Il Camaleonte Fan Fiction

L'ultimo segreto


RIASSUNTO: seguito del racconto "La tregua". Scoperto il segreto di Catherine, Jarod e Miss Parker, con l’aiuto di Sydney e Broots, lanciano la sfida decisiva contro il Centro e la storia giunge finalmente all’epilogo.

DATA COMPOSIZIONE: ultimato il 24 gennaio 2004

VALUTAZIONE : adatto a tutti

DISCLAIMER
Si ricorda che tutti i diritti del racconto sono di proprietà del sito “Jarod il Camaleonte Italia”, e che tutti i personaggi della serie “Jarod il Camaleonte / The Pretender” utilizzati nel racconto sono di proprietà MTM Productions / 20th Century Fox, e sono utilizzati senza il permesso degli autori e non a fini di lucro.


Era sopravvissuto. Ancora una volta era sfuggito a chi lo voleva fuori gioco, ridotto ad inerme marionetta per sfruttare le sue conoscenze ed impossessarsi di ciò che doveva essere suo.

Idioti a pensare di poterlo fermare! Lui era di nuovo lì, determinato e pronto a tutto pur di arrivare allo scopo.

Oramai i tempi erano maturi…il progetto di Catherine Parker non era più un mistero, ne era certo. Non doveva fare altro che pazientare ancora un po’, restare nell’ombra, nascosto, proprio nell’ultimo luogo al mondo in cui i suoi nemici lo avrebbero cercato, ad aspettare che le uniche persone in grado di farlo svelassero l’ultimo segreto e lo conducessero fino alla lista… solo allora avrebbe finalmente ottenuto ciò che da sempre voleva…il potere.

*             *             *

Da qualche parte nel Delaware – ore 08:00 p.m.

 

La vecchia berlina, dall’aria a dir poco anonima, procedeva alla massima velocità consentita sull’immensa superstrada, illuminata da possenti lampioni che si susseguivano velocemente lungo la corsia di destra, i cui coni di luce colpivano l’abitacolo ad intervalli regolari, quasi tenessero il tempo di un noioso ritmo sincopato.

Le mani ben salde sul volante, lo sguardo concentrato sul fascio luminoso dei fari, Jarod lasciava la sua mente libera di vagare, rincorrendo le note della malinconica ballata rock trasmessa alla radio…

 

Desperado, why don’t you come to your senses?
You been out ridin’ fences for so long now

. . .
Your prison is walking through this world all alone
. . .
Come down from your fences, open the gate
It may be rainin’, but there’s a rainbow above you
You better let somebody love you, before it’s too late…

“E’ strano come certe canzoni inspiegabilmente rispecchino la tua vita, almeno in parte...come se chi le ha scritte sapesse di te, dei demoni contro cui devi combattere...” pensò Jarod piegando le labbra in un sorriso amarognolo. Bé, lui aveva trovato qualcuno che lo amasse, qualcuno che a sua volta amava profondamente, tuttavia era ancora costretto a vivere nella prigione della sua solitudine e quell’arcobaleno, che a volte gli pareva d’intravedere oltre il turbine di  segreti e menzogne che da sempre costellavano il suo cammino, sembrava ogni giorno più lontano.

La sua fuga dal Centro aveva posto fine ad una prigionia che certo non rimpiangeva, ma non era stata che l’inizio di un tormentoso sentiero: una volta libero, era stata la sete di giustizia a consumarlo, il bisogno di rimediare in qualche modo alle nefandezze che la spietata organizzazione aveva compiuto grazie alle sue simulazioni si era poco a poco trasformato in necessità irrinunciabile di proteggere i più deboli, di  aiutare gli altri ad essere felici, forse per poter vivere almeno di riflesso quella gioia che a lui sembrava essere negata…o forse per appagare il suo bisogno di espiazione per quelle colpe che non erano sue, ma per le quali si sentiva responsabile. Diamine era lui il genio! Lui era il soggetto estremamente dotato, quindi era compito suo impedire che certe terribili cose accadessero, punire le ingiustizie, proteggere gli innocenti.

La disperazione ed il senso di colpa che l’attanagliavano quando non riusciva nel suo intento stavano quasi per condurlo alla pazzia, ma poi, sebbene a fatica, aveva capito di non poter salvare il mondo da solo e le sue aspirazioni erano divenute quelle che accomunano tutti gli esseri umani…una casa, una famiglia, una vita serena, un’identità. Sì, proprio così: un’identità. Perché anche se all’inizio era stato interessante, persino divertente, calarsi nei panni di tanti personaggi diversi, oramai non ne poteva più di vivere la vita di persone che lui non sarebbe mai stato. Jarod voleva la sua vita, voleva essere se stesso, ma c’erano ancora troppe cose che non sapeva sul proprio conto.

Era così stanco di lottare, di inseguire una verità che assomigliava sempre più ad un miraggio, che gli si rivelava centellinata in piccoli frammenti, parti di un misterioso puzzle in cui il suo ruolo ancora non era ben definito. Il progetto di Catherine Parker era stato svelato e con esso la vera natura del Centro, ma cosa aveva a che fare lui con tutto questo? Perché lo rivolevano ad ogni costo, come mai per loro riprenderlo era importante a tal punto da continuare a braccarlo invano anche dopo cinque anni dalla sua fuga?

Era stanco…stanco di pensare e ripensare, di lambiccarsi il cervello con interrogativi in apparenza senza risposta, ma mai come in quel momento si era sentito motivato a non arrendersi, anzi aveva una ragione in più per non farlo, perché scoprire tutta la verità e distruggere il Centro significava soprattutto poter finalmente stare accanto alla donna che amava, invece di limitarsi a sognarla.

Anche in quel preciso istante pensava a lei, rivedeva i suoi incredibili occhi blu cielo che lo fissavano ingenui e maliziosi allo stesso tempo, il suo sorriso radioso che le illuminava il volto, l’espressione dura e risoluta con cui nascondeva la sua fragilità. Tutto ciò che desiderava in quel momento era stringerla tra le braccia…e partire con lei verso un altro mondo, un’altra vita…ma ancora non poteva.

Avrebbe tanto voluto riunire la sua famiglia, anziché essere costretto a vedere solo saltuariamente e di nascosto il Maggiore Charles, Emily, Ethan e Jay, il suo giovane clone…e avrebbe voluto riabbracciare sua madre, che ancora lo stava cercando proprio come lui cercava disperatamente lei, ma senza successo. Infatti, dopo quella fugace apparizione a Boston, quasi tre anni prima, Margaret sembrava essere svanita nel nulla. Nemmeno Emily né suo padre avevano più avuto sue notizie, eppure Jarod sentiva che la donna non si era arresa, che come lui seguitava a lottare per vedere la sua famiglia riunita …ed avvertiva anche che si trovava in grave pericolo, ma non poteva far niente per aiutarla, se non continuare a cercare, a sperare…

Dio quanto avrebbe voluto che tutto finisse in quell’istante! Che le sue ardue ricerche si concludessero, che le sue tormentose domande trovassero risposta. Quanto desiderava che il motivo per cui Miss Parker gli aveva lasciato quel messaggio nella mailbox “Rifugio”, chiedendogli di mettersi urgentemente in contatto con lei, fosse dirgli che aveva trovato la lista, che il Centro aveva i giorni contati, che oramai erano liberi…e  magari che aveva persino notizie di sua madre…chissà! Certo Miss Parker doveva essere preoccupata per lui, anzi, doveva avercela a morte con lui, visto che avendo letto il messaggio solo quella mattina, non si faceva vivo con lei da oltre due settimane. Purtroppo non è facile comunicare con l’esterno quando sei rinchiuso in un carcere di massima sicurezza…eh già, perché così aveva passato gli ultimi giorni, impegnato a smascherare un gruppo di secondini che costringevano i prigionieri a battersi in incontri di lotta clandestini, per alimentare un lucroso giro di scommesse illegali. In tal modo avevano causato la morte di un detenuto, cercando poi di farla passare per un incidente. Quel poveretto era sul punto di uscire per buona condotta, era cambiato, aveva messo la testa a posto e desiderava soltanto ritornare al più presto dalla moglie e dalla figlia…e Jarod non poteva certo permettere che quei bastardi la facessero franca, dopo aver distrutto una famiglia che stava per riunirsi.

“Blue Cove” indicava il cartello materializzatosi improvvisamente sul ciglio della strada. Eccolo di nuovo lì, nel luogo dei suoi incubi peggiori, nel punto in cui tutto ebbe inizio e dove tutto forse sarebbe finito. Era estremamente rischioso per lui andarsene a zonzo in quei paraggi, anche se quello era probabilmente l’ultimo angolo di mondo in cui chi gli dava la caccia avrebbe pensato di trovarlo. Tuttavia qualcuno avrebbe potuto riconoscerlo e per lui sarebbero stati guai seri, ne era consapevole, ma non aveva potuto fare a meno di spingersi fin lì, non si era potuto accontentare di una semplice telefonata. Era troppo forte il desiderio di rivederla, toccarla…stringerla a sé, affondando il viso tra i suoi capelli…sfiorare le sue labbra…

Jarod fermò l’auto davanti all’elegante villetta che ben conosceva: imposte chiuse, luci spente, nessuno in giro. Tutto sembrava tranquillo, poteva attenderla senza pericolo. Erano appena le otto e mezza e Miss Parker avrebbe tardato ancora un paio d’ore almeno prima di rincasare…sarebbe stata dura ingannare il tempo tanto a lungo…

 

Il Centro, Blue Cove – ore 09:45 p.m.

                                                                                                                                                                                                             

Come ogni sera, l’ascensore raggiunse rapidamente il sottolivello 7 e le porte scorrevoli si aprirono silenziose sul vasto parcheggio sotterraneo, illuminato dalla luce diafana ed innaturale di numerose lampade al neon.

Oltrepassando la soglia, Miss Parker rivolse un’occhiata infastidita ad una delle tante telecamere che la seguiva subdola, spiando ogni mossa sua e di chiunque altro si trovasse in quella sorta di prigione. Nuovi e sofisticati dispositivi di sicurezza, eludibili solo con codice, impronta digitale o scansione della retina…quasi raddoppiato il numero degli uomini di sorveglianza al perimetro dell’edificio ed al suo interno…massiccio aumento dei sistemi video a circuito chiuso dotati di microfoni ultrasensibili…mancava soltanto che installassero telecamere persino nelle toilettes…anzi, forse già lo avevano fatto! Da un paio di settimane una strana atmosfera aleggiava nei tetri corridoi del Centro e Miss Parker non aveva certo mancato di notarlo, nonché di chiedere il motivo di un tale spiegamento di forze e di mezzi tecnologici. Le era stato detto di stare tranquilla (…e già questo era bastato a metterla sul chi vive!), che si trattava soltanto di normali precauzioni per evitare nuove intrusioni, come l’ultima di Jarod nell’ufficio di suo padre ma…no, lei sentiva che qualcosa non andava. Mr. Parker e Lyle, dietro la loro solita, ostentata indifferenza, stavano nascondendo qualcosa…qualcosa di grosso, che li preoccupava non poco… ma cosa?! Che qualcuno si fosse accorto delle sue indagini? Eppure aveva preso ogni possibile precauzione, si era mossa con estrema cautela nel cercare la lista in buona parte degli archivi cartacei e magnetici del Centro, si era fatta spiegare da Broots come entrare in un qualsiasi computer via rete senza lasciare tracce, ma aveva tenuto sia lui che Sydney all’oscuro di tutto, come stabilito. Quindi no, era quasi certa che quello smisurato rafforzamento dei sistemi di sicurezza non fosse dovuto alle sue ricerche, peraltro del tutto vane…ma a che cosa allora?!

Miss Parker si ripromise di indagare a fondo, per scoprire quale nuova porcheria stesse bollendo nella pentola del Centro, quindi procedette risoluta verso il suo posto auto, lo sguardo gelido e l’espressione altera di sempre dipinta sul bel volto. Guardandola incedere decisa sui suoi tacchi vertiginosi, fasciata dall’immancabile, raffinatissimo tailleur, nessuno avrebbe potuto immaginare che da qualche mese qualcosa in lei fosse radicalmente cambiato, che nel suo cuore apparentemente di ghiaccio pulsasse invece il calore di un tenero sentimento, di un amore che credeva perduto per sempre, insieme quella felicità che non aveva più provato dopo la morte di sua madre…un amore al quale purtroppo aveva ormai capito di dover rinunciare.

Concedendosi un lungo sospiro carico di sconforto,  si sistemò al volante, mise in moto e si allontanò in tutta fretta da quel luogo che la soffocava fin da quando era venuta al mondo. Quel luogo che si sarebbe sempre insinuato tra lei e Jarod come un’ombra malevola, un subdolo veleno nell’aria, trasformandosi col tempo in ostacolo tangibile, in un muro invalicabile, a dispetto dei sentimenti che provavano…o che credevano di provare l’uno per l’altra. Ci aveva riflettuto a lungo ed aveva dovuto ammetterlo: nonostante desiderasse credere con tutta se stessa alle sue parole, un sottile ma persistente dubbio che Jarod un giorno si sarebbe reso conto di non averla mai veramente amata continuava a tormentarla e quella spada di Damocle appesa sulla testa avrebbe finito per logorare  il tenero, profondo affetto (…amore) che da sempre sentiva per lui. Doveva farsene una ragione: il loro legame, germogliato tra le oscure pareti di quell’inferno, forse…anzi, quasi sicuramente non sarebbe mai nato in circostanze diverse. Il Centro li aveva costretti a crescere insieme, li aveva avvicinati provocando la loro solitudine ed il loro dolore, poi li aveva separati. Aveva portato via loro tutto ciò che di più caro avevano al mondo ed infine li aveva messi uno contro l’altra, inducendo lei a dargli la caccia, a tenerlo lontano dalle persone che amava, obbligando la sua stessa famiglia a separarsi, a fuggire, a nascondersi.

Cose del genere non si potevano certo cancellare con un colpo di spugna: lei stessa non riusciva a perdonarsi per tutte le sofferenze di cui era stata causa insieme al Centro, come potevano farlo Jarod e la sua famiglia? Lui al momento lo negava, le diceva che il passato non aveva importanza, ma Miss Parker era certa che quel passato sarebbe sempre rimasto tra loro ed avrebbe finito col separarli, perciò, per non rovinare tutto, per preservare almeno la sincera amicizia che dividevano fin da quando erano bambini, non le rimaneva che…Dio quant’era difficile! Ma era davvero inevitabile? Avrebbe dato qualsiasi cosa per poter passare il resto della sua vita accanto a Jarod, lo desiderava a tal punto che forse la sua sola volontà sarebbe bastata a far avverare il suo sogno…sì, forse…

No, ma cosa stava dicendo?! Tutto giocava a loro sfavore, persino quel funesto presagio che ormai da settimane le tormentava il sonno…e se si fosse avverato, per l’uomo che amava sarebbe stata la fine…

Ah basta! Non voleva nemmeno pensarci.

I fari delle auto che incrociava  lungo la strada le apparivano ormai come chiazze di luce senza forma, attraverso il velo di lacrime che, pur lottando strenuamente non era riuscita a trattenere. Le si spezzava il cuore al solo pensiero, ma doveva farlo, non aveva altra scelta. Doveva allontanarlo da lei, perché il Centro era più che mai un pericolo per Jarod e lei suo malgrado ne faceva ancora parte.

Ma lui non l’avrebbe mai accettato. Per quanto Miss Parker si fosse prodigata a spiegarsi, non avrebbe mai capito le sue motivazioni, quindi non c’era che un’unica soluzione: doveva mentirgli, dirgli che tra loro era finita, che aveva commesso un errore, che in realtà non lo amava affatto. Sì, non appena il suo dannato cellulare si fosse deciso a squillare, non appena  Jarod si fosse messo in contatto con lei glielo avrebbe detto, anche se era meschino, anche se era da vigliacca fargli sapere una cosa del genere per telefono e lei lo sapeva bene.

“Certo che lo so…ma so anche che non potrei mai farlo guardandolo dritto negli occhi…”

 

Il Centro, Blue Cove – ore 10:00 p.m.

                                                                                                                                                                                                             

«Lo hai trovato?» chiese Mr. Parker con un’impercettibile nota d’ansia nella voce, non appena Lyle ebbe varcato, con aria inquieta, la porta a vetri del suo elegante ufficio.

«No. Sembra proprio essere sparito nel nulla» replicò questi a denti stretti, piuttosto seccato di dover ammettere il proprio momentaneo fallimento.

«Diamine, non può certo essere andato lontano nelle sue condizioni!» esclamò irritato il direttore del Centro, sobbalzando sulla poltrona in pelle e rinunciando per un attimo il suo imperturbabile autocontrollo.

«La mia squadra sta ancora setacciando la zona palmo a palmo. Se si trova nei paraggi non ci sfuggirà» promise il figlio, ostentando una sicurezza che era ben lontano dal provare. Non poteva proprio permettersi di fare fiasco, non quella volta e lo sapeva bene, prima ancora che suo padre lo confermasse.

«Sarà meglio, perché in caso contrario le conseguenze sarebbero tragiche per te…e anche per me…»

Davanti a quel tono duro, unito allo sguardo torvo che balenò nei gelidi occhi grigi del genitore, Lyle faticò non poco a tenere la propria tensione sotto controllo.

«Non preoccuparti, non ti deluderò – promise apparentemente tranquillo, ma quanto mai ansioso di andarsene – E’ tutto?»

«Sì…anzi, no. Ancora una cosa: sta attento a come ti muovi – lo ammonì serio Mr. Parker  - Tua sorella non è affatto stupida, al contrario, sono certo che già sospetta qualcosa»

«Sospetta che lui sia..?» azzardò allarmato Lyle.

«No, non ne sa niente. Ma tutte queste nuove misure di sicurezza l’hanno messa sul chi vive e dubito che abbia preso per buone le spiegazioni che mi sono inventato»

«Se la conosco bene come credo, questo significa che comincerà ad indagare»

«Allora fa in modo che non scopra la verità! – replicò bruscamente Mr. Parker - Attira la sua attenzione su qualcos’altro. Lei non deve sapere, altrimenti manderà tutto a monte!»

«Ma perché è così importante per te catturare quell’individuo? - chiese Lyle cedendo alla curiosità - Oramai, nelle sue condizioni, non può certo nuocerti»

«Perché lui conosce la verità…quella verità che sto cercando da una vita e che spettava a me sapere, non a lui» confessò il direttore del Centro con malcelato rancore, gli occhi ridotti a due fessure.

«Ma di che parli?»

Mr. Parker sospirò pesantemente. Quel suo figlio non era proprio una cima in quanto ad intuito! Certo sua sorella era tutt’altra cosa, gli era senza dubbio superiore, ma sfortunatamente somigliava troppo alla madre…in tutti i sensi!

«Parlo di un segreto Lyle – chiarì infine seccato, fissando il vuoto davanti a sé – Di un segreto che Catherine scoprì tanti anni fa riguardo al Centro…un segreto di portata tale da esserle costato la vita…un segreto – aggiunse puntando sugli occhi di Lyle uno sguardo carico di cupidigia – che mi consentirebbe di tenere in pugno il Triumvirato, invece di dover dipendere da quei dannati zulu!»

«E Catherine avrebbe rivelato un’informazione così importante…a lui?! – osservò scettico l’altro – Ma com’è possibile?! Non si può certo dire che corresse buon sangue tra loro»

«Non so come ci sia riuscito, ma lui lo ha scoperto – asserì Mr. Parker, sicuro di quanto diceva – e noi dobbiamo assolutamente riportarlo qui per convincerlo a parlare, con le buone o con le cattive»

«E quando l’avrà fatto?»

«Non mi sarà più di alcuna utilità – dichiarò tranquillo Mr. Parker, nella sua voce un’inquietante nota di cinismo, il suo volto come sempre una maschera impassibile - Perciò, come si fa con le cose superflue, ce ne sbarazzeremo …definitivamente».

 

Casa di Miss Parker, Blue Cove – ore 10:30 p.m.

                                                                                                                                                                                                             

Miss Parker entrò in casa, si chiuse la porta alle spalle ed appoggiò la borsetta sulla mensola, quindi, come era solita fare, cercò a tastoni l’interruttore per accendere la luce, quando improvvisamente si sentì afferrare con forza alle spalle.

«Ma che..?!» ebbe appena il tempo di farfugliare, prima di ritrovarsi bloccata con la schiena al muro, il cuore che le batteva all’impazzata nel petto.

“Okay. Niente panico” si impose, cercando lucidamente di ipotizzare perché quell’individuo di trovasse in casa sua: rapinatore …maniaco…sicario del Centro…

Mentre quelle congetture tutt’altro che rassicuranti attraversavano la sua mente in una frazione di secondo, la donna, con gesto rapido ed improvviso, tentò di estrarre la sua 9mm dalla fondina, ma invano, perché prima ancora che la sua mano potesse agguantarla, il misterioso aggressore le aveva già ghermito entrambi i polsi, immobilizzandola contro la parete.

A quel punto Miss Parker, disorientata, fu sul punto di gridare, quando il fantomatico assalitore le chiuse la bocca …con un bacio! Solo allora i suoi nervi poterono rilassarsi. Avrebbe riconosciuto dovunque quelle labbra morbide come il velluto che accarezzavano lente e sensuali le sue, quelle dita sottili e forti che s’insinuavano sotto la sua camicia di seta e le sfioravano languidamente la schiena, facendole accapponare la pelle.

“Ora mi ricordo perché ti trovo irresistibile..!” ammise la donna tra sé e sé, avvinghiandosi a lui, affondando voluttuosamente le dita tra i suoi capelli, senza riuscire a trattenere la propria passione, desiderando ardentemente che le sue mani non finissero mai di toccare ogni centimetro del suo corpo.

 «Dobbiamo smetterla di vederci così, Miss Parker – le mormorò Jarod all’orecchio, il respiro affannoso - O la gente comincerà a spettegolare..!»

Ripreso possesso dei propri sensi, lei arrivò finalmente ad accendere la luce: «E tu non dovrai preoccuparti di stare a sentire, perché se mi fai prendere un altro spavento del genere ti strappo le orecchie!!!» sibilò allontanandolo mentre Jarod ridacchiava soddisfatto e lo squadrò furiosa, incapace di decidere se volesse prenderlo a schiaffi o baciarlo di nuovo…

Poi optò per volgergli prudentemente le spalle: non doveva dimenticare quali erano i suoi propositi. Maledizione! Non aveva proprio calcolato che Jarod sarebbe venuto di persona. Ma perché non si era limitato a telefonarle?! Così sarebbe stato tutto più difficile…tremendamente più difficile.

«Sono giorni che ti cerco - lo rimproverò acida, dirigendosi verso il divano - Dove diavolo sei stato tutto questo tempo?!»

«A San Quintino» rispose lui seguendola.

«In prigione? A fare che?!»

«A scoprire le cause di uno strano incidente…che non è stato affatto un incidente»

Miss Parker non riuscì a trattenere un sorriso indulgente: «Sempre a fare il buon samaritano, eh?»

«E’ nella mia natura, lo sai. Non posso farne a meno! – si giustificò Jarod con aria innocente – Mi sei mancata Allison» aggiunse cercando di baciarla di nuovo, ma lei gli sfuggì.

«Sei stato un imprudente a venire qui!» lo rimbeccò ancora, dando sfogo al proprio disappunto. Come poteva dirgli che tra loro era finita se in quel momento desiderava soltanto lasciarsi sedurre da lui?!

«Il tuo messaggio diceva che era urgente»

«Non così urgente da correre il rischio di farti catturare» insistette lei, versando due bicchieri di soda…le ci sarebbe voluto ben altro, ma purtroppo aveva smesso di bere dannazione!!!

«Non ti agitare – continuò lui sorseggiando la sua bibita - Casa tua non è sorvegliata, non ci sono microfoni né telecamere in giro e il tuo telefono non è sotto controllo - lei lo fissò sbigottita – Non sapevo come ingannare il tempo mentre ti aspettavo!»

«Oltre a punire a dovere il cattivo di turno, hai scoperto qualcosa nelle ultime settimane?» domandò Miss Parker sedendosi di fronte a lui.

«Purtroppo no. Non c’è nessuna traccia della lista nemmeno nelle banche dati del Centro indicate sull’ultimo elenco che mi hai mandato…e tu? Trovato niente?»

«Sfortunatamente no, però ho imparato un sacco di cose sui computer – commentò lei ironica, tamburellando nervosamente con le unghie sul suo bicchiere di soda - Broots a questo punto penserà che voglia laurearmi in ingegneria informatica!»

Jarod sorrise: «Allora di cosa volevi parlarmi?» le chiese allungandosi verso di lei, i gomiti appoggiati alle ginocchia, ed affondando uno sguardo suadente nei suoi occhi colmi d’inquietudine.

«Ecco… - No, decisamente non poteva farcela! – Ehm…so che avevamo deciso di non coinvolgere nessuno in questa faccenda, ma a questo punto credo che non possiamo più evitarlo – riuscì finalmente a dire Miss Parker, iniziando a passeggiare agitata per il salotto…bè, infondo anche quell’argomento le stava comunque a cuore - Sono mesi che cerchiamo senza concludere nulla: devi ammetterlo, non possiamo riuscirci da soli. Abbiamo bisogno d’aiuto»

«Pensavi a Sydney e Broots?»

Lei annuì: «Forse Syd sa qualcosa o ha sentito parlare della lista, magari da mia madre e Broots potrebbe aiutarmi a spulciare negli archivi»

«D’accordo. Non si può certo negare che ci serve una mano – convenne lui – Ma dovremo essere molto chiari sui rischi ai quali andranno incontro. Dopodiché la decisione spetterà solamente a loro»

«Certo»

«Dovevi dirmi altro?» domandò ancora Jarod, avvicinandosi pericolosamente.

«No» mormorò lei volgendogli bruscamente le spalle.

“Dannazione Allison ! – si rimproverò esasperata – Ci sei cresciuta in mezzo alla falsità e alle menzogne, non dovrebbe essere poi così difficile per te dire una bugia!”

«Cioè sì… - esordì improvvisamente, afferrando a due mani tutto il suo coraggio per poi voltarsi a guardarlo dritto negli occhi - A dire la verità c’è un’altra cosa che dovrei dirti»

«Ti vedo così strana – osservò impensierito lui, cercando nuovamente di abbracciarla, col solo risultato di farla allontanare – Allison, cosa c’è che non va?»

«Ecco io…io credo – Miss Parker tirò un lungo sospiro per farsi forza –  Io ci ho pensato bene…e ho capito che tra noi non può funzionare Jarod»

«Cosa..?» sussurrò lui incredulo, un amaro stupore dipinto sul volto. No, aveva capito male. Lei non intendeva dire quel lui aveva appena ascoltato…ma allora perché si sentiva come se un fulmine lo avesse improvvisamente colpito in pieno petto?

“Okay, il dado è tratto. Ora viene la parte più difficile” si diceva intanto la donna, cercando di non pensare a quanto le facesse male vedere una tale amarezza dipinta negli occhi di Jarod.

«Mi dispiace, ma credo che tutti e due abbiamo preso una decisione affrettata – lui scosse il capo contrariato, però Miss Parker non lo lasciò parlare – Andiamo! Ci sentivamo tutti e due soli…eravamo a Parigi, in una cornice romantica e ci siamo semplicemente fatti prendere la mano. Può succedere»

«E’ davvero questo che pensi?» mormorò lui fissandola ancora incredulo.

«Sì Jarod – confermò la donna con ostentata convinzione - Ci ho riflettuto e…insomma, è innegabile che adesso mi senta attratta da te, ma questo non può bastare»

«Attrazione fisica?! – proruppe Jarod, dando finalmente sfogo alla propria disperazione, mentre il mondo sembrava cadergli rovinosamente addosso - Per te si riduce a questo quello che c’è tra noi?»

«No…non è solo questo - dovette ammettere lei scossa. In quel momento più che mai non era affatto certa di poter arrivare fino infondo – Ma non significa che...»

«Io non ti capisco – insistette ancora lui prendendola per le spalle e costringendola ad affrontare il suo sguardo carico di dubbi e di malcelate speranze - Allison, se è successo qualcosa, se c’è un problema che ti preoccupa devi solo dirmelo e lo affronteremo insieme»

«Non è possibile…» disse lei in un sussurro appena percettibile.

«Niente è impossibile – l’interruppe deciso lui – Anche tu, fino a poche settimane fa pensavi che insieme potessimo superare qualunque ostacolo…»

«Bè…forse mi sbagliavo» mormorò Miss Parker, sempre meno convinta di ciò che stava facendo.

«Allison…ti ho guardata negli occhi mentre mi dicevi che mi amavi e non stavi mentendo. Che cosa è cambiato da allora?»

Diamine doveva farlo! Proprio per questo, perché lo amava, doveva allontanarlo da lei .

«Niente. Non è cambiato niente e niente cambierà mai!» dichiarò lei a quel punto liberandosi del suo abbraccio e scoccandogli un’occhiata fredda quanto la sua voce.

«Non ti seguo» ammise Jarod sconcertato.

«Io non faccio che pensare a te e a me come a due relitti viventi – continuò lei con malinconica disillusione - Caricature di esseri umani che hanno sempre vissuto prigionieri di un’esistenza senza vita, che non riusciranno mai a trovare pace…e normalità, men che meno insieme»

«Non è vero, noi insieme possiamo…» provò ad obiettare lui.

«Ma non capisci?! – sbottò a quel punto la donna, con tutta la durezza di cui fu capace - Stare insieme a te per me significa ricordare continuamente il Centro e tutto quello che ho dovuto passare per causa loro…la morte di mia madre…Tommy…io invece voglio dimenticare…voglio guardare avanti, pensare al futuro»

«Un futuro dove la mia presenza non è contemplata – commentò lui con profonda amarezza, oramai resosi conto che lei stava dicendo sul serio - E pensare che credevo ti importasse di me»

«Mi importa di te e molto anche! – si lasciò sfuggire d’istinto Miss Parker, ferita a morte dallo sguardo sconfortato e disilluso che lui le rivolse, salvo poi correggersi un po’ goffamente - Ma…ma non in quel senso»

«Che significa non in..?!»

Il rumore di un’auto che si fermava lungo il vialetto li interruppe, attirando repentino la loro attenzione.

«Aspetti visite?» chiese guardingo Jarod.

«Non che io sappia – mormorò preoccupata lei, afferrando la pistola - In cucina presto…e appena puoi taglia la corda!» gl’intimò prima di spegnere la luce, per poi appostarsi accanto alla porta, le orecchie tese, i nervi a fior di pelle, la mente che valutava a ritmo frenetico tutte le più tragiche eventualità. Accidenti, se lo sentiva che prima o poi sarebbe successo! Altro che convinti della storia che aveva raccontato, quelli avevano capito tutto maledizione! E non avevano fatto altro che aspettare la loro prima mossa azzardata per piombare loro addosso. Certo che non era proprio nel loro stile arrivare così in sordina, in un caso del genere di solito si usava intervenire con un imponente e rumoroso spiegamento di uomini…ma a quel punto poco importava.

Le portiere si chiusero…un breve scambio di bisbigli, poi i passi presero lentamente ad avvicinarsi…dovevano essere in due, oramai ad un paio di metri dall’ingresso…un metro…ora! Con uno scatto fulmineo, Miss Parker aprì violentemente la porta, cogliendo di sorpresa i visitatori inattesi, e puntò decisa la sua pistola in fronte a…

«Broots…Sydney - esclamò stupita, tirando un sospiro di sollievo - Che diavolo ci fate qui a quest’ora?!» aggiunse riponendo la pistola nella fondina.

«Scu…scusa Miss Parker – balbettò Broots a corto di fiato e con gli occhi sbarrati, ancora scosso per lo spavento – Ma dovevamo parlarti subito…cioè io devo parlarti, ma la mia auto non voleva saperne di mettersi in moto, così ho chiesto a Syd di darmi uno strappo per…»

«Broots taglia corto e vieni dentro! – esclamò esacerbata la donna, afferrandolo per il colletto e trascinandolo in casa sua senza tanti complimenti, per poi lasciar entrare un compassato Sydney – Allora?!» continuò impaziente, dopo aver acceso per l’ennesima volta la luce.

«Non crederai alle tue orecchie quando lo saprai! Il mio amico Rodney, il sordomuto che sta all’Ufficio Protocolli, dove vengono registrati tutti i nuovi progetti …sai, non ci sente e non parla ma tiene gli occhi bene aperti, non gli sfugge niente e…»

Miss Parker ebbe un moto di stizzita impazienza, così Sydney pensò bene di arrivare al dunque.

«Il Centro sta rimettendo in funzione il SL-27»

«Cosa?! E perché mai?!»

«Rodney ha registrato oggi stesso il fascicolo nei progetti approvati – spiegò Broots - Vogliono riprendere il Programma Simulatore»

«Ma non è possibile! Quello era un progetto di Raines e il maledetto bastardo, con buona pace di noi tutti, ha tirato le cuoia proprio davanti ai miei occhi!»

«Probabilmente sarà qualcun altro ad occuparsene» le fece notare Sydney, flemmatico come sempre.

«E chi accidenti..?!»

«Non lo immagini?»

«Ma certo, l’imbalsamatore! - arguì Miss Parker dopo qualche istante con un sorrisetto sarcastico – L’infido, compiacentemente sadico Dott. Cox …proprio il degno successore del nostro Nosferatu!»

«Sì, la richiesta è stata sua» confermò Sydney.

«Chi ha autorizzato il nuovo progetto?» chiese ancora lei, temendo però di conoscere fin troppo bene la risposta.

«Bè…ecco… - tentennò infatti Broots – La firma è …è di Mr. Parker»

La donna chiuse gli occhi e sospirò, scuotendo il capo. Lo aveva fatto di nuovo. Eppure glielo aveva promesso, le aveva giurato che, tolto di mezzo Raines, non ci sarebbero più stati esperimenti disumani, che lui stesso si sarebbe impegnato per far sì che il Centro ritornasse ciò che sua madre avrebbe voluto che fosse: un’organizzazione umanitaria, che poneva le sue conoscenze scientifiche al servizio degli esseri umani e del loro benessere…il solito mucchio di parole al vento! Ma quando avrebbe imparato a non fidarsi più di suo padre?!

«Un momento! – esordi preoccupata Miss Parker, accantonando repentina l’ennesima cocente delusione ricevuta da papà – Chi sarà la cavia stavolta? Syd, credi che vogliano rapire un altro bambino, come cercarono di fare con Davy Simpkins?»

«E’ possibile – rispose meditabondo il dottore - Ma più ci penso e più…no, piuttosto temo che per evitare problemi questa volta potrebbero essersi procurati il soggetto…alla fonte»

«Che vuoi dire?»

«Qualcuno che nessuna famiglia verrà mai a reclamare, perché la sua famiglia si trova al Centro»

«Il piccolo baby Parker..?» esclamò Broots incredulo.

«Vi va di scherzare?! – sbottò Miss Parker fissando indignata entrambi gli uomini – Sean è mio fratello, è figlio del direttore del Centro. Mio padre non…»

«Tuo padre sposò Brigitte solo per avere quel bambino - le ricordò Sydney con aria grave -  E ad essere sincero non sono nemmeno certo che sia figlio loro, geneticamente parlando»

«In effetti Brigitte aveva detto di non poter avere bambini…» ricordò perplessa la donna.

«…tant’è che portare a termine la gravidanza l’ha uccisa – aggiunse il dottore - Non sarebbe mai potuta rimanere incinta in modo naturale»

«Forse Brigitte e Mr. Parker si sono rivolti ad una di quelle cliniche della fertilità» ipotizzò Broots.

«La Nugenesis..?» azzardò turbata Miss Parker.

«Anche questo è possibile – ammise Sydney - Dobbiamo controllare»

«E lo faremo. Ad ogni modo come sia nato quel bambino non fa differenza. Non permetterò che gli facciano del male! – dichiarò la donna categorica – Porterò Sean fuori da lì a costo di..!»

«Non prendere decisioni affrettate – le consigliò pacato il dottore – Le nostre per il momento sono solo ipotesi, non possiamo muoverci finché non le avremo verificate».

Miss Parker annuì sospirando pesantemente. Dio quanto odiava dover aspettare…e sentirsi così impotente!

«Questo significa che ora possiamo andarcene a letto?» chiese speranzoso Broots.

La donna lo trafisse con un’occhiataccia, ma riuscì miracolosamente a trattenere la caustica battuta  che aveva oramai sulla punta della lingua…le vecchie abitudini sono dure a morire!

«Bè, visto che siete qui – disse invece - Anch’io dovrei parlarvi. Anzi noi dovremmo parlarvi…» precisò volgendo lo sguardo alla porta della cucina, che lentamente si aprì, mostrando un’ospite inaspettato.

«Jarod?! – proruppe trasecolato Broots fissando il simulatore mentre usciva dalla stanza attigua e si sedeva tranquillo accanto alla padrona di casa - Syd…credo di essermi perso qualcosa»

«Ho idea che ce lo siamo perso tutti e due Broots» commentò misurato il dottore, limitandosi a studiare incuriosito la donna ed il suo protetto, il mento appoggiato come al solito alla mano destra.

«Riguardo la mia missione a Parigi…bé, non vi ho detto proprio tutto…» confessò Miss Parker scambiando con Jarod uno sguardo d’intesa.

«…a cominciare dal fatto che il DSA che abbiamo trovato non era danneggiato – aggiunse questi – Noi sappiamo qual era il progetto segreto di Catherine Parker» chiarì, prima di raccontare del messaggio che avevano rinvenuto, della lista, del loro sodalizio contro il Centro e delle ricerche fino a quel momento infruttuose.

«Che mi prenda un colpo!» mormorò sconcertato Broots, accasciandosi sulla poltrona.

«Allora è questo ciò che Catherine aveva scoperto, la vera natura del Centro» mormorò Sydney scuotendo tristemente il capo, mentre ripensava alla tragica scomparsa dell’amica.

«Ora che sapete la verità siete potenzialmente in pericolo quanto lo siamo noi» li avvertì Jarod.

«Che significa potenzialmente?» chiese confuso Broots.

«Che siete ancora in tempo per tirarvi indietro – chiarì Miss Parker - Per  fingere che questa conversazione non sia mai avvenuta e continuare a vivere tranquilli senza mettere in sicuro pericolo voi stessi e le vostre famiglie»

«Perché è questo che succederà se il Triumvirato dovesse scoprire che conoscete il loro segreto e purtroppo non è una possibilità tanto remota - confermò Jarod – Sapete meglio di me di cosa è capace il Centro. Nessuno di voi sarebbe più al sicuro, nessuna delle persone a cui tenete»

«Ci servirebbe davvero il vostro aiuto – aggiunse ancora la donna - Ma se non intendete rischiare la vostra vita e quella di chi vi sta accanto noi vi capiremo»

Un pesante silenzio cadde sulla stanza, mentre tutti i presenti, ognuno immerso nei propri pensieri, evitavano di guardarsi negli occhi…lunghi, imbarazzanti minuti che sembravano non dover finire mai.

«Io non mi tiro indietro – si decise infine a dire Sydney, lo sguardo risoluto, la voce ferma e sicura di sempre - Non vi lascerò soli proprio adesso che posso rimediare almeno in parte ai miei errori»

«Non devi sentirti obbligato a farlo per questo, Sydney» asserì turbato Jarod, rivolto all’uomo che gli aveva fatto da padre, l’uomo che amava e rispettava come un padre. Sapeva quanto si sentisse colpevole per le sofferenze che il Centro gli aveva inflitto, ma per quanto lui stesso lo ritenesse in parte responsabile, lo aveva perdonato da tempo e mai e poi mai gli avrebbe permesso di rischiare la vita per riparare a torti altrui.

«Io voglio farlo Jarod – replicò pacato il dottore, intuendo cosa passasse per la testa del suo protetto – Lo devo a te, ma soprattutto a me stesso»

Jarod annuì, quindi, imitando i presenti, rivolse la sua attenzione a Broots, che ancora non aveva aperto bocca.

«Bè, contate pure anche su di me – esordì timidamente questi, dopo qualche istante – Sto sudando freddo dalla paura, ma non posso permettermi di fare il codardo proprio al momento decisivo!»

«Grazie» gli sussurrò Miss Parker, lo sguardo carico di riconoscenza.

«Ma il problema dei vostri cari rimane – insistette Jarod - L’ultima cosa al mondo che vorrei è che succedesse a loro ciò che è successo alla mia famiglia»

«Dirò a Michelle e Nicholas di partire – propose Sydney – Ho un buon amico che vive nei pressi di Bruxelles e che li aiuterà a nascondersi finché sarà necessario. Debbie potrebbe andare con loro, che ne dici Broots?»

«Non saprei – replicò questi visibilmente preoccupato per l’incolumità della figlioletta – Voi credete che il Belgio sarà abbastanza lontano per..?»

«…per impedire al Centro di trovarli? – disse Jarod, terminando la frase che l’altro non aveva il coraggio di concludere – Nessun posto al mondo lo sarebbe, però…»

«…però in Europa saranno al sicuro, almeno per qualche tempo – aggiunse fiduciosa Miss Parler – E con un po’ di fortuna forse troveremo la lista prima che il Centro si metta sulle loro tracce. In fin dei conti ancora non sanno che noi sappiamo»

«Miss Parker ha ragione Broots» intervenne Sydney con fare rassicurante.

«D’accordo» assentì infine l’altro.

«Bene. Organizzerò io la fuga – propose a quel punto Jarod - Documenti e prenotazioni con nomi falsi e false prenotazioni a loro nome per depistare le eventuali ricerche del Centro. Mi serviranno solo un paio d’ore. Nel frattempo voi penserete ad avvisare Michelle Nicholas e Debbie di fare le valige – continuò afferrando la sua giacca e dirigendosi risoluto verso la porta – All…ehm...Parker… - aggiunse poi fermandosi davanti a lei – Più tardi vorrei riprendere il discorso che abbiamo interrotto»

«Io penso sia meglio di no» mormorò Miss Parker, cercando di mostrarsi convinta.

Esasperato, lui si lasciò sfuggire un sospiro: «Mi faccio vivo io, okay?»

Lei annuì, lasciando indugiare il suo sguardo in quello accorato di Jarod un po’ troppo a lungo.

Senza staccare gli occhi da quelli della donna, lui fece per muovere la mano, forse nell’intento di prendere la sua, ma si sforzò di reprimere il gesto, quindi, senza aggiungere altro, le voltò le spalle e se ne andò.

Sydney, che aveva osservato la scena sempre più incuriosito, non mancò certo di cogliere quel significativo scambio di occhiate e cominciò a chiedersi se Miss Parker non avesse taciuto altri interessanti particolari circa la sua missione a Parigi, ma si astenne prudentemente dal farle domande.

 

Ashland High School – Ashland, Wisconsin – ore 12:00 a.m.

                                                                                                                                                                                                             

Il sole era alto sul parco della scuola, affollato per la pausa del pranzo. L’aria era limpida quanto pungente e grazie alla fredda brezza proveniente dal lago, sapeva di buono.

Jay stava seduto in disparte, come al solito, ad osservare le vite normali dei suoi coetanei: scherzare con gli amici, fare due tiri a football, rimorchiare ragazze…tutte cose che a lui sembravano essere negate. Per la sua incolumità, gli era vietato divertirsi, stringere amicizie, mostrare le sue straordinarie capacità: troppo pericoloso. Lui doveva cercare di non dare nell’occhio, guardarsi sempre le spalle, evitare ogni contatto con chi gli stava intorno, a meno che non fosse strettamente necessario. Gli era stato detto che, nonostante fossero passati quasi due anni dalla sua fuga, il Centro era ancora sulle sue tracce, quindi doveva restare nascosto, limitandosi a guardare gli altri vivere…e lui lo detestava. Detestava sentirsi come un fantasma che attraversava non visto luoghi ed esistenze altrui, un intruso che non avrebbe mai avuto nulla in comune con tutti gli altri.

Ma d’altra parte, Jay non era come gli altri. Non era un normale adolescente con un padre ed una madre, cresciuto con l’affetto di una famiglia e degli amici, libero di giocare in un parco, di leggere fumetti, di mangiare cioccolata e fare indigestione di gelato…lui non sapeva nemmeno che esistesse il gelato, finché Jarod non l’aveva praticamente costretto ad assaggiarlo. E sebbene ormai da tempo vivesse con la sua famiglia, sentiva di non farne parte. In realtà, per il maggiore e per Emily, lui era soltanto il clone di Jarod, vale a dire un impiccio in più di cui occuparsi, una scocciatura di cui avrebbero volentieri fatto a meno.

Quella situazione lo faceva impazzire. Sentimenti contrastanti tormentavano costantemente il suo animo: amore e odio per una vita che gli era concesso di vivere solo a metà; bisogno di essere amato e diffidenza verso quella famiglia che non lo aveva cercato e che sicuramente lo aveva accolto solo perché si era sentita in dovere di farlo; speranza e paura per ciò che gli riservava il futuro; senso di superiorità ed invidia nei confronti dei suoi coetanei, di certo meno dotati di lui ma tanto più fortunati. Tuttavia la più forte fra tutte quelle sensazioni era senz’altro la rabbia…rabbia per essere soltanto il frutto di un esperimento genetico, concepito dalla mente diabolica e disumana del Dr. Raines, che non aveva nemmeno mai voluto dargli un nome, se non Progetto Gemini…rabbia, per essere stato catapultato contro la sua volontà in un mondo di cui, pur desiderandolo, non avrebbe mai fatto parte e nel quale nessuno sembrava potesse capire ciò che provava. Ma perché era dovuto succedere proprio a lui?!

In un moto di stizza, dettato da un’incontrollabile frustrazione, Jay si alzò di colpo, senza fare troppo caso a chi gli stava intorno…l’urto fu inevitabile.

«Ah!» gridò la ragazza, sottraendolo di colpo ai suoi tristi pensieri, prima di cadere a terra.

«Scu…scusami…non volevo - balbettò Jay sbalordito e mortificato, chinandosi per soccorrerla – Ti sei fatta male?»

«No, va tutto bene – lo tranquillizzò una voce garbata – Toglimi una curiosità: sei sempre così travolgente quando decidi di alzarti?!» lo schernì poi la sua vittima, osservando divertita il suo forte imbarazzo.

«Ecco io…»

Jay era incapace di staccare gli occhi dalla bella biondina: capelli lunghi, inanellati in morbidi riccioli, viso ovale, occhi limpidi, azzurri come il mare, sorriso delizioso. Non gli era mai accaduto di sentirsi così in tutta la sua breve vita. Mai fino a quel momento almeno. La bocca impastata, il cuore che gli martellava impazzito nel petto, la mente in preda alla più totale confusione, incapacità di articolare anche la più semplice delle frasi. Anche se i sintomi erano simili, quel che provava non era esattamente panico. Ma che gli stava succedendo?!

«Guarda che non tocca a te essere sconvolto…è stato il mio fondoschiena a finire per terra!» lo rimbeccò ancora la ragazza con un sorrisetto ironico, facendolo arrossire come un peperone.

«Hai ragione…scusami» balbettò Jay offrendole impacciato la mano per poi aiutarla ad alzarsi.

«Ora puoi smetterla di scusarti. Come vedi non ho niente fuori posto»

“Questo è poco ma sicuro!” si disse il ragazzo, osservandola ammirato da capo a piedi. Era più bassa di lui di una spanna abbondante, di costituzione minuta ma con tutte le curve decisamente al posto giusto, messe in risalto dai jeans e dalla maglietta attillata.

«Qualcosa non va?» chiese lei un tantino irritata dal suo modo di divorarla con gli occhi.

«Cosa..? No…ehm..ti è caduto questo – farfugliò lui distogliendo imbarazzato lo sguardo – Gli Elementi di Euclide – lesse poi raccogliendo il massiccio volume rimasto a terra – Un po’ impegnativa come lettura di svago»

«Forse. Comunque questo è uno svago per me – replicò lei con aria di sufficienza, riprendendosi il libro – Vedi, non tutti traggono soddisfazione dal leggere pettegolezzi e notizie sportive. Ma non pretendo che tu possa capire» aggiunse spocchiosa, accennando ad andarsene.

“Hei con chi credi avere a che fare?! – sbottò lui risentito, tra sé e sé, punto sul vivo -  Io conosco quasi a memoria i   tredici i libri degli Elementi, per non parlare di molte altre cose che tu nemmeno riusciresti ad immaginare!”

«Al contrario, capisco benissimo – esordì poi con sottile sarcasmo, prima che lei si allontanasse - Se vuoi possiamo parlare della teoria delle proporzioni, dei postulati sulle rette parallele o della dimostrazione dell’infinità dei numeri primi, ma francamente preferisco fare altro per…svagarmi»

Lei lo osservò un attimo piacevolmente stupita, prima di commentare in tono pungente: «Per esempio tramortire le ragazze per poi cercare di abbordarle?»

«No guarda che ti sbagli…io… – si affrettò a giustificarsi Jay, poi notò che la ragazza lo stava fissando con un piglio beffardo dipinto sul bel viso. Lo stava di nuovo prendendo in giro, ma non c’era più traccia di scherno nel sorriso che gli stava rivolgendo  - Ehm…frequenti il corso del prof. Harris per caso?» le chiese quindi disorientato, accennando a sua volta un flebile sorriso.

«Sì - confermò lei sedendosi ed invitandolo inaspettatamente ad imitarla - Anche tu, immagino»

«Già. Strano però, non ti ho mai vista in classe»

A dire la verità lui non notava mai nessuno, visto che si sistemava sempre nel cantuccio più isolato della stanza, mimetizzandosi quasi contro la parete e che entrava ed usciva dall’aula tenendo gli occhi bassi, nella speranza che nessuno si accorgesse di lui.

«Forse perché non ci tengo a farmi notare - replicò evasiva la ragazza - Ad ogni modo nemmeno io ti ho mai visto a lezione»

«Bè, diciamo che anch’io cerco di non farmi notare» ammise lui con una buffa espressione di ostentata ingenuità, che provocò la spontanea, cristallina risata della ragazza.

«Io sono Kimberly Law… - fece per presentarsi lei, salvo poi interrompersi di colpo a disagio, quasi si fosse improvvisamente ricordata di qualcosa che, suo malgrado, non doveva fare - Cioè… soltanto Kimberly»

«Jay – rispose lui sorridendo - …soltanto Jay»

Lei ricambiò il sorriso con aria complice, fissando intensamente i profondi occhi scuri che guardavano timidi e curiosi i suoi…fu in quel momento che si creò tra loro una sorta d’intesa, un’incredibile sintonia, un’inspiegabile eppure autentica sensazione di essere sulla stessa lunghezza d’onda.

«Come mai ti interessa tanto Euclide?» chiese Jay distogliendo turbato lo sguardo. Tutte quelle nuove sensazioni erano e a dir poco incomprensibili per lui e non facevano che confonderlo sempre di più.

«Non so, forse perché lui ha reso tutto più chiaro, più semplice – provò a spiegarsi Kimberly - Ha fissato dei principi, termini oltre i quali non si può andare, entro i quali ciò che accade è sempre prevedibile e comprensibile. A volte vorrei che anche la realtà fosse così, senza incognite, senza misteri. Sarebbe rassicurante, magari un po’ noiosa, ma rassicurante…non so se riesci a capirmi»

«Sì, credo di sì – assentì lui, lo sguardo fisso su di un punto imprecisato del piccolo parco. Altroché se capiva! - A volte, quando meno te l’aspetti, ti succedono le cose più impensabili e ti rendi conto che ciò che davi per scontato non lo è affatto e che ti piaccia o no, lo devi accettare, anche se ti senti confuso e impotente e arrabbiato…»

«…e daresti qualsiasi cosa perché nella tua vita tutto fosse di nuovo semplice» terminò tristemente lei.

Pareva impossibile, eppure quella ragazza sapeva esattamente ciò che lui sentiva e ancora più incredibile, sembrava provare le sue stesse sensazioni.

«La tua vita è davvero così complicata?»

«Non sai quanto! – si lasciò sfuggire lei – Cioè…voglio dire…non più della tua, credo»

“Tu non hai la più pallida idea di quanto sia incasinata la mia vita!” stava per commentare Jay, ma fortunatamente riuscì a pronunciare solo un neutro : «Già»

«Mi piace parlare con te Jay – gli confessò, rivolgendogli uno sguardo schietto - Vorrei che fosse così facile anche con gli altri»

«Chi sarebbero gli altri?»

«Gli adulti – esordì Kimberly con aria scocciata – Coi miei genitori ad esempio non c’è dialogo. Non ci riesco proprio a parlare con loro, anche perché loro non considerano mai il mio punto di vista! Decidono della mia vita senza nemmeno chiedere il mio parere, sostengono di agire per il mio bene e che quando sarò più matura capirò… figurati! Non si sforzano minimamente di capirmi. Avere una famiglia a volte è proprio insopportabile!»

«Non dirlo a me!»

«Anche tu hai qualche difficoltà in casa eh?»

«Sì, qualcuna»

«Vivi qui ad Ashland da molto tempo?»

«Bè…ecco…»

«JAY!»

La voce perentoria della graziosa brunetta, che lo chiamava dal finestrino abbassato della sua utilitaria, tolse il ragazzo dall’impiccio di dover inventare le solite, plausibili frottole per nascondere il proprio passato.

«A proposito di famiglia – esordì - E’ mia sorella. Devo andare»

«Allora ci si vede in giro…soltanto Jay»

«Certo…soltanto Kimberly» mormorò lui con un timido sorriso prima di allontanarsi.

La domanda arrivò, come previsto, non appena ebbe chiuso la portiera.

«Chi era quella ragazza?»

«Kimberly – rispose laconico - Siamo nella stessa classe di matematica»

«Jay, lo sai che devi stare molto attento alle persone che frequenti» replicò secca Emily, lo sguardo fisso sulla strada mentre si destreggiava nella guida.

Non lo stava fissando, ma Jay sapeva bene che, se lo avesse fatto, nei suoi espressivi occhi verdi avrebbe trovato solo disapprovazione…come al solito del resto!

«Sicuro che lo so – replicò infastidito, lasciando vagare uno sguardo indifferente fuori dal finestrino – Rilassati. Abbiamo solo parlato del più e del meno. Non le ho raccontato la mia tragica storia e se anche lo avessi fatto, lei non ci avrebbe di certo creduto!»

“Indisponente come sempre!” pensò irritata Emily, sforzandosi tuttavia di mantenere pacati i suoi modi ed il suo tono di voce.

«Lo so che questa situazione è opprimente per te – esordì dopo qualche istante di pesante silenzio - Ma come ti ho già detto tante volte, non sei l’unico a dover fare dei sacrifici. Pensa a…»

«Già, pensa a Jarod!» sbottò Jay con aspro sarcasmo, oltremodo stanco di sentir tessere le lodi del suo originale.

Emily sospirò pesantemente, faticando non poco a conservare il proprio autocontrollo…ma perché quel ragazzino aveva il potere di farla uscire dai gangheri?!

«Sì, dovresti proprio»

«Ma sì! Pensa al tuo povero sfortunato fratello, rimasto per trent’anni nella spietata morsa del Centro ed ora braccato come un animale! – continuò imperterrito il ragazzo, sfogando improvvisamente tutta la sua rabbia repressa - Bé né io né te stiamo certo meglio mi pare. E tutto questo sta succedendo a causa sua!»

«Non dire sciocchezze! – proruppe Emily, a sua volta oramai in collera con l’impudente fratellino. Ma come si permetteva quell’ingrato?! - Jarod sta cercando di tirarci tutti fuori dai guai ma…»

«E come mai ancora non c’è riuscito, visto che è un genio?!»

«Ora falla finita! – lo rimbrottò severamente lei, zittendolo di colpo, mentre fermava l’auto davanti alla graziosa casetta che avevano preso in affitto col Maggiore - Dovresti essergli riconoscente. Se non fosse stato per lui adesso non saresti che un esperimento, saresti ancora nelle grinfie del Centro a farti torturare dal Dr. Raines! – quelle dure parole, dettate dall’ira e dalla frustrazione, le uscirono di bocca prima che potesse rendersene conto e ad Emily non restò che pentirsene – Perdonami Jay. Non volevo dire quello che ho detto, io…» provò a giustificarsi davvero dispiaciuta. Ma il ragazzo, profondamente ferito, stava già scendendo dall’auto, sbattendo con rabbia la portiera.

“Maledizione, ma perché sbaglio sempre tutto con lui?!” si chiese accasciandosi amareggiata sul sedile.

Forse perché all’università le avevano insegnato come poter aspirare al premio Pulitzer, ma non come si fa da sorella maggiore ad un ragazzo difficile…né tanto meno da madre.

Il suo pensiero corse inevitabilmente a lei: “Dio quanto mi manchi mamma, soprattutto in questi momenti. Tu sapresti di sicuro cosa fare, mentre io…”

Si sentiva così sola. Erano anni che non vedeva sua madre, infatti dopo quanto era successo a Boston, Margaret aveva preferito, seppur a malincuore, separarsi da lei, per far sì che almeno la figlia fosse al sicuro ed Emily aveva creduto di esserlo, finché Lyle non l’aveva trovata e l’aveva quasi uccisa, costringendola a rinunciare alla sua promettente carriera al giornale, ad abbandonare la sua dinamica Philadelphia per lavorare sotto falso nome in piccole e monotone redazioni di provincia.

Non poteva contare nemmeno su suo padre, che aveva ritrovato circa un anno prima, ma che quasi sempre era lontano, alla ricerca di Margaret, lasciando lei sola ad occuparsi di Jay. Compito assai arduo che, pressoché subito aveva capito di non essere in grado di svolgere. Dapprima si era mostrata fin troppo comprensiva con lui, senza riuscire a placare la rabbia che questi sembrava provare verso tutto e tutti. Allora era passata alla linea dura, ma i risultati non erano certo stati migliori, non era mai riuscita ad aprirsi, ad instaurare un dialogo col fratello e  la situazione oramai le stava sfuggendo di mano. Tutto era troppo complicato e decisamente al di sopra delle sue possibilità.

Eppure voleva bene a quel ragazzo, dannazione! Avrebbe dato la vita pur di proteggerlo. Ma allora perché non riusciva a fargli capire quanto lo amasse, visto che lui ne aveva sicuramente bisogno? Forse la paura, l’inquietudine di doversi sempre guardare le spalle, le impedivano di lasciarsi andare e di mostrare apertamente i propri sentimenti. Probabilmente poco prima si era arrabbiata tanto per le parole di Jay perché lei stessa a volte, suo malgrado, aveva pensato che Jarod fosse la causa di tutti i suoi guai. Momenti di debolezza, che non poteva e non voleva concedersi di nuovo.

“Pazienza Emily. Devi farti forza ed avere pazienza” si disse ripensando alla sua ultima conversazione telefonica con Jarod, quella in cui lui le aveva promesso che un giorno non lontano tutto questo sarebbe finito, che tutti loro sarebbero tornati alle loro vite e che sarebbero finalmente stati una famiglia…una tranquilla famiglia felice.

Forse si stava solo illudendo, ma in quel momento come non mai aveva bisogno di credere alle parole di suo fratello, aveva bisogno di aggrapparsi a quella flebile speranza, altrimenti avrebbe rischiato d’impazzire.

 

Istituto Psichiatrico di Pleasant Wood – Tosen, Maryland  - ore 07:00 a.m.

 

Le prime ore del mattino erano quelle che preferiva per camminare lungo i sentieri deserti del parco, ormai vestito dei caldi colori autunnali. Pennellate d’ocra, castano e amaranto, che parevano delineate dalla mano di un abile maestro. L’aria leggera e pungente arrivava fresca sulle sue gote e gli stuzzicava piacevolmente le narici, portando con sé il profumo tenue del muschio e delle foglie ingiallite, cariche di rugiada, che scintillavano come preziosi gioielli alla luce dei primi, tiepidi raggi del sole. Tranquillità e silenzio, interrotti talora da flebili cinguettii, erano l’unico sottofondo alle sue solitarie passeggiate mattutine ed infondevano nel suo animo un profondo senso di pace.

Poco meno di un anno prima, Ethan credeva che non sarebbe mai stato possibile per lui raggiungere una tale quiete. Allora desiderava soltanto porre fine in qualche modo alle sue sofferenze, all’aspro conflitto che si combatteva nella sua testa da quando era venuto al mondo. Le voci sommesse, delle quali ignorava la provenienza e che lo terrorizzavano, contro le parole arcigne di quell’uomo malvagio, l’unico di cui purtroppo si era sempre fidato, che gli imponevano di non ascoltare. Ethan aveva capito che, per quanto si fosse sforzato, non sarebbe mai riuscito a far cessare quelle voci, eppure doveva fermare l’acuto contrasto che dilaniava la sua mente tormentata fino a farlo impazzire, perciò non aveva trovato che una soluzione: desiderava soltanto morire, pur di non dover più sopportare quello strazio.

Ma Jarod e Miss Parker lo avevano impedito, avevano salvato appena in tempo la sua vita e quella di migliaia di innocenti che il Dr. Raines gli aveva ordinato di uccidere, piazzando quella bomba nella metropolitana di Washington. Ancora non riusciva a spiegarsi come Jarod fosse stato capace di farli uscire incolumi da quella tremenda esplosione, però gliene era profondamente grato. E gli era riconoscente anche di averlo portato lì, a Pleasant Wood, un posto sicuro dove gli spazzini del Centro non lo avrebbero mai cercato, perché già erano stati lì anni prima seguendo le tracce dello stesso Jarod.

Non era stato facile, né indolore, ma grazie all’aiuto della dottoressa Goetz, Ethan aveva finalmente imparato a convivere con il suo senso interiore, a non aver paura di quelle voci, ad ascoltarle e a credere in ciò che gli dicevano…soprattutto la voce di lei, soave, rassicurante, carica di infinita tenerezza: la voce di sua madre.

Sapeva che a malincuore avrebbe lasciato quell’oasi di pace e tranquillità, il luogo che aveva segnato la sua rinascita fisica e spirituale, l’unico posto dove si era sentito veramente al sicuro. Ma per lui era quasi giunto il momento di andarsene, di tornare ad affrontare il mondo esterno.

Le voci erano state chiare in proposito: una terribile minaccia incombeva sulle persone che più gli erano care, un’entità estremamente malvagia si stava muovendo subdola nell’ombra, in attesa del momento più propizio per colpire. Ancora non aveva capito chi o cosa fosse, ma poteva percepirne la crudele determinazione. Nonostante l’idea di lasciare quella sorta di guscio in cui aveva trovato pace e serenità lo spaventasse più di quanto volesse ammettere, non poteva tirarsi indietro. Sua sorella avrebbe presto avuto bisogno di lui.

 

Aeroporto di Dover, Delaware  - ore 04:00 a.m.

 

Faceva ancora buio quando Jarod uscì esausto dal terminal delle partenze internazionali, per poi dirigersi a passi lunghi e frettolosi verso il parcheggio, guardandosi sempre attorno con circospezione. Probabilmente non ce n’era bisogno, lì e a quell’ora, ma oramai, dopo anni di clandestinità, era talmente abituato a muoversi in quel modo che forse non sarebbe più stato capace di farne a meno per il resto della sua vita, anche se (magari…) non fosse più stato necessario, o si fosse sforzato di evitarlo.

Era stata una lunga notte quella appena trascorsa, una notte che aveva fatto seguito a due giorni altrettanto intensi, fatti di febbrili preparativi, di spiegazioni solo accennate, che avevano reso tuttavia fin troppo chiara la gravità del pericolo incombente. Era stata una notte di frettolosi ma per questo non certo meno penosi commiati, di frenetiche corse in auto, di sensi sempre all’erta. Una notte estenuante, ma ne era valsa la pena. Michelle, Nicholas e Debbie erano ufficialmente spariti nel nulla e viaggiavano in incognito sull’aereo che li stava portando in Europa, dove sarebbero stati al sicuro, dove per il Centro sarebbe stato molto più difficile trovarli, anche se non impossibile.

Seduto al volante della sua auto, mentre viaggiava alla volta del tranquillo sobborgo di Dover in cui aveva affittato un monolocale, Jarod iniziò finalmente a rilassarsi. La tensione si allentava poco a poco sui suoi nervi e sui muscoli spossati, cedendo il passo alla stanchezza, così, nell’intento di combattere il sonno, che già incombeva minaccioso sulle sue palpebre ormai troppo pesanti, Jarod accese la radio. Un romantico motivo si diffuse nell’abitacolo.

Ancora una volta chi ne aveva scritto le liriche, pareva aver misteriosamente intuito quali fossero i suoi tormentosi pensieri…

 

How can you just walk away from me,

when all I can do is watch you leave

Cos we’ve shared the laughter and the pain

and even shared the tears

You’re the only one who really knew me at all…

 

L’incalzante susseguirsi degli avvenimenti lo aveva aiutato a non pensarci troppo nelle ultime ore, ma a quel punto le dure parole di Miss Parker tornarono a risuonare nella sua mente col loro crudele significato e una dolorosa fitta trafisse ancora il suo povero cuore, già colpito a morte.

“Perché Allison…perché?!” riprese a domandarsi esasperato, ricacciando indietro con rabbia le lacrime che già bruciavano nei suoi occhi.

La maledizione che da sempre lo condannava alla solitudine si era di nuovo abbattuta inesorabile sulla sua vita, proprio nel momento in cui aveva ripreso a credere in un lieto fine, a lottare con maggiore tenacia per cambiare la sua sorte avversa. Proprio quando si era persuaso che non sarebbe mai più stato solo, la donna che amava aveva distrutto in pochi istanti tutte le sue speranze.

Un doloroso groppo tornò a serrargli la gola al solo pensiero di quelle spietate affermazioni e una parte di lui, quella più irrazionale ed emotiva, quella che si sentiva amareggiata e confusa, che avrebbe dato qualsiasi cosa pur di non dover mai ascoltare simili parole, si struggeva per le sue pene d’amore, tuttavia…

Tuttavia un campanello aveva preso a suonare flebile nel sua mente geniale: qualcosa non gli tornava.

Innanzitutto Miss Parker non era tipo da giocare coi sentimenti, specialmente con quelli di Jarod, se non altro per la profonda amicizia che li aveva uniti tempo addietro. Era diretta e schietta, sapeva esserlo fino alla brutalità, quindi non gli avrebbe mai detto di amarlo se non ne fosse stata più che sicura e questo lo portava a chiedersi cosa l’avesse mai spinta ad affermare il contrario un paio di giorni prima.

E poi c’erano i suoi occhi. A volte limpidi laghi di montagna che palesavano tacitamente segrete emozioni, oppure trasparenti, impetuose cascate cariche di passione o ancora cupi mari in tempesta, in cui trasparivano rancore e sete di giustizia. Ma quella sciagurata sera di due giorni prima, gli occhi di Miss Parker, sempre così espressivi, lo sfuggivano inafferrabili ed enigmatici, quasi volessero tenere celati i veri sentimenti della donna, come se…

Lo sguardo sempre fisso sulla strada, Jarod aggrottò di colpo le sopracciglia: un’intuizione aveva messo in moto gli ingranaggi del suo brillante cervello. Sì, più ci pensava e più si faceva strada nella sua mente l’idea che lei gli stesse nascondendo qualcosa. Ma che poteva mai essere?! Una notizia così sconvolgente da indurre Allison a tenerla per sé..? Uhm…poco probabile…oppure un pericolo così grave che…e se lei avesse voluto tenerlo all’oscuro per proteggerlo? Ma da cosa?! Ah stava farneticando!

Erano le quattro del mattino e non dormiva da quasi ventiquattr’ore: aveva troppo sonno per poter ragionare lucidamente. Forse, anzi di sicuro si stava solo illudendo. Miss Parker si era davvero resa conto di aver commesso un errore ed in tutta franchezza si era sentita in dovere di dirglielo, tutto lì. Anche se il solo pensiero lo faceva impazzire, doveva riuscire a farsene una ragione: con lei era tutto finito.

 

Il Centro, Blue Cove  – Ala Rinnovamento  – ore 07:00 p.m.

 

Quando le porte dell’ascensore si aprirono, un insopportabile senso di nausea  gli attanagliò lo stomaco e Sydney sapeva che non era dovuto al forte odore di disinfettante misto a formaldeide che impregnava quel luogo asettico.

Si era augurato di non dover mai più mettere piede in quel posto, quella sorta di anticamera dell’inferno, ma Cox aveva trasferito proprio lì il suo laboratorio. L’Ala Rinnovamento non conservava certo buoni ricordi per lui, dopo che vi era stato segregato, quando aveva temporaneamente perso la vista in seguito all’esplosione della bomba che lui stesso aveva piazzato nel SL-27.

Già, il famigerato Sottolivello 27: mettendo in atto il suo gesto disperato, aveva creduto che almeno quella spregevole parte del Centro sarebbe morta per sempre col suo ignobile significato e le sue orribili memorie, cose che non avrebbe mai voluto vedere, che gli avevano ricordato gli anni terribili passati con Jacob a Dachau e gli esperimenti disumani del Dr. Krieg.

Quel posto sarebbe dovuto sparire, inghiottito dalla deflagrazione e dalle fiamme, invece Cox voleva riportarlo in vita, riprendere gli esperimenti di Raines sui simulatori, sacrificare altre vittime innocenti, come lo erano stati Jarod, Kyle, Angelo e lui era lì per impedirglielo a qualunque costo. Non poteva più restarne fuori, imporsi di non vedere ciò che stava accadendo per mettere a tacere la sua coscienza.

In passato non aveva voluto ascoltare né Jacob né Catherine, non aveva voluto aiutarli e loro invece avevano sacrificato la vita nel tentativo di fermare il Centro. Sapeva che, per quanto avesse cercato di porvi rimedio, non si sarebbe mai perdonato quel terribile errore, avrebbe dovuto convivere per sempre con il rimorso di aver abbandonato il suo stesso fratello e la sua più cara amica quando maggiormente avevano avuto bisogno di lui…così come non si sarebbe mai perdonato di non aver fatto di più per proteggere Jarod.

Ma finalmente gli si presentava l’occasione per riscattarsi, per porre fine alle malefatte del Centro e Sydney era più che mai deciso a coglierla e ad andare fino in fondo. Al momento la sua priorità era proteggere il piccolo Baby Parker e ciò implicava scoprire quali fossero le intenzioni di Cox nei suoi confronti. Purtroppo, fino a quel momento, i suoi sospetti si erano rivelati fondati: dalle analisi del DNA era risultato che Sean non poteva assolutamente essere figlio di Brigitte e Mr. Parker. Non solo il bambino era stato concepito artificialmente, ma il suo patrimonio genetico presentava inspiegabili anomalie, che Sydney, anche se lo aveva taciuto a Miss Parker, sospettava non fossero opera della natura. Non ne aveva la certezza, ma temeva che Cox, come il suo predecessore, stesse giocando a fare Dio, utilizzando ignare vittime innocenti alla stregua di cavie, proprio come i crudeli aguzzini di Dachau…il solo pensiero gli faceva orrore ed attizzava la sua rabbia troppo a lungo repressa. Doveva scoprire la verità e la sola persona che potesse rispondere alle sue domande si trovava oltre la porta che si ergeva chiusa di fronte a lui.

Senza indugiare, Sydney bussò e si fece strada all’interno del laboratorio verso l’unico astante.

«Sydney» l’apostrofò questi, senza scomporsi troppo per la sua improvvisa intrusione, alzando incuriosito lo sguardo dal tabulato che stava esaminando.

«Dr. Cox»

«Cosa la porta nel mio laboratorio?»

«Circolano strane voci – replicò Sydney avvicinandosi a lui – e mi chiedevo se lei potesse confermarle»

«Ah sì? E cosa si dice in giro?»

«Che il SL-27 sarà rimesso in funzione per riprendere il programma simulatore» asserì flemmatico l’altro senza tanti preamboli, fissandolo dritto nei suoi occhi scuri, liquidi e sfuggenti.

«Interessante. Ma perché io dovrei esserne a conoscenza?» chiese ancora Cox, con finto candore.

«Perché in giro si dice anche che sarà lei ad occuparsene»

«Se anche fosse – ribatté l’altro con un viscido sorrisetto – Non capisco che cos’ha che fare con lei tutto questo»

«Forse dimentica che fui io ad avviare il programma simulatore insieme al Dr. Raines più di trent’anni fa – obiettò Sydney con pacata fermezza – Quindi sono venuto a proporle la mia piena collaborazione per renderlo di nuovo operativo»

«Ma che offerta generosa – commentò Cox con palese sarcasmo – Immagino che l’idea di mandarla quaggiù a fare la talpa sia stata di Miss Parker, anche se questo non è proprio il suo stile – aggiunse sedendosi con eccessiva lentezza alla propria scrivania, senza smettere di studiare con aria inquisitoria ogni reazione dello psicologo – In effetti Miss Parker, come la sua povera mamma, preferisce affrontare le situazioni a viso aperto…abitudine assai rischiosa da queste parti, non trova anche lei Sydney?»

«Lasci Miss Parker fuori da questa storia – replicò l’altro affatto turbato, almeno in apparenza, per la minaccia non troppo velata di quelle ultime parole – Lei non sa che sono qui, non potrebbe mai capire»

«Cosa non capirebbe? Il perché una delle poche persone di cui si fida mi stia chiedendo di partecipare ad un progetto che lei stessa ha sempre disapprovato?»

«Miss Parker è un’idealista – spiegò Sydney seguitando a sostenere impassibile lo sguardo di Cox – vede tutto bianco o nero. Non si rende conto che ci sono cose per cui vale la pena di scendere a compromessi. Ma lei è uno scienziato, come me e capirà che…»

«Sono colpito dalla sua dedizione verso il progresso della scienza, Sydney, tuttavia…»

«Maledizione Cox!!! – esclamò a quel punto Sydney con tutta l’enfasi di cui fu capace, nel tentativo di vincere l’evidente scetticismo del suo interlocutore - Ho dedicato tutta la mia vita a questo progetto e non voglio esserne tagliato fuori proprio ora che sta per riprendere!!!»

Silenzio…sguardi di sfida incrociati che si studiavano sospettosi l’un l’altro.

«Io non mi fido di lei, Sydney – esordì Cox mellifluo, ma senza mezzi termini, dopo un lungo silenzio - Ciò nonostante, devo ammettere che la sua decennale esperienza maturata su Jarod potrebbe essermi molto utile con il mio soggetto…»

«Di chi si tratta?» chiese lo psicologo, forse un po’ troppo interessatamente.

«…anche perché, vista l’età, potrei incontrare gravi problemi a livello psichico»

«Vista l’età? Non starà mica parlando di un neonato? – si lasciò sfuggire Sydney allarmato - Non si può certo…»

«No, stia tranquillo. Non sto parlando del piccolo Baby Parker»

«Io non…»

«Non faccia l’ingenuo con me, Sydney – lo interruppe Cox con falsa cortesia, la sua voce quasi un sibilo - So benissimo che ha effettuato delle analisi sul DNA del piccolo. Immagino che abbia trovato i risultati quantomeno …interessanti»

Raccapriccianti è la parola giusta maledetto bastardo!!!” pensò Sydney tra sé e sé.

«Oh, a dir poco – si limitò poi a replicare pacato – Suppongo che l’anomalia genetica sia opera sua»

«Esattamente – confermò soddisfatto Cox -  Quella piccola modifica lo porterà a sviluppare doti simili a quelle di Jarod ma in una forma assai superiore»

«Quindi Baby Parker è stato inserito nel programma» osservò Sydney, dissimulando tutto l’orrore che provava in quel momento.

«Certo, fin dalla sua nascita – affermò Cox – Ma non è lui il soggetto di cui parlavo prima. Non lo si può certo utilizzare…per il momento – Sydney non poté impedirsi di rabbrividire di collera e disprezzo per le parole di quell’essere inumano - No, io mi riferivo ad un nuovo acquisto del Centro, che sarà qui tra poco»

«Il Centro rapirà un altro bambino?»

«Sì, possiamo dire di sì – asserì tranquillo Cox, con perverso compiacimento - Spero che la cosa non sia un problema per lei Sydney, visto che dovremo…collaborare»

 

Il Centro, Blue Cove - Ufficio di Broots - ore 07:00 p.m.

 

Miss Parker passeggiava nervosamente avanti e indietro di fronte alla scrivania, in attesa che il computer terminasse la scansione dell’ennesimo gruppo di files, alla ricerca di qualcosa legato alla lista.

«Sei assolutamente certo che questa stanza sia sicura Broots?» esordì ad un tratto.

Sapeva benissimo che la domanda era superflua, che naturalmente il tecnico aveva sistemato tutto, ma doveva in qualche modo scaricare la tensione accumulata nelle sue lunghe notti insonni, durante le quali non faceva che rivedere la profonda amarezza negli occhi di Jarod, mentre il suo incubo ricorrente seguitava a tormentarla con oscuri presagi.

«Sì Miss Parker, non preoccuparti – rispose infatti Broots - Non ci sono né microfoni né telecamere qui dentro. Possiamo parlare liberamente»

Di nuovo silenzio, spezzato soltanto dall’inquieto picchiettio dei tacchi a spillo sul pavimento.

«Ancora niente?» chiese di nuovo lei dopo qualche minuto, indicando il computer.

«Non…ah, ecco. La ricerca è finita ora. Nessun risultato purtroppo»

«Maledizione! Deve pur essere da qualche parte!» sbottò esasperata  la donna.

«Non credo che rimangano molti altri archivi da controllare» osservò scettico il tecnico.

«Forse stiamo sbagliando tutto - gli fece eco sfiduciata Miss Parker – Forse non è propriamente una lista ciò che dobbiamo cercare»

«Credo che tu abbia ragione – confermò perplesso Broots – Vista l’importanza dei dati, è probabile che quei nomi siano conservati sotto una qualsiasi forma…numerica ad esempio»

«Un codice vuoi dire?»

«Sì, più o meno. In questo modo potrebbero essere archiviati dovunque, persino sotto il nostro naso, ma sarebbero comunque al sicuro, perché a noi sembrerebbero…che so? Un elenco di fatture, ad esempio»

«Allora ricominceremo a spulciare tutti gli archivi e cercheremo meglio»

«Sarebbe tempo sprecato – commentò dissuasivo lui - Dovremmo avere almeno un indizio per sapere cosa cercare, o meglio la soluzione per decifrare il codice…tipo “Il codice Rebecca”! – esclamò di colpo pimpante - Lo hai letto Miss Parker? Parla di una spia nazista del Cairo che durante la seconda guerra mondiale sottrae segreti militari agli inglesi per poi passarli cifrati a Rommel e…»

«BROOTS!!!» l’interruppe esacerbata la donna, scoccandogli un’occhiataccia raggelante, ma astenendosi dall’apostrofarlo, come suo solito, con ulteriori epiteti ingiuriosi.

«Scu…scusa Miss Parker» bofonchiò intimidito il tecnico. Si lasciava sempre prendere la mano al momento meno opportuno accidenti!

«Accantoniamo la lista per un attimo – continuò lei in tono più composto, dopo un lungo sospiro - Come procede la ricerca nella banca dati della Nugenesis? Scoperto qualcosa su Sean?»

«Per ora no, ma ci sto lavorando. Ho trovato una serie di strani archivi criptati, relativamente recenti. Se davvero Sean è stato concepito in quella clinica, le informazioni che cerchi potrebbero essere lì dentro, ma mi serve ancora un po’ di tempo per decriptare i dati»

«Vedi di sbrigarti -  ammonì lei - Se i sospetti di Syd sono fondati, il tempo è l’unica cosa di cui non disponiamo… a proposito, dov’è Syd?»

«Uhm…credo che sia da Cox, per scoprire se le sue intenzioni su Sean…insomma…»

«Capisco. Tu comunque cerca di accelerare i tempi»

L’uomo stava per assicurarle che lo avrebbe fatto, ma proprio in quel momento il sonoro beep del computer annunciò l’arrivo di un video-messaggio.

«Jarod!» esclamò Broots quando il sorriso sornione del simulatore apparve sullo schermo.

«Ma sei matto a chiamare qui?!» proruppe al donna, la voce carica di rimprovero ed apprensione.

«Non preoccuparti Parker, la linea è protetta – la tranquillizzò pacato Jarod - Volevo informarvi che i viaggiatori sono arrivati a destinazione senza intoppi – annunciò poi, riferendosi naturalmente a Michelle, Nicholas e Debbie -  Sanno già che per la loro sicurezza non devono mettersi in contatto con voi. Tu e Sydney farete altrettanto, intesi Broots?»

«Certo» confermò l’altro sospirando, mentre un’ombra di rammarico gli incupiva lo sguardo.

«So che è difficile stare lontano da chi ami…nessuno lo sa meglio di me, credimi» cercò di consolarlo Jarod.

A quelle parole, il cuore di Miss Parker sembrò chiudersi in una morsa, mentre senso di colpa e frustrazione le procuravano un’irrefrenabile voglia di piangere, ma nulla di tutto ciò trasparì sul suo bel volto.

«Devi farti forza Broots e avere pazienza» riuscì persino a dire in tono rassicurante.

«Useremo la mailbox Rifugio per comunicare – aggiunse Jarod - Ma solo in caso di emergenza»

«D’accordo» assentì Broots.

«Ci sono novità sulla lista?» chiese quindi l’altro.

«Purtroppo no» replicò il tecnico, per poi condividere con lui le conclusioni a cui era giunto poco prima insieme a  Miss Parker.

«Bè, a questo punto, visti i risultati delle nostre ricerche, l’ipotesi di un archivio cifrato è l’unica possibile – convenne Jarod – L’idea mi aveva già sfiorato, ma speravo di sbagliarmi…accidenti! – imprecò – Senza una traccia potremmo tirare ad indovinare per i prossimi vent’anni prima di trovare qualcosa e noi non abbiamo tutto questo tempo!»

«Forse tuo padre potrebbe sapere qualcosa, non credi Miss Parker?» azzardò Broots.

«Mia madre non era sicura che lui fosse al corrente dei veri progetti del Centro – replicò lei ricordando le parole di Catherine registrate sul DSA - Dubito che sappia qualcosa della lista»

«Ho passato al setaccio il suo PC qualche mese fa e non ricordo di aver visto nulla al riguardo» confermò Jarod.

«Allora che altro possiamo fare?» domandò scoraggiato il tecnico, forse più a se stesso che agli altri due.

Un silenzio opprimente, carico d’inquietudine avvolse la stanza.

«E’ inutile girarci intorno – esordì infine Jarod – Se vogliamo scoprire qualcosa, dobbiamo concentrarci su chi ha ideato il complotto, vale a dire sul Triumvirato»

«Ma il Triumvirato risiede in Africa, non si sa nemmeno dove di preciso – obiettò Miss Parker – Come pensi di arrivare alla loro banca dati, ammesso e non concesso che ne esista una?»

«Innanzitutto potremmo concentrarci sull’unico membro del Triumvirato che soggiorna regolarmente al Centro» replicò lui.

«Uhm…a pensarci bene, l’unico archivio che non abbiamo ancora controllato, quindi la nostra ultima speranza – ammise la donna - è il PC personale di Matumbo, che si trova nel suo ufficio, all’ultimo piano della Torre»

«Cosa?! Volete entrare nel computer di Matumbo?! – sussurrò sgomento Broots, rabbrividendo da capo a piedi – Ma è impossibile! A quel PC non si può accedere dagli altri terminali del Centro, perché non è in rete, proprio come quello di Mr. Parker – spiegò, sempre più spaventato dall’idea che presumeva si fosse malauguratamente fatta strada nella mente dei suoi interlocutori – L’unico modo per arrivarci é…sarebbe…intrufolarsi in quell’ufficio e…»

«…ed è esattamente quello che farò» dichiarò Jarod.

«Questo è fuori discussione!» sbottò categorica Miss Parker, con una foga tale da attirare su di sé gli sguardi stupiti di entrambi gli uomini.

Maledizione! Stava facendo l’impossibile pur di tenerlo lontano da lì, aveva persino deciso di rinunciare a lui per questo ed ora lui voleva…ah no! Non glielo avrebbe certo permesso!

«A dire la verità, i sistemi di sicurezza qui al Centro sono quasi triplicati negli ultimi mesi, proprio a causa della tua visita nell’ufficio di Mr. Parker…telecamere, microfoni, agenti di guardia…» gli fece osservare Broots.

«Troverò il modo di eluderli, non temere» asserì sicuro l’altro.

«Non puoi farlo Jarod. E’ troppo rischioso » ribadì la donna con immutata veemenza.

«All…ehm…Parker, ne abbiamo già parlato – replicò per nulla dissuaso il simulatore - Non possiamo evitare di correre rischi se vogliamo portare a termine il progetto di tua madre. E poi lo hai detto tu stessa: il computer di Matumbo è la nostra ultima speranza»

«E’ vero, qualcuno deve entrale là dentro – ammise lei – quindi lo farò io» aggiunse in tono perentorio.

«Cosa?!» esclamò sbigottito Broots, fissandola con gli occhi strabuzzati.

«Parker ragiona – ribatté Jarod, ancora esterrefatto per le sue parole - Quel computer sarà di certo superprotetto. Eludere il sistema non è roba da dilettanti...insomma, non puoi farlo tu!»

«E tu non puoi entrare di nuovo qui dentro! – rimarcò imperiosamente lei. Qualsiasi scusa potesse addurre, non gliel’avrebbe data vinta…mai! – Broots mi aiuterà. Sono sicura che possiamo farcela»

«Co…COSA?!» ripeté questi, a quel punto spaventato a morte. Miss Parker gli aveva spesso imposto compiti rischiosi, ma addirittura l’ufficio di Matumbo…oh santo cielo!!!

«Andiamo! Voi due non avete mai fatto cose del genere!» osservò scettico il simulatore.

«Questo non è del tutto esatto, non è vero Broots?»

Il tecnico fece per ribattere, ma Jarod fu più veloce di lui.

«E come la mettiamo con la sorveglianza? Come farete ad eludere i nuovi sistemi di sicurezza? O credi che non sia rischioso per voi due essere scoperti?!»

«Non quanto lo sarebbe per te»

«Dannazione Parker! – proruppe a quel punto esasperato Jarod - Tutto questo è al di sopra delle tue possibilità, vuoi rendertene conto?!»

«Non esserne tanto sicuro – replicò secca lei - Non sarebbe la prima volta che mi sottovaluti, ragazzo prodigio!»

«Risparmia le tue frecciatine. Non è proprio il momento di giocare a fare la dura!»

«Se pensi che stia giocando significa che non mi conosci poi così bene, genio!»

«Non posso lasciartelo fare. Dal buon esito di questa operazione potrebbe dipendere tutto ciò per cui abbiamo lottato finora, lo capisci?»

«Perfettamente. Solo non capisco cosa ti fa pensare di poterla portare a termine meglio di me»

«Ora basta Parker! – tagliò corto aggressivo, con piglio deciso, in un tono che non ammetteva repliche - Se vuoi entrare là dentro dovrai passare sul mio cadavere!!!»

«Non mi tentare…potrei anche prenderti in parola!!!» sibilò minacciosa Miss Parker, più che mai determinata a non cedere, lo sguardo gelido rivolto verso il monitor. Lui non doveva nemmeno più avvicinarsi al Centro, per nessun motivo!

A quelle parole, Jarod ammutolì, fissando confuso l’espressione oltremodo ostile dipinta sul volto della donna. Ma che le stava succedendo?! Non gli aveva più parlato così dopo Parigi, non lo aveva mai guardato in modo tanto torvo, nemmeno quando erano ancora nemici, quando stava sulla difensiva e non si fidava di lui. Ma perché si comportava così? Non aveva senso. Prima lo aveva allontanato da lei di punto in bianco, ponendo fine alla loro storia ed ora voleva persino impedirgli di entrare al Centro…no, non si era affatto sbagliato, non si stava illudendo. Miss Parker gli nascondeva qualcosa e Jarod era più che mai deciso a scoprire cosa, ma purtroppo avrebbe dovuto farlo in un’altra occasione, non poteva certo affrontare l’argomento in presenza di Broots.

«Hem…ragazzi…voi due state ancora dalla stessa parte…vero?» chiese intanto questi titubante, spezzando il silenzio carico di tensione.

Nessuno dei due rispose, entrambi impegnati a fronteggiarsi con lo sguardo.