pochi passi di distanza; gli altri erano
stati accuratamente neutralizzati e rinchiusi.
«Non ti vergogni, Raines?!»
«Io sto solo facendo il mio lavoro.» ghignò borioso.
Broots era rimasto impietrito accanto a Sydney, impassibile nonostante la sua
rabbia crescente.
«Che cosa vuoi ancora Jarod, ormai hai il bambino, no?!»
Jarod scosse la testa. «È stato facile. … che cosa vuoi tu, ora?… non ti
permetterò di distruggere la vita di un altro innocente!»
«Già, lo immaginavo.»
Jarod rimase perplesso. Non capiva dove volesse in realtà andare a parare.
«Jarod… - si intromise Sydney - andiamo via.»
Raines lo fissava ancora con quei suoi spiritati occhi grigi a palla. Aveva
qualcosa in mente era più che evidente, per non circondarsi di spazzini e non
portare nemmeno un’arma con sé.
«Non farò il tuo gioco!»
«Ah, ah! Lo stai già facendo.» replicò l’uomo inspirando profondamente dai
tubicini.
Jarod si stava innervosendo era visibile.
«Continua, sono curioso.»
«Jarod andiamocene!»
«Sono d’accordo.» fece Broots guardandosi intorno per cercare una via di fuga.
«Basta giochetti, basta bugie! Sono stufo di te, Raines!»
«Avanti!» sibilò l’uomo.
Jarod fremette di rabbia. Avrebbe voluto ucciderlo.
Le sirene ancora lampeggiavano nella notte, e la luce intermittente pigolava
lungo tutti i corridoi dell’edificio.
«Che cosa mi impedisce di ucciderti?!» gridò in preda alla frustrazione.
«Le cose che so di te.» rispose tranquillo Raines.
«…» la rabbia lo fece rabbrividire, si sentì vuoto, di tutto. Non poteva cedere.
Non doveva cedere. Non adesso e non lì.
«Pensi ancora di potertene andare?!»
«Non sarei mai entrato senza un piano per uscire.»
Sydney sorrise: Jarod era riuscito a controllarsi ancora una volta.
«E quale sarebbe il tuo piano per uscire, Jarod?»
«… Chiedere permesso!» scherzò.
Raines rimase immobile.
Jarod, Sydney e Broots gli passarono accanto e lo superarono, diretti alla porta
che li avrebbe condotti fuori. Raines non tentò nemmeno di trattenerli.
«Se te ne vai ora… ti pentirai di essere mai fuggito dal Centro!» sibilò Raines.
Ma nessuno dei tre si voltò per ascoltare quell’ultima minacciosa constatazione.
L’odore del sangue le punse le narici mentre apriva lentamente la porta. Scese
l’ultimo gradino, trovandosi sulla soglia della stanza: un grande ambiente male
illuminato. Un laboratorio per simulazioni. Tornò a tendere la sua arma davanti
a sé, ispezionando l’aria. Le grida disumane penetravano la sua pelle come lame
affilate, scuotendola nell’anima, facendola rabbrividire ad ogni passo, ad ogni
grido, ad ogni sguardo. Sapeva che era lì, ma non riusciva a vederlo. Non lo
vedeva. Perché? Perché non riusciva a fermarli? Non voleva più sentirlo gridare,
era più forte di lei, doveva fermarli, lo avrebbero ucciso, ucciso dal dolore!
La stanza buia sembrava più piccola ancora di quel che in realtà era. Si scrollò
le coperte di dosso e rabbrividì. Rigirandosi nel letto si accorse di non essere
sola: una piccola palla di pelo morbido era schiacciata sotto il suo braccio
sinistro e una presenza calda poco più in là si contorceva tra le lenzuola. Miss
Parker si trasse a sedere ed accese l’abat-jour sul comodino alla sua destra:
Adam sbadigliava beatamente rannicchiato in un canto del letto, stringendo il
coniglietto. Miss Parker rimase a fissarlo cercando di immaginare come quel
piccolo esserino avesse fatto ad arrampicarsi sulla sponda, poi pensò che
probabilmente doveva aver ottenuto la complicità di Michelle. Si guardò intorno.
Non ricordava nemmeno di essersi addormentata, anzi, l’ultima cosa che le era
rimasta in mente era la lunga conversazione che aveva avuto con Michelle la sera
prima.
Le persiane erano chiuse, ma dalla fessura sbirciava uno spiraglio di luce
tenue. Sospirò e si alzò andando ad aprire la finestra. Fu investita da un vento
gelido che spazzò via ogni sintomo di sonno dal suo corpo e fece entrare
un’atmosfera poco rassicurante nella piccola stanza. Adam mugugnò strofinando
gli occhietti vispi contro il cuscino. Miss Parker richiuse la finestra
rabbrividendo e si riportò sotto le coperte accanto al bimbo.
Adam la guardò inespressivo.
«Che cosa ci fai tu qui?! Dove sono Michelle e Mikey?»
Il bambino non rispose, ma sbadigliò di nuovo e si fece più stretto a Miss
Parker che corrugò la fronte e fece finta di nulla inorridita.
Bussando alla porta entrò un’infermiera con un carrello: «Buongiorno, … -
salutò, e guardando sulla cartella medica - … Catherine Parker. Io sono Tess,
ecco la colazione.» disse porgendole un vassoio.
Miss Parker osservò la scodella con i cereali e il succo di mela e decise che
non aveva fame.
«Come si sente, oggi? - continuò l’infermiera bionda ossigenata andando ad
aprire la finestra. Una folata di vento l’investì e lei inspirò profondamente: -
Oh, che splendida giornata, non le pare?»
Miss Parker la guardò perplessa, ma la donna non se ne accorse nemmeno,
concentrata com’era sulla vista del parco che circondava la clinica: «Una
splendida giornata di sole, ci voleva proprio!» sentenziò, lasciando a Miss
Parker una smorfia di incomprensione sul volto. In effetti, il pallido e singolo
raggio di luce che penetrava a fatica nella stanzetta asettica era molto
differente dalle belle giornate soleggiate e calde di Blue Cove.
«A dire il vero ho un tremendo mal di testa, - fece Miss Parker massaggiandosi
le tempie - non potrebbe portarmi un’aspirina?»
«Un’aspirina?! Prima deve mangiare tutto quello che vede sul vassoio, e poi
chiederò al dottore.» rispose bonariamente.
Miss Parker la guardò storto, ma si accinse anche se riluttante a mangiare
qualcosa.
L’infermiera uscì canticchiando per proseguire il suo giro di distribuzione e
Adam e Miss Parker rimasero soli con la finestra spalancata. Adam rabbrividì.
Lei si voltò a guardarlo con aria rassegnata e si alzò di nuovo faticosamente
per chiudere la finestra.
«Hai fame? - chiese al bambino - Perché non mi aiuti a mangiare quella roba?»
Adam aveva fame e mangiò quasi tutti i cereali, a Miss Parker toccò il succo di
mela, che mandò giù di malavoglia.
Ripensò a Jarod… sperava che stesse bene.
«… Miss Parker…»
Michelle le posò una mano gelida sulla spalla e lei trasalì.
«È la seconda volta che ti chiamo, non mi hai sentita?»
«Ero soprappensiero…»
Michelle era in piedi accanto al letto con la borsa a tracolla e il figlio in
braccio, e si accingeva sorridente a starle accanto per un’altra giornata.
«È tornato Jarod?» chiese sottovoce.
Michelle scosse le treccine imbronciata, ma cambiò in fretta la sua espressione
e affermò: «Non stare in pena, sono passate solo poche ore, sarà di ritorno
quanto prima.»
Adam e Mikey intanto si erano appartati a giocare con le macchinine.
«Il marmocchio è rimasto qui stanotte.» fece Miss Parker seguendo i suoi
movimenti con lo sguardo.
Michelle sorrise dolcemente: «Si, ieri sera non è voluto venire via… credo che
non volesse lasciarti sola.»
«Che premura!» ironizzò.
«Non dire così: si è molto affezionato a te, molto più che a me… Mi chiedo
perché.»
Miss Parker si voltò lentamente verso la donna fissandola con sguardo incredulo
e di rimprovero.
«Scusa.» si affrettò a rimediare Michelle sbattendo gli occhi e recuperando una
sedia.
«Michelle, devi fare una cosa per me.»
«Cosa?»
«Se hai un telefono cellulare prestamelo.»
«Non ce l’ho. A che cosa ti serve? Chi vuoi chiamare?»
«Mio padre, prima che sia troppo tardi.»
Michelle rimase interdetta: «Oh, no, ti prego, Jarod ha detto…»
«Lo so cosa ha detto Jarod, - la interruppe Miss Parker - ma se non chiarisco
questa situazione immediatamente rischiamo di non vederlo più tornare il tuo
caro Jarod!»
Michelle ammutolì.
Adam e Mikey si erano voltati a guardare la scena e Miss Parker scocciata
sbraitò: «La volete smettere?! Continuate a giocare!»
«Ti prego…»
«Oh, basta! Mi hai proprio scocciata: se non mi vuoi aiutare tu mi aiuterò da
sola!» e così dicendo si alzò dal letto e raggiunse il corridoio a grandi passi
sbattendo la porta della camera.
Michelle le corse dietro gridando: «Aspetta, ferma, che vuoi fare?! Ragiona! …»
Un’infermiera si girò a guardare la donna che procedeva speditamente lungo la
corsia senza sapere che fare. La finta bionda che distribuiva la colazione uscì
da una delle camere e le andò dietro gridando: «Ehi! Si fermi, dove ha
intenzione di andare scalza!?»
Imperterrita Miss Parker procedette lungo il corridoio sino all’ascensore e
spinse il bottone, ma venne raggiunta da Michelle e dall’altra infermiera.
«Aspetta, torna a letto!»
«Ha ragione, non può uscire in camicia da notte e a piedi nudi.»
«Sai quanto me ne frega!»
Michelle le mollò un sonoro schiaffo sulla guancia destra che la fece vacillare.
Le porte dell’ascensore si aprirono in quell’istante e Miss Parker indietreggiò
involontariamente. Michelle la trattenne per un braccio; i suoi occhi color
cioccolato erano spalancati e velati. L’infermiera si avvicinò ad uno degli
scaffali in rete metallica che c’erano lungo il corridoio e prese una coperta
per la paziente.
Miss Parker non riusciva a parlare, le parole le si strozzavano in gola tanta
era la sua incredulità e sorpresa. Non si aspettava un gesto tanto forte da una
donna come Michelle; forse la aveva giudicata male: era molto più determinata di
quanto non apparisse.
Michelle ora tremava di rabbia: «Non ti permetto di parlare così! Sei solo
un’egoista! Che cosa ci sto a fare io qui?! È solo per te! Credi che non sia
preoccupata anch’io per Jarod?! - gemette - Io mi faccio in quattro per te, per
Adam, per Mikey, e… tu non fai altro che rendere tutto più difficile! -
singhiozzò - Stupida!»
Miss Parker non la guardò. Ma si fece riaccompagnare in camera dall’infermiera.
«Perdonami, - mormorò Michelle tirando su col naso - non volevo farti male, ma
non sapevo come fermarti.»
«Non preoccuparti. - Miss Parker fissava Adam - … forse non te ne rendi conto,
ma quello che hai fatto era molto simile al gesto di un suicida.» fece a denti
stretti.
Michelle sorrise debolmente.
«Se davvero vuoi andrò a cercarti un telefono cellulare, ma devi promettermi che
non farai sciocchezze, che non metterai in pericolo la tua vita né quella di
Jarod, d’accordo?»
Miss Parker annuì.
Si stava ormai facendo sera. Il pallido sole del mattino aveva lasciato posto
molto presto a nuvole candide e fredde, come batuffoli gonfi di ghiaccio. Il
parco della clinica di Whitehall era spazzato dal vento e le poche foglie
rimaste ancora attaccate ai rami planarono a terra danzando.
Jarod, Sydney e Broots entrarono dall’entrata principale diretti
all’accettazione per chiedere di Miss Parker.
Mentre l’impiegato controllava sul computer Michelle sopraggiunse con un
bicchiere di plastica in una mano ed un giornale nell’altra.
«Jarod! - gridò correndogli incontro - Mio dio! Sono così felice che tu sia qui!
Miss Parker…» non riuscì a finire la frase dall’emozione.
Jarod le sorrise e le presentò Sydney e Broots.
«Come sta Miss Parker, meglio?» si informò.
«Si, è molto agitata, non ha fatto altro che contare le ore.»
Jarod sorrise: «E Adam? E Mikey?»
«È tutto a posto, sono in camera, la trecentotto.»
Michelle fece strada. Sydney e Broots entrarono e Miss Parker li guardò
trattenendo il respiro: «Ah! Syd, Broots! … Jarod!»
«Ce l’abbiamo fatta.» rise lo psichiatra.
«State tutti bene, vero?!» fece apprensiva.
«Si, ma c’è mancato davvero poco che non ci ammazzassero, se non fosse arrivato
Jarod forse ora saremmo sottoterra!» piagnucolò Broots.
Jarod si inginocchiò accanto ad Adam e Mikey e li carezzò sulla testa
amorevolmente. Michelle si avvicinò e gli sussurrò mentre gli altri parlavano:
«Sai, Adam e Miss Parker sono diventati molto amici.»
Jarod le rivolse uno sguardo interrogativo: quando la aveva lasciata Miss Parker
amava i bambini solo quando se ne stavano pacificamente lontani da lei: non
sopportava essere infastidita dalla loro ingombrante presenza, dai loro
elementari bisogni e dalle loro spiazzanti domande.
«Penso che in un qualche modo Adam stia cercando la figura materna che ha perso…
in Miss Parker, anche se non ti so dire perché abbia scelto una donna tanto
insensibile.» sbuffò incrociando le braccia sul petto.
Jarod rise e sollevò Adam dal pavimento e lo adagiò ai piedi del letto di Miss
Parker, lui gattonò sino alla pancia della donna e vi posò la testa. Lei
inorridita scostò le braccia, ma non disse nulla.
Sydney sospirò e Jarod si accorse dell’espressione infelice che lui e Broots
avevano assunto: «Abbiamo un nuovo problema - cominciò a dire lo psichiatra -
Miss Parker ha telefonato a suo padre…»
«Mr Parker?!» lo interruppe allarmato con uno sguardo di rimprovero nei
confronti della ragazza che lo fissava sospirando.
«Già, - proseguì - Mr Parker ha assicurato la sua totale estraneità al progetto,
e garantisce la nostra incolumità per i prossimi giorni, richiamerà al Centro le
squadre di spazzini di Raines, ma afferma di aver ricevuto una telefonata
proprio da Raines questa mattina: … - Jarod annuì invitandolo a continuare - …
Raines sostiene di avere nascosta la sorella gemella di Adam: Eve.»
Jarod sbarrò gli occhi.
«Pensi che sia vero? Forse è solo una trappola.»
Sydney sospirò: «Purtroppo credo di no: in quella cartiera abbandonata ho visto
una bambina piccola, bionda, credo che si tratti della gemellina.»
«Il file di Adam non diceva nulla in proposito.» intervenne Miss Parker.
«Non abbiamo fatto in tempo a leggerlo tutto… Lo ha fatto apposta, il bastardo!
Lo sapeva! Dannazione!… avrei dovuto capire che nascondeva un asso nella manica
per lasciarci andare via così…»
Rimasero tutti in silenzio.
«Jarod… mio padre ha avanzato una proposta.»
L’uomo si voltò a guardarla negli occhi. Miss Parker aveva un’espressione
triste, quasi di scusa.
«Sentiamo.»
«Raines rinuncerà alla bambina e ad Adam, per sempre, se tu tornerai al Centro…
per sempre.»
Fine prima parte
«Non devi decidere subito, abbiamo ancora dodici ore per pensare a come togliere
la bambina a Raines.»
«Non importa, Syd, non c’è molta scelta.»
«Perché dici così?!» intervenne Miss Parker.
Jarod si voltò a guardarla. La sua figura longilinea si stagliava in controluce,
inquadrata dal rettangolo della finestra, in una cornice arancione e rossa. Un
altro giorno era passato senza che Mr Parker avesse richiamato. Il limite di
tempo fissato per la risposta era la mattina del 18 ottobre, lunedì; e lo
scambio sarebbe avvenuto il pomeriggio stesso in località neutra ancora da
definire. I termini dell’accordo erano chiari: i due gemelli sarebbero stati
liberi se Jarod fosse tornato al Centro di sua spontanea volontà, Raines si
impegnava ad abbandonare il progetto “Simulatore” ed i bambini, il Centro
assicurava il lecito utilizzo delle future simulazioni di Jarod a favore
dell’umanità intera e non a scopo di lucro.
«Non sarà così facile come lo è stato per Adam, questa volta non se la faranno
sfuggire da sotto il naso… inoltre… non sappiamo nemmeno dove sia, ormai la
cartiera sarà stata sgomberata.»
Erano tornati al motel di Michelle; il dottore aveva dimesso Miss Parker con la
raccomandazione di stare a riposo e soprattutto di stare lontana dallo stress,
prescrizione che ignorò completamente.
Jarod sospirò sedendosi sul letto. Avrebbe dovuto sacrificare la sua vita, ma
almeno una bambina sarebbe stata libera.
«Ti rendi conto di che cosa significherebbe per te, Jarod, tornare al Centro?»
insistette Sydney.
«Certo, - rispose l’uomo con rammarico - altri anni di torture e sofferenza, non
è così?! - il suo tono era acido e sarcasticamente pungente. - Ma sono solo dei
bambini! - non aveva fatto altro che dare questa giustificazione alla sua scelta
negli ultimi due giorni - Meritano molto di più, e io non intendo sottrarli alla
loro infanzia!»
«Non tu, Jarod, ma il Centro!»
«… Sydney…»
«Troveremo una soluzione, non sarai costretto a tornare al Centro.» continuò lo
psichiatra andando a sedersi accanto a lui.
Jarod sospirò di nuovo poco convinto.
Miss Parker rimase accanto alla finestra, illuminata dalla luce calda che si
affievoliva lentamente coperta dalle cime degli alberi sulla montagna. Proseguì
il suo silenzio immobile, osservando il crepuscolo che tingeva la foresta
sottostante. Broots e Michelle erano seduti sotto il portico sul davanti e con
loro c’erano i bambini. Miss Parker non poteva sentire le loro parole, ma vedeva
le loro labbra muoversi, ogni tanto sorridere, i loro occhi parlare da soli.
«Se io tornerò Adam ed Eve potranno condurre una vita normale, Raines ha
promesso, questo mi basta.»
«Come puoi fidarti delle parole di quell’uomo?» chiese Sydney polemico.
«Io mi fido di te, Syd, … e so che né tu né Miss Parker permetterete che il
progetto “Simulatore” riprenda con nuovi soggetti.» rispose alzando il capo in
direzione della donna.
Miss Parker si voltò verso di lui con aria inaspettatamente mesta. Lo guardò con
compassione e strinse le labbra. Jarod aveva ragione, il suo lavoro era
riportarlo al Centro, preferibilmente vivo, ma c’era qualcosa di personale tra
loro due: erano cresciuti insieme, non poteva dimenticarlo, lui era stato
l’unica persona alla quale aveva aperto il cuore in quel freddo luogo, dopo la
morte di sua madre. Si rese conto che non sarebbe mai stata capace di ucciderlo,
sebbene gli avesse sparato molte volte, che aveva veramente avuto paura per lui
quella notte, e che non voleva che Jarod soffrisse; voleva che nessuno più
soffrisse, compresa lei.
«Inoltre… - il flusso dei suoi pensieri fu interrotto - … inoltre, se tornassi,
il Centro ti lascerebbe libera di andartene, Miss Parker.»
Miss Parker scosse la testa e tornò a guardare il tramonto, e poi Broots e
Michelle nel portico.
«Una volta al Centro non credo che potrò farti fuggire, Jarod.» disse Sydney
alzandosi.
«Non importa, non cercherò più di fuggire.»
«Ne sei sicuro? Non credo che questa sia una…»
«Non ti preoccupare, Syd.»
Sydney sospirò impaziente ed irritato.
«Va bene così, credimi: finché io resterò al Centro, il Centro non avrà bisogno
di altri simulatori.» concluse Jarod.
Quella notte Jarod non riuscì a prendere sonno. Rimase in silenzio sdraiato
sotto le coperte calde a fissare la finestra. Pensava alla sua libertà
rinnegata. Quelle ore sarebbero state le sue ultime ore da uomo libero. Alla
fine il Centro aveva vinto.
Si rigirò nel letto a fissare la parete scura, in ombra.
In fondo non poteva dire di essere mai stato veramente libero: aveva sempre
avuto qualcuno che lo inseguiva, lo incalzava, gli sbarrava la strada, … erano
stati anni davvero incredibili, sempre con la paura di svegliarsi di nuovo in un
incubo. Però aveva anche imparato molto sulle persone, sul mondo e su sé stesso.
Anche se non era riuscito a ritrovare la sua famiglia ora era sicuro di non
essere solo, sapeva che da qualche parte sua madre, suo padre e sua sorella
erano ancora vivi, e non lo avevano dimenticato.
Si alzò a sedere e accese la luce. La stanza era vuota, la sua valigetta
argentea contenente il lettore dsa era riposta con cura sul comodino accanto al
letto; Jarod la prese e la sistemò sulle ginocchia, la aprì e scelse un filmato:
23/07/72.
Un ragazzino dai capelli castani che gli cadevano sugli occhi si trovava nel
laboratorio per simulazioni assieme a Sydney ed era intento a leggere alcuni
libri di geografia. Si sistemò meglio sulla sedia scomoda e buttò un occhio
verso il tutore che non lo perdeva di vista un istante.
«Che cosa c’è, ti vedo inquieto, Jarod.» disse un giovane Sydney.
Il ragazzino tornò a posare gli occhi sul suo libro, seguendo col dito i
contorni dell’immagine di una piramide. Poi tornò al suo tutore: «Tu ci sei mai
stato in Egitto?»
«No Jarod, ora continua a studiare.»
Il giovane Jarod si alzò dalla sedia con il libro in mano e raggiunse lo
psichiatra seduto sui primi gradini di una scala in ferro. Gli porse il libro e
lo invitò a guardare le immagini con un gesto dello sguardo: «Tu le hai mai
viste queste?» insistette.
«Jarod, non ti stai concentrando a sufficienza. Finisci di studiare e procedi
nella simulazione.»
Visibilmente insoddisfatto il ragazzino tornò al suo posto sotto la luce fredda
di un riflettore e l’obiettivo di diverse telecamere.
«Credi che un giorno riuscirò a vederle, Syd?»
«Jarod, sono stufo di sentire certi discorsi, ora torna alla simulazione.»
«Sono stanco di fare solo simulazioni, Sydney, io voglio sapere per che cosa
faccio tutto questo, perché non posso uscire, perché… ?»
«Jarod, le tue simulazioni servono a salvare molte vite, il tuo lavoro è
importantissimo, per questo non puoi perdere tempo!»
«Ma io voglio uscire, voglio vedere il mondo, voglio sapere che cosa c’è là
fuori e… e magari andare a visitare le piramidi in Egitto e…»
«Ma non è possibile, Jarod!» lo interruppe lo psichiatra.
«Potrò mai uscire da qui, Sydney?»
Sydney non rispose e lo guardò severamente.
Lo schermo in bianco e nero faceva risaltare poco le sfumature sul suo volto, ma
dove prima Jarod aveva letto severità ora si accorse che quell’espressione
somigliava molto più a compassione, e forse a dispiacere. Jarod sospirò e si
guardò intorno. Le pareti di quella stanza gli impedirono di guardare oltre, ma
la sua mente viaggiava attraverso tutti i luoghi nuovi che aveva visitato, le
città, le persone che aveva incontrato ed aiutato.
Nessuno di loro avrebbe più dimenticato Jarod: il suo arrivo segnava sempre una
svolta.
Jarod non era mai stato in Egitto, non aveva mai visto le piramidi, ma la sua
mente conservava comunque molto fresca l’immagine di quei giorni di libertà
apparente che gli avevano permesso di essere chiunque avesse voluto, tranne sé
stesso.
Chiuse la valigetta e la ripose di nuovo con cura accanto al letto. Tornò a
stendersi per qualche minuto, poi si alzò sospirando, si vestì e uscì nel
portico. L’aria era fresca, ma non sentì il bisogno di allacciarsi la giacca. Si
guardò intorno: non vide nessuno, le luci nelle camere erano spente, persino
l’insegna luminosa non lampeggiava. L’unico punto di riferimento era la luna
circondata dalle stelle.
Jarod si sedette sul dondolo accanto alla porta della reception e si cullò
silenziosamente nell’oscurità immobile.
Quella notte stellata, l’aria fresca e pungente sul viso gli portarono alla
memoria il cielo nero, il profumo del mare e tante, tante stelle come non ne
aveva mai viste prima, in una notte del 1974, la notte nella quale Miss Parker
gli aveva detto che avrebbe lasciato il Centro. Quel giorno stava studiando i
moti dei corpi celesti rinchiuso all’interno della cupola di un planetario al
sottolivello sedici, circondato da libri, da immagini e da fotografie scattate
da satelliti. Invano aveva tentato di convincere Sydney a portarlo fuori per
osservare le costellazioni con i propri occhi, il Centro non glielo permetteva.
Poi era arrivata Miss Parker.
Jarod gettò un’occhiata alle finestre buie. Forse stava dormendo, o forse era
insonne anche lei, avvolta nell’oscurità delle coperte; se anche lei avesse
visto quelle stesse stelle probabilmente avrebbe ripensato a quando erano solo
ragazzini, quando l’aveva raggiunto nel laboratorio per simulazioni con gli
occhi tristi e si era seduta accanto a lui a parlare di niente. O forse di
tutto, tutto ciò che passava loro per la mente, senza mai toccare l’argomento
per il quale lei era andata a trovarlo, l’argomento del quale non era ancora
pronta a parlare. Jarod le aveva chiesto com’era la notte e lei gli aveva
raccontato di rumori innocui che improvvisamente diventavano sinistre avvisaglie
di agguati, di cieli neri senza luna, di temporali violenti, di ombre maligne e
di mostri nascosti nei sogni; ma gli aveva accennato anche di silenziose
ninnananne, della voce di sua madre che la tranquillizzava nel buio, di letture
notturne, di coperte calde e abbracci materni. L’unica notte che Jarod conosceva
era il Centro, avvolto in una perenne oscurità, metri e metri sottoterra, senza
mai aprire le porte alla luce del sole.
La aveva vista titubante, tesa, inquieta, ma ancora non capiva il perché; finché
Miss Parker lo aveva preso per mano intimandogli di non far rumore, e lo aveva
condotto lungo gli immensi corridoi deserti e bui, sino in cima alle scale, fin
dove a lui era proibito arrivare, e poi oltre. Oltre la porta.
Jarod non voleva uscire, se li avessero scoperti avrebbero di certo passato
grossi guai, ma Miss Parker aveva insistito col sorriso sulle labbra per la sua
insicurezza, per la prima volta in quel giorno l’aveva vista più serena, come se
non le importasse nulla di essere scoperta. Miss Parker lo aveva portato sul
tetto più alto dell’intero edificio, il terrazzo della Torre.
«Io venivo sempre qui con mia madre quando volevamo parlare da sole.» gli aveva
detto. Jarod era rimasto a bocca aperta: il cielo era limpidissimo e la luna era
solo una falce dorata circondata da miliardi di puntini luminosi, scintillanti,
affascinanti. Si erano seduti uno accanto all’altra, in silenzio, ad osservare
lo spettacolo del cosmo, col naso all’insù. I loro occhi erano lucidi per
l’emozione. «Parlami del cielo, Jarod.» gli aveva chiesto gentilmente. Jarod le
aveva mostrato con entusiasmo le costellazioni, indicandole e raccontandole gli
aneddoti mitologici che le distinguevano. Si sentivano soli al mondo.
«Questa è la cosa più carina che qualcuno abbia mai fatto per me.» le aveva
sussurrato all’orecchio. Miss Parker si era voltata a guardarlo con un sorriso
compassionevole e gli aveva risposto: «Questo è davvero molto triste.» Poi si
era sdraiata sospirando e aveva aggiunto che almeno entro due ore sarebbero
dovuti tornare dentro, purtroppo. L’aria fresca pungeva i loro visi e il profumo
del mare e il rumore ritmico della risacca accompagnavano i loro intimi silenzi.
Jarod si era sdraiato accanto a lei e ricordò di aver pensato che fosse in vena
di coccole, perché Miss Parker si era accoccolata nel suo abbraccio ed aveva
chiuso gli occhi prima che una lacrima le scendesse sulla gota. L’aveva sentita
piangere sommessamente poco dopo, mentre ascoltava il battito regolare del suo
cuore.
«Vuoi rientrare?» le aveva domandato bisbigliando tra i suoi capelli neri,
profumavano di cocco; lei aveva fatto cenno di no con la testa e si era
asciugata in fretta le lacrime, vergognandosi un poco.
«Vorrei restare così per sempre.» gli aveva confidato. Jarod le aveva sorriso ed
erano rimasti così per un’altra oretta, a chiacchierare, finché Miss Parker gli
aveva parlato del progetto di suo padre: sarebbe dovuta partire appena due
giorni dopo per andare a studiare all’estero, in collegio, fra estranei, sola. E
probabilmente non sarebbe tornata prima di sei mesi. Jarod l’aveva lasciata
sfogare, con lo sguardo fisso alle stelle, l’aria pungente gli riempiva gli
occhi di lacrime.
«Non ci vedremo più?»
Miss Parker non aveva risposto, si era limitata a stringergli forte le mani tra
le sue.
Chiuse gli occhi imponendosi di non pensare più al Centro. Era così rilassante
sentirsi avvolto nella giacca pesante, il dondolio al quale si era abbandonato
lo lasciò scivolare lentamente verso il mondo dei sogni.
«Jarod…» sussurrò Sydney avvicinandosi.
Era stato solo un fruscio lontano, un impercettibile richiamo, che bastò a
riportarlo alla realtà. Lo psichiatra gli posò una mano sulla spalla: «Che cosa
ci fai qui?»
Jarod si voltò verso di lui tirando su col naso. La barba incolta gli graffiò la
faccia sfregando contro il collo della giacca.
«Non faccio nulla, non riuscivo a dormire.»
«Sei preoccupato?»
«No.» mentì.
Sydney si chinò su di lui e sorrise beffardamente. Jarod abbassò lo sguardo, si
alzò e insieme attraversarono il porticato di legno, scesero sulla strada
sterrata diretti con passo stanco verso la foresta.
«Se non te la senti di accettare i ricatti di Raines io ti capisco benissimo.»
«Non è così, Syd.»
Si sedettero sull’erba umida.
«Troveremo un altro modo per salvare la bambina.»
«Sydney… sono stanco di fuggire, e Miss Parker è stanca di inseguirmi, io voglio
solo che Adam ed Eve abbiamo un’esistenza normale.»
«Quella che tu non hai potuto avere?» aggiunse Sydney. Anche se non lo aveva
detto a voce alta era ciò che Jarod in effetti pensava.
«Non rimpiango di essere fuggito dal Centro, non rimpiango nessun momento
passato in libertà, - disse sommessamente - … però, se non me ne fossi andato,
forse Raines non avrebbe cercato nuovi simulatori, non avrebbe tentato di
ricreare un nuovo me stesso, non avrebbe ucciso la famiglia di quei due bambini,
…»
«Non è stata certo colpa tua.»
Jarod alzò il viso al cielo. La luna si rifletteva sui suoi occhi velati di
tristezza. Non avrebbe più visto notti come quella.
«Voglio che domani tu e Broots torniate al Centro.»
«Perché?»
«Sarà Miss Parker a consegnarmi a Lyle e Raines, la farà felice.»
Sydney rise: «Tu pensi? Sai, in fondo non credo che lei ti voglia realmente
rivedere rinchiuso al Centro.»
«Miss Parker fa solo il suo lavoro.»
«Ma io so che non vorrebbe farlo. - replicò lo psichiatra. Jarod fece una
smorfia. - Avete parlato in questi giorni?» chiese Sydney.
«Di che cosa avremmo dovuto parlare?»
«Non le hai detto nulla?»
Jarod non rispose. Il cielo quella sera era più nero del solito, e le stelle
erano così affascinanti che non volle rispondere. Lo sguardo perso nel vuoto,
nell’infinità dell’universo, restò immobile a decifrare le costellazioni. Sydney
non disse nulla, aspettando di sentirlo parlare di nuovo. Attese.
«Non riuscivi a dormire, Sydney, perché non vuoi che torni al Centro, non è
così?»
Sydney annuì col capo.
«Sei sempre stato molto protettivo nei miei confronti, grazie, Syd, io ti devo
tutto quello che sono.»
Sydney non disse nulla.
«In questi anni sei rimasto al Centro solo per me, ma ora voglio che tu te ne
vada.»
Sydney si voltò stupito verso l’uomo: «Ma che cosa dici?»
«Devi lasciare quel posto, il più presto possibile, vai da tuo figlio e sii un
buon padre per lui come lo sei stato per me.»
«Jarod…»
«Non voglio che tu passi la tua vita in quella prigione, non voglio che altri
bambini debbano rinunciare alla loro infanzia, non voglio che Miss Parker
rimanga al Centro, quel posto la sta distruggendo!»
Sydney si accorse che stringeva i pugni involontariamente, e che le lacrime
erano arginate a fatica sotto le ciglia. Jarod aveva una sensibilità
particolare, spontanea, come se fosse rimasto un bambino. Non avrebbe mai potuto
abbandonarlo. Gli posò una mano sulla spalla e si alzò.
«Hai pensato a me, ad Adam ed Eve, a Miss Parker, … ma non hai pensato a te
stesso. - concluse - È proprio questo che vuoi?»
La domanda di Sydney non ebbe mai una risposta. La mattina dopo Sydney e Broots
rientrarono al Centro, non prima che Miss Parker avesse chiamato suo padre.
Jarod accettava la proposta, era disposto a consegnarsi nelle mani del Centro
quel pomeriggio stesso, in una radura nel bosco, nei pressi del motel di
Michelle. Lyle e Raines sarebbero arrivati con un elicottero, avrebbero
effettuato lo scambio e se ne sarebbero andati mentre Miss Parker avrebbe
portato al sicuro i due bambini prima di ritornare al Centro.
L’auto si arrestò nel punto prestabilito seminascosta da una siepe. Mancavano
ancora venti minuti all’appuntamento, ma avevano preferito presentarsi in
anticipo per evitare spiacevoli inconvenienti. Jarod sorseggiò dell’acqua da una
bottiglietta fissando il cielo. Miss Parker si guardava in giro nervosa.
Scesero dalla macchina. Era una bellissima giornata, come preannunciava la sera
precedente: un bel sole illuminava il bosco e l’aria era quieta; faceva fresco,
ma non era freddo, tanto che nessuno dei due aveva il cappotto. Controllarono
con lo sguardo lo spazio circostante: un prato erboso circondato da alberi
sempreverdi, con un tappeto di aghi ai loro piedi. C’erano ancora rami caduti,
spazzati dal vento qualche notte prima; qualche centinaio di metri più a nord
c’era la strada, ma non la si poteva vedere da lì. Erano soli, per il momento.
Adam rimase in macchina, sdraiato sul sedile posteriore in un ritaglio strappato
al sole, in compagnia del suo peluche.
Jarod incrociò le braccia sul petto e si appoggiò al cofano anteriore dell’auto,
in attesa. Rimasero in silenzio.
Miss Parker inspirava profondamente l’acre odore dei pini. Era veramente
inebriante, si sentì svuotare i polmoni, rimase senza fiato per qualche istante,
poi riprese affannosamente a respirare. Era di nuovo pallida. Jarod se ne
accorse, ma non volle urtare le corde scosse della donna e non disse nulla.
«Non avrei mai immaginato che potessi affezionarti ad un bambino come Adam.»
Miss Parker rabbrividì un istante e si voltò verso la macchina nella quale
riposava il bimbo. Poteva vedere solamente un piedino al sole.
«Adam è un bambino particolare.»
«Su questo non c’è dubbio.»
Miss Parker mantenne lo sguardo su quel piccolo piedino. «Non è come gli altri
bambini: non strilla, non salta, non gioca, non tocca tutto ciò che vede, … e
soprattutto fa tutto ciò che gli dico di fare.»
Jarod sorrise amaramente. Se Adam non era come gli altri bambini era colpa del
Centro: erano stati gli uomini di Raines ad uccidere i suoi genitori sotto i
suoi occhi e a dividerlo dalla sorella. Avrebbe tanto voluto aiutarlo, ma non ne
aveva avuto il tempo.
«Quando sarò nelle mani di Lyle dovrai andartene il più velocemente possibile
con i bambini, stai attenta a non farti seguire e portali al sicuro; mi
raccomando non fermarti.»
Miss Parker lo guardò con compassione: «Sei sicuro di voler andare fino in
fondo?»
Jarod annuì. Lei tornò a posare il suo sguardo su Adam, cercando di immaginare
la gemellina. Era sicura che sua mad